Proposto il ricorso alla macchina della verità per Luigi Di Maio

            Inventata o autentica che sia, è formidabile la battuta attribuita a Matteo Renzi di fronte ai repentini cambiamenti di posizione dei grillini per adattarsi ad una trattativa di governo col Pd: “Bisognerebbe sottoporre Luigi Di Maio alla macchina della verità”.

            Persino il programma elettorale del movimento delle 5 stelle, elaborato e infine approvato con le solite modalità digitali, è stato modificato in alcuni passaggi -come ha rivelato impietosamente Il Foglio tra precisazioni e smentite a dir poco imbarazzate- per renderlo compatibile, all’esame di un professore arruolato in tutta fretta da Di Maio, prima con quelli, indifferentemente, della Lega e del Pd, e poi solo o soprattutto col secondo.

            E’ infatti accaduto che l’aspirante grillino a Palazzo Chigi abbia deciso di allontanarsi dal forno di Matteo Salvini, adoperato per la spartizione dei vertici del Parlamento eletto il 4 marzo scorso ma frequentato anche dal troppo ingombrante e sgradito Silvio Berlusconi, per accostarsi a quello del segretario reggente del Pd Maurizio Martina. Nella cui vetrina sono stati appena rispolverati, non so francamente se più casualmente o apposta, tre vecchi punti programmatici del partito del presidente uscente del Consiglio Paolo Gentiloni e del suo predecessore: reddito di inclusione, salario minimo legale e assegno universale per le famiglie.

Titolo del Fatto.jpg           Ci stiamo, hanno subito commentato Di Maio e amici, senza neppure consultare il professore incaricato del compito di definire le compatibilità fra i vari programmi, o il loro contrario. Contemporaneamente nella redazione del solito Fatto Quotidiano, diretto dall’altrettanto solito Marco Travaglio, hanno provveduto a rifare la prima pagina per sparare un titolo fra il compiaciuto e l’irrisorio, cui da quelle parti non rinunciano mai perché è nella loro natura, come disse lo scorpione alla rana pungendola e affogando insieme nell’acqua. “Dopo 44 giorni in freezer, si scioglie il Pd: il No ai 5 Stelle è già diventato Ni”, ha annunciato il giornale insieme di fiancheggiamento e di sorveglianza del movimento grillino, in piena e totale autonomia naturalmente, spettando solo al suo direttore decidere dove finisce l’appoggio e cominciano invece, secondo le circostanze, i consigli e i moniti.

            Le capacità camaleontiche di un movimento così generosamente premiato -va detto- dagli elettori 44 giorni fa, per stare ai conti del Fatto Quotidiano, prima che costoro potessero accorgersi di queste doti di Di Maio e amici, si sono avvertite soprattutto sul terreno che sembrava il meno adatto ai cambiamenti repentini di posizione: quello della politica internazionale. Dove le reazioni ai missili lanciati contro obiettivi rigorosamente militari della Siria da americani, inglesi e francesi per cercare di neutralizzare  le armi chimiche che il dittatore di quel Paese usa adoperare contro i suoi oppositori, hanno consentito a Di Maio di sorprendere e scavalcare in atlantismo persino l’ex presidente della Commissione Esteri del Senato Pier Ferdinando Casini. A tanto è riuscito il putinismo quasi incondizionato del leader leghista, e del nuovo centrodestra, Salvini.

            Se non gli capiterà di diventare presidente del Consiglio per l’incapacità appena rimproveratagli dal vecchio Emanuele Macaluso di “governare le proprie ambizioni”, il giovane Di Maio potrà candidarsi alla successione all’attuale segretario generale della Nato, il laburista norvegese Jens Stoltenberg. O anche alla successione, l’anno prossimo, al presidente della commissione dell’Unione Europea, visti i cambiamenti intervenuti nel movimento grillino pure sull’euro e dintorni. Tanto, candidarsi non costa niente.

           

Sono un pò troppi -12 milioni e più- gli italiani che Di Maio non riconosce

            A vedere e sentire Luigi Di Maio, nel salotto televisivo di Otto e mezzo, alle prese con la conduttrice Lilli Gruber e col notista politico del Corriere della Sera Massimo Franco, vi confesso di essere stato per un attimo tentato di condividere il pur ardimentoso paragone fatto recentemente dal direttore dello stesso Corriere, Luciano Fontana, fra il candidato grillino a Palazzo Chigi e la buonanima di Giulio Andreotti, naturalmente ringiovanito e privo della storica gobba. Dove un’altra buonanima, quella di Enzo Biagi, immaginava che il sette volte presidente democristiano del Consiglio custodisse i segreti della Repubblica.

            Ma l’impressione, per la capacità del giovanotto di rispondere con prontezza e disinvoltura ai suoi interlocutori, è durata appunto un attimo. E mi è passata quando l’ospite di Lilly ha cercato di spiegare le ragioni per le quali, cercando di imitare Andreotti come cliente o titolare di due forni, ha spiegato per quale motivo la Lega e il Pd sono per lui perfettamente interscambiabili. Come per un certo tempo l’Andreotti degli anni della “centralità” riteneva il Pli di Giovanni Malagodi e il Psi di Pietro Nenni, e l’Andreotti degli anni successivi il Psi di Bettino Craxi e il Pci di Enrico Berlinguer, prima che con Bettino non scoppiasse la piena sintonia di Sigonella.

            Nell’estrapolare la Lega di Matteo Salvini dal centrodestra per ribadire e motivare il veto grillino contro Berlusconi e Forza Italia come partecipi di un “contratto” di governo, Di Maio ha detto, letteralmente, di non conoscere “nessun italiano che abbia votato per il centrodestra” il 4 marzo scorso, ma solo italiani che hanno votato o per la Lega, o per Forza Italia o per Fratelli d’Italia. Eppure per l’assegnazione della parte maggioritaria dei seggi parlamentari quegli elettori hanno votato candidati comuni.

            Beh, a questa rappresentazione politica di un risultato elettorale Andreotti non sarebbe mai arrivato, essendo troppo sconclusionata. Che la coalizione di centrodestra fosse arrivata alle elezioni composita, ed anche eterogenea, incollata pure  dall’opportunismo, e con due galli a cantare -Berlusconi e Salvini-  per la cosiddetta leadership, non si può certo negare. Ma che dodici milioni e più di italiani l’abbiano poi votata, sapendo peraltro che sarebbero stati loro stessi a sciogliere il nodo della guida, com’è avvenuto col sorpasso della Lega su Forza Italia, Di Maio non può negarlo: né come politico, né come fornaio, poco importa se di pane o di pizza, col suo amico Roberto Fico ora ben piazzato alla presidenza della Camera.

