Quella bolla d’aria in cui il presidente della Camera ha confessato di sentirsi

             La “prima intervista” in assoluto del nuovo presidente della Camera Roberto Fico non poteva che essere rilasciata al Fatto Quotidiano, il giornale di Marco Travaglio più seguito e letto dagli elettori grillini, a nome dei quali esso di frequente cerca anche di richiamare all’ordine i dirigenti del movimento. Che ogni tanto fanno venire il batticuore, e altro ancora, al loro vigilante mediatico:  per esempio, quando abbassano la guardia verso Silvio Berlusconi, pur continuando a insultarlo e a negargli appuntamenti.

          Ciò è notoriamente accaduto con l’elezione della berlusconiana di ferro Maria Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato, già incorsa in passato negli attacchi di Travaglio per qualche bega familistica e per la difesa dell’uomo di Arcore dai processi che ne hanno accompagnato e accompagnano ancora la carriera politica.

            Ma ciò potrebbe accadere di nuovo, stavolta a livello di governo, e non più di istituzioni parlamentari, se dovesse rafforzarsi la tentazione che ogni tanto si avverte in Luigi Di Maio e amici di scambiare furberscamente Berlusconi per Matteo Salvini, suo alleato, o viceversa, nel senso di accettare le istanze, richieste, proposte berlusconiane fingendo che siano salviniane.

            Questo gioco di specchi potrebbe essere praticato in una trattativa per la formazione del governo, se vi si dovesse arrivare dopo la gimcana delle consultazioni al Quirinale, con la comparsa improvvisa di qualche candidatura berlusconiana, di natura politica o tecnica, a ministro o sottosegretario accettata dai grillini perché formulata da Salvini come capo non solo della Lega ma di tutto il centrodestra. Di cui il partito dell’ex presidente del Consiglio fa parte per un accidente – potrebbero dire i grillini- estraneo alla loro volontà.

            A una simile pantomima potrebbe alla fine prestarsi anche Berlusconi, fra le comprensibili crisi di nervi di Travaglio, che preferirebbe un’intesa di governo dei grillini col più debole Pd. Dove peraltro c’è gente disposta a muoversi in questa direzione e ad aggirare la contrarietà ostinata e ingombrante del pur ex segretario Matteo Renzi con la scusa di dovere accettare qualche invito alla responsabilità e a quant’altro del capo dello Stato, magari sfinito dai tempi lunghi della crisi. Ma non è detto che Mattarella voglia assecondare una simile operazione, e non voglia invece limitarsi ad attendere gli sviluppi dei rapporti in corso fra Di Maio e Salvini, o viceversa, senza disturbarli coltivando subordinate ai loro progetti.

            Che Berlusconi possa prestarsi alla partita di Di Maio e Salvini lo lascia capire non solo la rapida ricucitura dello strappo avvenuto con l’alleato leghista quando questi propose per la presidenza del Senato la forzista Anna Maria Bernini, al solo scopo -si sarebbe poi capito- di schiodare il macigno della candidatura di Paolo Romani, ma anche il calendario delle consultazioni al Quirinale. Che sembra studiato apposta per soddisfare le esigenze di teatro di Berlusconi, atteso dal capo dello Stato con le due donne promosse alla testa dei gruppi parlamentari e forse anche col presidente forzista del Parlamento europeo Antonio Tajani, diventato un po’ il fiore all’occhiello del capo di Forza Italia.

           A Berlusconi, con l’abitudine o la disinvoltura che ha di farsi concavo o convesso secondo le circostanze, potrebbe bastare e avanzare in questo difficile passaggio della sua avventura politica, dopo il sorpasso elettorale subìto ad opera dei leghisti, il credito certificatogli dal presidente della Repubblica. E lasciare a Salvini e a Di Maio le miserie dei giochi dietro le quinte, nella speranza magari di uscirne fra qualche mese  alla grande, si fa per dire, con la riabilitazione chiesta dai suoi avvocati al tribunale di sorveglianza di Milano, e forse anche con la sentenza a lui favorevole della corte europea dei diritti umani dopo il ricorso contro l’applicazione retroattiva della legge Severino. Che gli costò cinque anni fa la  clamorosa decadenza del Senato per una frode fiscale contestatagli con condanna definitiva.

            In questo contesto, cioè con tutto ciò che avviene o può maturare dietro le quinte, e con i giochi allo specchio cui sono costretti per realismo politico anche i grillini controllati a vista da Travaglio, è comprensibile quel moto di sincerità col quale il nuovo presidente della Camera ha confessato al Fatto Quotidiano di essergli “sembrato di vivere in una bolla” d’aria, passando nel cortile del Quirinale davanti al Corpo di Guardia per la prima udienza da terza carica dello Stato. Già, una vera e propria bolla d’aria.

 

 

  

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