E’ di Mattarella il primo gol nella partita delle presidenze delle Camere

            Per quanto “infastidito” -parola del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- dalle “illazioni” su una sua interferenza, o quasi, nella partita delle presidenze delle nuove Camere, il primo gol lo ha segnato proprio il capo dello Stato. Di cui tutte le forze politiche, nonostante i contrasti che le separano sul resto, hanno accettato senza batter ciglio l’auspicio, attribuitogli dallo stesso Breda, che “le figure” dei nuovi vertici parlamentari abbiano un profilo “naturalmente istituzionale”. Cioè che “godano -parole sempre del quirinalista del Corriere– di una riconosciuta autorevolezza e siano considerate al di sopra delle parti”.

            Sia Luigi Di Maio sia Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, ma anche elettorale, hanno rinunciato alla tentazione, se mai l’hanno avuta, di aggiudicarsi le due presidenze delle Camere per meglio controllare da posizioni istituzionali di prim’ordine gli sviluppi della situazione sulla strada della formazione del nuovo governo. E anche per sopire le concorrenze alle due cariche all’interno, rispettivamente, del loro partito o coalizione.

            Comunque andrà a finire la scommessa di Silvio Berlusconi sulla candidatura del fedele Paolo Romani alla presidenza del Senato, per la quale tuttavia si spendono ancora anche i nomi di Anna Maria Bernini -che sarebbe la prima donna a quel posto nella storia della Repubblica- e di Maurizio Gasparri, ai vertici delle Camere sono destinati ad arrivare forse già entro sabato un forzista e un grillino non di primissimo piano. Per Forza Italia, d’altronde, il problema in ogni caso non si sarebbe mai potuto porre in modo diverso, essendone Berlusconi certamente il capo assoluto ma tuttora esterno al Parlamento per le sue note condizioni giudiziarie di incandidabilità. Ed è appunto a Forza Italia che Salvini ha riconosciuto, all’interno del centrodestra,  una specie di diritto di prelazione sulla seconda carica dello Stato, una volta che i grillini hanno preferito rivendicare per il loro movimento la presidenza della Camera.

            Va detto, per obiettività, che l’auspicio di Mattarella per “profili” il più possibile neutri, o il meno possibile esposti, ai vertici delle Camere può ben essere considerato comprensibile, essendone i presidenti i suoi più diretti interlocutori. Uno dei quali -quello del Senato- è persino destinato dall’articolo 86 della Costituzione a esercitarne le funzioni “in ogni caso che egli non possa adempierle”. E appartengono alle funzioni del presidente della Repubblica, fra l’altro, anche la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e il comando delle  Forze Armate.

            Vi sono stati -è vero- capi dello Stato, nei settant’anni trascorsi dall’elezione del primo Senato della Repubblica, che non hanno fatto una piega quando il loro potenziale supplente si è trovato ad essere un protagonista politico come Amintore Fanfani. Che gareggiava con Aldo Moro nello scomporre e ricomporre -soleva dire in particolare Moro- gli equilibri all’interno della Dc.

           Quello dello scudo crociato era il partito di maggioranza, mai trovatosi all’opposizione, cardine del sistema anche quando lasciava la guida del governo ad alleati come il repubblicano Giovanni Spadolini o il socialista Bettino Craxi.

          Ma erano decisamente altri tempi. Ed altri uomini. Oggi i protagonisti politici ai vertici parlamentari potrebbero essere scambiati per assedianti del presidio quirinalizio.

 

 

 

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Anche Silvio Berlusconi si volta dunque a guardar le stelle…..

            Giuliano Ferrara, che forse conosce Silvio Berlusconi meglio di ogni altro della cerchia di Arcore, anche di quelli di più antica data e frequentazione dell’ultraottantenne signore della Brianza, ha tradotto sul suo Foglio in una “alleanza M5S-centrodestra con Flick garante” a Palazzo Chigi “la necessità di un governo dei vincitori” maturata all’improvviso nella testa, ma forse anche nelle viscere, dell’ex presidente del Consiglio. E riportata dagli altri giornali ricorrendo alla formula del “sì di Berlusconi al governo con le 5 stelle”, come ha fatto Repubblica in un vistoso titolo di prima pagina. Ma La Stampa si è avventurata un po’ sulla strada del Foglio sparando l’annuncio, sempre in prima pagina, che “Di Maio e Salvini cercano un premier” di compromesso fra le loro ambizioni dirette e personali, per quanto confortate elettoralmente dal primo posto guadagnatosi dai grillini nella graduatoria dei partiti e dal sorpasso della Lega su Forza Italia.

            La vittima, diciamo così, di questa improvvisa giravolta di Berlusconi, vedremo se reale o finta, se convinta, rassegnata di fronte alla estrema mobilità del suo alleato leghista o adombrata solo per vederne gli effetti mediatici e d’altro tipo, sarebbe il Pd. Che è penosamente diviso fra l’orgogliosa opposizione sostenuta dall’ormai ex segretario Matteo Renzi, ora semplice “senatore di Firenze”, come lui stesso chiede di essere considerato, e la smania di altri, forse più numerosi, di infilarsi in una nuova maggioranza. Essi contano magari su un appello al solito senso di responsabilità rivolto, ad un certo punto del lungo percorso della crisi, dall’ex collega di partito e ora presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

            Ben altra, si sa, era prima delle elezioni la speranza di Berlusconi, al netto della certezza ostentata di vincerle alla grande, evitando il sorpasso leghista e conquistando la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, salvo qualcuno da assicurarsi tra l’insediamento delle nuove Camere e la formazione del governo. L’ex presidente del Consiglio contava, in particolare, sulla ripresa dei rapporti, se mai si fossero davvero interrotti, con Renzi: il famoso “royal baby” berlusconiano coniato in tipografia dal fondatore del Foglio, forse sorpreso e contrariato ancor più di Berlusconi del destino cinico e baro -come usava dire ai suoi tempi Giuseppe Saragat commentando le proprie delusioni elettorali- riservato dalle urne al protagonista indiscusso della scorsa legislatura.

