Il brindisi sfrontato e vergognoso di Battisi

Scusate se insisto, ma è proprio il caso di farsi consegnare dal Brasile questo provocatore che sta brindando alla faccia nostra dopo avere ottenuto l’ennesima scarcerazione da un giudice desideroso di evitargli l’estradizione? Su cui il governo italiano sta trattando con l’impegno di tramutargli gli ergastoli procuratisi da noi come rapinatore e terrorista in una trentina d’anni di carcere, naturalmente gratuito, e magari ulteriormente scontabili. A me pare uno spreco, una follia, anche se il personaggio si chiama per uno spiacevole capriccio anagrafico Cesare Battisti.

Sapete che vi dico? Il Brasile si tenga pure il suo Cesare Battisti

Sarà per stanchezza, anzi sfinimento, o per cinismo, che prima o poi avverti come tentazione in questo mondo alla rovescia che non è solo quello italiano, è da tempo che non riesco più a interessarmi più di tanto alla vicenda di quel campione del disonore nazionale che è il Cesare Battisti in fuga da anni per scampare agli ergastoli guadagnatisi dalle nostre parti come terrorista. Che lui ha continuato ad essere nella testa, come concezione di vita e di rapporti col prossimo, anche dopo che il terrorismo -almeno quello italiano- è finito lasciandolo orfano  o disoccupato. E al posto delle pistole e dei mitra  egli ha cominciato ad usare il computer come arma-giocattolo, con cui scrive addirittura libri che sono riusciti a trovare persino lettori e acquirenti, a dimostrazione del rovescio del mondo cui accennavo all’inizio.

Mi spiace sinceramente per gli scampati alle sue imprese sanguinarie, sani o malandati che siano, e per i parenti dei morti che ha collezionato nella sua sciagurata esistenza, ma di questo Cesare Battisti non me ne frega più assolutamente nulla. Se lo tengano pure in Brasile, dove un giudice ne ha appena ordinato la scarcerazione, su istanza naturalmente dei suoi avvocati, giusto per fottere il governo che si apprestava ad espatriarlo in Italia in cambio dell’impegno assunto -francamente non so come e dove, e con quali modalità- di uno sconto di pena che gli permettesse di non morire in carcere, come vorrebbero gli ergastoli comminatigli a suo tempo dai nostri tribunali, ma non previsti dalle leggi brasiliane.

Vedo che il Brasile è messo, quanto ad amministrazione della giustizia, rigorosamente al minuscolo, e a situazione politica, peggio dell’Italia. Il che un po’ mi consola.

Sapete che vi dico? A questo punto, visto anche il pasticcio nel quale stava maturando l’estradizione, almeno dalle notizie circolate fra Brasile e Italia, mi auguro -ripeto- che i brasiliani finiscano per trattenersi il loro, ormai, Battisti e per mantenerselo, nelle carceri dove è destinato anche lì ad entrare di tanto in  tanto un po’ per la sua condotta e un po’ per la precarietà delle istituzioni di quel Paese. I cui rappresentanti possono concedere, ritirare, modificare come pare loro permessi, rifugi e quant’altro a malviventi o simili che passano da quelle parti.

Noi in Italia possiamo pure continuare a tenerci ben strette le targhe e i monumenti guadagnatisi da un altro Cesare Battisti: il campione e martire dell’irredentismo impiccato dagli austriaci a Trento il 12 luglio 1916, durante la prima guerra mondiale o ultima, come preferite, del Risorgimento italiano.

Fra le colpe che addebito e non potrò mai perdonare al Battisti ospite dei brasiliani c’è anche quella di averci condannato a trovare il suo nome nelle banche dati, o come diavolo volete chiamarle,  ogni volta che cerchiamo di rinfrescarci la memoria col Cesare Battisti patriota.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Sapete che vi dico? Il Brasile si tenga pure il suo Cesare Battisti

Avvenire difende Sergio Staino dal potente Nunzio Galantino

Quella di domani sarà la seconda domenica d’incontro fra il pubblico fedele di Avvenire – fedele sotto tutti i punti di vista- e le vignette di Sergio Staino, della serie Hello Jesus.

         Monsignor Nunzio Galantino, che come segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana potrebbe essere equiparato all’editore del notissimo e autorevole giornale cattolico, se ne farà, o se n’è già fatta una ragione dopo il dissenso espresso per la coraggiosa scelta del direttore Marco Tarquinio di accettare la collaborazione offertagli altrettanto coraggiosamente dal celebre vignettista della sinistra italiana, peraltro ultimo e generoso direttore dell’Unità purtroppo mancata ancora una volta alle edicole: unità, questa volta in minuscolo, da ancor più tempo mancante alla sinistra nel mercato politico.