            Berlusconi avrà esagerato giovedì scorso nella loggia quirinalizia della Vetrata nei riguardi del padrone di casa Sergio Mattarella, verso i cui ospiti, compresi i grillini, egli doveva il rispetto anche improvvisando un mezzo cabaret. Ma non ha certo esagerato nei riguardi della logica politica quando ha equiparato all’”assenza dell’abc della democrazia” la pretesa di Di Maio di non riconoscere dignità d’interlocuzione ad una coalizione presentatasi regolarmente alle elezioni, e uscita delle urne con più voti del movimento dello stesso Di Maio.

            E’ lesiva dell’onestà politica la pretesa grillina di trattare con Salvini a prescindere dai suoi alleati, che peraltro sono stati trattati e rispettati come tali negli assetti parlamentari e istituzionali, e nonostante i ripetuti rifiuti del segretario leghista di prestarsi a veti contro chi lui rappresenta come leader della coalizione classificatasi al primo posto nella graduatoria elettorale.

           Quella di Di Maio è’ una pretesa che ha, fra l’altro, il torto di interferire anche nelle valutazioni del presidente della Repubblica, che ha preso tanto sul serio la coalizione di centrodestra da riceverne insieme le delegazioni nel secondo e più stringente giro di consultazioni, quando ne ha ricevuto la richiesta. Che, a dire il vero, sarebbe stato meglio formulare anche nel primo giro, proprio per evitare speculazioni grilline.

Il Pantheon repubblicano dei capri espiatori: da De Gasperi a Renzi

L’articolo di Angela Azzaro in difesa di un  Pd, e del suo ex segretario, diventato la sentina di tutti i mali della politica e persino della società italiana dopo i risultati elettorali del 4 marzo, mi ha fatto tornare alla mente un po’ di capri espiatori nella storia più che settantennale ormai della Repubblica.

Tutto sommato, Matteo Renzi può sentirsi in buona compagnia, pur con tutti gli errori che ha sicuramente compiuti, compreso quello che personalmente gli ho più volte rimproverato di avere negato il Pantheon della sinistra riformista italiana a Bettino Craxi. Di cui pure, volente o nolente, lui ha ripercorso alcune tappe nell’azione di partito e di governo, persino quelle delle reazioni più scomposte e indegne dei suoi avversari, che  ne hanno sognato l’arresto, sprovvisto com’era prima dell’elezione a senatore di Scandicci, di quel poco che è rimasto della vecchia immunità parlamentare. O lo hanno più semplicemente scambiato per un aspirante tiranno, come fece appunto con Craxi nel 1983  l’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer. Che pure Renzi è tornato anche di recente a preferire al leader socialista nella galleria della sinistra.

Nel 1953 il ruolo del capro espiatorio toccò’ addirittura al protagonista della ricostruzione post-bellica del Paese: Alcide De Gasperi. Al quale non fu rimproverata, per quanto neppure scattata nelle elezioni di quell’anno, una legge chiamata “truffa” perché contemplava un premio di maggioranza in Parlamento per chi avesse raccolto il 50 per cento più uno dei voti. Roba da ridere rispetto ai premi adottati o tentati durante la cosiddetta seconda Repubblica.

Il povero De Gasperi subì l’onta della sfiducia parlamentare ad un governo appena formato, l’ottavo della sua storia personale, e si ritirò fra le montagne del suo Trentino per morirvi praticamente di crepacuore. E ciò mentre il suo successore alla guida della Dc, l’allora giovane Amintore Fanfani, si vantava di essere stato da lui stesso aiutato a subentrargli. “Una fantasia”, soleva commentare a labbra strette Giulio Andreotti, che di De Gasperi era stato il braccio destro.

Toccò poi al medesimo Fanfani diventare il capro espiatorio di una rivolta di partito che lo estromise contemporaneamente da segretario, da presidente del Consiglio  e da ministro degli Esteri. Furono utilizzati contro di lui persino alcuni incidenti ferroviari per dargli del menagramo. E appendergli in fotografia al collo un corno, come fece in una copertina un settimanale allora in voga –Il Borghese- fondato da Leo Longanesi.

Aldo Moro, succeduto a Fanfani come segretario della Dc nel 1959 e poi anche come presidente del Consiglio alla testa, nel 1963, del primo governo “organico” di centro-sinistra, con tanto di trattino, divenne nel 1968 il capro espiatorio del mancato successo elettorale dell’unificazione socialista. Che pure lui aveva cercato di favorire, fra le proteste della maggiore corrente della Dc, quella dei “dorotei”, sponsorizzando nel 1964 l’elezione del suo ministro degli Esteri Giuseppe Saragat al Quirinale. Dove peraltro qualche mese prima il democristiano Antonio Segni era stato colto da ictus in un alterco proprio con Saragat.

Fu proprio la mancanza dell’appoggio di Saragat, nell’estate del 1968, a determinare l’allontanamento di Moro da Palazzo Chigi. “Non lasciatemi morire con Moro”, si lasciò supplicare quell’estate Pietro Nenni, che ne era stato il vice al vertice del governo.

Estromesso dalla presidenza del Consiglio per convergenza di interessi e risentimenti democristiani e socialisti, Moro divenne il bersaglio persino del coltissimo ed ecumenico Giovanni Spadolini. Che da direttore del Corriere della Sera ne contestò in un fondo domenicale il voto espresso nella competente commissione della Camera a favore di un emendamento comunista alla riforma degli esami di Stato, approvato per garantire la promozione dello studente in caso di parità di giudizi.

In quel voto Spadolini vide addirittura tracce o indizi della “Repubblica conciliare”, anticipatrice di quello che sarebbe poi diventato con Berlinguer il progetto del “compromesso storico”. Ricordo ancora lo sconforto confidatomi da Moro per essere stato frainteso da un professore universitario dimentico -mi disse l’ex presidente del Consiglio- che anche un imputato va assolto a parità di voti.

Debbo dire che poi Moro, quando gli capitò da presidente del Consiglio, in un bicolore Dc-Pri con Ugo La Malfa, di far nominare Spadolini ministro gli “regalò” -mi disse- il Ministero dei Beni Culturali fornendogli con un decreto legge il portafogli di cui quel dicastero non disponeva ancora.

