La ricetta Renzi per un governo grillo-leghista è curiosamente morotea

Nella storia ormai più che settantennale  della Repubblica c’è un solo precedente di risultato elettorale neutro come quello di domenica scorsa. Esso risale al 1976, quando nel Parlamento eletto con un sistema integralmente proporzionale nessuno dei due partiti più votati -la Dc di Benigno Zaccagnini e Aldo Moro e il Pci di Enrico Berlinguer, dichiaratamente alternativi nella campagna elettorale- aveva i numeri per governare l’uno contro l’altro insieme con alleati disponibili e/o sufficienti all’avventura.

Che si trattasse di un’avventura era dimostrato da una situazione economica gravissima e da un ordine pubblico minacciato da un terrorismo di matrice non più soltanto nera ma anche rossa, affacciatosi sulla scena nel 1974 col sequestro del giudice Mario Sossi.

La soluzione della crisi fu trovata da quel mago della mediazione che era Moro adottando, ma in una forma ridotta e contingente, il famoso “compromesso storico” proposto in una prospettiva più ampia alla Dc da Berlinguer. Il quale aveva temuto che anche in Italia una svolta marcatamente di sinistra finisse come in Cile. Dove i militari sostenuti dagli americani avevano soppresso  nel sangue la democrazia.

Ai colleghi di partito insofferenti e desiderosi di altre elezioni, anticipate come quelle appena svoltesi, Moro espose la parabola, diciamo così, dei due vincitori usciti dalle urne: la Dc e il Pci. Troppi per governare con i vecchi schemi di maggioranza e opposizione, capaci solo di paralizzarsi a vicenda. Occorreva quindi una stagione di decantazione o tregua, chiamata poi di “solidarietà nazionale” , in cui entrambi i vincitori dovevano aiutarsi a vicenda a passare la nuttata, dicono a Napoli. E nacque il governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti sostenuto in modo determinante dai comunisti: prima con l’astensione, poi con la vera e propria fiducia negoziata nella lunga crisi che precedette il tragico sequestro di Moro. Sta per ricorrerne il quarantesimo anniversario.

Diversamente dal 1976, questa volta si è votato con un sistema elettorale misto: prevalentemente proporzionale, con una quota maggioritaria modesta ma sufficiente a produrre un effetto opposto a quello perseguito dai cultori del metodo maggioritario. Si è prodotta non più governabilità- parola quasi magica dei costituzionalisti anti-proporzionalisti, ma meno governabilità.

I due vincitori di domenica scorsa, destinati nella parabola morotea a garantire una tregua obbligata dopo un risultato neutro, sono il candidato grillino a Palazzo Chigi, che ha preso tanti voti da farne indigestione, e la coalizione di centrodestra, anch’essa molto votata ma non tanto da disporre della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, al pari del movimento delle 5 stelle.

All’interno del centrodestra si è tuttavia verificato il sorpasso della Lega di Matteo Salvini sulla Forza Italia di Silvio Berlusconi, o del proconsole potenziale a Palazzo Chigi indicato dallo stesso Berlusconi alla vigilia del voto in Antonio Tajani, suo ex portavoce e attuale presidente del Parlamento Europeo.

I due vincitori del 4 marzo si chiamano pertanto Di Maio e Salvini, col partito o la coalizione che hanno, rispettivamente, alle spalle. Coalizione, quella di cui Salvini ha conquistato la guida, che proprio per questa novità potrebbe però  trovare ancora più difficilmente in Parlamento i voti che le sono mancati nelle urne per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. E ciò anche se il forzista Renato Brunetta, capogruppo uscente alla Camera, ha immaginato davanti ai microfoni nella notte dello spoglio elettorale “una lunga fila” di aspiranti al ruolo di “responsabili”, pronti cioè a saltare sul carro di un governo Salvini.

Se il segretario della Lega dovesse pertanto rassegnarsi alla rinuncia ad un incarico presidenziale conferitogli dal presidente della Repubblica, come ha già reclamato, per mancanza dei numeri necessari alla fiducia, egli si ritroverebbe a maggior ragione da solo a rivendicare e a condividere con Di Maio la vittoria elettorale. E insieme rientrerebbero nello schema moroteo dei due vincitori costretti dal loro stesso ruolo ad accordarsi. Che è poi la cosa alla quale Renzi li ha praticamente e perfidamente sfidati collocando il suo malmesso Pd all’opposizione per rimanere fedele all’impegno elettorale di non accordarsi con gli “estremisti” dei campi avversi.

Sembrerà un paradosso al simpatico  Sergio Staino, espostosi sul Dubbio a favore di un’intesa fra i grillini e il Pd, forse preferito da Di Maio per le condizioni di debolezza in cui lo stesso Pd si trova dopo le elezioni, ma la posizione assunta da Renzi appare più in linea di altre con lo schema moroteo del 1976.

Lo stesso Renzi si sorprenderà a sentirsi dare del moroteo, o quasi. E i suoi avversari di sinistra saranno letteralmente scandalizzati, al pari di Sergio Mattarella e dei suoi collaboratori al Quirinale, per il culto che hanno di Moro, ma così stanno le cose  stando al precedente del 1976.

Così è se vi pare, avrebbe detto Luigi Pirandello.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Come fare un governo con due vincitori. La lezione di Moro dopo le elezioni del 1976

              Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è di cultura e formazione morotea, orgogliosamente morotea, anche se passò dall’insegnamento universitario alla politica, succedendo al fratello Piersanti ucciso dalla mafia il 6 gennaio del 1980, due anni dopo l’assassinio di Moro. Che era stato molto amico di loro padre, Bernardo,  ministro già ai tempi  di Alcide De Gasperi e infine anche di Moro, al Commercio Estero.

