La pantomima del caso Romani, candidato alla presidenza del Senato

            La pantomima viene tradotta in senso figurato dal dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Giancarlo Oli in “messinscena, cosa e situazione fittizia”: adattissima -credo- a quella creatasi, in apertura della diciottesima legislatura repubblicana, con la candidatura dell’ex ministro Paolo Romani a presidente del Senato, posta da Silvio Berlusconi e contestata dal capo del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio. Il quale ha rifiutato anche solo di parlare di questo e di altro ancora col presidente di Forza Italia, accomunato al pur candidabile ed eleggibile Romani dalla qualifica di pregiudicato, inteso come condannato in via definitiva.

            Quella di Berlusconi è una condanna arcinota, per frode fiscale, rimediata dall’ex presidente del Consiglio nell’estate del 2013 e costatagli pure il seggio al Senato conquistato pochi mesi prima. Quella di Romani è una condanna meno nota per peculato, definitiva come tale ma con una pena ancora indefinita perché quella comminatagli in appello dovrà essere ridotta su richiesta della Cassazione per l’entità del danno procurato, e peraltro interamente già rimborsato dall’interessato al Comune di Monza. Di un cui telefonino di servizio, assegnatoli come assessore, nel tempo libero lasciatogli dalle funzioni di ministro,  aveva fatto uso in Italia e all’estero una figlia minorenne. All’insaputa del padre, ha sempre sostenuto lo stesso Romani, che tuttavia ne denunciò ad un certo punto lo smarrimento ottenendo il duplicato della sim, che la figlia avrebbe continuato ad usare.

            La vicenda è obiettivamente modesta sul piano penale, ed anche lontana. Ma quella politica sollevata contro Romani dai grillini, indisponibili a votarlo al vertice di Palazzo Madama in cambio dell’elezione di un loro esponente con i voti del centrodestra alla presidenza della Camera, non è una vicenda altrettanto modesta. E ad aumentarne lo spessore è stato, volente o nolente, lo stesso Berlusconi prima impuntandosi sulla candidatura del suo fedele amico, poi ponendo la questione di un incontro fra tutti i partiti con la sua personale e irrinunciabile partecipazione, ben conoscendo il disagio in cui mediaticamente e politicamente metteva Di Maio all’interno e all’esterno del suo movimento cresciuto a pane e giustizialismo, poi ancora finendo -sempre volente o nolente- per contestare il diritto di Matteo Salvini di rappresentare l’intero centrodestra nella trattativa sulle presidenze parlamentari, infine creando -in questo caso più volente che nolente, di sicuro- le condizioni politicamente utili al Partito Democratico dell’ex segretario Matteo Renzi per entrare nella partita dalla quale si era estraneato, o quasi, anche a causa della sua forte crisi interna dopo la batosta elettorale del 4 marzo.

            E’ evidente, da questo elenco di fatti e circostanze difficilmente contestabili, la pantomima -come dicevo- del caso Romani. Che è anche una scatola cinese, nella quale cioè se ne trovano altre non tutte limitate alla partita delle presidenze parlamentari, cui dovrà immediatamente seguire quella della formazione del governo, che ne fa già ora da sfondo.

            La natura complessa di questa pantomima spiega anche la posizione scomodissima nella quale ha accettato di rimanere lo stesso Romani, prigioniero pure lui della matassa del suo caso, come lo si vede in tante foto in mezzo al cancello d’ingresso della residenza romana, privata e politica, di Berlusconi. Una sua rinuncia, peraltro all’interno di un partito in cui non mancherebbero certo altri aspiranti al vertice del Senato, di ambo i sessi, anche quindi a vantaggio di una soluzione per la prima volta femminile per la seconda carica dello Stato nella storia della Repubblica, avrebbe già sbloccato la situazione. Che invece Berlusconi ha preferito evidentemente complicare ad avversari e amici, ad alleati e ad avversari, forse anche per ricordare che, per quanto incandidabile, pregiudicato e com’altro preferiscono definirlo nemici e concorrenti, e sorpassato elettoralmente dal partito di Salvini, lui ancora c’è.    

E’ di Mattarella il primo gol nella partita delle presidenze delle Camere

            Per quanto “infastidito” -parola del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- dalle “illazioni” su una sua interferenza, o quasi, nella partita delle presidenze delle nuove Camere, il primo gol lo ha segnato proprio il capo dello Stato. Di cui tutte le forze politiche, nonostante i contrasti che le separano sul resto, hanno accettato senza batter ciglio l’auspicio, attribuitogli dallo stesso Breda, che “le figure” dei nuovi vertici parlamentari abbiano un profilo “naturalmente istituzionale”. Cioè che “godano -parole sempre del quirinalista del Corriere– di una riconosciuta autorevolezza e siano considerate al di sopra delle parti”.

