La botte di ferro in cui può sentirsi Piercamillo Davigo

Gli estimatori, pochi o molti che siano, del giudice Pier Camillo Davigo, ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati e presidente di sezione in carica alla Corte di Cassazione, possono stare tranquilli se ha procurato loro qualche angoscia la notizia di un possibile procedimento contro di lui davanti al Consiglio Superiore della Magistratura, ma forse anche altrove.

Una simile notizia si è diffusa, a torto o a ragione, dopo un’intervista dell’indignatissino presidente della settima commissione proprio del Consiglio Superiore della Magistratura, Claudio Galoppi. Che non vuole perdonare a Davigo di avere incontrato più volte Beppe Grillo, sino a ispirargli una proposta di modifica dei parlamentari pentastellati di precludere a vita al pregiudicato Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, anche la qualifica e il ruolo di capo-partito, non dovendo bastare la incandidabilità temporanea che ora lo angustia.

Galoppi non vuole perdonare a Davigo nemmeno di avere detto recentemente in televisione che “deve vergognarsi” chi non rinuncia, in giudizio, alla prescrizione pur assicuratagli da una legge in vigore.

Per quanto riguarda gli incontri con Grillo, peraltro rimossosi da solo da capo del suo partito, o movimento, senza aspettare che una legge glielo imponesse per una vecchia condanna definitiva per omicidio colposo, lo stesso Grillo ha provveduto a smentire liberando Davigo da ogni sospetto o accusa. E pazienza se qualche malintenzionato sospetterà, anche dopo le querele annunciate dall’interessato, che il magistrato possa essersi limitato a parlare per telefono col comico di Genova, fra un impegno e l’altro dello stesso Grillo per l’acquisto di un teatro a Roma, dove si accinge a fare due o  tre spettacoli dei suoi, a pagamento, non foss’altro per verificare se gli incassi torneranno a salire dopo il suo passo di dietro o di lato compiuto passando la guida del movimento delle 5 stelle a Luigi Di Maio.

Per quanto riguarda invece la pur indubbiamente avventata pretesa della vergogna di chi non rinuncia alla prescrizione dei reati per i quali si trova sotto giudizio, Davigo potrà facilmente “sfiancarla”, per ripetere un termine da lui stesso usato quando parla di chi viene assolto o evita comunque la condanna, appellandosi ai precedenti. Che in Italia non mancano mai. E che, nel caso addebitato a Davigo, sono costituiti dalle reiterate dichiarazioni, interviste, lettere e quant’altro di Gian Carlo Caselli, già capo, fra le altre cose, della Procura della Repubblica di Roma all’epoca dell’incriminazione di Giulio Andreotti per mafia.

Per anni Caselli ha potuto contestare il diritto di Andreotti di potersi considerare davvero assolto dalla grave accusa di concorso sia pure esterno in associazione mafiosa per non avere rinunciato alla prescrizione dell’altro, pur meno grave, reato di associazione a delinquere contestatogli nel processo per fatti risalenti quando non c’era ancora il reato di associazione mafiosa. Anche nelle argomentazioni di Caselli c’era un giudizio morale su Andreotti fruitore della prescrizione simile a quello espresso sugli imputati o imputabili in vita da Davigo. Che potrebbe ben chiedere a questo punto perché mai lui debba rispondere al Consiglio Superiore della Magistratura di un abuso dialettico e moralistico che è stato a lungo permesso a Caselli, e alla stampa fiancheggiatrice naturalmente.

Così è (se vi pare), potremmo ripetere sconsolatamente con Luigi Pirandello, magari rinunciando anche alle parentesi.

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