            Da moroteo –ripeto, orgogliosamente moroteo- il capo dello Stato starà pensando in questi giorni all’esperienza del compianto statista pugliese nel 1976, quando l’allora presidente della Democrazia Cristiana, ma in realtà molto più di presidente e persino di segretario del partito, data l’autorevolezza da tutti riconosciutagli, gestì un risultato elettorale analogo a quello della notte fra il 4 e il 5 marzo di questo 2018.

            Anche allora  dalle urne uscì un Parlamento senza governabilità, in cui cioè nessun partito disponeva da solo, o con alleati più o meno disponibili e compatibili, della maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, e quindi anche della fiducia, se votata a ranghi completi al Senato e alla Camera. Completi, perché in realtà a ranghi non completi a un governo per ottenere la fiducia basterebbe la maggioranza dei presenti e votanti, non quella dei componenti dell’assemblea. Ma sulla carta un governo che nasce seriamente, e non punti a vivere alla giornata, a maggioranza delle presenze più o meno occasionali, deve poter contare sulla maggioranza assoluta del Parlamento. Questo almeno chiede il presidente della Repubblica ad un governo prima di nominarlo. E infatti Giorgio Napolitano nel 2013 tolse il pre-incarico di presidente del Consiglio all’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani quando si sentì formulare la proposta di un governo chiamato allegramente “di minoranza e combattimento”, appeso agli imprevedibili umori dei grillini.

            Nel 1976 si votò col sistema proporzionale, col quale è più facile che si elegga un Parlamento senza una maggioranza precostituita o precostituibile, anche se quello fu il primo inconveniente del genere nella storia della Repubblica. In questo 2018 invece la situazione di ingovernabilità è stata prodotta da un sistema elettorale misto, per i due terzi proporzionale e per un terzo garantito dal metodo maggioritario. Che evidentemente non ha funzionato. Anzi, ha funzionato al contrario.

            Di fronte al risultato elettorale neutro del 1976 Moro spiegò ai parlamentari del suo partito, disorientati e già pronti, alcuni addirittura smaniosi di andare ad altre elezioni anticipate, come quelle appena svoltesi, che dalle urne erano usciti “due vincitori”: troppi per bastare. L’uno era il loro partito, l’altro il Pci di Enrico Berlinguer, nessuno dei due provvisto di alleati sufficienti a farli governare l’uno contro l’altro, come pure entrambi avevano promesso di fare ai loro elettori.

            Piuttosto che ripetere le elezioni, e magari perdere del tutto, comunque  nel pieno di una gravissima situazione economica, per non parlare del terrorismo di cui lui stesso era destinato a rimanere vittima due anni dopo, Moro sostenne l’opportunità di cercare una tregua fra i due vincitori. E nacque la maggioranza cosiddetta di solidarietà nazionale, formatasi attorno ad un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti: un uomo studiato apposta per garantire il Vaticano e gli alleati americani, a dir poco sospettosi di una maggioranza condizionata dall’astensione prima e dalla fiducia poi del Pci.

            La ricetta morotea della governabilità garantita in un Parlamento sulla carta ingovernabile grazie alla tregua, cioè a un’intesa, fra i due vincitori come si potrebbe applicare alla crisi che il moroteo Mattarella è costretto ora dalle sue funzioni a gestire? Per rispondere a questa domanda bisognerebbe cominciare a individuare i vincitori e i vinti delle elezioni del 4 marzo scorso.

            Vincitori si proclamano a ragione i grillini per i tanti voti che hanno preso, per giunta da soli. Ma che si sono rivelati insufficienti a garantire la fiducia parlamentare al governo monocolore che il candidato delle 5 stelle a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, ha progettato e proclamato riempiendolo di tecnici e professori, almeno nelle qualifiche professionali.

            Vincitore si proclama, anch’essa a ragione, la coalizione di centrodestra per avere largamente superato quella di centrosinistra raccoltasi attorno al Pd. Che pertanto può ben essere indicato come il partito sconfitto: tanto che il suo segretario ne ha preso atto ed ha prenotato le dimissioni, operative però solo dopo l’insediamento delle nuove Camere e la formazione del nuovo governo, se e quando si riuscirà a farne uno con la composizione di queste assemblee parlamentari. Dove neppure il centrodestra prevalso sul centrosinistra ha i numeri sufficienti per guadagnarsi la fiducia.

            All’interno tuttavia del centrodestra si è svolta la lotta alla leadership, vinta alla grande, non di misura, da Salvini su Berlusconi, o il proconsole Antonio Tajani indicato dall’ex presidente del Consiglio alla vigilia del voto e pronto, almeno a parole, a farsi carico del ruolo, anche a costo di perdere la più sicura e retribuita presidenza del Parlamento Europeo: rischio comunque evitato.

            La trazione leghista del nuovo centrodestra, subìta da Berlusconi in un modo che vi lascio immaginare, renderà probabilmente più difficile a Salvini la ricerca- cui Berlusconi, sornione, lo ha già sfidato- dei più o meno “responsabili” di turno disposti a cambiare collocazione, rispetto a quella assunta in campagna elettorale, per concorrere alla nuova maggioranza. Ma se dovesse tentare, con tanto di incarico del capo dello Stato già reclamato, e non dovesse riuscire a fare quadrare i conti, a dispetto della fila degli aspiranti volontari immaginata dal solito Renato Brunetta, non credo proprio che Salvini si rassegnerebbe a passare dalla categoria dei vittoriosi a quella degli sconfitti. Al contrario, temo che si sentirebbe ugualmente uno dei due usciti vincenti dalle urne, ma azzoppato dal destino cinico e baro, o qualcosa del genere, e svincolato a quel punto dal patto di coalizione sino ad allora rispettato.