            Sia Luigi Di Maio sia Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, ma anche elettorale, hanno rinunciato alla tentazione, se mai l’hanno avuta, di aggiudicarsi le due presidenze delle Camere per meglio controllare da posizioni istituzionali di prim’ordine gli sviluppi della situazione sulla strada della formazione del nuovo governo. E anche per sopire le concorrenze alle due cariche all’interno, rispettivamente, del loro partito o coalizione.

            Comunque andrà a finire la scommessa di Silvio Berlusconi sulla candidatura del fedele Paolo Romani alla presidenza del Senato, per la quale tuttavia si spendono ancora anche i nomi di Anna Maria Bernini -che sarebbe la prima donna a quel posto nella storia della Repubblica- e di Maurizio Gasparri, ai vertici delle Camere sono destinati ad arrivare forse già entro sabato un forzista e un grillino non di primissimo piano. Per Forza Italia, d’altronde, il problema in ogni caso non si sarebbe mai potuto porre in modo diverso, essendone Berlusconi certamente il capo assoluto ma tuttora esterno al Parlamento per le sue note condizioni giudiziarie di incandidabilità. Ed è appunto a Forza Italia che Salvini ha riconosciuto, all’interno del centrodestra,  una specie di diritto di prelazione sulla seconda carica dello Stato, una volta che i grillini hanno preferito rivendicare per il loro movimento la presidenza della Camera.

            Va detto, per obiettività, che l’auspicio di Mattarella per “profili” il più possibile neutri, o il meno possibile esposti, ai vertici delle Camere può ben essere considerato comprensibile, essendone i presidenti i suoi più diretti interlocutori. Uno dei quali -quello del Senato- è persino destinato dall’articolo 86 della Costituzione a esercitarne le funzioni “in ogni caso che egli non possa adempierle”. E appartengono alle funzioni del presidente della Repubblica, fra l’altro, anche la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura e il comando delle  Forze Armate.

            Vi sono stati -è vero- capi dello Stato, nei settant’anni trascorsi dall’elezione del primo Senato della Repubblica, che non hanno fatto una piega quando il loro potenziale supplente si è trovato ad essere un protagonista politico come Amintore Fanfani. Che gareggiava con Aldo Moro nello scomporre e ricomporre -soleva dire in particolare Moro- gli equilibri all’interno della Dc.

           Quello dello scudo crociato era il partito di maggioranza, mai trovatosi all’opposizione, cardine del sistema anche quando lasciava la guida del governo ad alleati come il repubblicano Giovanni Spadolini o il socialista Bettino Craxi.

          Ma erano decisamente altri tempi. Ed altri uomini. Oggi i protagonisti politici ai vertici parlamentari potrebbero essere scambiati per assedianti del presidio quirinalizio.

 

 

 

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Anche Silvio Berlusconi si volta dunque a guardar le stelle…..

            Giuliano Ferrara, che forse conosce Silvio Berlusconi meglio di ogni altro della cerchia di Arcore, anche di quelli di più antica data e frequentazione dell’ultraottantenne signore della Brianza, ha tradotto sul suo Foglio in una “alleanza M5S-centrodestra con Flick garante” a Palazzo Chigi “la necessità di un governo dei vincitori” maturata all’improvviso nella testa, ma forse anche nelle viscere, dell’ex presidente del Consiglio. E riportata dagli altri giornali ricorrendo alla formula del “sì di Berlusconi al governo con le 5 stelle”, come ha fatto Repubblica in un vistoso titolo di prima pagina. Ma La Stampa si è avventurata un po’ sulla strada del Foglio sparando l’annuncio, sempre in prima pagina, che “Di Maio e Salvini cercano un premier” di compromesso fra le loro ambizioni dirette e personali, per quanto confortate elettoralmente dal primo posto guadagnatosi dai grillini nella graduatoria dei partiti e dal sorpasso della Lega su Forza Italia.

            La vittima, diciamo così, di questa improvvisa giravolta di Berlusconi, vedremo se reale o finta, se convinta, rassegnata di fronte alla estrema mobilità del suo alleato leghista o adombrata solo per vederne gli effetti mediatici e d’altro tipo, sarebbe il Pd. Che è penosamente diviso fra l’orgogliosa opposizione sostenuta dall’ormai ex segretario Matteo Renzi, ora semplice “senatore di Firenze”, come lui stesso chiede di essere considerato, e la smania di altri, forse più numerosi, di infilarsi in una nuova maggioranza. Essi contano magari su un appello al solito senso di responsabilità rivolto, ad un certo punto del lungo percorso della crisi, dall’ex collega di partito e ora presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

            Ben altra, si sa, era prima delle elezioni la speranza di Berlusconi, al netto della certezza ostentata di vincerle alla grande, evitando il sorpasso leghista e conquistando la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, salvo qualcuno da assicurarsi tra l’insediamento delle nuove Camere e la formazione del governo. L’ex presidente del Consiglio contava, in particolare, sulla ripresa dei rapporti, se mai si fossero davvero interrotti, con Renzi: il famoso “royal baby” berlusconiano coniato in tipografia dal fondatore del Foglio, forse sorpreso e contrariato ancor più di Berlusconi del destino cinico e baro -come usava dire ai suoi tempi Giuseppe Saragat commentando le proprie delusioni elettorali- riservato dalle urne al protagonista indiscusso della scorsa legislatura.