Dopo tre anni Moro, nel frattempo detronizzato di nuovo da Palazzo Chigi, sarebbe stato sequestrato e ucciso dalle brigate rosse. Il capro espiatorio anche di quella vicenda, e non solo di un presunto deterioramento dei rapporti fra società civile e politica avvertito dal Pci nei risultati stentati di un referendum contro la legge che disciplinava il finanziamento pubblico dei partiti, fu Giovanni Leone. Il quale fu costretto dalla mattina alla sera a dimettersi da presidente della Repubblica, quando mancavano solo sei mesi alla scadenza del mandato quirinalizio.

Così il povero Leone pagò pure, o soprattutto, la colpa di essersi messo di traverso alla linea della fermezza adottata dal governo di fronte al sequestro del presidente della Dc. Di cui invece il capo dello Stato aveva voluto tentare  uno scambio predisponendo la grazia per Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici detenuti che i terroristi avevano chiesto di liberare per restituire vivo l’ostaggio.

Il turno successivo di capro espiatorio toccò ad Arnaldo Forlani, dimessosi da presidente del Consiglio nel 1981 per le liste della loggia massonica P2 di Licio Gelli, in cui c’era anche il nome di un prefetto che era il suo capo di Gabinetto. Poi Forlani dovette difendersi in una causa alla Corte dei Conti per i danni subiti dai massoni, e risarcibili dallo Stato, a causa della diffusione delle liste, per quanto avvenuta d’intesa tra il governo e la competente autorità giudiziaria. Una vicenda tutta italiana per confusione, caccia alle streghe e quant’altro.

Decisamente più drammatica fu, come capro espiatorio, la sorte di Bettino Craxi, perseguito con “una durezza senza uguali”, certificata dopo anni con lettera dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano alla vedova, per il finanziamento illegale della politica, e reati connessi. Come se Craxi non avesse ereditato ma inventato lui quel fenomeno, per giunta coperto  nel 1989 con un’amnistia che aveva consentito a un bel po’ di politici di farla franca.

Giulio Andreotti divenne invece negli stessi anni il capro espiatorio delle carenze nella lotta alla mafia, per quanto il suo ultimo governo avesse trattenuto con un decreto legge di controversa costituzionalità un bel po’ di mafiosi che avevano maturato il diritto di uscire dal carcere. E avesse arruolato al Ministero della Giustizia, proprio per la lotta alla mafia, un campione come il giudice  Giovanni Falcone, eliminato per questo dai criminali con la strage di Capaci.

Processato, in sovrappiù, ed assolto anche per il delitto Peccorelli, il sette volte presidente del Consiglio, nonché senatore a vita di nomina quirinalizia  avendo “illustrato la Patria – secondo la formula dell’articolo 59 della Costituzione- per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”, si è portata nella tomba l’onta, ancora rimproveratagli ogni volta che gli capita dal pubblico accusatore Gian Carlo Caselli, di una  prescrizione del reato di associazione a delinquere, prima che diventasse concorso esterno in associazione mafiosa. Da cui in ogni modo Andreotti fu assolto, per ammissione anche di Caselli.

Passati dalla prima alla seconda Repubblica, ci siamo dovuti accontentare, sempre nel campo politico, di capri espiatori, diciamo così, più alla buona. Come il povero Achille Occhetto, sostanzialmente deposto nel 1994 da Massimo D’Alema al vertice dell’ex Pci per la sorprendente e strepitosa vittoria elettorale conseguita sulla sinistra dall’esordiente Silvio Berlusconi. E poi lo stesso Berlusconi per le sue abitudini di vita non da seminario, o per i suoi affari, analoghi a quelli di tutti gli altri imprenditori della sua stazza finanziaria, o persino per le speculazioni subite dai titoli del debito pubblico italiano nell’estate del 2011, quando irruppe sulla scena il loden austero di Mario Monti.

Il ruolo di capro espiatorio è inoltre toccato a D’Alema per essere subentrato nel 1998 a Romano Prodi senza passare per gli elettori con le elezioni anticipate, e per una certa spocchia rimproveratagli a volte a ragione ma a volte anche a torto.

Il povero Fausto Bertinotti, a dispetto delle buone maniere che tutti gli riconoscono, è stato buttato dal mio amico Giampaolo Pansa tra le fiamme come “il parolaio rosso” per non aver voluto a suo tempo sostenere i governi Prodi oltre le loro materiali capacità di resistenza politica.

Walter Veltroni divenne nel 2009 il capro espiatorio di alcuni rovesci locali del Pd da lui stesso fondato due anni prima, scampando al torto più consistente e per lui dannoso di essersi apparentato a livello nazionale nelle elezioni del 2008 con Antonio Di Pietro, subendone la linea.

Matteo Renzi chiude, per ora, la lista per le rottamazioni sbagliate, o per quelle incompiute. E per sopravvivere fisicamente alle sue dimissioni da segretario del Pd dopo la sconfitta del 4 marzo. Già, perché la sua stessa presenza fisica sembra infastidire i vecchi e nuovi avversari politici. E’ incredibile ma vero in questo Paese che continua a chiamarsi Italia.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Clamoroso spintone di Crosetto a Berlusconi sulla strada del governo

            Ospite di Massimo Giletti a quella strana Arena televisiva de la 7 che è e non è, Guido Crosetto con la sua stazza da gigante, ben oltre il quintale, ha dato al suo amico Silvio Berlusconi uno spintone, per quanto metaforico, tale da fargli rimpiangere l’impietoso inciampo di qualche giorno fa in un teatro a Isernia. Dove il Cavaliere sta guidando personalmente la campagna elettorale molisana per rimontare domenica prossima in regione il fastidioso sorpasso subìto a livello nazionale il 4 marzo scorso ad opera della Lega.

            Proprio a conclusione di una domenica inutilmente trascorsa dai cronisti politici in attesa di un incontro fra il leghista Matteo Salvini e il grillino Luigi Di Maio, o viceversa, Crosetto ha impietosamente indicato nella testardaggine di Berlusconi la causa dello “stallo” della crisi di governo denunciato dal capo dello Stato Sergio Mattarella dopo il secondo e infruttuoso giro delle consultazioni al Quirinale. Dove lo stesso Berlusconi giovedì scorso ha dato spettacolo, letteralmente, nella Loggia delle Vetrate negando “l’abc della democrazia” al partito cui Salvini, da lui incoronato nuovo leader del centrodestra, si era appena rivolto per primo come interlocutore sulla strada di una nuova maggioranza: il movimento grillino delle 5 stelle.