            La rinuncia di Salvini obbligherebbe per ragioni di igiene politica e istituzionale il povero Mattarella a far tentare l’avventura del governo a Di Maio. Il quale a quel punto potrebbe essere tentato di cercare una sponda nel Pd, uscito malconcio dalle urne e quindi abbastanza debole nella trattativa. Ma quel diavolo di Renzi, dimissionario  ma non abbastanza, avvertendo la smania di presunti amici e concorrenti di rispondere ai grillini come la monaca di Monza nei Promessi  Sposi di Manzoni, li ha fermati sul bagnasciuga reclamando la coerenza di mettersi all’opposizione. Ed è arrivato persino a sfidare Mattarella –da lui voluto ad ogni costo al Quirinale tre anni fa, rompendo il famoso patto del Nazareno con Berlusconi- a fargli il torto di assecondare il coinvolgimento del Pd in una maggioranza con Di Maio, dopo avergli negato per due volte l’anno scorso elezioni anticipate da lui considerate salvifiche dopo la batosta referendaria sulla riforma costituzionale.

             Ma Mattarella davvero sarebbe tentato da questa operazione, come Renzi sospetta e molti vociferano? Questo è il punto da chiarire, pur cercando di sottrarsi alla domanda con la scusa di attendere l’insediamento delle Camere e la prova che i partiti daranno dei loro umori o progetti con l’elezione dei presidenti delle assemblee.

            Se vale la lezione di Moro sui due vincitori in qualche modo condannati ad accordarsi  per una tregua, Mattarella dovrebbe spendersi per un accordo fra grillini e leghisti, verificando anche la tenuta dei grillini di fronte ad una simile prospettiva, pur congeniale a tante affinità fra i rispettivi elettorati, già mischiatisi a livello locale. Lo  dimostrò due anni fa  l’arrivo della grillina Virginia Raggi in Campidoglio con i voti leghisti e dei Fratelli d’Italia, uniti nel ballottaggio contro il candidato renziano Roberto Giachetti. Ricordate?

 Se la lezione di Moro non valesse o non fosse più considerata attuale dal moroteo Mattarella, la lancetta della bilancia del Quirinale dovrebbe spostarsi nella direzione opposta a quella reclamata da Renzi. Che pertanto –incredibile a dirsi- si rivelerebbe suo malgrado, a sua insaputa, più moroteo di Mattarella.

            Che pasticcio, signori. E quali praterie per i soliti speculatori che non vedono l’ora di tornare a giocare, se mai ne hanno perso la voglia, con i titoli del nostro debito pubblico nei mercati finanziari.

 

 

 

Diffuso da News List 

 

 

 

 

Matteo Renzi vende cara la pelle. E rompe con Sergio Mattarella

            Fedele all’abitudine di dare il meglio di sé nei discorsi sulle proprie sconfitte, Matteo Renzi ha annunciato dimissioni a distanza da segretario del Pd giocando di contropiede contro gli avversari o critici che ne volevano un ritiro immediato e rassegnato.

            Le sue sono state dimissioni, diciamo così, differite perché destinate a diventare operative solo dopo l’insediamento delle nuove Camere e, soprattutto, la formazione del primo governo della diciottesima legislatura nata dalle urne del 4 marzo. Se mai si riuscirà a farne uno, di nuovo governo, e non si dovrà invece tornare a votare, e chissà con quale legge, continuando a tenere il non sfiduciato Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.

            Sarà dunque Renzi, non un reggente improvvisato al suo posto attorno a qualche “caminetto” acceso nel Pd o in altri palazzi della politica vicini al Nazareno, compreso il Quirinale, a gestire il dopo-elezioni. In particolare, a mettere ben bene il Pd all’opposizione sfidando il centrodestra a governare da solo, se l’aspirante premier Matteo Salvini troverà  in Parlamento i voti non ottenuti nelle urne per  assicurarsi la maggioranza assoluta dei seggi. E sfidando subito dopo, o contemporaneamente, i grillini a cercare uniti un’alleanza con i leghisti, affini a loro sotto tanti aspetti, vista la sponda del Pd preclusa dalla linea del suo ancora segretario.  

            Se c’è qualcuno, nel Pd e fuori – e c’è-  intendendo per fuori, ripeto, anche il Quirinale, tentato dal coinvolgimento di ciò che resta della sinistra in una maggioranza a trazione grillina, Renzi ha voluto praticamente avvertirlo che lui non lo permetterà. “Uccide un partito morto”, gli ha subito rimproverato  in un titolone di prima pagina il solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio, sensibilissimo politicamente agli interessi e alle prospettive del movimento delle 5 stelle.

            Il più scoperto e agitato di tutti nel Pd a favore dei grillini  è il governatore pugliese Michele Emiliano, emulo di Pier Luigi Bersani. Che da segretario del Pd, e quindi con rapporti di forza rovesciati rispetto ad ora, tentò cinque anni fa l’intesa con Grillo. Ebbene, Renzi gli ha letteralmente tagliato l’erba sotto i piedi.

            Rimasta sotto traccia sul fronte dei rapporti con i grillini, la diffidenza e l’insofferenza di Renzi verso il Quirinale sono risultate evidentissime sul terreno delle recriminazioni.

            E’ certamente a Mattarella, pur da lui fortemente voluto alla Presidenza della Repubblica tre anni fa, anche a costo di rompere il cosiddetto patto del Nazareno con Silvio Berlusconi e di compromettere la sorte referendaria della sua riforma costituzionale, che Renzi si riferiva quando ha lamentato le mancate elezioni anticipate nelle “due finestre” possibili dell’anno scorso: in primavera e in autunno. Fu infatti Mattarella a dirgli quelle volte no, facendosi scudo del governo di Paolo Gentiloni. E vantandosi della fine “ordinata” della legislatura sciogliendo le Camere alla loro scadenza naturale.