            Anche in politica tuttavia bisogna stare attenti a non fare i conti senza l’oste. Le reazioni da osservare con più attenzione allo scenario attribuito, a torto o a ragione, a Berlusconi sono quelle dei pentastellati, abituati dal loro “garante” ed “elevato”  Beppe Grillo per lungo tempo a liquidare Berlusconi per “lo psiconano”. Sul quale una senatrice del movimento meno di cinque anni fa voleva vomitare addosso nell’aula di Palazzo Madama mentre a scrutinio palese, fortemente voluto dal presidente dell’assemblea Pietro Grasso, stava per essere decisa la decadenza dell’allora Cavaliere dal Senato. Egli era stato da poco condannato in via definitiva per frode fiscale cadendo, fra l’altro, con effetto retroattivo anche nei rigori della controversa legge Severino.

            Il popolo grillino, non potendogli prevedibilmente bastare la “garanzia” di un presidente del Consiglio come Giovanni Flick, evocato da Giuliano Ferrara per il credito che l’ex guardasigilli di Romano Prodi e presidente emerito della Corte Costituzionale si è guadagnato, fra l’altro, presso la sindaca a 5 stelle di Roma ricevendone proposte di consulenza e altro, sarebbe probabilmente chiamato a pronunciarsi a tempo debito col solito clic. Che non sorprenderebbe di certo Berlusconi, cui potrebbe fare persino comodo un no da usare poi con Salvini  per diffidarlo da tentazioni di accordi a due con Di Maio.

            Davide Casaleggio -la sesta stella, praticamente, del movimento grillino-  ha appena vantato su un giornale americano i pregi di quella che lui chiama “democrazia digitale”. E tale potrà essere -digitale- la terza Repubblica “dei cittadini” annunciata o promessa da Luigi Di Maio agli elettori che lo avevano appena votato il 4 marzo.

            

Mattarella “augura” a Di Maio e a Salvini di non assumere le presidenze delle Camere

            Abituato a cogliere, intuire e quant’altro anche i sospiri del presidente della Repubblica di turno, il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda ha fatto conoscere la perplessità, se non la contrarietà, del capo dello Stato di fronte all’ipotesi, emersa nei giorni scorsi dalle cronache politiche, che Luigi di Maio e Matteo Salvini si lascino tentare direttamente e personalmente dalle presidenze delle Camere. Ancora nelle ultime ore -per dirne una- il nonno o lo zio dei Fratelli d’Italia, quale può essere considerato l’ex ministro Ignazio La Russa, ha sollecitato più o meno maliziosamente il segretario della Lega a farsi eleggere presidente del Senato, anche per avvicinarsi meglio -ha detto l’esponente della destra- all’incarico o preincarico di presidente del Consiglio cui aspira, magari assumendo in un primo momento la veste di esploratore. Che è piena di precedenti nella storia di Palazza Madama, pur se, a dire il vero, mai tradottasi poi nel ruolo di presidente del Consiglio. E in questo forse c’è tutta la malizia di La Russa.

            Ebbene, il quirinalista del Corriere della Sera,  dopo avere pur riferito del “fastidio” procurato a Mattarella da tutte le voci che lo coinvolgono negli sviluppi dell’intricatissima situazione politica creatasi con i risultati elettorali del 4 marzo, ha attribuito al capo dello Stato “l’augurio” che i presidenti delle nuove Camere – destinati peraltro ad essere i suoi più diretti interlocutori, per non parlare della funzione di supplente al Quirinale spettante al presidente del Senato in caso di necessità-  “abbiano un profilo naturalmente istituzionale”. Che significa -ha spiegato Breda- “poter essere considerati per autorevolezza al di sopra delle parti”. E’ una condizione francamente difficile per due protagonisti come sono diventati col risultato delle elezioni il “capo” dei grillini e il segretario della Lega. Che dopo avere sorpassato nelle urne il partito di Silvio Berlusconi, si è autoproclamato leader del centrodestra, e non solo candidato alla guida del governo, provocando un putiferio ad Arcore e dintorni.

