La grazia di Di Maio a Renzi non spalanca le porte del Pd ai grillini

             Per quanto tattica, forse strumentale soltanto ad aumentare il proprio potere contrattuale con l’interlocutore privilegiato, che resta il segretario leghista Matteo Salvini, il giovane aspirante grillino a Palazzo Chigi ha annunciato nel primo giro di consultazioni al Quirinale un’apertura al Pd non più condizionata alla soluzione dei suoi problemi interni, cioè all’emarginazione dell’ex segretario Matteo Renzi. Cui insomma è stata concessa una specie di grazia politica da chi lo aveva scambiato per un Nerone dei nostri tempi.

            Il capo dello Stato deve essere stato convincente con Luigi Di Maio a spiegargli che non si può cercare di interferire così sfacciatamente nelle vicende interne di un partito come il suo interlocutore aveva fatto sino a quel momento, per quanto forse anche a Mattarella non siano comprensibilmente piaciute alcune recenti sortite dell’ex segretario del Pd. Penso, fra l’altro, alle doglianze di Renzi, anzi alle sue proteste, per il rifiuto delle elezioni anticipate oppostogli dal Quirinale dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale, ritenuta dall’allora segretario del partito di maggioranza e presidente del Consiglio dimissionario alla stregua di una fine della diciassettesima legislatura. Alla quale in effetti -va detto- il predecessore di Mattarella aveva assegnato come prevalente, se non esclusivo, proprio l’obiettivo della riforma istituzionale con la formazione del governo delle larghe intese di Enrico Letta prima e dello stesso Renzi poi.

            Probabilmente, per il ruolo equidistante impostogli dal ruolo presidenziale, al di là delle sue opinioni sul leader di Forza Italia, comunque da lui ricevuto con tutti gli onori al Quirinale per le consultazioni, Mattarella ha cercato di far capire a Di Maio che non è corretto nemmeno il tentativo di interferire nelle vicende interne di una coalizione presentatasi come tale alle elezioni e uscitane peraltro col maggior numero di voti, anche rispetto a quelli raccolti abbondantemente dal movimento delle 5 stelle.

            Ma Di Maio e i suoi da quest’orecchio continuano a non sentire, per cui non rinunciano a lavorare ai fianchi di Salvini per farlo litigare con Berlusconi. Che dal canto suo ha profittato proprio delle consultazioni al Quirinale per ricambiare i sentimenti di avversione dei grillini denunciandone il pauperismo, il giustizialismo, l’invidia, l’odio e altro ancora, per quanto ne abbia sino ad ora accettato i voti per l’elezione di una forzista alla presidenza del Senato, di un’altra forzista alla vice presidenza della Camera e di altri ancora al vertice delle due assemblee legislative coi gradi di questori e segretari.

           Più discretamente Salvini e meno il suo vice Giancarlo Giorgetti non hanno gradito la reazione dura di Berlusconi, considerandola quanto meno “un errore tattico”, ha detto in particolare Giorgetti avvertendo che “il cinema è finito”, non si è ben capito in che senso e misura: se alludendo, per esempio, al desiderio coltivato già prima delle elezioni dall’alleato forzista di adottare come interlocutore privilegiato del centrodestra il Pd.

            Ora al Pd ha invece aperto più di prima, come si è detto, Di Maio rinunciando a fare lo schifiltoso con Renzi, prendendone il partito tutto intero com’è, e sperando anche di impaurire così Salvini e indurlo a scaricare l’ingombrante alleato.

            Vedremo se e quanto Salvini si lascerà intimidire, sino a rischiare di fare con Di Maio un accordo da sottomesso, vista la sproporzione tra la consistenza elettorale e parlamentare della Lega, presa singolarmente, e del movimento delle 5 stelle. Ma si è già visto il risultato alquanto modesto ottenuto nel Pd dall’aspirante grillino a Palazzo Chigi nella versione depurata dell’antirenzismo.

            Poche ore dopo la correzione tattica di Di Maio, all’uscita dall’udienza al Quirinale, si è assistito nel salotto televisivo di Piazza pulita, a la 7, allo spettacolo non di un renziano ma di un suo avversario o antagonista interno, il guardasigilli Andrea Orlando, contrario a intese di governo con i grillini. E’ stato uno spettacolo spiazzante anche per il conduttore della trasmissione, che ha tradito la sua predisposizione favorevole a un contratto, come preferisce chiamarlo Di Maio, fra Pd e 5 stelle. Ma spiazzante pure per un ospite come il giornalista americano Alan Friedman, di solito così solerte e severo nel giudicare la spesa pubblica italiana, che certamente non si ridurrebbe con i grillini al governo, per quanto convertiti a un contratto con i piddini. Fanno pure rima, come vedete.

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