            Già prima di lamentare pubblicamente il rifiuto delle elezioni anticipate nel discorso di annuncio delle sue dimissioni con effetto differito, il segretario del Pd aveva affidato i suoi risentimenti verso Mattarella a Maria Teresa Meli, del Corriere della Sera, dicendole in terza persona queste testuali parole pubblicate dal giornale di via Solferino: “Era chiaro che andare avanti con quella legislatura era un modo per legittimare la caccia a Renzi. Abbiamo pagato con dieci punti di calo la responsabilità dei mesi” succeduti alla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale.

            Non è la prima volta –e non sarà neppure l’ultima, se non si troverà un altro modo di eleggere il capo dello Stato- che un leader politico prima sponsorizza, o addirittura si sceglie, un presidente della Repubblica e poi se ne pente. O comunque ne raccoglie effetti tanto imprevisti quanto sgraditi.  

Il terremoto questa volta è stato elettorale. Sfollato Renzusconi.

            Anche la politica, dopo tanta parte del territorio nei mesi e anni scorsi, ha subìto un terremoto con i risultati delle elezioni della terza domenica di Quaresima di questo 2018.

            I due grandi sfollati sono Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Il primo, pur avendo finito di rottamare Massimo D’Alema ed ex compagni, ha perso il Pd, sceso al minimo storico, a tal punto da avere imboccato la strada delle dimissioni da segretario. Che alla vigilia del voto egli aveva escluso, sentendosi forte del mandato triennale ottenuto dall’ultimo combinato disposto delle primarie e del congresso. Berlusconi ha perduto impietosamente le redini del centrodestra, passate nelle mani del leader leghista Matteo Salvini. Che con le dimensioni alle quali ha portato il suo partito può fare spallucce al governatore uscente della Lombardia Roberto Maroni, sottrattosi alla manifestazione elettorale del Carroccio a chiusura della campagna elettorale proprio per marcare le differenze dal segretario, alimentando la speranza allora nutrita da Berlusconi di far contenere Salvini dall’interno.

            L’uscita di scena di Renzusconi, e del governo delle cosiddette larghe intese, che anche i più avveduti analisti avevano ottimisticamente messo nel conto del post-elezioni, ha in qualche modo moltiplicato il successo dei grillini. E della sfida lanciata dal candidato pentastellato  a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, a fare a meno di loro per la formazione del nuovo governo.

            Le dimensioni della sconfitta di Renzusconi e del bottino di voti raccolti da soli dai grillini danno loro francamente il diritto di aspirare realisticamente non solo alla presidenza della Camera, che già in molti si erano affrettati prima delle elezioni a offrire nella speranza di contenerne le ambizioni coinvolgendoli di più nelle istituzioni, ma anche al conferimento quanto meno di un preincarico di presidente del Consiglio.

            La sola previsione di un simile passaggio fa venire i brividi fuori e dentro l’Italia. Fuori, in particolare in Europa, per il vecchio antieuropeismo dei grillini mitigato nelle parole negli ultimi mesi, ma non nella sostanza, Dentro l’Italia, e in particolare nel centrodestra una volta rappresentato da Berlusconi, e in quel che ne rimane, perché grillini e leghisti hanno molte cose in comune. E potrebbe scattare fra loro anche a livello nazionale la scintilla che ha già provocato a livello locale  fenomeni come la conquista del Campidoglio da parte di Virginia Raggi. Che meno di due anni fa fu preferita al piddino, e renziano, Roberto Giachetti dai pochi elettori leghisti della Capitale, ma anche da quelli più numerosi della destra post-missina di Giorgia Meloni, e persino da elettori e dirigenti del partito di Berlusconi.

            Insieme grillini e leghisti dispongono nelle nuove Camere dei numeri necessari ad una maggioranza di governo, che mancano invece al centrodestra. Dove pure il solito Renato Brunetta ha avuto la disinvoltura, a dir poco, di rivendicare il diritto, stavolta di Salvini, di provare la formazione del nuovo governo nazionale, immaginando “una lunga fila” di deputati e senatori di altri schieramenti pronti a farsi arruolare come i “responsabili” di turno.

            Ad evitare un governo grillo-leghista potrà forse essere più Luigi Di Maio, con quella pretesa di fare un monocolore a cinque stelle appoggiato esternamente da Salvini, che l’indisponibilità di quest’ultimo a smontare il centrodestra con cui pure amministra regioni importanti del Paese come la Lombardia, il Veneto e la Liguria.

            Un duro lavoro attende ora al Quirinale il capo dello Stato Sergio Mattarella, che immagino con le mani fra i capelli. Gli è già capitato di assistere, come relatore o autore della nuova legge elettorale del 1993, dopo il referendum vinto dai sostenitori del sistema maggioritario, alla fine della cosiddetta prima Repubblica. Ora gli tocca da presidente di gestire la caduta della seconda e la nascita della terza Repubblica: qualcosa che non aveva proprio messo nel conto arrivando al Quirinale tre anni fa. Altrimenti se ne sarebbe forse tenuto lontano, preferendo il suo mandato di giudice costituzionale.

 

 

 

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Scalfari detta i temi alla legislatura successiva a quella che sta nascendo

           A 94 anni quasi suonati, visto che li compirà il 6 aprile, Eugenio Scalfari –lo dico con ammirazione, non con dileggio, credetemi- ha allungato lo sguardo non sulla legislatura che sta per uscire dalle urne, la diciottesima, ma su quella ancora successiva, la diciannovesima, prevedendone ottimisticamente l’inizio nel 2023, cioè alla scadenza ordinaria, senza crisi di governo tali da anticiparne i tempi. Del resto, come ha scritto nell’abituale  incontro domenicale con i lettori della sua Repubblica di carta, e nelle dimensioni ormai filosofiche da lui assunte, Scalfari è convinto che prima o poi scomparirà anche il Tempo: non inteso certamente come la ormai modesta testata giornalistica romana ma come la sequenza di tutte le cose, “il vero creatore –secondo lui- dell’Universo”.