            In effetti, anche se Mattarella non può dirlo papale papale per ragioni di galateo istituzionale e personale, per cui bisogna accontentarsi delle parole dell’autorevole quirinalista del maggiore giornale italiano e cercare di interpretarle al meglio, due presidenti di Camere come Di Maio e Salvini sarebbero un po’ troppo ingombranti per il capo dello Stato. Ma anche per le loro stesse assemblee, pur se nella prima Repubblica fu a lungo al vertice del Senato un uomo della Dc per niente defilato come il democristiano Amintore Fanfani. Che nel 1973, per esempio, convocò a Palazzo Giustiniani, pertinenza del Senato, i capicorrente del suo partito per concordare al millesimo le conclusioni del congresso che stava per aprirsi, capovolgendo per giunta gli indirizzi politici emersi dalle assemblee sezionali e regionali che lo avevano preceduto con l’elezione dei delegati. Fanfani praticamente licenziò Giulio Andreotti dalla guida di un governo con i liberali per sostituirlo con Mariano Rumor alla guida di un governo con i socialisti, e il proprio delfino Arnaldo Forlani dalla segreteria del partito per assumerla direttamente lui.

            Anche nella cosiddetta seconda Repubblica non sono mancati presidenti di Camere politicamente alquanto ingombranti, il più emblematico dei quali è stato sicuramente Gianfranco Fini, spintosi nel 2010 ad ospitare nel suo ufficio amici e colleghi, di partito e non, per promuovere la caduta del governo Berlusconi in carica, dalla cui maggioranza era stato eletto due anni prima al vertice di Montecitorio. Ma neppure i presidenti uscenti delle Camere, Pietro Grasso e Laura Boldrini, hanno scherzato lasciando i loro partiti di provenienza per allestirne all’ultimo momento un altro.

            Forse proprio alla luce di questi precedenti, e in un contesto politico ancora più precario, o meno solido, se vogliamo risalire agli anni di Fanfani, il presidente Mattarella potrebbe sentirsi a disagio all’idea di trovarsi direttamente e personalmente ai vertici delle Camere i due vincitori delle elezioni del 4 marzo, come vengono comunemente chiamati e considerati Di Maio e Salvini. Vincitori, tuttavia, che Mattarella preferisce chiamare e considerare “prevalenti”, come ci ha raccontato in un’altra occasione proprio il quirinalista del Corriere della Sera ricordando che nessuno dei due dispone, col proprio partito o con la propria coalizione elettorale, di una maggioranza parlamentare autosufficiente.

Vecchi e nuovi avvoltoi sulla scorta di Aldo Moro trucidata in via Fani

La sfortunata scorta dell’ancor più sfortunato Aldo Moro -sopravvissutole per 55 giorni non so se più penosi o drammatici, nella consapevolezza che lui aveva, pur detenuto nella prigione allestitagli dalle brigate rosse, della situazione che evolveva ai suoi danni nei palazzi della politica- ha subìto torti che le potevano, anzi le dovevano essere risparmiate a 40 anni dal suo eccidio.

Mi ha fatto una certa impressione, lo confesso, non ritrovarne le immagini nella nuova lapide sistemata all’incrocio fatale fra le vie Fani e Stresa, a Roma, dove Moro fu sequestrato la mattina del 16 marzo 1978 fra il sangue dei cinque uomini addetti alla sua protezione. Fra i quali, senza voler fare torto agli altri, per carità, ricordo in modo particolare il caposcorta Oreste Leonardi. Che per noi giornalisti abituati a seguire Moro era sempre stato un punto di riferimento cordiale e prezioso. Bastava un suo sorriso o accigliamento per capire ciò che stesse accadendo di volta in volta attorno all’uomo che lui accudiva, oltre a proteggere militarmente.

In quella tragica mattina del sequestro, seduto accanto al collega e sottoposto Domenico Ricci, che conduceva l’auto, quando anche lui  era stato raggiunto dalle micidiali raffiche dei terroristi, prima ancora di cercare di rispondere al fuoco il povero Leonardi si voltò indietro verso Moro e tentò di saltargli addosso per proteggerlo col suo corpo.

Intervistata  e pentita, bontà sua, del “macello” raccontatole da Mario Moretti, il capo dell’operazione, la terrorista Adriana Faranda si è giustificata con Ezio Mauro, che la intervistava per Repubblica e per la Rai, parlando degli effetti inevitabili dello stato di “guerra” in cui i suoi compagni si trovavano. Ed ha assicurato che i terroristi, usciti indenni dall’agguato, senza neppure un ferito, fossero rimasti sorpresi della reazione  della scorta di Moro, risultata inferiore alle loro aspettative.

Ma il presidente della Dc -benedetta donna-  era stato selezionato, e preferito ad obiettivi come Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, allora presidenti rispettivamente del Consiglio dei Ministri e del Senato, proprio in considerazione dei deficit di sicurezza riscontrati negli appostamenti. Penso, fra l’altro, ai percorsi abitudinari e ai mitra della scorta depositati nei bagagliai delle due auto: quella blindata ma troppo vecchia in cui viaggiava lo statista democristiano, e quella neppure blindata degli agenti che la seguivano.