           Crosetto.jpgApprodato negli anni scorsi tra i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni lasciando Forza Italia prima ancora  che questa si ricostituisse dopo il collasso infelice del Pdl, inteso come Partito delle Libertà, Crosetto ha detto da Giletti che la crisi si risolverebbe d’incanto se Berlusconi accettasse il sacrificio di un passo indietro, o di lato. Ciò basterebbe ai grillini per rimuovere il veto posto alla partecipazione di Forza Italia al nuovo governo.

            Temo, per Crosetto, ma anche per Salvini, e in fondo anche per Mattarella, e per le sue riflessioni sul conferimento di un incarico nei prossimi giorni, che Berlusconi non l’abbia presa bene, convinto com’è, ed ha gridato nei comizi in Molise, che non intende farsi dire da altri che cosa egli debba o non debba fare di se stesso e del suo partito. Dove magari ci sarà qualcuno d’accordo per ragioni anagrafiche col coordinatore 54.enne dei Fratelli d’Italia Crosetto, peraltro ancora convinto dei meriti e delle qualità del Cavaliere, ma non ha il coraggio di dirlo.

            Berlusconi, d’altronde, misura gli anni in modo diverso dagli altri. Lui dà più importanza all’età “percepita”, come la chiama, che a quella che scorre inesorabilmente col calendario. E soprattutto s’infuria se l’età anagrafica viene usata strumentalmente per fargli pagare colpe che egli non ritiene di avere, specie se queste si traducono nel “male assoluto”, nel “delinquente”, nello “stragista mafioso” e in tutti gli altri improperi che gli gridano addosso gli avversari, del nuovo conio grillino o del vecchio conio comunista o post-comunista.

            Ad aiutare Berlusconi a contare gli anni, i suoi anni, in modo diverso dagli altri contribuiscono anche la presenza sulla scena, o nel dibattito politico, di persone anche più anziane di lui, come il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che marcia verso i 93 anni, e l’eco che riescono ancora a suscitare le sue parole, i suoi gesti, le sue lettere. Come quella ancora fresca d’inchiostro, diciamo così, al Corriere della Sera sulla necessità e urgenza di un governo italiano “autorevole” in grado di svolgere addirittura un’opera di mediazione, analoga a quella da lui condotta a Pratica di Mare quando era a Palazzo Chigi, fra Russia e America, e ora anche l’Unione Europea, per salvaguardare la pace dove non c’è o viene minacciata, non solo in Siria.  

Berlusconi dirotta sull’alleato Salvini uno dei missili americani contro la Siria

            Diavolo di un uomo, e di un Cavaliere, quale ha ripreso o non ha mai smesso di essere anche dopo la condanna definitiva di cinque anni fa per frode fiscale, Silvio Berlusconi ha fatto un’altra irruzione clamorosa nella crisi di governo. Egli ha praticamente dirottato verso il suo alleato Matteo Salvini uno dei missili lanciati da americani, inglesi e francesi contro gli arsenali chimici siriani di Assad.

           Giornale su Salvini.jpg  Prima Berlusconi, in missione elettorale in Molise, ha disapprovato il “pazzesco” pronunciato da Salvini contro il lancio di quei missili, rimproverandogli di non avere preferito un più utile e saggio silenzio. Mancato il quale, il Giornale della famiglia dell’ex presidente del Consiglio ha sparato contro il segretario leghista, per quanto incoronato personalmente giovedì da Berlusconi nella loggia quirinalizia delle Vetrate “nostro nuovo leader”, un titolo di prima pagina che lo indica come come l’uomo che poco onorevolmente “marca visita”.

            Poi il Cavaliere ha preso carta e penna per scrivere una lettera al Corriere della Sera, che gliel’ha pubblicata bene in evidenza, fra richiamo in prima pagina e vistoso titolo interno, e impartire una mezza lezione di politica estera al suo alleato leghista, pur mai citato. Ma anche agli altri attori della crisi entrata nello “stallo” denunciato con sconforto e preoccupazione dal presidente della Repubblica.

  lettera Berlusconijpg.jpg        In particolare, Berlusconi ha sottolineato il carattere circoscritto dei bombardamenti alleati contro gli armamenti chimici siriani vietati dalle leggi e convenzioni internazionali. Ed ha riproposto la sua opinione che dalla crisi in quella regione cruciale anche per i nostri interessi nazionali non si possa uscire senza accordi diplomatici fra i russi, che proteggono il regime siriano salvandolo sinora dalla guerra civile in corso da tempo, gli americani e l’Unione Europea.

            L’Italia, secondo Berlusconi, potrebbe svolgere per i suoi rapporti internazionali e per la sua stessa collocazione geografica una preziosa e persino risolutiva azione di mediazione, ripetendo il miracolo che lui si vanta ancora di avere realizzato a suo tempo a Pratica di Mare, come presidente del Consiglio, mettendo d’accordo Putin e la Nato, se non fosse paralizzata dalla crisi politica in corso. Dalla quale pertanto è ancora più urgente e necessario uscire con la formazione di un governo “non qualsiasi, con una qualsiasi maggioranza parlamentare”, ma “autorevole sul piano interno e internazionale, interlocutore riconosciuto e capace di farsi ascoltare dalle maggiori potenze”.

            A questo governo “autorevole” dovrebbero concorrere “tutte le forze politiche responsabili”, alle quali si è genericamente rivolto Berlusconi pensando probabilmente anche, se non soprattutto, al Pd. Di cui invece il suo alleato Salvini non vuole neppure sentir parlare come di un alleato di governo, così come il grillino Luigi Di Maio, preferito da Salvini come interlocutore per una nuova maggioranza, non vuole sentir parlare di Berlusconi e, più in generale, della sua Forza Italia, pur avendo concorso all’elezione di sue due esponenti alla presidenza del Senato e ad una delle vice presidenze della Camera.

           Se e come la lettera di Berlusconi al Corriere della Sera sia destinata a influire sulle riflessioni in corso al Quirinale, dove Mattarella intende passare dalle consultazioni al conferimento di un primo incarico, non si sa ancora di quale natura, è difficile dire allo stato delle cose. Altrettanto difficile è tentare l’individuazione della personalità alla quale Berlusconi, non ancora agibile del tutto sul piano politico, pensa per la guida del governo proposto a tutte le forze politiche “responsabili”, anche se si è già scritto e parlato nei giorni scorsi del suo ex ministro degli Esteri Franco Frattini, non più parlamentare, o di Antonio Martino, pure lui ex ministro degli Esteri, ma anche della Difesa, ed ex parlamentare.