           I temi che Scalfari ha assegnato alla legislatura del 2023 sono, nell’ordine da lui stesso indicato:  il clima, la tecnologia, la globalità, le integrazioni, l’entropia, la crescita vertiginosa della popolazione africana, la prevalenza demografica della gioventù sulla vecchiaia, i diritti delle donne, la riduzione della profondità dei mari e la loro estensione.

          Certo, non è molto confortevole per le donne sentirsi dire che i loro diritti possono attendere almeno sino al 2023, con tutto quello che sta loro accadendo da qualche anno, ammazzate in modo spietato da uomini che non intendono rinunciare a possederle. In compenso, è confortevole pensare che la prevalenza demografica dei giovani fra cinque anni potrà finalmente risolvere, o cominciare a risolvere,  il problema delle pensioni. Che ora terrorizza sia chi teme di non poterle mai maturare sia chi le percepisce ma è ogni tanto minacciato di perderle, o di vedersele ridurre drasticamente, prima che l’interessato faccia in tempo- maledetto tempo- a morire.

           Per le scadenze più brevi, più a portata di mano, anche a costo di violare la consegna del silenzio imposta dalla fine della campagna elettorale e dalle operazioni di voto in corso, Scalfari ha espresso la fiducia che la sinistra di governo possa uscire dalle urne il meglio o, come preferite, il meno peggio possibile. In particolare, egli ha mostrato di augurarsi che “il partito di Gentiloni”, come lui chiama il Pd, possa cavarsela con la sua coalizione pur essendo destinato a prendere meno voti del movimento grillino e del “patto Berlusconi-Salvini”.

            In tal caso, con Gentiloni cioè in grado di succedere a se stesso a Palazzo Chigi, pur con un governo rinnovato nelle componenti politiche e negli uomini, ma non al punto da fare a meno di Marco Minniti al Viminale, dove Scalfari ha preso l’abitudine di andarlo a trovare, più frequentemente forse di quanto il Papa lo inviti in Vaticano o lo chiami al telefono, il fondatore di Repubblica ritiene che Matteo Renzi possa o debba continuare a guidare il Pd come segretario “con piena legittimità”, e autorevolezza pure all’estero.

            Ma tutto ciò anche ad un’altra condizione: che Renzi si affretti nelle prossime settimane a chiamare alla presidenza del partito Walter Veltroni. Il quale lo fondò, sia pure con altri, undici anni fa guidandolo per troppo poco tempo, assediato com’era dalle correnti e, in particolare, dall’avversario o concorrente di sempre. Che Scalfari non ha nominato ma è notoriamente Massimo D’Alema, uscito infine dal Pd l’anno scorso con Pier Luigi Bersani per improvvisare una sinistra radicale al polso della quale è stato messo, come braccialetto di riconoscimento, il nome di un rivoluzionario sfuggito per troppo tempo ai radar della politica: Pietro Grasso, già magistrato e presidente uscente, e perciò terminale, del Senato della Repubblica.

La giornata finalmente del silenzio, ma anche degli incubi politici

            La vigilia del voto è chiamata di solito la giornata del silenzio, imposto dalla legge col divieto dei comizi e di tutto ciò che li sostituisce con i moderni sistemi di comunicazione, a cominciare dalle interviste e partecipazioni alle trasmissioni televisive e radiofoniche. Ma per quanti temono di perdere, o di veder perdere i partiti, i candidati e le prospettive politiche che preferiscono è anche  o soprattutto la giornata degli incubi. Come quello costruito sulla prima pagina del Foglio di Giuliano Ferrara, e ora anche di Claudio Cerasa, col fotomontaggio di due volti e rispettivi cervelli insieme: i candidati a Palazzo Chigi Luigi Di Maio e Matteo Salvini. E’ un incubo pari a quello avvertito sui fronti opposti di destra e di sinistra col fotomontaggio dei volti unificati di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi.

            Questi ultimi due dispongono pure di un nome che ha un suo suono: Renzusconi. E’ più difficile darne uno scorrevole a Di Maio e a Salvini. Sì, si potrebbe adottare quello di Salvidimaio, ma è già una forzatura mettere Salvini prima di Di Maio, perché i rapporti di forza elettorale fra i due sono impietosamente rovesciati ai danni del segretario leghista. E’ più facile sommare i due fenomeni politici chiamandoli, insieme, grilloleghismo.

            Salvini, poi, viene dopo Di Maio anche sotto il profilo dell’incertezza della stessa natura di candidato, perché lui lo è solo per autoinvestitura all’interno della coalizione politica di cui fa parte: il centrodestra. Dove l’accordo con Silvio Berlusconi è che la designazione del premier da proporre al presidente della Repubblica spetta solo al partito che prenderà più voti tra Forza Italia e Lega. E Berlusconi è talmente convinto che il suo partito non sarà sorpassato da quello di Salvini da avere già proclamato il suo candidato a Palazzo Chigi nella persona di Antonio Tajani: il suo ex portavoce e attuale presidente del Parlamento Europeo. Il quale ha preso così sul serio la designazione da avere sciolto la riserva, facendo forse sussultare qualcuno al Quirinale.

            Sul colle più alto di Roma  si è abituati da 72 anni, quanti sono quelli pur non ancora compiuti della Repubblica, a considerare la riserva da sciogliere solo quella dell’incaricato dal capo dello Stato di formare un governo: dal capo dello Stato, ripeto, non da un capopartito, per giunta neppure in grado ancora di poter tornare a votare, e candidarsi alla carica soltanto di consigliere comunale.