         A rivelare il dissenso espressogli “con schiettezza e calore” da Galantino è stato, rispondendo ad alcuni lettori, lo stesso direttore Tarquinio. Che per la sua scelta non è stato rimosso dalla guida della testata cattolica, come sarebbe forse avvenuto in altri tempi. E come avverrebbe probabilmente anche oggi nella stampa cosiddetta laica, che a dispetto del suo laicismo, appunto, soffre spesso di militarizzazione, a sinistra come a destra. E’ una stampa dove -ha giustamente rilevato proprio Staino in una intervista di presentazione ai lettori di Avvenire pubblicata all’esordio della sua collaborazione- ci si sveglia la mattina ponendosi solo il problema di individuare il nemico di giornata da combattere.

         Monsignor Galantino, che quell’intervista forse non l’ha letta, stordito dalla sorpresa fattagli da Tarquinio in controtendenza rispetto a tanta voglia di chiudersi ciascuno nel proprio recinto, con l’illusione di difendersi dalle paure suscitate dalle cronache e dalle speculazioni politiche cui si prestano i fatti, si ritroverà spesso -ne sono sicuro- nel Gesù visto e disegnato da Staino. Che peraltro conobbe Gesù a suo modo, nell’oratorio dove la madre assai credente lo mandò da bambino sperando che dalla curiosità di quel figliolo già così vivace potesse nascere anche la fede. Essa invece non arrivò, sino al punto che Staino é ancora presidente, o qualcosa del genere, dell’Unione degli atei e agnostici razionalisti, come qualche lettore ha rinfacciato al direttore di Avvenire chiedendosi con Galantino quale “valore aggiunto possa venire al giornale dalle strisce” domenicali del vignettista. Il quale ha così trovato felicemente il modo di impegnarsi anche di sabato, visto che Il Dubbio, onorato dalla sua collaborazione, non esce di domenica.

         Forse il segretario generale della Conferenza episcopale italiana avrà storto il muso alla definizione del “primo dei socialisti” data da Staino di Gesù, non cogliendo il garbo del vignettista di fermarsi ai socialisti, senza avventurarsi sino ai comunisti, ma non potrà negare che Gesù fu davvero “il primo a combattere per i poveri”. E tanto è bastato e basta a un ex o post-comunista come Staino per riconoscersi in lui, per parlarne come di “un personaggio bellissimo”, e per attualizzarlo ai nostri difficilissimi tempi con le sue vignette forse meglio di quanto non riescano a fare la domenica nelle Chiese i sacerdoti con le loro prediche che personalmente, e da credente, trovo troppo spesso ermetiche e astratte.

 

 

 

 

Pubblicato da Il Dubbio

                                                        

La botte di ferro in cui può sentirsi Piercamillo Davigo

Gli estimatori, pochi o molti che siano, del giudice Pier Camillo Davigo, ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati e presidente di sezione in carica alla Corte di Cassazione, possono stare tranquilli se ha procurato loro qualche angoscia la notizia di un possibile procedimento contro di lui davanti al Consiglio Superiore della Magistratura, ma forse anche altrove.

Una simile notizia si è diffusa, a torto o a ragione, dopo un’intervista dell’indignatissino presidente della settima commissione proprio del Consiglio Superiore della Magistratura, Claudio Galoppi. Che non vuole perdonare a Davigo di avere incontrato più volte Beppe Grillo, sino a ispirargli una proposta di modifica dei parlamentari pentastellati di precludere a vita al pregiudicato Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, anche la qualifica e il ruolo di capo-partito, non dovendo bastare la incandidabilità temporanea che ora lo angustia.

Galoppi non vuole perdonare a Davigo nemmeno di avere detto recentemente in televisione che “deve vergognarsi” chi non rinuncia, in giudizio, alla prescrizione pur assicuratagli da una legge in vigore.

Per quanto riguarda gli incontri con Grillo, peraltro rimossosi da solo da capo del suo partito, o movimento, senza aspettare che una legge glielo imponesse per una vecchia condanna definitiva per omicidio colposo, lo stesso Grillo ha provveduto a smentire liberando Davigo da ogni sospetto o accusa. E pazienza se qualche malintenzionato sospetterà, anche dopo le querele annunciate dall’interessato, che il magistrato possa essersi limitato a parlare per telefono col comico di Genova, fra un impegno e l’altro dello stesso Grillo per l’acquisto di un teatro a Roma, dove si accinge a fare due o  tre spettacoli dei suoi, a pagamento, non foss’altro per verificare se gli incassi torneranno a salire dopo il suo passo di dietro o di lato compiuto passando la guida del movimento delle 5 stelle a Luigi Di Maio.