Oltre alla curiosa  pietà di Adriana Faranda abbiamo dovuto sorbirci nei giorni scorsi lo sprezzante, vomitevole dileggio dei familiari della scorta da parte della terrorista Barbara Balzerani con quella sua uscita contro “il mestiere delle vittime”. D’altronde, già nelle aule giudiziarie i sequestratori e assassini di Moro avevano deriso dietro le sbarre delle loro gabbie una vedova -credo proprio di Oreste Leonardi- perché sorpresi che portasse ancora il lutto.

Al sangue della scorta di Moro si è tuttavia richiamato poco felicemente, a mio avviso, anche uno scrittore ed ex senatore come Claudio Magris per difenderne sul Corriere della Sera il ricordo dalla presunta, assai presunta “dimenticanza” calata sulle vittime del brutale assalto, e denunciata su tutta una pagina interna del maggiore quotidiano italiano. E poi anche,  se non soprattutto, per difendere col  ricordo di tutto quel sangue versato come in un mattatoio, la cosiddetta linea della fermezza proclamata e adottata dopo il sequestro dalle contestazioni, peraltro aumentate col tempo. Ne ha appena parlato, in una intervista al Mattino, l’allora ministro Ciriaco De Mita per chiedersi quale diritto avessero lui e gli altri sostenitori di quella posizione di disporre della vita di Moro. Che era poi -mi permetto di aggiungere- la vita della stessa Dc e, più in generale, di tutto il sistema che ruotava attorno all’allora partito di maggioranza.

Beh, su questo dissento da Magris, col quale il povero Moro aveva peraltro polemizzato l’anno prima di morire, in un editoriale sul Giorno del 20 gennaio 1977, contestandogli la pretesa, sostenuta dallo scrittore in un dibattito con alcuni giovani sul Corriere della Sera, che l’informazione non dovesse fare sconti alla spietatezza e alla conoscenza del male. Moro gli aveva chiesto perché mai anche il bene non dovesse fare notizia.

Fu ed è tuttora terribile contrapporre il sangue della scorta trucidata al diritto drammaticamente e ripetutamente rivendicato da Moro di sopravviverle. Condivido ancora, a tanti anni di distanza, la risposta che Bettino Craxi mi raccontò di avere dato ad Andreotti, che temeva di accendere d’indignazione anche le carceri se si fosse accettata l’idea di scambiare l’ostaggio con qualche detenuto, dopo tutti quei morti in via Fani. “Ebbene, manderemo i pompieri a spegnere le fiamme”, gli disse il leader socialista.

Non ha avuto torto invece Magris a  lamentare lo sgomento procuratogli da “una strettissima congiunta di Moro” dalla quale lui, dopo averle pubblicamente contestato i panettoni inviati per Natale ai detenuti che avevano ucciso il  padre, non so quanti anni dopo l’atroce morte, si sentì rispondere che “non ci aveva pensato” alla domanda se avesse avuto analoga idea per “le vedove dei poliziotti assassinati”. E ciò- ha aggiunto impietosamente Magris- “anche considerando che, per chi vive con la pensione vedovile di un agente di pubblica sicurezza, un panettone, oltre ad essere un segno di affetto, può essere anche un piccolo aiuto per il pranzo di Natale”.

Tuttavia non so se sia più triste sapere della pietà affogata in qualche panettone o sentirsela raccontare, magari dopo il sincero pentimento di chi l’aveva disgraziatamente offesa non pensandoci. E ha dovuto proprio in questi giorni ricredersi commentando le demenziali dichiarazioni della Balzerani, come ha fatto Agnese Moro dicendo. “Se qualcuno ha trasformato in mestiere una morte ingiusta siete voi, gente vile e meschina”. Gente che continua peraltro ad opporre una odiosa reticenza a tutti i buchi neri lasciati da memoriali e quant’altro prodotti in quarant’anni.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La ciliegina di Putin sulla torta elettorale di Salvini in Italia

            La vignetta nella quale Emilio Giannelli, sul Corriere della Sera, ha messo Matteo Salvini a cavallo di Silvio Berlusconi, con la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che s’attacca a qualcosa di decorativo, essendo le briglia saldamente in mano al condottiero, riflette felicemente lo stato di grazia in cui deve sentirsi il segretario della Lega dopo il sorpasso elettorale del 4 marzo sull’ex maggiore partito della coalizione di centrodestra. E, ancora più in particolare, dopo le reazioni preoccupate e adirate dell’ex presidente del Consiglio, le notizie e voci scaturite dai colloqui indiretti e indiretti fra lo stesso Salvini e il grillino Luigi Di Maio, l’altro vincitore del rinnovo delle Camere, e la quarta rielezione di Putin al Cremlino, stavolta con più del 76 per cento dei voti. 

            Che c’entra Putin ?, si chiederà qualcuno. C’entra, c’entra. Il successo del capo del Cremlino, per il quale Salvini non ha mai nascosto le sue simpatie, perdonandogli persino l’amicizia di più vecchia data con Berlusconi, è un po’ la ciliegina sulla torta elettorale del leader della Lega ex Nord, ora d’Italia.