            Anche in politica tuttavia bisogna stare attenti a non fare i conti senza l’oste. Le reazioni da osservare con più attenzione allo scenario attribuito, a torto o a ragione, a Berlusconi sono quelle dei pentastellati, abituati dal loro “garante” ed “elevato”  Beppe Grillo per lungo tempo a liquidare Berlusconi per “lo psiconano”. Sul quale una senatrice del movimento meno di cinque anni fa voleva vomitare addosso nell’aula di Palazzo Madama mentre a scrutinio palese, fortemente voluto dal presidente dell’assemblea Pietro Grasso, stava per essere decisa la decadenza dell’allora Cavaliere dal Senato. Egli era stato da poco condannato in via definitiva per frode fiscale cadendo, fra l’altro, con effetto retroattivo anche nei rigori della controversa legge Severino.

            Il popolo grillino, non potendogli prevedibilmente bastare la “garanzia” di un presidente del Consiglio come Giovanni Flick, evocato da Giuliano Ferrara per il credito che l’ex guardasigilli di Romano Prodi e presidente emerito della Corte Costituzionale si è guadagnato, fra l’altro, presso la sindaca a 5 stelle di Roma ricevendone proposte di consulenza e altro, sarebbe probabilmente chiamato a pronunciarsi a tempo debito col solito clic. Che non sorprenderebbe di certo Berlusconi, cui potrebbe fare persino comodo un no da usare poi con Salvini  per diffidarlo da tentazioni di accordi a due con Di Maio.

            Davide Casaleggio -la sesta stella, praticamente, del movimento grillino-  ha appena vantato su un giornale americano i pregi di quella che lui chiama “democrazia digitale”. E tale potrà essere -digitale- la terza Repubblica “dei cittadini” annunciata o promessa da Luigi Di Maio agli elettori che lo avevano appena votato il 4 marzo.

            

Mattarella “augura” a Di Maio e a Salvini di non assumere le presidenze delle Camere

            Abituato a cogliere, intuire e quant’altro anche i sospiri del presidente della Repubblica di turno, il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda ha fatto conoscere la perplessità, se non la contrarietà, del capo dello Stato di fronte all’ipotesi, emersa nei giorni scorsi dalle cronache politiche, che Luigi di Maio e Matteo Salvini si lascino tentare direttamente e personalmente dalle presidenze delle Camere. Ancora nelle ultime ore -per dirne una- il nonno o lo zio dei Fratelli d’Italia, quale può essere considerato l’ex ministro Ignazio La Russa, ha sollecitato più o meno maliziosamente il segretario della Lega a farsi eleggere presidente del Senato, anche per avvicinarsi meglio -ha detto l’esponente della destra- all’incarico o preincarico di presidente del Consiglio cui aspira, magari assumendo in un primo momento la veste di esploratore. Che è piena di precedenti nella storia di Palazza Madama, pur se, a dire il vero, mai tradottasi poi nel ruolo di presidente del Consiglio. E in questo forse c’è tutta la malizia di La Russa.

            Ebbene, il quirinalista del Corriere della Sera,  dopo avere pur riferito del “fastidio” procurato a Mattarella da tutte le voci che lo coinvolgono negli sviluppi dell’intricatissima situazione politica creatasi con i risultati elettorali del 4 marzo, ha attribuito al capo dello Stato “l’augurio” che i presidenti delle nuove Camere – destinati peraltro ad essere i suoi più diretti interlocutori, per non parlare della funzione di supplente al Quirinale spettante al presidente del Senato in caso di necessità-  “abbiano un profilo naturalmente istituzionale”. Che significa -ha spiegato Breda- “poter essere considerati per autorevolezza al di sopra delle parti”. E’ una condizione francamente difficile per due protagonisti come sono diventati col risultato delle elezioni il “capo” dei grillini e il segretario della Lega. Che dopo avere sorpassato nelle urne il partito di Silvio Berlusconi, si è autoproclamato leader del centrodestra, e non solo candidato alla guida del governo, provocando un putiferio ad Arcore e dintorni.

            In effetti, anche se Mattarella non può dirlo papale papale per ragioni di galateo istituzionale e personale, per cui bisogna accontentarsi delle parole dell’autorevole quirinalista del maggiore giornale italiano e cercare di interpretarle al meglio, due presidenti di Camere come Di Maio e Salvini sarebbero un po’ troppo ingombranti per il capo dello Stato. Ma anche per le loro stesse assemblee, pur se nella prima Repubblica fu a lungo al vertice del Senato un uomo della Dc per niente defilato come il democristiano Amintore Fanfani. Che nel 1973, per esempio, convocò a Palazzo Giustiniani, pertinenza del Senato, i capicorrente del suo partito per concordare al millesimo le conclusioni del congresso che stava per aprirsi, capovolgendo per giunta gli indirizzi politici emersi dalle assemblee sezionali e regionali che lo avevano preceduto con l’elezione dei delegati. Fanfani praticamente licenziò Giulio Andreotti dalla guida di un governo con i liberali per sostituirlo con Mariano Rumor alla guida di un governo con i socialisti, e il proprio delfino Arnaldo Forlani dalla segreteria del partito per assumerla direttamente lui.

            Anche nella cosiddetta seconda Repubblica non sono mancati presidenti di Camere politicamente alquanto ingombranti, il più emblematico dei quali è stato sicuramente Gianfranco Fini, spintosi nel 2010 ad ospitare nel suo ufficio amici e colleghi, di partito e non, per promuovere la caduta del governo Berlusconi in carica, dalla cui maggioranza era stato eletto due anni prima al vertice di Montecitorio. Ma neppure i presidenti uscenti delle Camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini, hanno scherzato lasciando i loro partiti di provenienza per allestirne all’ultimo momento un altro.

            Forse proprio alla luce di questi precedenti, e in un contesto politico ancora più precario, o meno solido, se vogliamo risalire agli anni di Fanfani, il presidente Mattarella potrebbe sentirsi a disagio all’idea di trovarsi direttamente e personalmente ai vertici delle Camere i due vincitori delle elezioni del 4 marzo, come vengono comunemente chiamati e considerati Di Maio e Salvini. Vincitori, tuttavia, che Mattarella preferisce chiamare e considerare “prevalenti”, come ci ha raccontato in un’altra occasione proprio il quirinalista del Corriere della Sera ricordando che nessuno dei due dispone, col proprio partito o con la propria coalizione elettorale, di una maggioranza parlamentare autosufficiente.