           Di tutt’altro segno sono naturalmente le visioni o immaginazioni di un grande consigliere della Sinistra italiana, con la maiuscola, quale si considera il vegliardo Eugenio Scalfari. Che nel consueto appuntamento domenicale con i lettori della sua Repubblica, quella di carta, ha in qualche modo invertito l’ordine delle gerarchie di governo suggerito la domenica precedente. Questa volta, anche lui pensando pure al quadro internazionale, ma escludendo che esistano spazi per una mediazione italiana nei conflitti che ci assediano, ha proposto per Palazzo Chigi il grillino Luigi di Maio, il cui movimento potrebbe essere ormai considerato di centrosinistra, avendone ereditato buona parte dell’elettorato, e per la Farnesina, magari anche come vice presidente del Consiglio, il capo del governo uscente Paolo Gentiloni, del Pd.

Salvini e forse anche Mattarella hanno perdonato il cabaret a Berlusconi

            Le ultime dal fronte della crisi, dopo “lo stallo” lamentato dal presidente della Repubblica a conclusione del secondo giro delle consultazioni al Quirinale, sono una notizia e un bacio immaginario.

            La notizia è il perdono concesso da Matteo Salvini a Silvio Berlusconi per quella “battutaccia” contro i grillini rimproveratagli anche dai leghisti, oltre che dagli stessi grillini, spiazzati entrambi dal cabaret improvvisato dal Cavaliere nella Loggia delle Vetrate.

           La battutaccia è naturalmente quella sul movimento delle 5 stelle privo “dell’abc della democrazia” per l’ostracismo dichiarato a Berlusconi personalmente e al suo partito, nonostante i cinque milioni e rotti di voti raccolti da Forza Italia nelle urne il 4 marzo scorso. E nonostante -aggiungerei- i voti grillini con i quali sono stati appena eletti nel nuovo Parlamento una berlusconiana alla presidenza del Senato, seconda carica dello Stato, e un’altra alla vice presidenza della Camera: rispettivamente, Maria Elisabetta Alberti Casellati e Mara Carfagna. Non parliamo poi delle altre cariche parlamentari -tra questori, segretari e presidenti di commissioni speciali- spartite tra grillini, sempre loro, leghisti, forzisti e fratelli d’Italia-ex missini e simili.

          Il perdono di Salvini a Berlusconi, dodici ore dopo l’incidente cabarettistico al Quirinale, si è letto nel sorriso indulgente e comprensivo opposto dal segretario della Lega  -nonché nuovo leader del centrodestra incoronato dallo stesso Berlusconi nella loggia delle Vetrate-  al giornalista che lo ha avvicinato in una piazza per strappargli qualche sfogo contro il Cavaliere. Del quale Salvini ha invece mostrato di capire, se non condividere, il risentimento per la gogna che gli riservano i vari Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, per quanto quest’ultimo si sia messo in aspettativa politica, probabilmente pronto a rientrare nel prossimo giro parlamentare, magari dopo la caduta della stella dell’attuale, ostinato aspirante grillino a Palazzo Chigi.

           Salvini, insomma, nonostante o a causa -come preferite- degli anatemi rivoltigli ogni tanto dal Giornale di famiglia di Berlusconi e dintorni, non intende soddisfare l’indubbia voglia di accordarsi con i grillini al prezzo di una rottura col Cavaliere. Così come, forse, Berlusconi non intende inseguire una pur improbabile intesa di governo col Pd post-renziano senza il consenso del contrarissimo Salvini. I cui voti parlamentari sarebbero d’altronde necessari per quell’operazione preferita in cuor suo dall’ex presidente del Consiglio.

          Il bacio immaginario, e in bocca, che ha fatto irruzione nella crisi è quello fra Mattarella e Berlusconi, gridato con un titolo in rosso dal Foglio in prima pagina e disegnato apposta su una copertina di quel giornale dallo stesso autore del murale, nei pressi di Montecitorio, che fece ingelosire il Cavaliere all’esordio della nuova legislatura perché univa le bocche di Salvini e di Di Maio.

         In una ricostruzione d’intenti e di interessi forse non arbitraria Il Foglio attribuisce al presidente della Repubblica la convinzione che, nonostante tutto, compresa la profanazione cabarettistica del rito quirinalizio delle consultazioni,  la partecipazione del Cavaliere sia utile ad una maggioranza di governo composta da grillini e leghisti. Che da soli non durerebbero neppure per il tempo necessario a gestire un turno di elezioni anticipatissime.

         Mattarella, d’altronde, è di formazione notoriamente morotea. E fra gli insegnamenti del compianto Aldo Moro c’è quello del 1976, quando l’allora presidente della Dc vide e indicò nei risultati elettorali “due vincitori”, la stessa Dc e il Pci di Enrico Berlinguer, troppi per governare l’uno contro o senza l’altro, per cui ne teorizzò e trattò l’intesa per una maggioranza che fu definita di “solidarietà nazionale”.

        Ebbene, i due vincitori delle elezioni del 4 marzo scorso -o “prevalenti”, come preferisce chiamarli Mattarella- sono stati i grillini da una parte e il centrodestra dall’altra, anche se all’interno del centrodestra si è verificato un fatto saliente come il sorpasso dei leghisti sul partito di Berlusconi. E’ stato ed è un sorpasso non sufficiente a Salvini per fare a meno del Cavaliere, anche se Di Maio non riesce a capacitarsene, così smentendo peraltro i troppo generosi osservatori, compreso il direttore in carica del Corriere della Sera, che lo hanno paragonato addirittura a Giulio Andreotti.  

Un cabaret di Berlusconi al Quirinale fa riesplodere il centrodestra

               La storia settantennale delle consultazioni al Quirinale per la formazione dei governi della Repubblica è stata in qualche modo profanata, almeno per i cultori della materia, dallo spettacolo forse neppure improvvisato di Silvio Berlusconi. Che, dopo l’incontro del capo dello Stato con una foltissima delegazione del centrodestra, ad ospitare la quale si era fatta incetta delle poltrone, prima ha metaforicamente deposto la corona di leader della coalizione sulla testa di Matteo Salvini, davanti alle telecamere e altri obiettivi sistemati nella cosiddetta loggia della Vetrata, per togliergliela subito dopo con una serie di sketch, a gesti e parole, conclusa con un suo anatema  di antidemocratici contro i grillini. Che invece Salvini, leggendo un comunicato concordato anche nelle virgole con lo stesso Berlusconi, aveva appena messo in testa alle forze con le quali cercare un’intesa per la formazione del governo.

