Bartolo Ciccardini manda a chiedere di votare Renzi

Ricordato a tre anni e più dalla morte nella sede dell’Istituto Luigi Sturzo, a pochi passi da Piazza Navona, dove sono soliti incontrarsi i democristiani di ogni tendenza, o corrente, sopravvissuti a tutti i marosi politici cominciati con la fine giudiziaria della cosiddetta Prima Repubblica, Bartolo Ciccardini è riuscito per interposta persona a inserirsi con la foga che lo aveva sempre contraddistinto in vita nelle polemiche attuali su Matteo Renzi. E quindi anche sulle prospettive, dopo la scissione a sinistra, consumata da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, del Partito Democratico. Di cui è parlamentare alla Camera  la ex segretaria generale dell’Istituto Sturzo, nonché figlia dell’ex segretario della Dc Flaminio Piccoli, Flavia Nardelli.

Alla fine della commemorazione -dopo che avevano parlato il presidente dell’Istituto Nicola Antonietti, Mario Segni, Gerardo Bianco, la figlia di Piccoli, lo storico Francesco Malgeri e Alessandro Forlani dicendo tutto il bene possibile, e meritato, di Bartolo Ciccardini, protagonista e anticipatore nella Dc di tante battaglie modernissime come l’elezione diretta del segretario del partito, dei sindaci e, in prospettiva, anche dei Presidenti della Repubblica, che invece continuano ad uscire dalle trattative segretissime e per niente trasparenti fra i partiti con la ratifica del voto parlamentare- un signore rimasto ahimè sconosciuto a molti perché si è dimenticato di presentarsi, ma che si chiama Aldo Bernabei, ha fatto letteralmente irruzione sulla pedana degli oratori. E ha voluto raccontare con toni e parole chiaramente condivisive la grande simpatia per Renzi dichiaratagli e motivatagli da Ciccardini quasi in punto di morte, pur nella consapevolezza del carattere un po’ troppo debordante, anche per i suoi gusti, dell’allora presidente del Consiglio, oltre che segretario del Pd. E ciò l’amico dello scomparso ha riferito con l’aria di voler fare un appello elettorale in nome e per conto dell’estinto, in vista delle elezioni prossime venture, di ogni livello.

Non ho dubbi sul reale entusiasmo dell’anticomunista Ciccardini per Renzi, che non a caso viene considerato dalla sinistra di origine, cultura, stampo marxista, come preferite, un intruso in odio al quale quella parte politica si sta dibattendo proprio in questi giorni, e in queste ore, nelle solite battaglie oltranziste e autodistruttive, stavolta attorno al documento di politica economica e finanziaria del governo Gentiloni. Dalla cui maggioranza il nuovo partito di Bersani e D’Alema  ha ormai un piede e mezzo fuori, trattenendone il resto per le prossime settimane o occasioni.

Ciccardini peraltro ebbe la fortuna, dal suo punto di vista politico, di morire poco dopo la vittoria di Renzi alle elezioni europee del 2014 col 40 per cento e più di voti, come ai tempi migliori della Dc. Si risparmiò così di assistere al successivo logoramento dell’ex sindaco di Firenze, un po’ procuratosi da solo con scelte e comportamenti che si poteva risparmiare, ma un po’, anzi ancor di più, per l’ostinato sabotaggio condotto dalla minoranza rabbiosa del suo partito, giunta a mobilitarsi contro di lui nel referendum sulla riforma costituzionale promettendo con faccia tosta di poterne improvvisare un’altra approvabile -disse Massimo D’Alema- in pochi mesi. Si è visto infatti dove siamo finiti, senza neppure uno straccio di legge elettorale diversa da quelle prodotte non dal Parlamento ma dalla sartoria della Corte Costituzionale.

Ostinato com’era anche lui, Ciccardini continuerebbe forse a tifare per Renzi se fosse vivo, come ha mostrato di credere l’amico che ne ha voluto così impetuosamente e sorprendentemente chiudere la commemorazione a più di tre anni dalla morte. Ma, appunto, se il morto fosse vivo.

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