Vecchi e nuovi avvoltoi sulla scorta di Aldo Moro trucidata in via Fani

La sfortunata scorta dell’ancor più sfortunato Aldo Moro -sopravvissutole per 55 giorni non so se più penosi o drammatici, nella consapevolezza che lui aveva, pur detenuto nella prigione allestitagli dalle brigate rosse, della situazione che evolveva ai suoi danni nei palazzi della politica- ha subìto torti che le potevano, anzi le dovevano essere risparmiate a 40 anni dal suo eccidio.

Mi ha fatto una certa impressione, lo confesso, non ritrovarne le immagini nella nuova lapide sistemata all’incrocio fatale fra le vie Fani e Stresa, a Roma, dove Moro fu sequestrato la mattina del 16 marzo 1978 fra il sangue dei cinque uomini addetti alla sua protezione. Fra i quali, senza voler fare torto agli altri, per carità, ricordo in modo particolare il caposcorta Oreste Leonardi. Che per noi giornalisti abituati a seguire Moro era sempre stato un punto di riferimento cordiale e prezioso. Bastava un suo sorriso o accigliamento per capire ciò che stesse accadendo di volta in volta attorno all’uomo che lui accudiva, oltre a proteggere militarmente.

In quella tragica mattina del sequestro, seduto accanto al collega e sottoposto Domenico Ricci, che conduceva l’auto, quando anche lui  era stato raggiunto dalle micidiali raffiche dei terroristi, prima ancora di cercare di rispondere al fuoco il povero Leonardi si voltò indietro verso Moro e tentò di saltargli addosso per proteggerlo col suo corpo.

Intervistata  e pentita, bontà sua, del “macello” raccontatole da Mario Moretti, il capo dell’operazione, la terrorista Adriana Faranda si è giustificata con Ezio Mauro, che la intervistava per Repubblica e per la Rai, parlando degli effetti inevitabili dello stato di “guerra” in cui i suoi compagni si trovavano. Ed ha assicurato che i terroristi, usciti indenni dall’agguato, senza neppure un ferito, fossero rimasti sorpresi della reazione  della scorta di Moro, risultata inferiore alle loro aspettative.

Ma il presidente della Dc -benedetta donna-  era stato selezionato, e preferito ad obiettivi come Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, allora presidenti rispettivamente del Consiglio dei Ministri e del Senato, proprio in considerazione dei deficit di sicurezza riscontrati negli appostamenti. Penso, fra l’altro, ai percorsi abitudinari e ai mitra della scorta depositati nei bagagliai delle due auto: quella blindata ma troppo vecchia in cui viaggiava lo statista democristiano, e quella neppure blindata degli agenti che la seguivano.

Oltre alla curiosa  pietà di Adriana Faranda abbiamo dovuto sorbirci nei giorni scorsi lo sprezzante, vomitevole dileggio dei familiari della scorta da parte della terrorista Barbara Balzerani con quella sua uscita contro “il mestiere delle vittime”. D’altronde, già nelle aule giudiziarie i sequestratori e assassini di Moro avevano deriso dietro le sbarre delle loro gabbie una vedova -credo proprio di Oreste Leonardi- perché sorpresi che portasse ancora il lutto.

Al sangue della scorta di Moro si è tuttavia richiamato poco felicemente, a mio avviso, anche uno scrittore ed ex senatore come Claudio Magris per difenderne sul Corriere della Sera il ricordo dalla presunta, assai presunta “dimenticanza” calata sulle vittime del brutale assalto, e denunciata su tutta una pagina interna del maggiore quotidiano italiano. E poi anche,  se non soprattutto, per difendere col  ricordo di tutto quel sangue versato come in un mattatoio, la cosiddetta linea della fermezza proclamata e adottata dopo il sequestro dalle contestazioni, peraltro aumentate col tempo. Ne ha appena parlato, in una intervista al Mattino, l’allora ministro Ciriaco De Mita per chiedersi quale diritto avessero lui e gli altri sostenitori di quella posizione di disporre della vita di Moro. Che era poi -mi permetto di aggiungere- la vita della stessa Dc e, più in generale, di tutto il sistema che ruotava attorno all’allora partito di maggioranza.

Beh, su questo dissento da Magris, col quale il povero Moro aveva peraltro polemizzato l’anno prima di morire, in un editoriale sul Giorno del 20 gennaio 1977, contestandogli la pretesa, sostenuta dallo scrittore in un dibattito con alcuni giovani sul Corriere della Sera, che l’informazione non dovesse fare sconti alla spietatezza e alla conoscenza del male. Moro gli aveva chiesto perché mai anche il bene non dovesse fare notizia.

Fu ed è tuttora terribile contrapporre il sangue della scorta trucidata al diritto drammaticamente e ripetutamente rivendicato da Moro di sopravviverle. Condivido ancora, a tanti anni di distanza, la risposta che Bettino Craxi mi raccontò di avere dato ad Andreotti, che temeva di accendere d’indignazione anche le carceri se si fosse accettata l’idea di scambiare l’ostaggio con qualche detenuto, dopo tutti quei morti in via Fani. “Ebbene, manderemo i pompieri a spegnere le fiamme”, gli disse il leader socialista.

Non ha avuto torto invece Magris a  lamentare lo sgomento procuratogli da “una strettissima congiunta di Moro” dalla quale lui, dopo averle pubblicamente contestato i panettoni inviati per Natale ai detenuti che avevano ucciso il  padre, non so quanti anni dopo l’atroce morte, si sentì rispondere che “non ci aveva pensato” alla domanda se avesse avuto analoga idea per “le vedove dei poliziotti assassinati”. E ciò- ha aggiunto impietosamente Magris- “anche considerando che, per chi vive con la pensione vedovile di un agente di pubblica sicurezza, un panettone, oltre ad essere un segno di affetto, può essere anche un piccolo aiuto per il pranzo di Natale”.