            “Una battutaccia”, è stata poi definita, nella stessa loggia della Vetrata, dal grillino Luigi Di Maio l’anatema di Berlusconi, di cui pertanto l’aspirante delle 5 stelle a Palazzo Chigi è tornato a reclamare “un passo di lato”, cioè l’esclusione dalla maggioranza, o qualcosa di simile, come condizione per un’intesa, o “contratto”, come lui preferisce chiamarlo, con i leghisti.

            Ma “battutaccia”, fuori dal Quirinale, è stata poi definita quella di Berlusconi anche dal leghista Giancarlo Giorgetti, che la stessa delegazione del centrodestra aveva indicato più o meno esplicitamente al presidente della Repubblica come la persona adatta per un incarico finalizzato a verificare o anche trattare un’intesa di governo.

            L’uso dello stesso termine -battutaccia- da parte di Di Maio e di Giorgetti ha finito per accreditare l’impressione che la quasi mezz’ora di tempo presasi al Quirinale dalla delegazione grillina per presentarsi ai giornalisti dopo l’incontro con Sergio Mattarella fosse stata impiegata anche per uno scambio telefonico di opinioni, e qualcosa forse anche di più, fra gli stessi grillini e i leghisti. I cui rapporti poi sono stati tradotti da Di Maio, davanti alla stampa, nella formula di una “sinergia istituzionale”. Che potrebbe tradursi anche in sinergia governativa nonostante l’anatema di Berlusconi, il perdurante veto leghista contro  il partito del Cavaliere, e non solo contro la sua persona, e la contestazione di questo veto da parte di Salvini.

            Ad accreditare l’impressione che, nonostante o a dispetto del cabaret belusconiano andato in onda al Quirinale, possa realizzarsi un’intesa fra Di Maio e Salvini, magari attorno al leghista Giorgetti per compensare lo squilibrio di forze esistente a vantaggio dei grillini nelle aule parlamentari, è Il Foglio fondato da Giuliano Ferrara e diretto da Claudio Cerasa.

           Il Foglio.jpg   Questo giornale, in verità, è spesso più fantasioso che informato. Aspira di frequente più a consigliare i protagonisti della politica che a informare i suoi, del resto, non moltissimi lettori. Ma esso gode di un certo prestigio nei palazzi del potere e non può essere certamente considerato ostile e neppure tanto estraneo alla famiglia Berlusconi, che ne consentì a suo tempo la nascita e l’arrivo nelle edicole. Ebbene, Il Foglio ha titolato, o liquidato, così in prima pagina il siparietto nel secondo giro delle consultazioni di Mattarella: “Il Cav. si prende la scena al Quirinale, ma la regìa è di Salvini e Di Maio- Forza Italia fa la voce grossa, ma è disposta a cedere su tutto, pur di avere un piede nella maggioranza. La carta del sostegno esterno a Lega-M5S”, inteso naturalmente come Movimento 5 Stelle.

            Resta da vedere, nell’ipotesi accreditata dal Foglio, se e come sarà possibile conciliare il “sostegno esterno” di Berlusconi e la pretesa grillina di spingerlo addirittura all’opposizione, anche se Di Maio si è limitato a parlare di un “passo di lato”.

            L’unico precedente che mi viene in mente è quello, in verità, non felicissimo del governo monocolore democristiano presieduto fra il 1957 e il 1958, esattamente per 408 giorni, da Adone Zoli. Che definì “non richiesta né gradita” la fiducia accordatagli in Parlamento dai missini, ai quali il presidente del Consiglio rivolse addirittura le spalle quando i deputati della fiamma tricolore rivendicarono il diritto di sentirsi partecipi della maggioranza.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it il 13 aprile 2018

Il centrodestra risale al Quirinale per le consultazioni in altissima tensione

            Quel “Salvini a un passo dal vendersi a Grillo” gridato su tutta la prima pagina del Giornale di famiglia rappresenta come meglio non potrebbe lo stato d’animo col quale Silvio Berlusconi segue lo sviluppo dei rapporti fra il suo principale alleato elettorale, che lo ha sorpassato nel voto del 4 marzo, e il candidato di facciata del movimento delle 5 Stelle a Palazzo Chigi. Che potrebbe pure fare un passo indietro o di lato e concordare con Salvini un terzo uomo alla guida del nuovo governo, a condizione che il partito di Berlusconi non ne faccia parte, se non di soppiatto, con qualche tecnico d’area o cosette simili. A condizione, cioè, di un parricidio politico da parte del leader leghista.

            Eppure Berlusconi, dopo averci peraltro riflettuto sopra per qualche ora, ha accettato la proposta prima di Giorgia Meloni e poi dello stesso Salvini di salire insieme al Quirinale  nel secondo giro di consultazioni per la soluzione della crisi. Immagino la curiosità e persino l’imbarazzo del presidente della Repubblica, col rischio di dovere svolgere una paradossale opera di mediazione fra i tre maggiori esponenti del centrodestra perché al termine dell’udienza con lui non litighino fra di loro anche davanti ai microfoni e alle telecamere della Vetrata.

            A far salire la temperatura nel centrodestra, pur uscito dalle urne col maggior numero dei voti, superiore quindi anche a quelli raccolti e vantati dal solitario movimento dei grillini, è stato un dettaglio -in apparenza- delle intese che hanno costantemente segnato dall’insediamento delle nuove Camere i rapporti fra Di Maio e Salvini, o viceversa, per la spartizione delle cariche parlamentari.

          Il dettaglio -sempre in apparenza- consiste nella scelta del leghista Nicola Molteni a presidente della commissione speciale della Camera che sostituirà per pareri e quant’altro le commissioni permanenti, da definire dopo gli eventuali accordi di governo, quando cioè si conosceranno componenti e confini della maggioranza e dell’opposizione, o delle opposizioni. Al vertice dell’analoga commissione  provvisoria del Senato è stato insediato un grillino.

          I forzisti, curiosamente, non hanno gradito a Montecitorio la scelta di Molteni non perché avessero un loro candidato, discriminato quindi da Di Maio e Salvini nell’ottica dell’ostracismo al partito di Berlusconi, che comunque ha portato a casa la presidenza del Senato e un bel po’ di vice presidenti, questori e segretari dei due rami del Parlamento. No. La sorpresa che ha insospettito, irritato e altro ancora i forzisti, sino a fare sparare quel titolo sulla prima pagina del Giornale, è stata una sostituzione di candidato alla presidenza della commissione speciale della Camera all’interno della Lega. E’ una sostituzione che avrebbe dovuto e dovrebbe essere faccenda appunto della Lega soltanto, ma che evidentemente tale non è per le solite doppie e triple partite che si giocano dietro le quinte.