            E’ proprio vero che “nulla è impossibile”, deve avere ripetuto il Matteo barbuto dopo avere così zittito il collega di partito Roberto Maroni, ex governatore della Lombardia, che lo aveva appena diffidato in televisione dalla tentazione di un governo con i grillini. Esso potrebbe trascinarsi appresso, per le ire e le ritorsioni di Berlusconi, i governi regionali forzaleghisti della Lombardia, del Veneto e della Liguria. Di cui è tutto da dimostrare però che a Salvini interessi ormai più di tanto, tanto è preso dagli scenari nazionale e internazionale. E tanta forse sta già maturando in lui la convinzione che grillini e leghisti insieme possano prendersi anche le regioni ora governate con l’ormai ex centrodestra, se ne avessero l’occasione imprudentemente offerta loro dall’uomo di Arcore.

            Il “grazie” che ironicamente, ma non troppo, ha rivolto il portavoce di Putin alla prima ministra inglese, la cui offensiva internazionale contro il quasi zar della Russia, ormai politicamente più longevo anche di Stalin, gli ha moltiplicato i consensi, potrebbe essere ripetuto direttamente da Salvini a Berlusconi se davvero l’ex presidente del Consiglio cercasse con uno strappo di disarcionarlo, per restare alla vignetta di Giannelli.

            E’ impressionante vedere come sia rapidamente e profondamente cambiato il panorama politico italiano nella notte fra il 4 e il 5 marzo scorsi, quando si contavano i voti per il rinnovo delle Camere, e nelle due settimane successive, pur trascorse solo nell’attesa dell’apertura -il 23 marzo- della diciottesima legislatura repubblicana.

            Il cambiamento è stato tale che appaiono superflui  i pur forti argomenti -a giudicarli col vecchio metro politico- che il direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, il buon Alessandro Sallusti, ha opposto al veto praticamente posto da Di Maio – non si è ancora ben capito se e con quale grado di partecipazione di Salvini- alla perentoria richiesta di Forza Italia di ottenere la presidenza del Senato per il suo capogruppo uscente, ed ex ministro, Paolo Romani. La cui condanna per un vecchio, modesto e inconsapevole peculato, consumatosi con l’uso familiare di un telefonino conferitogli invece per le sue funzioni allora di assessore comunale a Monza, è obiettivamente sproporzionata all’effetto politico  che Di Maio reclama dall’alto della sua postazione politica. E, peraltro, dopo essersi sottratto ad un processo per diffamazione usando le prerogative della “casta” parlamentare cui lui appartiene non certo inconsapevolmente.

            Si, Sallusti ha ragione a richiamarsi ad uno dei celebri aforismi dell’indimenticabile Giulio Andreotti. Che saggiamente distingueva “le persone morali dai moralisti perché molti di coloro che parlano di etica a forza di discuterne non hanno poi il tempo di praticarla”. Grandissimo Andreotti, che morì politicamente ben prima di essere sepolto anche per le spallucce che a quei tempi, prima di scoprirne la validità, facevano a quelle pillole di saggezza coloro che adesso lo rimpiangono, e addirittura ne reclamano la testimonianza. E’ un mondo davvero sottosopra. 

 

           

Di Maio e Salvini in marcia verso le presidenze delle Anticamere

              Quei due -Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine non solo alfabetico ma anche elettorale, per la consistenza dei loro partiti dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso- sono molto meno sprovveduti o più furbi, come preferite, delle sensazioni generalmente avvertite dagli osservatori durante la campagna elettorale.

            Candidati entrambi a Palazzo Chigi, l’uno per i grillini dopo primarie digitali e l’altro per il sorpasso eseguito, all’interno della coalizione di centrodestra, sul partito dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che l’ha presa peggio di una condanna giudiziaria, sia Di Maio che Salvini hanno capito che più di un incarico, anzi di un pre-incarico, non potranno ottenere dal capo dello Stato dopo le consultazioni di rito per la formazione di un nuovo governo. Sarebbero incarichi o pre-incarichi con la rinuncia sostanzialmente incorporata.

            Nessuno dei due ha in tasca i numeri necessari per ottenere la fiducia delle due Camere perché l’unico partito che li potrebbe aiutare è il Pd affidato alla reggenza del vice segretario Maurizio Martina dopo le dimissioni di Matteo Renzi. E’ un partito talmente frastornato dalla sconfitta, e dilaniato da ambizioni sempre più sproporzionate rispetto allo spazio disponibile, che non è materialmente in grado di compiere una scelta senza spaccarsi. E una spaccatura vanificherebbe anche i suoi numeri parlamentari.