Per quanto riguarda invece la pur indubbiamente avventata pretesa della vergogna di chi non rinuncia alla prescrizione dei reati per i quali si trova sotto giudizio, Davigo potrà facilmente “sfiancarla”, per ripetere un termine da lui stesso usato quando parla di chi viene assolto o evita comunque la condanna, appellandosi ai precedenti. Che in Italia non mancano mai. E che, nel caso addebitato a Davigo, sono costituiti dalle reiterate dichiarazioni, interviste, lettere e quant’altro di Gian Carlo Caselli, già capo, fra le altre cose, della Procura della Repubblica di Roma all’epoca dell’incriminazione di Giulio Andreotti per mafia.

Per anni Caselli ha potuto contestare il diritto di Andreotti di potersi considerare davvero assolto dalla grave accusa di concorso sia pure esterno in associazione mafiosa per non avere rinunciato alla prescrizione dell’altro, pur meno grave, reato di associazione a delinquere contestatogli nel processo per fatti risalenti quando non c’era ancora il reato di associazione mafiosa. Anche nelle argomentazioni di Caselli c’era un giudizio morale su Andreotti fruitore della prescrizione simile a quello espresso sugli imputati o imputabili in vita da Davigo. Che potrebbe ben chiedere a questo punto perché mai lui debba rispondere al Consiglio Superiore della Magistratura di un abuso dialettico e moralistico che è stato a lungo permesso a Caselli, e alla stampa fiancheggiatrice naturalmente.

Così è (se vi pare), potremmo ripetere sconsolatamente con Luigi Pirandello, magari rinunciando anche alle parentesi.

La guerra dei Roses tradotta in politica

Nell’anno della caduta del muro di Berlino -il 1989- uscì un film di grande successo chiamato “la guerra dei Roses”, ricavato da un romanzo un po’ comico e un po’ tragico su una coppia di coniugi che finì di farsi dispetti e di odiarsi solo morendo  insieme, sotto il lampadario di casa al quale lei si era appesa dopo averne indebolito l’aggancio pensando che potesse cedere sotto il peso del marito.

Fu guerra dei Roses, a sinistra, fra Massimo D’Alema e Matteo Renzi, in ordine rigorosamente alfabetico, sino alla scissione del Pd.

Ora è guerra dei Roses fra Massimo D’Alema e Giuliano Pisapia, sempre in ordine alfabetico.

Il lampadario al quale entrambi, dopo sgambetti, dispetti e inviti reciproci a fare passi indietro e di lato, mai davanti, sembrano destinati ad appendersi per esserne entrambi travolti è l’appuntamento elettorale del prossimo anno per il rinnovo delle Camere.

A indebolire l’aggancio del lampadario non hanno però provveduto né D’Alema né Pisapia, sempre in ordine alfabetico. Vi ha provveduto Renzi col progetto di riforma elettorale fatto presentare alla Camera dal capogruppo del Pd Ettore Rosato. Il cui cognome tradotto in latino fa Rosatellum, in inglese Roses.

La sinistra italiana da Lotta a Scissione Continua

Francesco Boccia, il presidente della Commissione Bilancio della Camera, che pure fa parte della minoranza del Pd, ha “sconsolatamente” accollato alla scissione consumata nell’inverno scorso da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni anche il rifiuto del loro nuovo partito di votare la nota di aggiornamento del documento governativo di economia e finanza, e le contemporanee dimissioni del vice ministro dell’Interno Filippo Bubbico. Le cui competenze non sono economiche, per cui il gesto va letto nel quadro di una più generale offensiva politica contro gli equilibri politici di questo convulso finale di legislatura.