         Al posto di Molteni i forzisti si aspettavano, in particolare, che fosse scelto il suo collega di partito Giancarlo Giorgetti, peraltro già pieno di incarichi e di missioni in questo avvio di legislatura, cugino del banchiere Massimo Ponzellini e soprattutto uomo di grandissima fiducia di Salvini. Ma che gliene importa di Giorgetti ai forzisti? Pare che gliene importi molto perché essi avrebbero preferito vederlo impegnato con la commissione speciale piuttosto che libero, come si sospetta ora da quelle parti, di giocare altre partite alle quali vorrebbe destinarlo Salvini:  compresa la candidatura alla guida di un governo in cui la rinuncia dei grillini a Palazzo Chigi potrebbe essere compensata con qualcosa che soddisfi il loro antiberlusconismo.

         Non a caso, d’altronde, Giorgetti è l’esponente leghista che ha già fatto saltare i nervi ai forzisti due volte dall’inizio di questa diciottesima legislatura. Una volta quando ha liquidato come un cinema o un film finito quello di un centrodestra proiettato, come avrebbe voluto e tuttora vorrebbe Berlusconi, più verso il Pd che verso il movimento di Grillo. L’altra volta quando ha detto, sempre Giorgetti, che sarebbe bello se Berlusconi spiazzasse l’ostilità dei grillini assecondandoli nel proposito di una più stringente legge contro i conflitti d’interesse: materia alla quale il Cavaliere è naturalmente e notoriamente suscettibilissimo.

         Comunque, al netto di questi e di tanti altri ben più consistenti problemi, come il teatro di guerra che in questa crisi di governo lambisce l’Italia, a dir poco, per la vicenda siriana, Mattarella merita tutti gli auguri e la comprensione per la fatica del secondo giro delle consultazioni. Buon lavoro, presidente.

 

La riforma carceraria buttata nelle sabbie mobili della crisi di governo

La riforma penitenziaria, la cui urgenza è nello stesso numero dei detenuti, saliti a fine marzo a 58.213, cioè 7.600 più dei posti disponibili, con tutto ciò che ne consegue, è finita miserabilmente -ripeto, miserabilmente, non miseramente- nelle sabbie mobili, a dir poco, della crisi di governo. Dove avrà tutto il tempo per affogare nelle trattative che porteranno, chissà quando, alla formazione della nuova compagine ministeriale.

Questo è l’effetto, non certo casuale ma voluto o comunque consapevole, e proprio perciò doppiamente deplorevole, della decisione presa dai capigruppo della Camera di escludere la riforma, frutto di una delega del vecchio Parlamento al governo, dagli adempimenti della commissione speciale istituita in attesa delle commissioni permanenti. Dovranno pertanto essere quest’ultime ad occuparsene con un parere non vincolante ma necessario perché il nuovo governo completi il percorso del provvedimento facendolo entrare in vigore. Il nuovo governo, appunto. Che pertanto potrà pure buttare la riforma alle ortiche, come carta straccia, se le forze che ne comporranno la maggioranza vorranno questa sorte.

Su questo sinistro epilogo non c’è da farsi illusioni che possa essere evitato. Vale la contrarietà espressa sulla riforma da forze politiche che erano in minoranza nella passata legislatura e sono invece uscite vincenti dalle elezioni del 4 marzo.

In verità, il presidente della Repubblica, probabilmente favorevole alla riforma per cultura e formazione politica, preferisce anhe per questo definire non vincenti ma “prevalenti” i partiti autoproclamatisi, con la complicità del sistema mediatico, persino trionfatori dell’ultimo turno elettorale. Ma la loro prevalenza, data l’incidenza che grillini e leghisti, gli uni da soli e gli altri con o senza l’apporto degli alleati di centrodestra, sono destinati ad avere nella composizione di una nuova maggioranza, basterà e avanzerà ad affossare la riforma penitenziaria da essi osteggiata alla luce del sole. Osteggiato col solito vizio di abusare dell’ancestrale o popolare richiesta di sicurezza e di ordine.

In nome della sicurezza e dell’ordine, si sa, si possono compiere le stesse nefandezze commesse tante volte nella storia del mondo, e non solo d’Italia, in nome della libertà e della Patria, con la maiuscola. Anche il giustizialismo, d’altronde, viene teorizzato e praticato in nome della giustizia o della legalità, o di entrambe. Ed è una forma di giustizialismo pure la pratica detentiva sottintesa o derivante, poco importa, dal sovraffollamento delle carceri. Dove, se sei finito qualche ragione c’è, al lordo degli errori dei magistrati che ti hanno potuto portare dentro, e comunque a dispetto di due passaggi della Costituzione “più bella del mondo”, come viene ancora pomposamente chiamata quella che si è data la Repubblica italiana.

Il primo passaggio è il penultimo capoverso, o comma, dell’articolo 13. Che trattando dei “rapporti civili”  punisce “ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà”. L’altro passaggio, in qualche modo rafforzativo, è il penultimo comma dell’articolo 27. Che dice: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

“Non è ammessa la pena di morte”, conclude quell’articolo nel testo modificato nel 2007 con una legge che eliminò il riferimento ai casi originariamente previsti dalle leggi militari di guerra. Una legge -ha recentemente e non a torto osservato il buon Marco Boato- che passò per fortuna in Parlamento con una maggioranza abbastanza ampia per evitare il passaggio finale del referendum cosiddetto confermativo. Che poteva già allora finire con la bocciatura. Figuriamoci oggi, con gli umori che corrono nel Paese, a dir poco peggiorati.

Personalmente mi ha sorpreso che alla decisione della conferenza dei capigruppo della Camera destinata, come dicevo, a buttare nelle sabbie mobili della crisi di governo anche la riforma penitenziaria, abbia contribuito una forza politica generalmente garantista come Forza Italia. Che non ha voluto unirsi, neppure per salvare la faccia o l’anima, al voto contrario alla manovra di affossamento della riforma espresso dal Pd e dal neo-gruppo dei Liberi e uguali, di cui è stata permessa la formazione in deroga al regolamento.

Con tutti i guai e i rischi che stanno correndo, premuti fra l’ostracismo dei grillini e la paura che Salvini non sappia resistervi sino in fondo, i forzisti non se la sono sentita evidentemente di schierarsi per la riforma penitenziaria osteggiata dagli alleati leghisti: neppure nella forma arrivata alle battute finali, con tutte le modifiche apportate durante la sua preparazione. Peccato.