Tuttavia non so se sia più triste sapere della pietà affogata in qualche panettone o sentirsela raccontare, magari dopo il sincero pentimento di chi l’aveva disgraziatamente offesa non pensandoci. E ha dovuto proprio in questi giorni ricredersi commentando le demenziali dichiarazioni della Balzerani, come ha fatto Agnese Moro dicendo. “Se qualcuno ha trasformato in mestiere una morte ingiusta siete voi, gente vile e meschina”. Gente che continua peraltro ad opporre una odiosa reticenza a tutti i buchi neri lasciati da memoriali e quant’altro prodotti in quarant’anni.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La ciliegina di Putin sulla torta elettorale di Salvini in Italia

            La vignetta nella quale Emilio Giannelli, sul Corriere della Sera, ha messo Matteo Salvini a cavallo di Silvio Berlusconi, con la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che s’attacca a qualcosa di decorativo, essendo le briglia saldamente in mano al condottiero, riflette felicemente lo stato di grazia in cui deve sentirsi il segretario della Lega dopo il sorpasso elettorale del 4 marzo sull’ex maggiore partito della coalizione di centrodestra. E, ancora più in particolare, dopo le reazioni preoccupate e adirate dell’ex presidente del Consiglio, le notizie e voci scaturite dai colloqui indiretti e indiretti fra lo stesso Salvini e il grillino Luigi Di Maio, l’altro vincitore del rinnovo delle Camere, e la quarta rielezione di Putin al Cremlino, stavolta con più del 76 per cento dei voti. 

            Che c’entra Putin ?, si chiederà qualcuno. C’entra, c’entra. Il successo del capo del Cremlino, per il quale Salvini non ha mai nascosto le sue simpatie, perdonandogli persino l’amicizia di più vecchia data con Berlusconi, è un po’ la ciliegina sulla torta elettorale del leader della Lega ex Nord, ora d’Italia.

            E’ proprio vero che “nulla è impossibile”, deve avere ripetuto il Matteo barbuto dopo avere così zittito il collega di partito Roberto Maroni, ex governatore della Lombardia, che lo aveva appena diffidato in televisione dalla tentazione di un governo con i grillini. Esso potrebbe trascinarsi appresso, per le ire e le ritorsioni di Berlusconi, i governi regionali forzaleghisti della Lombardia, del Veneto e della Liguria. Di cui è tutto da dimostrare però che a Salvini interessi ormai più di tanto, tanto è preso dagli scenari nazionale e internazionale. E tanta forse sta già maturando in lui la convinzione che grillini e leghisti insieme possano prendersi anche le regioni ora governate con l’ormai ex centrodestra, se ne avessero l’occasione imprudentemente offerta loro dall’uomo di Arcore.

            Il “grazie” che ironicamente, ma non troppo, ha rivolto il portavoce di Putin alla prima ministra inglese, la cui offensiva internazionale contro il quasi zar della Russia, ormai politicamente più longevo anche di Stalin, gli ha moltiplicato i consensi, potrebbe essere ripetuto direttamente da Salvini a Berlusconi se davvero l’ex presidente del Consiglio cercasse con uno strappo di disarcionarlo, per restare alla vignetta di Giannelli.

            E’ impressionante vedere come sia rapidamente e profondamente cambiato il panorama politico italiano nella notte fra il 4 e il 5 marzo scorsi, quando si contavano i voti per il rinnovo delle Camere, e nelle due settimane successive, pur trascorse solo nell’attesa dell’apertura -il 23 marzo- della diciottesima legislatura repubblicana.

            Il cambiamento è stato tale che appaiono superflui  i pur forti argomenti -a giudicarli col vecchio metro politico- che il direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, il buon Alessandro Sallusti, ha opposto al veto praticamente posto da Di Maio – non si è ancora ben capito se e con quale grado di partecipazione di Salvini- alla perentoria richiesta di Forza Italia di ottenere la presidenza del Senato per il suo capogruppo uscente, ed ex ministro, Paolo Romani. La cui condanna per un vecchio, modesto e inconsapevole peculato, consumatosi con l’uso familiare di un telefonino conferitogli invece per le sue funzioni allora di assessore comunale a Monza, è obiettivamente sproporzionata all’effetto politico  che Di Maio reclama dall’alto della sua postazione politica. E, peraltro, dopo essersi sottratto ad un processo per diffamazione usando le prerogative della “casta” parlamentare cui lui appartiene non certo inconsapevolmente.

            Si, Sallusti ha ragione a richiamarsi ad uno dei celebri aforismi dell’indimenticabile Giulio Andreotti. Che saggiamente distingueva “le persone morali dai moralisti perché molti di coloro che parlano di etica a forza di discuterne non hanno poi il tempo di praticarla”. Grandissimo Andreotti, che morì politicamente ben prima di essere sepolto anche per le spallucce che a quei tempi, prima di scoprirne la validità, facevano a quelle pillole di saggezza coloro che adesso lo rimpiangono, e addirittura ne reclamano la testimonianza. E’ un mondo davvero sottosopra. 

 

           

Di Maio e Salvini in marcia verso le presidenze delle Anticamere

              Quei due -Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine non solo alfabetico ma anche elettorale, per la consistenza dei loro partiti dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso- sono molto meno sprovveduti o più furbi, come preferite, delle sensazioni generalmente avvertite dagli osservatori durante la campagna elettorale.

            Candidati entrambi a Palazzo Chigi, l’uno per i grillini dopo primarie digitali e l’altro per il sorpasso eseguito, all’interno della coalizione di centrodestra, sul partito dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che l’ha presa peggio di una condanna giudiziaria, sia Di Maio che Salvini hanno capito che più di un incarico, anzi di un pre-incarico, non potranno ottenere dal capo dello Stato dopo le consultazioni di rito per la formazione di un nuovo governo. Sarebbero incarichi o pre-incarichi con la rinuncia sostanzialmente incorporata.

            Nessuno dei due ha in tasca i numeri necessari per ottenere la fiducia delle due Camere perché l’unico partito che li potrebbe aiutare è il Pd affidato alla reggenza del vice segretario Maurizio Martina dopo le dimissioni di Matteo Renzi. E’ un partito talmente frastornato dalla sconfitta, e dilaniato da ambizioni sempre più sproporzionate rispetto allo spazio disponibile, che non è materialmente in grado di compiere una scelta senza spaccarsi. E una spaccatura vanificherebbe anche i suoi numeri parlamentari.