Negli anni cosiddetti di piombo italiano impazzò a sinistra un movimento chiamato Lotta Continua, il cui giornale ogni mattina sovrapponeva al sangue delle pallottole il veleno dell’odio contro gli avversari della sinistra rivoluzionaria ancora in vita, qualche volta purtroppo anticipandone l’esecuzione. Ciò accadde, in particolare, contro il commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso come un cane sotto casa perché ritenuto -naturalmente a torto- responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, trattenuto in Questura a Milano dopo la strage nella sede ambrosiana della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

A distanza di tanti anni il terrorismo da cui dobbiamo guardarci è, per fortuna sotto certi aspetti e per disgrazia sotto altri, di livello internazionale. Ma la politica è ugualmente attraversata da spinte distruttive, anzi autodistruttive. Tutti i partiti litigano fra di loro, e al proprio interno, anche quando perseguono, o dicono di perseguire intese più larghe di quelle che hanno appena distrutto, a sinistra e a destra. Al centro rimangono, secondo una recente e curiosa idea di Bersani, i grillini  per la loro pur cinica disponibilità ad aprirsi in ogni direzione. Ma costoro per ora sono presi solo dal bisogno o dalla vocazione a combattersi fra di loro. E sarà forse la volta buona per liberarsene.

Da Lotta Continua, tuttavia, a sinistra siamo passati a Scissione Continua, come potremmo chiamare, nella logica e nella realtà lamentate giustamente da Boccia, il nuovo partito creato da Bersani e D’Alema. Per fortuna non siamo nello scenario di sangue di più di 40 anni fa. Ma siamo pur sempre in uno scenario sciagurato: quello della ingovernabilità del Paese. Dove a sinistra si reclama  di distribuire di più la ricchezza con ricette però destinate a distribuire di più  la miseria allargandone l’area.

Bartolo Ciccardini manda a chiedere di votare Renzi

Ricordato a tre anni e più dalla morte nella sede dell’Istituto Luigi Sturzo, a pochi passi da Piazza Navona, dove sono soliti incontrarsi i democristiani di ogni tendenza, o corrente, sopravvissuti a tutti i marosi politici cominciati con la fine giudiziaria della cosiddetta Prima Repubblica, Bartolo Ciccardini è riuscito per interposta persona a inserirsi con la foga che lo aveva sempre contraddistinto in vita nelle polemiche attuali su Matteo Renzi. E quindi anche sulle prospettive, dopo la scissione a sinistra, consumata da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, del Partito Democratico. Di cui è parlamentare alla Camera  la ex segretaria generale dell’Istituto Sturzo, nonché figlia dell’ex segretario della Dc Flaminio Piccoli, Flavia Nardelli.

Alla fine della commemorazione -dopo che avevano parlato il presidente dell’Istituto Nicola Antonietti, Mario Segni, Gerardo Bianco, la figlia di Piccoli, lo storico Francesco Malgeri e Alessandro Forlani dicendo tutto il bene possibile, e meritato, di Bartolo Ciccardini, protagonista e anticipatore nella Dc di tante battaglie modernissime come l’elezione diretta del segretario del partito, dei sindaci e, in prospettiva, anche dei Presidenti della Repubblica, che invece continuano ad uscire dalle trattative segretissime e per niente trasparenti fra i partiti con la ratifica del voto parlamentare- un signore rimasto ahimè sconosciuto a molti perché si è dimenticato di presentarsi, ma che si chiama Aldo Bernabei, ha fatto letteralmente irruzione sulla pedana degli oratori. E ha voluto raccontare con toni e parole chiaramente condivisive la grande simpatia per Renzi dichiaratagli e motivatagli da Ciccardini quasi in punto di morte, pur nella consapevolezza del carattere un po’ troppo debordante, anche per i suoi gusti, dell’allora presidente del Consiglio, oltre che segretario del Pd. E ciò l’amico dello scomparso ha riferito con l’aria di voler fare un appello elettorale in nome e per conto dell’estinto, in vista delle elezioni prossime venture, di ogni livello.

Non ho dubbi sul reale entusiasmo dell’anticomunista Ciccardini per Renzi, che non a caso viene considerato dalla sinistra di origine, cultura, stampo marxista, come preferite, un intruso in odio al quale quella parte politica si sta dibattendo proprio in questi giorni, e in queste ore, nelle solite battaglie oltranziste e autodistruttive, stavolta attorno al documento di politica economica e finanziaria del governo Gentiloni. Dalla cui maggioranza il nuovo partito di Bersani e D’Alema  ha ormai un piede e mezzo fuori, trattenendone il resto per le prossime settimane o occasioni.