            Gli incubi di Renzusconi e di Salvidimaio, o come altro si vorrà o potrà chiamare il prodotto della fusione fra Di Maio e Salvini nell’ordine della loro prevedibile consistenza elettorale, nascono dalla presunzione di una scomposizione di una o di entrambe le coalizioni che si sono fronteggiate nella campagna elettorale: quelle di centrodestra e di centrosinistra. E ciò per effetto di una loro mancata autosufficienza ai fini della formazione di una maggioranza di governo nel nuovo Parlamento.

            Il centrodestra mancherà l’obiettivo probabilmente di poco, ma di quel tanto che basterà  a far tirare un sospiro di sollievo a Berlusconi. Che da uomo di spettacolo com’è, e non solo imprenditore, ha saputo nascondere benissimo la forte preoccupazione, che in molti gli hanno attribuito non a torto dal primo momento, di dovere davvero governare, sia pure non in prima persona, negoziando ogni giorno le decisioni con un alleato così esigente e imprevedibile come Salvini. E per giunta con lo stesso Salvini a Palazzo Chigi in caso di sorpasso elettorale della Lega su Forza Italia.

            Il centrosinistra costituito dal Pd e dalle liste apparentate di Emma Bonino e Bruno Tabacci, di Beatrice Lorenzin e Pier Ferdinando Casini e di Riccardo Nencini, Angelo Bonelli e Giulio Santagata mancherà l’obiettivo ancora più probabilmente del centrodestra, per cui dovrà industriarsi -con i soliti mal di pancia piddini e qualche altra scissione- a cercare alleati altrove, anche  bussando alla porta di Berlusconi. Che Renzi, ad occhio e croce, preferirà mille volte ai vari Bersani e D’Alema, fuggiti dal Pd l’anno scorso col proposito neppure nascosto di fargli perdere le elezioni e di troncarne finalmente la carriera politica.

           A quel punto, con un Berlusconi costretto dai numeri a considerare quello che ha mostrato di escludere in campagna elettorale, cioè un ritorno ai patti del Nazareno, sarà fortissima la tentazione di Salvini, e forse anche della sua metaforica attendente politica Giorgia Meloni, di allearsi con i grillini se i numeri elettorali e soprattutto parlamentari dovessero mai quadrare per fare maggioranza.

            Le affinità fra le basi, chiamiamole così, dei due movimenti si sono d’altronde già avvertire a livello amministrativo, a cominciare da Roma. Dove nel ballottaggio per il Campidoglio tra la grillina Virginia Graggi e il renziano Roberto Giachetti la prima fu aiutata a prevalere sull’altro nella primavera di due anni fa  proprio dagli elettori leghisti e di destra, sino a lambire quelli di Forza Italia, frustrati dal fiasco del candidato Alfio Marchini  loro imposto nel primo turno elettorale da Berlusconi. Che lo aveva preferito alla sorella dei Fratelli d’Italia Meloni, gravida già allora anche di ambizioni politiche.   

Lo scoop un pò farlocco ed elettorale sulla coppia che ossessiona Travaglio

             Puntuale come gli orologi e i treni svizzeri, anche con la neve e il gelo, beati loro, è arrivato a conclusione della campagna elettorale il botto anti-Renzi del solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio. Che ha sparato in apertura della sua prima pagina una notizia sull’”Insider Renzi-CdB”, cioè Carlo De Benedetti: un nome troppo lungo per essere contenuto nel titolo.

           Qual è la notizia? Che il gip, cioè il giudice per le indagini preliminari  nel tribunale di Roma titolare del fascicolo “non archivia e fa nuove indagini”. “Altri accertamenti sulla speculazione di De Benedetti”, ha annunciato il giornale di casa, diciamo così, negli uffici giudiziari ricordando, sempre nel titolo, il guadagno di 600 mila euro realizzato nel 2015 dall’allora editore di Repubblica con l’investimento di cinque milioni, sempre di euro, su sei banche popolari disposto al suo broker quattro giorni prima che il governo  disponesse la riforma di quegli istituti di credito con un decreto legge.

            Le “nuove indagini” annunciate dal Fatto Quotidiano nel contesto di un titolo che porta a sospettare ch’esse riguardino il segretario del Pd, presidente del Consiglio all’epoca dei fatti, e il suo amico finanziere, che spesso faceva colazione con lui a Palazzo Chigi, in realtà non investono né l’uno né l’altro, come spiega l’articolo richiamato in prima pagina ma leggibile solo all’interno, se si ha il tempo e la voglia di arrivarvi.

            Il gip, peraltro di un nome altisonante e felice come Gaspare Sturzo, parente del compianto e famosissimo sacerdote siciliano antifascista e fondatore del Partito Popolare, destinato a diventare Democrazia Cristiana, ha solo convocato per i prossimi giorni in una camera di consiglio riservata il broker di De Benedetti, Gianluca Bolengo, unico indagato per la vicenda arrivata alla Procura di Roma dalla Consob tre anni fa, e il pubblico ministero Stefano Pesci. Che nel mese di giugno del 2016, cioè quasi due anni fa, chiese l’archiviazione della sua inchiesta, peraltro svoltasi per il reato non di “insider trading”, cioè di speculazione finanziaria condotta grazie all’uso di notizie riservate e indebite, come indurrebbe a ritenere il titolo del quotidiano di Travaglio, ma più semplicemente di ostacolo alla vigilanza. Una cosa del genere in un titolo di prima pagina non avrebbe fatto l’impressione dell’altra.