            In una situazione del genere, dovendo mettere nel conto una soluzione di governo all’insegna della provvisorietà e insieme dell’emergenza, su proposta e iniziativa del presidente della Repubblica, per gestire la cosiddetta ordinaria amministrazione, rispettare gli adempimenti istituzionali e internazionali e predisporre una nuova legge elettorale, Di Maio e Salvini hanno cominciato ad accarezzare l’idea di giocarsi intanto in prima persona la prima e forse unica partita che hanno davvero a disposizione: l’elezione dei presidenti delle Camere. O delle Anticamere, come potrebbero diventare per entrambi se la partita del governo dovesse riaprirsi dopo le consultazioni, o tra le finestre delle consultazioni al Quirinale. Dove peraltro entrambi potrebbero giocare sia come figure istituzionali sia come leader politici. Lo faceva comodamente a suo tempo, nella cosiddetta prima Repubblica, il presidente del Senato Amintore Fanfani.

            Già vice presidente della Camera uscente, Di Maio dovrebbe solo cambiare stanza nel palazzo di Montecitorio, risolvendo peraltro con la propria elezione a presidente i problemi crescenti creati fra i grillini dalle candidature comparse sui giornali, ciascuna delle quali ha provocato mal di pancia fra gli eletti e nella base del movimento delle 5 stelle.

            Salvini -al quale Berlusconi nei giorni scorsi aveva fatto peraltro l’imprudenza di offrire la seconda carica dello Stato pensando di poterne neutralizzare l’aspirazione a Palazzo Chigi-  si è trovata spianata la strada del vertice di Palazzo Madama dal veto lanciato da Di Maio in persona contro i due esponenti del centrodestra meglio piazzati sino a ieri nella corsa. Che sono il capogruppo uscente di Forza Italia Paolo Romani e il vice presidente uscente dello stesso Senato Roberto Calderoli, leghista ma non di strettissima osservanza salviniana.

         Ebbene, l’uno ha per Di Maio il torto di avere subìto una condanna per peculato, sia pure di modesta entità, procuratasi con un telefonino di servizio lasciato usare dalla figlia quando lui faceva l’assessore comunale a Monza. L’altro ha il torto di essere appeso ad una pronuncia della Corte Costituzionale per sapere se potrà evitare o dovrà subire un processo addirittura per odio razziale, avendo insultato a suo tempo una ministra italiana di colore.

         Il veto grillino potrebbe anche apparire una mitragliata contro due uccellini. Ma ogni pretesto, si sa,  è buono in politica per raggiungere l’obbiettivo.

 

L’abuso della scorta di Moro per esaltare ancora la linea della fermezza

              Fra tutti gli articoli sul sequestro di Aldo Moro pubblicati nel quarantesimo anniversario della strage di via Fani, a Roma, mi ha colpito di più quello dello scrittore Claudio Magris. Che sul Corriere della Sera ha pianto soprattutto per “quelle cinque vittime dimenticate”, e gridate in un titolo a tutta pagina, sia pure interna: la diciannovesima del 16 marzo 2018.

              Le vittime sono i due Carabinieri e i tre agenti di Polizia componenti la scorta del presidente della Dc, tutti uccisi nell’assalto e nel sequestro dell’uomo affidato alla loro protezione: Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, in ordine rigorosamente alfabetico.

            Dei cinque, Leonardi era non solo il più graduato -maresciallo dei Carabinieri, e perciò capo della scorta- ma anche il più legato a Moro. Di cui conosceva gli umori anche nascosti, i medicinali e gli orari di somministrazione, le pietanze preferite quando doveva tirarle fuori dal frigorifero al suo rientro in casa, spesso a tarda ora. Anche noi giornalisti ci eravamo abituati a verificare notizie che riguardavano Moro col paziente e gentile Leonardi, aggirando il portavoce o ufficio stampa di turno. E il maresciallo non ci respingeva mai. Mi dispiace non averne più trovato la foto, nè quelle dei colleghi, nella nuova lapide che ricorda l’eccidio.

            In quella tragica mattina del sequestro, seduto accanto a Domenico Ricci, che conduceva l’auto, e raggiunto anche lui dalle micidiali raffiche dei terroristi, prima ancora di cercare di rispondere al fuoco il povero Leonardi si voltò indietro verso Moro e tentò di saltargli addosso per proteggerlo col suo corpo.

            Intervistata a 40 anni di distanza e pentita, bontà sua, del “macello” raccontatole da Mario Moretti, il capo dell’operazione, la terrorista Adriana Faranda si è giustificata con Ezio Mauro, che l’ha intervistata per Repubblica e per la Rai, parlando degli effetti inevitabili dello stato di “guerra” in cui i suoi compagni si trovavano. Ed ha assicurato che i terroristi, usciti indenni dall’agguato, senza neppure un ferito, fossero rimasti sorpresi della reazione  della scorta di Moro, risultata inferiore alle loro aspettative.

            Ma il presidente della Dc -benedetta donna-  era stato selezionato, e preferito ad obiettivi come Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, presidenti rispettivamente del Consiglio e del Senato, proprio in considerazione dei difetti di sicurezza riscontrati negli appostamenti. Penso, fra l’altro, ai percorsi abitudinari e ai mitra della scorta depositati nei bagagliai delle due auto: quella blindata ma troppo vecchia in cui viaggiava lo statista democristiano, e quella neppure blindata degli agenti che la seguivano.                Al sangue della scorta Magris si è tuttavia richiamato non solo per difenderne il ricordo dalla “dimenticanza” calata sulle vittime del brutale assalto, da mattatoio, ma anche, se non soprattutto per difendere la cosiddetta linea della fermezza proclamata e adottata dopo il sequestro dalle contestazioni, peraltro aumentate col tempo.

            Beh, su questo dissento da Magris, col quale il povero Moro aveva peraltro polemizzato l’anno prima di morire, in un editoriale sul Giorno del 20 gennaio 1977, contestandogli la pretesa, sostenuta dallo scrittore in un dibattito con alcuni giovani sul Corriere della Sera, che l’informazione non dovesse fare sconti alla spietatezza e alla conoscenza del male. Moro gli aveva chiesto perché mai anche il bene non dovesse fare notizia.