            In una situazione del genere, dovendo mettere nel conto una soluzione di governo all’insegna della provvisorietà e insieme dell’emergenza, su proposta e iniziativa del presidente della Repubblica, per gestire la cosiddetta ordinaria amministrazione, rispettare gli adempimenti istituzionali e internazionali e predisporre una nuova legge elettorale, Di Maio e Salvini hanno cominciato ad accarezzare l’idea di giocarsi intanto in prima persona la prima e forse unica partita che hanno davvero a disposizione: l’elezione dei presidenti delle Camere. O delle Anticamere, come potrebbero diventare per entrambi se la partita del governo dovesse riaprirsi dopo le consultazioni, o tra le finestre delle consultazioni al Quirinale. Dove peraltro entrambi potrebbero giocare sia come figure istituzionali sia come leader politici. Lo faceva comodamente a suo tempo, nella cosiddetta prima Repubblica, il presidente del Senato Amintore Fanfani.

            Già vice presidente della Camera uscente, Di Maio dovrebbe solo cambiare stanza nel palazzo di Montecitorio, risolvendo peraltro con la propria elezione a presidente i problemi crescenti creati fra i grillini dalle candidature comparse sui giornali, ciascuna delle quali ha provocato mal di pancia fra gli eletti e nella base del movimento delle 5 stelle.

            Salvini -al quale Berlusconi nei giorni scorsi aveva fatto peraltro l’imprudenza di offrire la seconda carica dello Stato pensando di poterne neutralizzare l’aspirazione a Palazzo Chigi-  si è trovata spianata la strada del vertice di Palazzo Madama dal veto lanciato da Di Maio in persona contro i due esponenti del centrodestra meglio piazzati sino a ieri nella corsa. Che sono il capogruppo uscente di Forza Italia Paolo Romani e il vice presidente uscente dello stesso Senato Roberto Calderoli, leghista ma non di strettissima osservanza salviniana.

         Ebbene, l’uno ha per Di Maio il torto di avere subìto una condanna per peculato, sia pure di modesta entità, procuratasi con un telefonino di servizio lasciato usare dalla figlia quando lui faceva l’assessore comunale a Monza. L’altro ha il torto di essere appeso ad una pronuncia della Corte Costituzionale per sapere se potrà evitare o dovrà subire un processo addirittura per odio razziale, avendo insultato a suo tempo una ministra italiana di colore.

         Il veto grillino potrebbe anche apparire una mitragliata contro due uccellini. Ma ogni pretesto, si sa,  è buono in politica per raggiungere l’obbiettivo.

 

L’abuso della scorta di Moro per esaltare ancora la linea della fermezza

              Fra tutti gli articoli sul sequestro di Aldo Moro pubblicati nel quarantesimo anniversario della strage di via Fani, a Roma, mi ha colpito di più quello dello scrittore Claudio Magris. Che sul Corriere della Sera ha pianto soprattutto per “quelle cinque vittime dimenticate”, e gridate in un titolo a tutta pagina, sia pure interna: la diciannovesima del 16 marzo 2018.

              Le vittime sono i due Carabinieri e i tre agenti di Polizia componenti la scorta del presidente della Dc, tutti uccisi nell’assalto e nel sequestro dell’uomo affidato alla loro protezione: Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, in ordine rigorosamente alfabetico.

            Dei cinque, Leonardi era non solo il più graduato -maresciallo dei Carabinieri, e perciò capo della scorta- ma anche il più legato a Moro. Di cui conosceva gli umori anche nascosti, i medicinali e gli orari di somministrazione, le pietanze preferite quando doveva tirarle fuori dal frigorifero al suo rientro in casa, spesso a tarda ora. Anche noi giornalisti ci eravamo abituati a verificare notizie che riguardavano Moro col paziente e gentile Leonardi, aggirando il portavoce o ufficio stampa di turno. E il maresciallo non ci respingeva mai. Mi dispiace non averne più trovato la foto, nè quelle dei colleghi, nella nuova lapide che ricorda l’eccidio.

            In quella tragica mattina del sequestro, seduto accanto a Domenico Ricci, che conduceva l’auto, e raggiunto anche lui dalle micidiali raffiche dei terroristi, prima ancora di cercare di rispondere al fuoco il povero Leonardi si voltò indietro verso Moro e tentò di saltargli addosso per proteggerlo col suo corpo.

            Intervistata a 40 anni di distanza e pentita, bontà sua, del “macello” raccontatole da Mario Moretti, il capo dell’operazione, la terrorista Adriana Faranda si è giustificata con Ezio Mauro, che l’ha intervistata per Repubblica e per la Rai, parlando degli effetti inevitabili dello stato di “guerra” in cui i suoi compagni si trovavano. Ed ha assicurato che i terroristi, usciti indenni dall’agguato, senza neppure un ferito, fossero rimasti sorpresi della reazione  della scorta di Moro, risultata inferiore alle loro aspettative.