Le superiori ragioni di governo, e persino di sopravvivenza politica, avvertite in una situazione imbarbarita dai risultati elettorali, come dimostra anche la vicenda diversissima della guerra, ripresa dai grillini col piglio dell’offensiva finale,  ai vitalizi parlamentari sopravvissuti alla riforma contributiva del 2012, hanno reclamato e ottenuto anche questa rinuncia al senso comune persino della pietà. Peccato, ripeto. Davvero un peccato, pur con tutte le comprensioni che merita il realismo politico. Si dice così?

Nervosismo sul Colle per l’ordine delle consultazioni, e per il buio pesto della crisi

            Sergio Mattarella è involontariamente inciampato, per fortuna soltanto metaforicamente, nel calendario del secondo giro delle consultazioni al Quirinale. Egli ha dovuto fare spiegare con una nota stizzita dai suoi uffici il motivo per il quale ha dato l’onore o l’onere, come preferite, della chiusura degli incontri alla delegazione del movimento delle 5 stelle, anziché a quella unitaria della coalizione di centrodestra. Che ha notoriamente preso più voti dei grillini nelle elezioni del 4 marzo, e rivendica proprio per questo -almeno nella componente forzista di Silvio Berlusconi- il diritto di provare per prima la formazione del nuovo governo, pur essendo del capo dello Stato, e solo sua, la prerogativa costituzionale della nomina del presidente del Consiglio e, su proposta di questi, dei ministri.

            Il fatto è che Berlusconi, pur avendo contribuito in modo decisivo dietro le quinte, data la sua ridotta agibilità politica, all’approvazione della nuova legge elettorale, di stampo prevalentemente proporzionale, continua a pensare con la logica del suo esordio in politica, nel 1994, con una legge prevalentemente maggioritaria.  Che portava il nome latinizzato, conferitogli dall’indimenticabile Giovanni Sartori, dell’attuale capo dello Stato, che ne era stato il relatore alla Camera: Mattarellum.

             Allora, sia pure con una forzatura rispetto alle prerogative invariate del presidente della Repubblica, si ritenne di avere affidato ai cittadini anche il compito della scelta del governo e della sua guida, nella persona di chi avrebbe vinto le elezioni disponendo, proprio per il sistema maggioritario, della maggioranza parlamentare.

            Mattarella ha dovuto ricordare indirettamente proprio a Berlusconi e ai suoi amici, a torto o a ragione indicati come sorpresi dall’ordine delle nuove consultazioni, e anche ai grillini, che invece se ne vantavano vedendovi il segnale di una tendenza del Quirinale a preferirli nella corsa a Palazzo Chigi come sostanziali, se non veri e propri vincitori delle elezioni, che sul colle si sfila solo in forza della propria consistenza parlamentare. In forza della quale i grillini sono più numerosi di ciascuno dei tre gruppi parlamentari del centrodestra. I quali, dal canto loro, hanno chiesto e ottenuto di salire questa volta insieme sul colle politicamente più alto di Roma, avendo partecipato come alleati alle elezioni, ma non per questo hanno voluto costituire un gruppo parlamentare unico, tenendo evidentemente a rimanere distinti.

             E distinti appaiono i tre partiti della coalizione elettorale di centrodestra, al di là dell’udienza che hanno chiesto insieme al Quirinale, nella valutazione del quadro politico, come dimostrano le cronache politiche quotidiane, al di là dei comunicati apparentemente unitari ma poi corretti sistematicamente dal segretario leghista Matteo Salvini. Che -a dirla in breve- persegue un rapporto preferenziale con i grillini anche per la formazione del nuovo governo, com’è avvenuto sino ad ora per la distribuzione delle cariche parlamentari, e non condivide la voglia di Berlusconi ch’egli faccia concorrenza agli stessi grillini corteggiando il Pd. Del quale il leader leghista non vuole neppure sentir parlare, pur rifiutando le pregiudiziali contro Berlusconi poste un giorno sì e l’altro pure dal movimento delle 5 stelle: pregiudiziali che bloccano una trattativa di governo, e conseguentemente la crisi che il capo dello Stato deve gestire.

           Le spiegazioni, e precisazioni implicite, del Quirinale sull’ordine del secondo giro delle consultazioni sono indicative anche dell’esito infruttuoso al quale sono condannati i nuovi incontri del presidente della Repubblica. Che risulta ora indeciso fra un terzo giro di udienze, che teme però possa apparire al pubblico “quasi una pagliacciata”, come ha scritto sul Corriere della Sera l’assai introdotto quirinalista Marzio Breda, e il ricorso  ad un “esploratore”, come hanno fatto più volte i suoi predecessori a scopo di sostanziale decantazione rivolgendosi  prevalentemente ai presidenti delle Camere.  

        Copia di esploratore.jpg Il grillino Roberto Fico, il nuovo presidente della Camera, con quella simpatica barba che porta, ha l’aspetto fisico ideale di un esploratore. Ma è troppo fresco di elezione al vertice di Montecitorio, e troppo impegnato nelle vicende interne del suo movimento, perché Mattarella possa investirlo di questo ruolo. Considerazioni analoghe, sul piano dell’esperienza e della sua caratura politica, valgono per la nuova presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Che di esplorazioni ha preferito sinora solo quella del canal grande di Venezia in gondola, e pompa magna.

        Marzio Breda, sempre lui, ha pescato sul Corriere il precedente dell’esplorazione affidata nel 1996 dall’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro ad Antonio Maccanico, già segretario generale del Quirinale con Sandro Pertini. Erano i giorni della crisi del governo di Lamberto Dini, quando Scalfaro cercò di  evitare le elezioni anticipate con un governo ispirato ad una riforma della Costituzione, e quindi di larghe intese. Non se ne fece nulla, con grande sollievo di Romano Prodi, appena incoronato leader del centrosinistra da Massimo D’Alema e voglioso di andare alle urne. Dalle quali in effetti sarebbe uscito vincitore su Berlusconi, ma destinato a rimanere a Palazzo Chigi per metà soltanto della nuova legislatura.

         Quello di Maccanico tuttavia fu un incarico esplorativo per modo di dire. Era implicito che si traducesse nell’incarico di presidente del Consiglio se l’esploratore fosse riuscito a trovare un accordo, al quale Berlusconi avrebbe anche aderito se non fosse stato trattenuto da Gianfranco Fini, salvo poi pentirsene.

         Oggi un esploratore, francamente, non saprebbe neppure che cosa e dove esplorare, tanto è fitta la nebbia scesa su questa crisi di governo, condizionata anche dai risultati delle elezioni regionali in Molise e in Friuli Venezia Giulia in programma in questo mese.   

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