Ciccardini peraltro ebbe la fortuna, dal suo punto di vista politico, di morire poco dopo la vittoria di Renzi alle elezioni europee del 2014 col 40 per cento e più di voti, come ai tempi migliori della Dc. Si risparmiò così di assistere al successivo logoramento dell’ex sindaco di Firenze, un po’ procuratosi da solo con scelte e comportamenti che si poteva risparmiare, ma un po’, anzi ancor di più, per l’ostinato sabotaggio condotto dalla minoranza rabbiosa del suo partito, giunta a mobilitarsi contro di lui nel referendum sulla riforma costituzionale promettendo con faccia tosta di poterne improvvisare un’altra approvabile -disse Massimo D’Alema- in pochi mesi. Si è visto infatti dove siamo finiti, senza neppure uno straccio di legge elettorale diversa da quelle prodotte non dal Parlamento ma dalla sartoria della Corte Costituzionale.

Ostinato com’era anche lui, Ciccardini continuerebbe forse a tifare per Renzi se fosse vivo, come ha mostrato di credere l’amico che ne ha voluto così impetuosamente e sorprendentemente chiudere la commemorazione a più di tre anni dalla morte. Ma, appunto, se il morto fosse vivo.

In festa al Fatto Quotidiano, un pò meno forse alla Procura di Roma

Festa, giustificatissima, nella redazione del Fatto Quotidiano, dove hanno accolto con comprensibile sollievo la notizia dell’archiviazione chiesta dalla Procura della Repubblica di Roma, e che assai difficilmente sarà respinta dal giudice competente, dopo sei mesi di indagini sul pubblico ministero di Napoli Henry John Woodcock e sulla fidanzata Federica Sciarelli per violazione del segreto d’ufficio sull’affare Consip.    Che si sospettava fosse stata compiuta a vantaggio proprio del giornale diretto da Marco Travaglio, e più in particolare del suo vice Marco Lillo.

Per Woodcok c’ anche la notizia, buona pure per il giornale di Travaglio che lo ha sempre difeso, mai dubbioso della sua abituale sovraesposizione mediatica, dell’archiviazione chiesta per il sospetto di falso, sempre a proposito delle indagini sulla Consip, per via dei suoi rapporti col capitano dei Carabinieri che aveva scambiato per agenti dei servizi segreti, e i loro presunti mandanti di governo, i curiosi attirati dalle ricerche di materiale probatorio nei cassonetti dell’immondizia vicini agli uffici romani dell’imputato Alfredo Romeo.

La festa del Fatto Quotidiano è doppia perché il percorso dell’archiviazione -la cui richiesta, prima ancora di essere accolta dal giudice competente, è stata peraltro trasmessa al Consiglio Superiore della Magistratura, dove pende un procedimento su Woodcook- era stato anticipato dal giornale di Travaglio e rintuzzato da una infastidita precisazione o smentita della Procura di Roma. Che quanto meno si poteva risparmiare questo passaggio. Esso risale peraltro a troppo poco tempo fa per poter pensare che davvero gli inquirenti non si fossero ancora fatti un’idea sulla vicenda o -peggio ancora- ne stessero maturando una di segno opposto.

Anche sui tempi del loro lavoro e dei loro rapporti con l’informazione gli uffici inquirenti, di Roma e di qualsiasi altro posto naturalmente, dovrebbero stare più attenti per non invelenire una informazione già troppo intossicata di suo.

Si deve in ogni caso registrare alla fine un altro caso irrisolto di fughe di notizie, responsabili da troppo tempo, e troppo scandalosamente, della pratica dei processi mediatici prima dei processi veri: quelli nelle aule dei tribunali. Le cui sentenze poi non faranno neppure notizia, o la faranno molto distanti dalle prime pagine riservate ai processi taroccati sui giornali, e sempre conclusi con condanne tanto sommarie quanto definitive agli occhi e alla mente dei lettori.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché il Fatto Quotidiano di Travaglio  festeggia con la coppia Woodcok-Sciarelli

Siluro di Bersani ai rapporti tra Gentiloni e Pisapia

Reclamizzato sino all’esasperazione a sinistra del Pd, come l’occasione del chiarimento della situazione, l’incontro del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, a Palazzo Chigi, con Giuliano Pisapia e compagni, è stato letteralmente svuotato di ogni significato e portata da un’intervista del loquacissimo e mai domo Pier Luigi Bersani a Radioradicale.

In particolare, l’ex segretario del Pd, che di fatto contende a Massimo D’Alema la vera leadership del partito nato con la loro scissione a sinistra, ha detto di “immaginare” che i compagni ricevuti da Gentiloni avessero posto sul tappeto non solo il problema di una legge di bilancio da loro votabile, e prevedibilmente assai diversa quindi da quella a loro volta immaginata dallo stesso Gentiloni e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, ma anche la questione della omogeneità politica necessaria fra la maggioranza sul bilancio e quella sulla riforma elettorale, l’ennesima, all’esame della Camera.