            Ma il presidente della Dc -benedetta donna-  era stato selezionato, e preferito ad obiettivi come Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, presidenti rispettivamente del Consiglio e del Senato, proprio in considerazione dei difetti di sicurezza riscontrati negli appostamenti. Penso, fra l’altro, ai percorsi abitudinari e ai mitra della scorta depositati nei bagagliai delle due auto: quella blindata ma troppo vecchia in cui viaggiava lo statista democristiano, e quella neppure blindata degli agenti che la seguivano.                Al sangue della scorta Magris si è tuttavia richiamato non solo per difenderne il ricordo dalla “dimenticanza” calata sulle vittime del brutale assalto, da mattatoio, ma anche, se non soprattutto per difendere la cosiddetta linea della fermezza proclamata e adottata dopo il sequestro dalle contestazioni, peraltro aumentate col tempo.

            Beh, su questo dissento da Magris, col quale il povero Moro aveva peraltro polemizzato l’anno prima di morire, in un editoriale sul Giorno del 20 gennaio 1977, contestandogli la pretesa, sostenuta dallo scrittore in un dibattito con alcuni giovani sul Corriere della Sera, che l’informazione non dovesse fare sconti alla spietatezza e alla conoscenza del male. Moro gli aveva chiesto perché mai anche il bene non dovesse fare notizia.

            Fu ed è tuttora terribile contrapporre il sangue della scorta trucidata al diritto drammaticamente e ripetutamente rivendicato da Moro di sopravviverle. Condivido ancora, a tanti anni di distanza, la risposta che Bettino Craxi mi raccontò di avere dato all’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che temeva di accendere d’indignazione anche le carceri se si fosse accettata l’idea di scambiare l’ostaggio con qualche detenuto, dopo tutti quei morti in via Fani. “Ebbene, manderemo i pompieri a spegnere le fiamme”, gli disse il leader socialista.

            Non ha avuto torto invece Magris a  lamentare lo sgomento procuratogli da “una strettissima congiunta di Moro” dalla quale lui, dopo averle pubblicamente contestato i panettoni inviati per Natale ai detenuti che avevano ucciso il  padre, non so quanti anni dopo l’atroce morte, si sentì rispondere che “non ci aveva pensato” alla domanda se avesse avuto analoga idea per “le vedove dei poliziotti assassinati”. E ciò- ha aggiunto impietosamente Magris- “anche considerando che, per chi vive con la pensione vedovile di un agente di pubblica sicurezza, un panettone, oltre ad essere un segno di affetto, può essere anche un piccolo aiuto per il pranzo di Natale”. 

           Tuttavia non so se sia più triste sapere della pietà affogata in qualche panettone o sentirsela raccontare, magari dopo il sincero pentimento di chi l’aveva disgraziatamente offesa non pensandoci.

 

Silvio Berlusconi a un palmo dalla resa dei conti con Matteo Salvini

            A sette giorni dall’insediamento delle Camere elette col voto del 4 marzo i grillini hanno prenotato direttamente la presidenza di Montecitorio con Matteo Salvini impegnandosi a sostenere, in cambio, un leghista alla presidenza del Senato. Dove però Silvio Berlusconi vuole mobilitare i suoi attorno al capogruppo uscente di Forza Italia, l’ex ministro Paolo Romani. A favore del quale dietro le quinte fervono contatti e quant’altro con esponenti del Pd per assicurarsene l’appoggio in uno scontro con la Lega che potrebbe segnare la clamorosa rottura del centrodestra.

            A Salvini è stata peraltro attribuita la tentazione di proporre per la presidenza del Senato non il collaudatissimo vice presidente uscente Roberto Calderoli ma Giulia Bongiorno, l’ex avvocatessa di Giulio Andreotti cresciuta politicamente a destra con Gianfranco Fini, prima di approdare alla Lega nei mesi scorsi.

          Per il capo di Forza Italia questa sarebbe al vertice del Senato una soluzione doppiamente indigesta, essendosi la Bongiorno distinta alla Camera nella sedicesima legislatura, come presidente della commissione Giustizia, un ostacolo irriducibile a tutte le leggi cui tenevano in particolare gli uomini dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi con gli occhi rivolti anche alle sue vicende giudiziarie.

            Il vecchio e il nuovo leader del centrodestra sono divisi anche su un altro fronte, sotto molti aspetti ancora più insidioso: quello delle prospettive della nuova legislatura, essendo il primo diventato contrario ad elezioni ravvicinate, per giunta con una nuova legge per disciplinarle, e il secondo trovandosi invece in sintonia con i leghisti  per cambiare il più presto possibile le norme in vigore e riandare alle urne per fare ruotare la cosiddetta terza Repubblica attorno a un bipolarismo costituito dalla Lega e dal movimento delle 5 stelle.

            Sarebbe, quest’ultima, una prospettiva funzionale alla fine di Forza Italia a destra e di quel che è rimasto del Pd a sinistra.

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