            Sentiti il broker e il pubblico ministero, nel frattempo entrato  per motivi di competenza territoriale nel mirino della Procura di Perugia per un esposto presentato a suo carico dal grillino Elio Iannutti, il giudice delle indagini preliminari potrà finalmente decidere se concedere l’archiviazione o negarla e disporre, questa volta sì, nuove indagini. E magari disporne al pubblico ministero anche a carico di Renzi e di Carlo De Benedetti, sospettati per ora solo dal Fatto Quotidiano di essere stati, rispettivamente, il non casuale fornitore delle preziose anticipazioni sull’intervento del governo per la riforma delle banche popolari e il finanziere interessato a specularvi sopra. Tanto interessato, però, quanto sprovveduto avendo fatto investire dal suo broker solo cinque milioni di euro, contro il giro complessivo di 600 milioni manovrati in borsa e gli abituali pacchetti di venti milioni disposti sui titoli bancari.

            Altro che 600 mila euro di guadagno. Almeno quattro volte tanto, cioè quasi due milioni e mezzo di euro, avrebbe potuto o dovuto guadagnare, stando alle sue abitudini, l’allora editore di Repubblica se avesse voluto approfittare davvero delle notizie apprese da Renzi sulla riforma delle banche popolari, secondo il suo racconto alla Consob, sulla porta dell’ascensore di Palazzo Chigi. Dove il presidente del Consiglio l’aveva accompagnato personalmente dopo la solita colazione di prima mattina. E alla presenza, peraltro, del commesso di servizio.

          A parte tutte queste osservazioni, servite presumibilmente  al pubblico ministero Pesci per chiedere l’archiviazione e alla Consob per chiudere il caso, sulla natura e sul contenuto dello scoop del Fatto Quotidiano ci sarebbe da porsi una domanda tutta giornalistica. Ma di un giornalismo elementare, da approccio al nostro mestiere.

           Mi chiedo, in particolare, se la notizia stia più nella presunta, assai presunta conduzione di “nuove indagini” da parte del gip, che si è solo limitato a convocare indagato e pubblico ministero, o nel tempo –quasi due anni- che il giudice ha impiegato per prendere questa decisione.

          E un po’ come tornare a chiedersi se fa più notizia il cane che morde l’uomo o l’uomo che morde il cane. Beh, quei quasi due anni che sono stati necessari –forse per validissime ragioni, per carità- ad un giudice per convocare la sua camera di consiglio riservata assomigliano un po’ all’uomo che morde il cane. Questa, sì, che è la notizia. Una notizia non dico inquietante, come pure verrebbe voglia di pensare di primo acchito, ma assai sfortunata, essendo arrivata o essendo stata diffusa in coincidenza con le ultime battute di una campagna elettorale. E che campagna elettorale.

 

 

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio il 3 marzo 2018

                                                 

 

 

              

Gentiloni il più sobrio, Renzi il più spiazzante, Berlusconi il più disinvolto, Salvini il più furioso, Di Maio il più spregiudicato

 

            È francamente difficile dire, nella confusione in cui si è sviluppata, chi abbia fatto la migliore campagna elettorale, ora che siamo davvero arrivati alla fine. Forse il presidente del Consiglio, che non sembra abbia abusato del suo ruolo, come gli sarebbe stato facile con un altro temperamento.

            La stessa lettera inviata agli elettori per sollecitarne il voto nel collegio uninominale di Roma dove si è proposto è stata di una sobrietà esemplare: non una parola preferenziale per il suo partito di appartenenza, anche a costo forse di fare storcere il muso a qualcuno al Nazareno.

            Il rispetto per gli alleati, e per il contributo che i loro voti sono destinati a dare o al successo del Pd di Matteo Renzi, grazie ai meccanismi e alle soglie della legge elettorale in vigore, o al contenimento delle perdite rispetto alle elezioni di cinque anni fa, come sembra più probabile, è stato di altri tempi. Penso a quando, per esempio, Aldo Moro concluse in televisione una campagna elettorale come capo di un governo uscente di centrosinistra dicendo di non poter fare a meno di raccomandare agli elettori anche i partiti alleati. E si procurò un’altra dose di sospetti e di risentimenti nella sua Dc, dove i cosiddetti dorotei, già sentitisi costretti da lui,  a Palazzo Chigi, ad eleggere al Quirinale alla fine del 1964 l’alleato Giuseppe Saragat dopo l’interruzione dolorosa del mandato del democristiano Antonio Segni, colto da ictus nel corso di un diverbio proprio col leader socialdemocratico, allora ministro degli Esteri, gli rimproveravano troppa tolleranza verso i socialisti. Che nel frattempo si erano riunificati ed erano avvertiti dai moderati della Dc come concorrenti troppo pericolosi.

            I risultati elettorali del 1968 privilegiarono lo stesso la Dc, tanto che i socialisti sospesero l’alleanza di centrosinistra, per il cui recupero i dorotei critici di Moro concessero agli alleati molto più di quanto  avessero impedito di fare  all’ormai ex presidente del Consiglio. Essi definirono il loro centrosinistra, affidato alla guida di Mariano Rumor, “più incisivo e coraggioso” dei precedenti. Cominciò  allora una rincorsa a sinistra che fece perdere la testa ai socialisti, li divise di nuovo e provocò  una crisi della formula destinata a sfociare nell’anno e mezzo di tregua politica nota come “solidarietà nazionale”. Durante la quale accaddero eventi per niente di tregua, fra cui il tragico sequestro terroristico di Moro. Ne sta per ricorrere il quarantesimo anniversario.

            Se Paolo Gentiloni è stato il più accorto in questa campagna elettorale, Matteo Renzi il più presente ma anche spiazzante, sino a proporsi per l’opposizione, Silvio Berlusconi il più disinvolto, per le sue promesse e per la condizione d’incandidabile che non lo ha minimamente frenato, Matteo Salvini il più furioso, anche nel giuramento sul Vangelo come aspirante premier davanti al Duomo di Milano, il grillino Luigi Di Maio è stato il più spregiudicato, al limite dell’eversione istituzionale.