            Fu ed è tuttora terribile contrapporre il sangue della scorta trucidata al diritto drammaticamente e ripetutamente rivendicato da Moro di sopravviverle. Condivido ancora, a tanti anni di distanza, la risposta che Bettino Craxi mi raccontò di avere dato all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che temeva di accendere d’indignazione anche le carceri se si fosse accettata l’idea di scambiare l’ostaggio con qualche detenuto, dopo tutti quei morti in via Fani. “Ebbene, manderemo i pompieri a spegnere le fiamme”, gli disse il leader socialista.

            Non ha avuto torto invece Magris a  lamentare lo sgomento procuratogli da “una strettissima congiunta di Moro” dalla quale lui, dopo averle pubblicamente contestato i panettoni inviati per Natale ai detenuti che avevano ucciso il  padre, non so quanti anni dopo l’atroce morte, si sentì rispondere che “non ci aveva pensato” alla domanda se avesse avuto analoga idea per “le vedove dei poliziotti assassinati”. E ciò- ha aggiunto impietosamente Magris- “anche considerando che, per chi vive con la pensione vedovile di un agente di pubblica sicurezza, un panettone, oltre ad essere un segno di affetto, può essere anche un piccolo aiuto per il pranzo di Natale”. 

           Tuttavia non so se sia più triste sapere della pietà affogata in qualche panettone o sentirsela raccontare, magari dopo il sincero pentimento di chi l’aveva disgraziatamente offesa non pensandoci.

 

Silvio Berlusconi a un palmo dalla resa dei conti con Matteo Salvini

            A sette giorni dall’insediamento delle Camere elette col voto del 4 marzo i grillini hanno prenotato direttamente la presidenza di Montecitorio con Matteo Salvini impegnandosi a sostenere, in cambio, un leghista alla presidenza del Senato. Dove però Silvio Berlusconi vuole mobilitare i suoi attorno al capogruppo uscente di Forza Italia, l’ex ministro Paolo Romani. A favore del quale dietro le quinte fervono contatti e quant’altro con esponenti del Pd per assicurarsene l’appoggio in uno scontro con la Lega che potrebbe segnare la clamorosa rottura del centrodestra.

            A Salvini è stata peraltro attribuita la tentazione di proporre per la presidenza del Senato non il collaudatissimo vice presidente uscente Roberto Calderoli ma Giulia Bongiorno, l’ex avvocatessa di Giulio Andreotti cresciuta politicamente a destra con Gianfranco Fini, prima di approdare alla Lega nei mesi scorsi.

          Per il capo di Forza Italia questa sarebbe al vertice del Senato una soluzione doppiamente indigesta, essendosi la Bongiorno distinta alla Camera nella sedicesima legislatura, come presidente della commissione Giustizia, un ostacolo irriducibile a tutte le leggi cui tenevano in particolare gli uomini dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi con gli occhi rivolti anche alle sue vicende giudiziarie.

            Il vecchio e il nuovo leader del centrodestra sono divisi anche su un altro fronte, sotto molti aspetti ancora più insidioso: quello delle prospettive della nuova legislatura, essendo il primo diventato contrario ad elezioni ravvicinate, per giunta con una nuova legge per disciplinarle, e il secondo trovandosi invece in sintonia con i leghisti  per cambiare il più presto possibile le norme in vigore e riandare alle urne per fare ruotare la cosiddetta terza Repubblica attorno a un bipolarismo costituito dalla Lega e dal movimento delle 5 stelle.

            Sarebbe, quest’ultima, una prospettiva funzionale alla fine di Forza Italia a destra e di quel che è rimasto del Pd a sinistra.

Ramanzina di Travaglio a Di Maio, cui dà quasi del cretino politicamente

            Senza voler togliere nulla allo scontro in corso nel centrodestra fra il leader incoronato dagli elettori Matteo Salvini e il renitente alla leva Silvio Berlusconi, che non vuole farsi arruolare dal  giovane e barbuto segretario leghista, trovandolo forse troppo ceghevariano per i suoi gusti, vi segnalo l’insofferenza del pur solidale Fatto Quotidiano di Marco Travaglio verso il capo dei grillini Luigi Di Maio. Che sembra anche lui renitente, ma ai consigli del giornale che evidentemente è convinto di averlo aiutato nelle elezioni, e vorrebbe ora dettargli la linea. Essa sarebbe quella di lasciar perdere la Lega, di favorirne magari solo l’arrivo al vertice di una delle Camere, giusto per fare dispetto a Berlusconi, ma di  aprire invece un negoziato di governo col Pd, non foss’altro per sottrarlo alla corte dell’uomo di Arcore. Il cui missionario Gianni Letta si muove come una trottola dietro e sotto le quinte per sondare le divisioni, gli umori e quant’altro  dei piddini che possano servire al centrodestra per neutralizzare il troppo ingombrante leader leghista.

            Travaglio ha titolato  il suo editoriale-ramanzina a Di Maio “opposti cretinismi”, che fanno rima con gli “opposti estremismi” lamentati dall’allora presidente della Repubblica Giuseppe Saragat a proposito del terrorismo negli anni Sessanta, quando il leader socialdemocratico cercava di mettere sullo stesso piano l’eversione di destra e quella di sinistra.

            Dei cretinismi opposti che hanno fatto saltare la mosca al naso del direttore del Fatto Quotidiano, uno è quello di Pier Luigi Bersani, che cinque anni fa reclamava da segretario del Pd e presidente pre-incaricato di formare il governo un aiuto praticamente incondizionato dei grillini, che fecero bene a rifiutarglielo proprio perché incondizionato: talmente incondizionato che Bersani rifiutò il loro pur ottimo candidato al Quirinale Stefano Rodotà.

            A dire il vero, proprio sul Fatto, e contemporaneamente col rimprovero di Travaglio, l’ex segretario del Pd ha appena rivelato di essere stato talmente disposto ad aprire una trattativa di governo col movimento delle 5 stelle da avere chiesto inutilmente nel 2013 un incontro diretto con Grillo, in qualsiasi posto il comico avesse voluto riceverlo, anche a casa sua, ma di non avere ricevuto alcuna risposta, equivalente a un rifiuto.

