Quella staffetta mancata fra Craxi e De Mita a causa del referendum sui giudici

E’ vero. Come ha raccontato Paolo Delgado cercando ironicamente di suggerire a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini di conciliare le loro aspirazioni a Palazzo Chigi con una staffetta analoga a quella concordata nel 1983 fra Bettino Craxi e Ciriaco De Mita, ma persasi rovinosamente per strada, l’impressione che diede il leader socialista fu di volersi sottrarre all’intesa quando il segretario della Dc mise all’incasso la cambiale. Ciò avvenne il 3 marzo 1987 con le dimissioni di Craxi e la riapertura di una crisi già tentata nell’estate precedente, ma rattoppata all’ultimo momento con una mediazione dell’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti. Al quale il leader socialista si impegnò a passare la mano l’anno dopo per fargli concludere la legislatura alla scadenza ordinaria del 1988.

“Non capisco -mi raccontò in quel frangente Craxi- quale interesse abbiano i democristiani a riprendersi Palazzo Chigi nell’ultimo anno della legislatura, il più rognoso di tutti, quando si moltiplicano le tentazioni elettorali di spesa e non si hanno i mezzi per soddisfarle. Contenti loro….”.

La crisi per l’operazione staffetta subentrò però all’ammissione, da parte della Corte Costituzionale, di un grappolo di cinque referendum abrogativi ad altissima tensione politica, su quattro dei quali i partiti della maggioranza erano divisi, a dir poco, se non dilaniati.

Tre  referendum riguardavano le procedure e agevolazioni per la costruzione di centrali per la produzione nucleare di energia elettrica, diventate impopolarissime dopo l’incidente di Cernobyl, verificatosi in Ucraina nell’aprile del 1986. I repubblicani, i liberali e una parte della Dc erano contrari all’abrogazione, sostenuta invece dai socialisti e da un’altra parte della Dc.

Un altro referendum, promosso da radicali, socialisti e liberali, riguardava l’abrogazione di tre articoli del vecchio codice di procedura civile che mettevano i magistrati al riparo dalla responsabilità appunto civile per i danni procurati con i loro errori. Proposto sulla scia della clamorosa vicenda di Enzo Tortora, letteralmente perseguitato con accuse di camorra da cui sarebbe uscito alla fine assolto ma dopo avere subìto danni irreparabili alla salute, quel referendum era inviso naturalmente ai magistrati e ai partiti o correnti più sensibili alle loro proteste.

Solo sul quinto referendum non c’erano contrasti seri, riguardando l’abolizione della commissione parlamentare inquirente per i procedimenti d’accusa, in modo da far giudicare i reati ministeriali non più dalla Corte Costituzionale ma dalla magistratura ordinaria.

Sul tema della responsabilità civile dei magistrati la Dc, spalleggiata in verità dall’opposizione comunista, fu talmente intransigente, o timorosa delle reazioni della lobby giudiziaria, da preferire il ricorso alle elezioni anticipate per rinviare la prova referendaria. E così avvenne, fra le inutili proteste di Craxi. Che rivendicava il diritto di gestire col suo governo dimissionario l’anticipo delle elezioni, dovendo la staffetta riguardare, secondo lui, solo un governo per l’esaurimento ordinario della legislatura, comprensivo quindi della gestione dei referendum.

Il contrasto fra Craxi e De Mita fu fortissimo, con parole più o meno pesanti scambiate a distanza, ed anche con qualche oggettiva forzatura politica e istituzionale riconosciuta pure all’interno della Dc. Dove, in particolare, sia Andreotti, sottrattosi del tutto all’incarico per la soluzione della crisi, sia il ministro uscente dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, formalmente incaricato di formare il nuovo governo, si rifiutarono di prestarsi all’operazione voluta dal segretario del loro partito. Che ricorse alla fine al presidente uscente del Senato Amintore Fanfani. Al cui governo monocolore democristiano, che non mancava neppure di un ministro per i rapporti col Parlamento in via di scioglimento, Craxi -su suggerimento dell’amico Francesco Cossiga, presidente della Repubblica- decise di accordare la fiducia dei socialisti per obbligarlo a governare sino all’anno successivo. E ciò anche a causa di alcuni importanti adempimenti internazionali, come un vertice europeo organizzato a Venezia per il mese di giugno del 1987.

Per scampare paradossalmente alla fiducia e obbligare il capo dello Stato a sciogliere le Camere i deputati della Dc si astennero nella votazione per appello nominale nell’aula di Montecitorio. A quel prezzo pure l’opposizione comunista, favorevole allo scioglimento per evitare il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, si sentì a disagio. E non lo nascose.

L’unica ritorsione di Craxi fu quella di pretendere, ad elezioni avvenute, di condizionare la ripresa della collaborazione di governo con la Dc, che mandò a Palazzo Chigi Giovanni Goria, la riduzione dei tempi del rinvio dei referendum. Che si svolsero, con un’apposita legge, a novembre di quell’anno, anziché nella primavera dell’anno successivo.

I sì all’abrogazione delle norme che risparmiavano ai magistrati  la responsabilità civile valida invece su tutte le altre categorie a rischio di errori, come medici e ingegneri, furono una valanga: più dell’80 per cento dei voti. Ma la lobby giudiziaria, prevedendo l’esito, aveva saputo mettersene al riparo. Era stata già predisposta a livello politico una legge sostitutiva di quelle norme approvata a tamburo battente, in pochi mesi. La sua applicazione si rivelò di una tale difficoltà da non produrre praticamemte effetti di sorta. Le toghe continuarono a godere di una sostanziale immunità civile.

Craxi, pago del successo referendario, si affidò ciecamente per il dopo-referendum alle valutazioni e alle iniziative dell’autorevolissimo guardasigilli socialista Giuliano Vassalli, fra le inutili proteste o i mugugni dei compagni di partito e, all’esterno, dei radicali. Che gridarono al referendum “tradito”. “Di Vassalli -mi disse poi Craxi, come per giustificarsi- non potevo non fidarmi. I miei rapporti con lui erano come quelli con Sandro”, cioè con Pertini.

Ereditata dal governo Goria, quella legge fu la prima pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica sotto il governo De Mita, nominato il 13 aprile 1988 e dimessosi il 19 maggio 1989 per essere sostituito il 22 luglio dal sesto e penultimo governo Andreotti.

Della difficilissima applicazione di quelle norme cominciarono a fare le spese dopo pochissimi anni le vittime degli errori, che certo non mancarono, nelle indagini e nei processi demolitori della cosiddetta prima Repubblica. Mi riferisco naturalmente ai procedimenti giudiziari della presunta, assai presunta epopea di “Mani pulite”.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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