Da buona fonte si è appreso che Pisapia, pur dissentendo anche lui dalla riforma elettorale nota col nome latinizzato –Rosatellum- del capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato, non abbia posto il problema a Gentiloni nei termini praticamente ultimativi “immaginati”, cioè desiderati, da Bersani. Ultimativi, perché di fatto è partito un siluro non si sa se più contro il bilancio o la riforma elettorale.

La rappresentazione più efficace e sintetica dei rapporti esistenti all’interno della sinistra e fra questa e il governo si trova nella vignetta dedicata all’incontro di Palazzo Chigi sul Dubbio di Piero Sansonetti da Sergio Staino. Che, reduce dall’esordio della sua striscia domenicale su Avvenire ispirata a Gesù, ha espresso solidarietà al presidente del Consiglio per l’immane compito affidato dai suoi ex compagni scissionisti del Pd di garantire la loro “stabilità”, e non solo quella del bilancio dello Stato con l’omonima legge di fine anno.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Ecco come Bersani sabota i rapporti fra Pisapia e Gentiloni

Sergio Staino, ispirato dal suo Gesù, è approdato ad Avvenire

Non so francamente se ammirare di più il simpatico e vecchio Sergio Staino perché si è offerto o Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, perché lo ha accettato come collaboratore per una striscia domenicale di vignette su Gesù. Per il quale il famoso fumettista, ultimo direttore dell’Unità purtroppo scomparsa dalle edicole, ha conservato la curiosità e l’ammirazione di quando frequentava l’oratorio. Dove la mamma molto credente lo aveva mandato da piccolo sperando, ma inutilmente, che fosse preso anche dalla fede, oltre che dai due sentimenti laici già ricordati.

Staino è convinto che “il giornalismo cristiano abbia uno sguardo aperto sulla realtà”, col sottinteso -penso- che sia anche più aperto di certo giornalismo laico e supponente.  Ma soprattutto egli ritiene che Gesù sia stato “il primo dei socialisti” perché “il primo a combattere per i poveri”.

Noto la sottigliezza, quasi da credente inconsapevole, di quei “socialisti”, fermandosi lì, senza avventurarsi a parlare dei comunisti: lui poi, Staino, che è stato a lungo un comunista convinto: tanto da cadere, come ha confessato in una intervista di presentazione al giornale cattolico, nella tentazione usuale dei suoi compagni di scambiare i socialisti per traditori, o quasi, sino combattere Bettino Craxi negli anni di Enrico Berlinguer con la stessa testardaggine dello storico segretario del Pci. Ma quello spettacolo ignobile delle monetine, per non parlare d’altro, lanciate in piazza contro il segretario socialista, la sera del giorno in cui, nel 1993, le Camere avevano osato proteggerlo a scrutinio segreto da alcune delle richieste della magistratura di processarlo, fece rinsavire Staino. E lo riportò alle belle parole di Gesù contro i maniaci della lapidazione.

Sembra insomma di capire che Staino si trovi ora meglio sulla soglia di una Chiesa, o in oratorio, che in una sezione di qualcuno dei partiti che affollano la sinistra contendendosene la genuinità, o in qualcuna delle redazioni dei giornali dove ci si alza la mattina -ha raccontato- chiedendosi solo chi sia il nemico di giornata da combattere. E dove, pensando di onorare ancora la sinistra, si è ormai scambiato -ha detto- “il sol dell’avvenire con la forca”: avvenire, naturalmente, con la minuscola, perché la maiuscola Staino l’ha trovata nella testata cattolica alla quale si è offerto.

Su Avvenire credo sinceramente che il nuovo collaboratore onorerà Gesù, con le sue vignette domenicali, più di tanti preti che di domenica, appunto, non riescono più a intrattenere i fedeli con la spontaneità, l’immediatezza e l’efficacia che meriterebbe quel “bellissimo personaggio storico”, come lo definisce il vignettista. La striscia Hellò Jesus di Staino potrebbe forse aiutare certi sacerdoti a migliorare le loro omelìe. E pazienza se il fumettista non si è ancora dimesso da presidente addirittura dell’”Unione degli atei e agnostici razionalisti”. Che farebbero comunque bene a cercarsi un altro presidente.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Sergio Staino dall’Unità ad Avvenire

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