            L’altro “cretinismo”, uguale e contrario, sarebbe ora quello di Di Maio, che per trattare col Pd, e coglierne a vantaggio delle 5 stelle lo stato di crisi, dovrebbe smetterla di fingere di essere disposto a trattare, e cominciare a trattare davvero. Ciò comporterebbe la rinuncia a cantare una vittoria elettorale che è stata solo relativa, in verità vantata anche dal giornale di Travaglio già la notte fra il 4 e il 5 marzo, quando i risultati non erano ancora definitivi, e la chiara disponibilità a negoziare modifiche al programma e alla squadra di governo prematuramente definiti prima delle elezioni da Di Maio in persona. Ma quel programma e quella squadra di governo furono esaltati durante la campagna elettorale dal Fatto Quotidiano come utili propellenti.

            Di coerenza, francamente, se ne coglie quindi poca nella ramanzina travagliesca. Che tradisce piuttosto la paura sia di un rapporto privilegiato fra il Pd anche post-renziano e Berlusconi, pur liquidato a parole come una manna per i grillini perché foriero di una loro prossima e completa vittoria, o di un accordo governativo, alla fine, fra grillini e leghisti. Che condannerebbe entrambi a dimostrare rapidamente la rovinosa, incolmabile sproporzione fra la capacità di protestare e di promettere e quella di risolvere davvero i problemi del Paese senza sfasciare quel poco che n’è rimasto.   

Quel giovedì 16 marzo 1978 tra via Fani, Montecitorio e Palazzo Chigi senza più Moro

La giornata di giovedì 16 marzo 1978 comincia con un contrattempo. La mia linea telefonica è bloccata. Alzo la cornetta e non avverto alcun segnale. Diavolo di un uomo, il mio amico Nicola Lettieri deve avere appoggiato male il suo ricevitore ieri sera, dopo avermi parlato, e mi ha isolato. Non è epoca di telefonini. Mi tocca rassegnarmi ad aspettare che anche Nicola avverta il bisogno di chiamare qualcuno e ripristini così la mia linea.

L’amico Lettieri è il sottosegretario di Francesco Cossiga appena confermato al Ministero dell’Interno nel quarto governo di Giulio Andreotti, formato sabato scorso, 11 marzo, dopo quasi un mese di crisi. Tanto è servito ad Aldo Moro, presidente della Dc, a convincere Enrico Berlinguer, segretario del Pci, a rinunciare al superamento del governo monocolore democristiano sostenuto dall’estate del 1976 con l’astensione dei comunisti e tradottosi in un loro logoramento politico.

Superare il monocolore significava fare entrare qualche indipendente di sinistra eletto nelle liste del Pci. Così voleva Berlinguer.  Non solo Andreotti ma anche il segretario della Dc Benigno Zaccagnini erano tentati dall’intesa se fosse dipeso solo da loro, e non avessero invece incontrato le resistenze di Moro, preoccupato soprattutto per la lettura che avrebbero potuto dare  della novità gli alleati americani. Che già non gli perdonavano di avere portato il Pci sulla soglia della maggioranza, e anche oltre ai loro occhi, con l’astensione o la “non sfiducia”.

Pazientemente, nel suo stile, pur rendendosi conto delle difficoltà espostegli da Berlinguer direttamente, in un incontro riservato svoltosi nell’abitazione privata del portavoce del segretario del Pci con la mediazione del consigliere parlamentare Tullio Ancora, curiosamente accomunato al presidente della Dc da un ciuffo di capelli bianchi sulla fronte, Moro ha convinto il leader comunista a compiere un passo avanti ma più corto di quanto volesse. Doveva bastargli un programma regolarmente e minuziosamente negoziato, più vincolante di quello precedente, tale da permettere al Pci di accordare al governo la fiducia. E ciò almeno sino alla scadenza dell’anno, quando peraltro scadrà il mandato di Giovanni Leone al Quirinale e lo stesso Moro prevedibilmente gli succederà. Non ci sono al momento candidati in grado di tenergli testa.

Reduce da una chiacchierata proprio con Moro, suo amico e capocorrente, Nicola mi ha confidato a tarda sera di ieri  di averlo trovato turbato e persino “fuori della grazia di Dio”. Turbato dalle insistenze con le quali il suo caposcorta da tempo lo avverte di movimenti sospetti attorno a lui, tanto da indurlo a reclamare e ottenere una maggiore sorveglianza del suo ufficio privato, in via Savoia. Fuori dalla grazia di Dio, per avere appena saputo di una levata di scudi che Berlinguer in persona ha deciso di fare in Parlamento durante il dibattito sulla fiducia al nuovo governo per lamentarsi della sua composizione.

D’altronde già il vice capogruppo del Pci alla Camera, Fernando Di Giulio, ha avvertito lunedì il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Franco Evangelisti, suo abituale interlocutore, di non dare più per scontato il voto di fiducia del suo partito.

Moro, secondo quanto riferitomi da Lettieri, teme addirittura la riapertura della crisi di governo e lo scivolamento verso le elezioni anticipate, a meno di due anni da quelle del 1976, anch’esse anticipate. A scongiurarle non si può neppure reclamare l’impedimento allo scioglimento delle Camere da parte del presidente della Repubblica per il cosiddetto semestre bianco, equivalente alla parte finale del suo mandato, perché quel periodo comincerà solo a fine giugno.

Per quale motivo Berlinguer sia tentato di riaprire la crisi Moro l’ha saputo per le solite vie di comunicazione fra loro: la conferma dei ministri democristiani dell’Industria Carlo Donat-Cattin e delle Partecipazioni Statali Antonio Bisaglia, particolarmente esposti all’interno della Dc nella contestazione della linea di collaborazione parlamentare con i comunisti, quale è diventata la cosiddetta “solidarietà nazionale”, variante del “compromesso storico” proposto dallo stesso Berlinguer alla Dc nella convinzione, suggeritagli dalla tragica fine del governo di sinistra in Cile, che non sia possibile salvaguardare la democrazia senza l’accordo fra i partiti più rappresentativi.

Della conferma di Donat-Cattin e di Bisaglia Moro –mi ha raccontato Lettieri- riconosce di essere responsabile, avendola sostenuta nella riunione conclusiva della delegazione democristiana incaricata di seguire la crisi, ma senza che Zaccagnini e Andreotti gli avessero detto di averne garantito la sostituzione al Pci. Se glielo avessero rivelato, egli avrebbe quanto meno tentato di spiegare personalmente al segretario del Pci l’opportunità di quelle conferme, coerenti –secondo lui- col gioco dei pesi e contrappesi che aveva prodotto la scelta di Andreotti nel 1976 per la guida del primo governo della stagione della “solidarietà nazionale”.

