I grillini eredi davvero arbitrari dei democristiani e dei comunisti

La “bolla” nella quale Roberto Fico ha simpaticamente confessato al Fatto Quotidiano –e a chi sennò ?- di essersi sentito passando davanti al Corpo di Guardia del Quirinale, dove lo aspettava il presidente della Repubblica per festeggiare e onorare insieme la nuova terza carica dello Stato, dev’essersi ulteriormente gonfiata. In particolare, quando il presidente della Camera ha letto in rassegna o in originale un articolo di Ernesto Mazzetti dedicatogli sul Mattino. Che è lo storico giornale di Napoli, dove Fico è nato 43 anni e mezzo fa.

Con la sola eccezione della barba, che invece mi sembra donargli molto, ma Mazzetti gli ha consigliato di farsi tagliare per ridurla a un paio di baffetti, il giornalista del più importante quotidiano del Sud fondato nel 1892 da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao ha metaforicamente letto nelle mani di Fico un avvenire ancora più radioso del presente, all’altezza di tre conterranei che lo hanno preceduto sullo scranno di Montecitorio: Enrico De Nicola, Giovanni Leone e Giorgio Napolitano, tutti e tre saliti al vertice dello Stato repubblicano.

Dei tre, anche De Nicola, come Napolitano nel 2013, sarebbe stato rieletto, dopo i due anni di capo provvisorio, se avesse avuto più riguardi verso l’allora partito di maggioranza, la Dc. Che era stata sfiancata dalle sue minacce di dimissioni ad ogni piè sospinto, ad ogni mosca che gli saltasse al naso, come soleva raccontare l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti. Al quale Alcide De Gasperi soleva affidargli il compito delle relazioni con Palazzo Giustiniani, dove De Nicola preferì lavorare da capo dello Stato un po’ per rispettare il carattere limitato del suo mandato, in attesa che le prime Camere della Repubblica eleggessero il presidente secondo le procedure della nuova Costituzione, e un po’ per scaramanzia tutta napoletana. Il Quirinale, si sa,  era stato anche sede pontificia, da cui Pio IX si distaccò, diciamo così, con un certo malumore quando le truppe piemontesi irruppero a Roma per farne finalmente la Capitale d’Italia.

Al movimento grillino delle 5 stelle – dove Fico ha fatto una carriera di tutto rispetto, superando sino ad ora sul piano istituzionale il compagno di partito Luigi Di Maio, che è stato solo vice presidente della Camera e non si sa ancora se riuscirà davvero a raggiungere l’obiettivo di Palazzo Chigi affidatogli da Grillo- si prendono continuamente le misure elettorali, geometriche e d’altro tipo ancora per paragonarlo a qualcuno dei due maggiori partiti della cosiddetta Prima Repubblica. E ciò col compiacimento del “garante”, “elevato” e quant’altro si senta o venga ritenuto il comico fondatore del movimento, divertito  a sentirsi  considerare un po’ democristiano e un po’ comunista.

In effetti, c’è chi si è avventurato ad attribuire ai grillini, in questa nascente terza Repubblica, la centralità che fu della Democrazia Cristiana. Una centralità provvista anche dei due forni di andreottiana memoria, per cui Di Maio si sente autorizzato a trattare per il  nuovo governo con Matteo Salvini ma anche a strizzare l’occhio al Pd. Che, indebolito dalla sconfitta elettorale e dalle conseguenti dimissioni di Matteo Renzi da segretario, potrebbe essere quanto meno utile ad aumentare la capacità contrattuale del pentastellato col segretario leghista vincolato dall’alleanza elettorale con Silvio Berlusconi, al cui solo nome il giornale più letto dai grillini, naturalmente il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, rischia di incepparsi nelle rotative.

Ma c’è anche chi si è avventurato ad attribuire al movimento delle 5 stelle la natura di sinistra del Pci, e persino i suoi numeri elettorali. Che, in verità, furono anche superiori, con quel 34 per cento e più conquistato nelle elezioni politiche del 1976 e apparso ad Aldo Moro come il segno di una vittoria simile a quella conseguita dalla sua Dc col 38 per cento e più. Nacque allora, proprio con Moro, la teoria dei due vincitori condannati per questo a collaborare, non disponendo né l’uno né l’altro di alleanti sufficienti a formare una maggioranza autonoma.

Certo, se fosse vera, come io non ritengo, la classificazione tutta a sinistra del movimento grillino, dove non mancano pulsioni tipiche di una destra neppure moderata, per esempio sul problema oggi nevralgico dell’immigrazione, sarebbe stupefacente la rapidità con la quale i pentastellati hanno potuto massimizzare il loro ruolo a livello istituzionale.

Al Pci, che pure era il Pci, con la sua mastodontica organizzazione, una classe dirigente di tutto rispetto e di grande esperienza, formatasi nelle carceri fasciste e nelle scuole di partito, partecipe determinante della Resistenza armata al nazifascismo e della Costituente repubblicana, di cui assunse anche la presidenza con una personalità come Umberto Terracini, occorsero circa trent’anni, equivalenti a 360 mesi, per aggiudicarsi la presidenza della Camera. Ciò avvenne con Pietro Ingrao nel 1976, l’anno della maggioranza di “solidarietà nazionale” concordata fra Moro ed Enrico Berlinguer di fronte ai due vincitori usciti dalle urne. Ai grillini, per portare Roberto Fico al vertice di Montecitorio, e aggiungere il suo ritratto nella galleria della Camera a quello, fra gli altri, di una donna indimenticabile come Nilde Jotti, sono bastati cinque anni, pari a 60 mesi.

Si potrà dire che i comunisti dovettero fare i conti con la realtà di un mondo bipolare, diviso in Europa fra due blocchi concordati a Yalta tra i vincitori della seconda guerra mondiale. E l’Italia rientrava nel blocco occidentale, dove la sola elezione di Ingrao alla Camera e un’astensione comunista ad un governo interamente democristiano presieduto da Andreotti crearono brividi nel Dipartimento di Stato americano. E fecero alzare qualche sopracciglio anche negli uffici e nei saloni del Cremlino. Fra quelle mura i comunisti italiani facevano francamente più comodo all’opposizione che altrove, specie quando Enrico Berlinguer, in una intervista al Corriere della Sera, definì l’Alleanza Atlantica un ombrello utile anche a garantire l’autonomia del Pci dall’allora Unione Sovietica.

Ma vincoli internazionali, a dire il vero, esistono o dovrebbero esistere anche oggi. Non si può certamente negare che tra Berlino, Parigi e Bruxelles, dove si fanno le pulci ai nostri bilanci, e dipendono quindi tante scelte della politica economica italiana, non vi sia una certa apprensione per gli sviluppi della situazione politica a Roma. Ed è tutto da dimostrare che si possa reagire a quell’apprensione facendo spallucce, non importa se alla maniera un po’ spiccia di Salvini o a quella adesso meno spiccia, o più realistica, come preferite, di Di Maio.

Non so se stia dietro l’angolo più il cosiddetto sovranismo o il rischio di una pantomima greca, che potrebbe fare scoppiare all’improvvisa anche la simpatica bolla di Roberto Fico.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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