La riforma carceraria buttata nelle sabbie mobili della crisi di governo

La riforma penitenziaria, la cui urgenza è nello stesso numero dei detenuti, saliti a fine marzo a 58.213, cioè 7.600 più dei posti disponibili, con tutto ciò che ne consegue, è finita miserabilmente -ripeto, miserabilmente, non miseramente- nelle sabbie mobili, a dir poco, della crisi di governo. Dove avrà tutto il tempo per affogare nelle trattative che porteranno, chissà quando, alla formazione della nuova compagine ministeriale.

Questo è l’effetto, non certo casuale ma voluto o comunque consapevole, e proprio perciò doppiamente deplorevole, della decisione presa dai capigruppo della Camera di escludere la riforma, frutto di una delega del vecchio Parlamento al governo, dagli adempimenti della commissione speciale istituita in attesa delle commissioni permanenti. Dovranno pertanto essere quest’ultime ad occuparsene con un parere non vincolante ma necessario perché il nuovo governo completi il percorso del provvedimento facendolo entrare in vigore. Il nuovo governo, appunto. Che pertanto potrà pure buttare la riforma alle ortiche, come carta straccia, se le forze che ne comporranno la maggioranza vorranno questa sorte.

Su questo sinistro epilogo non c’è da farsi illusioni che possa essere evitato. Vale la contrarietà espressa sulla riforma da forze politiche che erano in minoranza nella passata legislatura e sono invece uscite vincenti dalle elezioni del 4 marzo.

In verità, il presidente della Repubblica, probabilmente favorevole alla riforma per cultura e formazione politica, preferisce anhe per questo definire non vincenti ma “prevalenti” i partiti autoproclamatisi, con la complicità del sistema mediatico, persino trionfatori dell’ultimo turno elettorale. Ma la loro prevalenza, data l’incidenza che grillini e leghisti, gli uni da soli e gli altri con o senza l’apporto degli alleati di centrodestra, sono destinati ad avere nella composizione di una nuova maggioranza, basterà e avanzerà ad affossare la riforma penitenziaria da essi osteggiata alla luce del sole. Osteggiato col solito vizio di abusare dell’ancestrale o popolare richiesta di sicurezza e di ordine.

In nome della sicurezza e dell’ordine, si sa, si possono compiere le stesse nefandezze commesse tante volte nella storia del mondo, e non solo d’Italia, in nome della libertà e della Patria, con la maiuscola. Anche il giustizialismo, d’altronde, viene teorizzato e praticato in nome della giustizia o della legalità, o di entrambe. Ed è una forma di giustizialismo pure la pratica detentiva sottintesa o derivante, poco importa, dal sovraffollamento delle carceri. Dove, se sei finito qualche ragione c’è, al lordo degli errori dei magistrati che ti hanno potuto portare dentro, e comunque a dispetto di due passaggi della Costituzione “più bella del mondo”, come viene ancora pomposamente chiamata quella che si è data la Repubblica italiana.

Il primo passaggio è il penultimo capoverso, o comma, dell’articolo 13. Che trattando dei “rapporti civili”  punisce “ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà”. L’altro passaggio, in qualche modo rafforzativo, è il penultimo comma dell’articolo 27. Che dice: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

“Non è ammessa la pena di morte”, conclude quell’articolo nel testo modificato nel 2007 con una legge che eliminò il riferimento ai casi originariamente previsti dalle leggi militari di guerra. Una legge -ha recentemente e non a torto osservato il buon Marco Boato- che passò per fortuna in Parlamento con una maggioranza abbastanza ampia per evitare il passaggio finale del referendum cosiddetto confermativo. Che poteva già allora finire con la bocciatura. Figuriamoci oggi, con gli umori che corrono nel Paese, a dir poco peggiorati.

Personalmente mi ha sorpreso che alla decisione della conferenza dei capigruppo della Camera destinata, come dicevo, a buttare nelle sabbie mobili della crisi di governo anche la riforma penitenziaria, abbia contribuito una forza politica generalmente garantista come Forza Italia. Che non ha voluto unirsi, neppure per salvare la faccia o l’anima, al voto contrario alla manovra di affossamento della riforma espresso dal Pd e dal neo-gruppo dei Liberi e uguali, di cui è stata permessa la formazione in deroga al regolamento.

Con tutti i guai e i rischi che stanno correndo, premuti fra l’ostracismo dei grillini e la paura che Salvini non sappia resistervi sino in fondo, i forzisti non se la sono sentita evidentemente di schierarsi per la riforma penitenziaria osteggiata dagli alleati leghisti: neppure nella forma arrivata alle battute finali, con tutte le modifiche apportate durante la sua preparazione. Peccato.

Le superiori ragioni di governo, e persino di sopravvivenza politica, avvertite in una situazione imbarbarita dai risultati elettorali, come dimostra anche la vicenda diversissima della guerra, ripresa dai grillini col piglio dell’offensiva finale,  ai vitalizi parlamentari sopravvissuti alla riforma contributiva del 2012, hanno reclamato e ottenuto anche questa rinuncia al senso comune persino della pietà. Peccato, ripeto. Davvero un peccato, pur con tutte le comprensioni che merita il realismo politico. Si dice così?

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