Esco quindi da casa la mattina del 16 marzo 1978 con la curiosità professionale di assistere alla Camera ad una partita politica non più scontata, come di solito si ritiene la presentazione di un governo nato da una lunga trattativa. Vorrei anche informare della situazione Indro Montanelli, direttore del mio giornale, per allertarlo, ma ho il telefono inservibile.

Al solito, carico in macchina anche mia figlia, di 13 anni, per accompagnarla a scuola, l’Istituto Gesù e Maria, in via Flaminia vecchia. E seguo il percorso solito di viale Cortina d’Ampezzo in direzione di Corso Francia. Ma m’imbatto subito in una fila che mi fa temere di arrivare con troppo ritardo alla scuola, per cui faccio inversione di marcia e scelgo il percorso –solito in queste circostanze- di via di Forte Trionfale, via Trionfale, via Fani, via della Camilluccia, Vigna Stelluti, Corso Francia.

Passo, in via di Forte Trionfale, davanti alla palazzina dove abita Moro e noto l’assenza della scorta, per cui deduco che egli sia già uscito per andare alla Camera, dove il governo sta per presentarsi chiedendo la fiducia. Moro sarà smanioso di verificare di persona la situazione descrittami ieri sera da Lettieri. Corre voce d’altronde anche di dimissioni di Benigno Zaccagnini per ragioni di stanchezza che potrebbe sottintendere ben altro, visto quello che ho saputo del malumore di Moro.

Imboccata la via Trionfale, non riesco a prendere via Fani perché bloccata da una grossa moto appoggiata sul cavalletto. Vengo dirottato verso Largo Igea da un uomo in divisa con tanto di paletta in mano. Mancano pochi minuti alle ore 9. Poi saprò che dai cinque agli otto minuti dopo in quella strada, all’incrocio con via Stresa, Moro sarebbe stato rapito e la sua scorta sterminata. E saprò anche – per essere stato interrogato sulla circostanza dalla polizia giudiziaria- che in quella zona non risultavano presenti quella mattina pattuglie di Polizia o di altri corpi militari in motocicletta, per cui a dirottarmi verso Largo Igea debbono essere stati altri brigatisti rossi, come quelli dell’assalto a Moro e alla scorta.

Percorro via della Camilluccia con un traffico non proprio scorrevole ma non sospetto. Lasciata mia figlia a scuola con un po’ di ritardo e raggiunto Montecitorio verso le 9 e mezza, incrocio sul portone del Palazzo  l’amico Evangelisti che ne esce  correndo verso Palazzo Chigi e gridandomi: “Hanno rapito Moro”.  Rimango senza parola e ripenso subito naturalmente alla telefonata di Lettieri.

Corro anch’io verso Palazzo Chigi inseguendo inutilmente Evangelisti, che vi arriva prima di me e scompare. Volteggiano intanto sul centro elicotteri della Polizia e dei Carabinieri. Nel cortile della Presidenza del Consiglio cominciano ad affluire le auto che portano i leader dei partiti convocati con urgenza da Andreotti per le consultazioni sulla situazione di emergenza. Esse si concludono concordando, d’intesa telefonica con i presidenti delle Camere, Pietro Ingrao a Montecitorio e Amintore Fanfani al Senato, tempi strettissimi per la fiducia necessaria al governo per entrare nella pienezza dei suoi poteri.

Tutte le riserve dei comunisti, reali o ingigantite che fossero, rientrano in un baleno. Nella stessa giornata il governo ottiene la fiducia a Montecitorio con 545 sì, 30 no e 3 astenuti, al Senato con 267 sì e 5 no.

Nel cosiddetto transatlantico della Camera, il salone cioè prospiciente l’aula, irrompe a metà mattina un furioso Ugo La Malfa per reclamare il ripristino della pena di morte contro i terroristi. E pensare che solo sette anni fa l’ho visto e sentito parlare in quello stesso posto contro la candidatura di Aldo Moro al Quirinale, peraltro neppure espressa dalla Dc, perché troppo condizionata, secondo il leader del Pri, dall’appoggio che l’allora ministro degli Esteri avrebbe potuto ottenere dall’opposizione comunista. Poi su Moro, senza aspettarne in verità il sequestro, il leader repubblicano si è ricreduto diventandone tra la fine del 1974 e le prime settimane del 1975  vice presidente del Consiglio, in un governo bicolore Dc-Pri. E convincendosi della opportunità e insieme inevitabilità di un accordo temporaneo col Pci, dopo il disimpegno dal centrosinistra deciso dal Psi guidato da Francesco De Martino, proiettato verso equilibri “più avanzati” che non avrebbero potuto prescindere dalla partecipazione o dall’appoggio dei comunisti.

E’ proprio a Montecitorio che in tarda serata, dopo avere scritto il mio articolo per Il Giornale, incrocio il sottosegretario Lettieri, reduce da una delle prime, convulse e purtroppo inutili riunioni al Viminale su come gestire la tragedia abbattutasi sulla Repubblica, e non solo sul nostro comune amico Moro, chiuso chissà dove, strappato con tanta violenza ai suoi, come lui considerava anche gli uomini della scorta, trucidati nell’assalto. Ci guardiamo in faccia senza avere lì per lì neppure la forza di parlarci. Poi Nicola mi  afferra il braccio e dice, con parole e un tono che non dimenticherò mai: “Il governo è salvo, Moro non lo so”.

No, Moro non si salverà. Ma neppure il governo da lui faticosamente aiutato a nascere, o a non morire, come temeva ieri sera, durerà a lungo. Si dimetterà il 31 gennaio del 1979 per il ritiro della fiducia di un Pci stremato anch’esso dalla tragedia di Moro, e non più in grado di sostenere scelte imminenti o prossime, sul piano internazionale, come il rientro della lira nel sistema monetario europeo e il riarmo missilistico della Nato. Che pure è stata considerata da Berlinguer durante la breve stagione della “solidarietà nazionale”, in una storica intervista a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, un ombrello protettivo anche dell’autonomia del suo Pci da Mosca.

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