            Tale può ben essere considerato, anche se i giornaloni ci hanno quasi scherzato sopra con pezzi di colore, come si dice nel nostro gergo professionale, il tentativo ostentato dal candidato pentastellare a Palazzo Chigi di rifilare al presidente della Repubblica, con l’aria di fargli un atto di cortesia e di rispetto, la lista dei ministri di un governo che il capo dello Stato non lo ha incaricato di fare. E del quale spero che non lo incaricherà mai: non per ritorsione, per carità, ma per lungimiranza degli elettori. Che sarebbero dei suicidi se assicurassero al giovanotto campano i numeri necessari per portare davvero in Parlamento il suo governo di presunti tecnici d’area, cioè monocolore. Su cui non cadranno le imprecazioni di Grillo solo perché il comico genovese, e garante del movimento, ha chiuso all’improvviso, e forse apposta, la stagione dei suoi vaffa…

           

 

Lezione di stile…. tweet di Enrico Letta a Matteo Renzi

            Il tweet col quale Enrico Letta si è augurato il successo elettorale di Paolo Gentiloni, ma anche della sua coalizione di governo, comprensiva del Pd guidato da Matteo Renzi, fa indubbiamente onore all’ex presidente del Consiglio. Che avrebbe avuto tutte le sue buone ragioni personali  per ricambiare in tutt’altro modo, anche solo con un silenzio ambiguamente interpretabile, a favore pure del suo vecchio amico Pier Luigi Bersani, quel tristemente famoso tweet, o qualcosa del genere, con cui Renzi, fresco di elezione a segretario del partito, lo invitò circa quattro anni fa a starsene “sereno” a Palazzo Chigi. Dove invece lo stesso Renzi lo avrebbe sostituito dopo qualche settimana con quella che pochi giorni fa Eugenio Scalfari, pur elettore dichiarato del Pd e del suo segretario, gli ha direttamente rinfacciato in televisione come una pugnalata. “Non sono d’accordo”, gli ha replicato con sin toppo evidente imbarazzo il presente ex presidente del Consiglio, consapevole che non riuscirà mai a togliersi di dosso quello sgradevolissimo infortunio, come tanti altri del resto.

            L’intervento di Enrico Letta nelle ultime battute della campagna elettorale a favore del presidente del Consiglio in carica e della sua coalizione fa il paio con quello recente di Romano Prodi. Di cui lo stesso Letta fu sottosegretario a Palazzo Chigi dal 2006 al 2008, quando nessuno dei due poteva francamente immaginare che il Pd, nato proprio ai tempi di quel governo con l’unificazione fra gli eredi del Pci e della sinistra democristiana, sarebbe stato scalato e conquistato dall’allora giovanissimo presidente della provincia di Firenze, neppure prevedibile come sindaco della città di Dante, quale sarebbe diventato nel 2009.

            Prodi, in verità, è andato anche oltre il suo amico ed ex sottosegretario, esprimendo anche la preferenza per una delle liste apparentate col Pd: quella dei socialisti, verdi e ulivisti. Enrico Letta in questo invece è stato reticente. Non ha chiarito se bisogna votare direttamente per il Pd, di cui fu vice segretario prima di arrivare a Palazzo Chigi per il primo governo delle larghe intese della diciassettesima legislatura. O se  preferisce anche lui una delle liste collegate. Fra le quali la più vicina potrebbe essere forse da lui considerata quella di Emma Bonino che si chiama +Europa. E ciò non solo per il richiamo così forte all’europeismo dallo stesso Letta praticato da tempo ma anche per la stima personale e l’amicizia verso la storica esponente del mondo radicale, non a caso ministra degli Esteri nel suo governo: sostituita da Renzi con i suoi soliti metodi sbrigativi, senza lo straccio di una telefonata di spiegazione o rammarico, per cui l’interessata seppe della propria sostituzione sentendo alla radio o alla televisione, non ricordo più bene, la lettura della lista dei ministri del primo e sinora unico governo Renzi.

            Neppure negli anni o nei momenti più feroci della storia della Democrazia Cristiana e delle sue correnti, che preparavano le liste dei ministri e dei sottosegretari tra “pareti grondanti sangue”, come gli stessi protagonisti raccontavano metaforicamente, si era mai arrivati a quel punto. C’era sempre un segretario di partito o un presidente del Consiglio cortese che chiamava l’escluso o il sacrificato di turno per scusarsi, cercare di spiegare e salvare almeno i rapporti personali.

            Il caso più famoso e significativo di quella storia per niente ingloriosa della Dc risale all’inverno del 1966, quando Aldo Moro, non potendo confermare al Ministero del Commercio Estero nel suo terzo governo di centrosinistra Bernardo Mattarella, il padre dell’attuale presidente della Repubblica, gli scrisse a mano una lettera per spiegargli le pressioni che aveva dovuto subire dalla potente corrente dorotea guidata dall’allora segretario del partito Mariano Rumor per una redistribuzione dei rapporti di forza all’interno dello scudo crociato, e confermargli tutta la sua amicizia e stima. Quella lettera  si rivelò poi utile al povero Mattarella anche per fronteggiare una campagna condotta contro di lui da chi aveva attribuito la mancata conferma a ministro alle polemiche sui suoi rapporti, in Sicilia, con esponenti in odore, anzi in puzza di mafia. E il vecchio esponente del Partito Popolare, poi Democrazia Cristiana, riuscì a morire in tempo per vedere condannati in tribunale i suoi detrattori.

            Altri tempi, altri uomini, come sempre più spesso mi capita di scrivere commentando quelli di oggi.  

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