La difesa che Silvio Berlusconi forse non merita, ma gli è dovuta

            E’ davvero curiosa la concezione della democrazia dalle parti delle 5 Stelle. Una concezione extraterrestre, verrebbe da dire giocando sul nome del movimento uscito dalle elezioni del 4 marzo con un 32 per cento ch’esso ha scambiato per il classico, indiscutibile 50 per cento più uno dei voti.

            Luigi Di Maio, l’aspirante grillino a Palazzo Chigi, reclama l’incarico di presidente del Consiglio per il rispetto dovuto, secondo lui, ai 10 milioni 697.994 elettori, arrotondati a 11 milioni, che hanno votato per la Camera le liste del suo movimento.

            Ma, chiedendo al leader leghista Matteo Salvini di trattare il governo con lui da solo, scaricando l’alleato Silvio Berlusconi, il giovane capo dei grillini, almeno pro tempore, non ha il minimo rispetto per i 12 milioni 13.557 elettori che il 4 marzo hanno votato per la coalizione di centrodestra, comprensiva -in ordine di voti- di Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e schegge centriste. Lui, in verità, la chiama “ammucchiata” pensando di poterla liquidare facendo spallucce col dizionario, ma è una coalizione presentatasi come tale alle elezioni e uscita dalle urne con più voti del movimento che si è incoronato vincitore da solo.

            Se è immorale chiedere a Di Maio, come lui ritiene,  di darsi una calmata, diciamo così, e mettere nel conto anche la possibilità di compiere un passo indietro, a cominciare dalla sua candidatura alla presidenza del Consiglio, per formare un governo con altri, è immorale anche la pretesa che Salvini non solo rinunci alla propria candidatura a Palazzo Chigi, guadagnatasi per conto del centrodestra raccogliendo più voti nella coalizione, ma ripudi anche gli alleati per relegarli all’opposizione.

            Berlusconi forse non merita questa difesa del suo diritto alla partecipazione alla coalizione uscita dalle urne con più voti ancora dei grillini. Non lo meriterebbe a causa degli errori commessi prima e durante la campagna elettorale. Ma è una difesa che gli è dovuta lo stesso.

            Berlusconi ha, in particolare, il torto di avere contribuito anche personalmente, e non solo attraverso i vari Renato Brunetta, alla demonizzazione e alla sconfitta di quel Pd col quale oggi vorrebbe che il centrodestra cercasse di allearsi per la formazione del nuovo governo. Ma che Salvini non intende paragonare neppure a un fungo da cogliere nel bosco parlamentare, tanto tossico lo considera.

            L’altro torto di Berlusconi, vista l’insofferenza o paura che ha di Salvini, nonostante la polemica ingaggiata dal segretario leghista con Di Maio per contestarne i veti all’alleato forzista, è di avere fatto proprio tutto quello che serviva per far crescere il Carroccio e il suo leader: a cominciare dalla linea editoriale impressa o lasciata imprimere alle trasmissioni delle sue televisioni, alcune delle quali stano uscendo dai palinsesti del biscione con i tempi della stalla che viene chiusa dopo la fuga dei buoi.

 Corriere.jpg     Ora a Berlusconi tocca stare al gioco e sperare che Salvini tenga duro davvero, e sino alla fine, specie se sono vere le notizie dal Quirinale appena riferite sul Corriere della Sera da Marzio Breda. Il quale ha scritto che “al momento quello fra la Lega e le 5 Stelle appare il fronte più avanzato verso un’alleanza” agli sguardi e alle riflessioni del presidente della Repubblica. Che, pur nella “nebbia fitta” dei resoconti giornalistici sugli scontri fra Di Maio e Salvini, vuole capire bene quanto probabile possa essere o diventare una disponibilità finale di Berlusconi ad accettare qualche compromesso parlamentare che lo tenga comunque nella partita, come un’astensione e persino un appoggio esterno.

Torna di moda nella crisi di governo il modello Bersani, a sinistra e a destra

             Ve lo ricordate Pier Luigi Bersani, tra i pochi sopravvissuti politicamente alla scissione del Pd e alla debolezza di seguire in quell’avventura Massimo D’Alema? Neppure Maurizio Crozza gli dedica più attenzione nei suoi spettacoli, ai quali il primo a ridere era proprio l’allora segretario e poi ex del Pd, tanto si riconosceva nelle imitazioni che ne faceva il comico conterraneo di Beppe Grillo.

           Ebbene, l’uomo di Bettola, dove il sessantaseienne Bersani nacque  in un giorno- 29 settembre-  che lo condanna a festeggiare il compleanno in contemporanea con l’ottantunenne Silvio Berlusconi, non proprio in cima alle sue preferenze politiche, si sta prendendo in questi giorni le sue belle rivincite. E’ troppo tardi purtroppo perché lui possa investirle in qualche altra avventura, ma deve pur essere una soddisfazione vedersi copiare lo spartito politico che lo umiliò, letteralmente, non più tardi di cinque anni fa, al decollo della diciassettesima legislatura.

            Allora Bersani, uscito dalle urne col suo Pd e l’alleato Niki Vendola con una maggioranza solo alla Camera ma non al Senato, tra un boccale di birra e l’altro nei locali che frequentava nei dintorni di Montecitorio col pre-incarico in tasca appena ricevuto dall’ex compagno di partito Giorgio Napolitano, si inventò “il governo di minoranza e di combattimento”. Egli scommise sulla voglia o sull’interesse dei grillini di farglielo quanto meno nascere, questo curioso governo uscendo dall’aula al Senato. Dove l’astensione sulla fiducia valeva ancora come voto contrario, per cui bisognava disertare la votazione per aiutare il presidente del Consiglio.

            I grillini presero Bersani impietosamente a pernacchie. Ma poiché l’uomo di Bettola non rinunciava all’idea di scommettere o persino di sfidare i parlamentari pentastellati, il buon Napolitano, nel frattempo rieletto presidente della Repubblica per incidenti, diciamo così,  occorsi ad entrambi i candidati alla successione messi in pista dal Pd, chiamò al Quirinale l’ostinatissimo Bersani per ritirargli il pre-incarico. E indirizzare la crisi verso una soluzione diciamo così tradizionale, cioè verso un governo provvisto di una maggioranza ben definita e concordata, che risparmiasse peraltro al capo dello Stato l’ingrato compito di sciogliere le Camere elette da poco più di due mesi e rimandare gli elettori alle urne.

            A Napolitano, che aveva già dovuto sciogliere le Camere anticipatamente nel 2008, non piaceva quello che il simpaticissimo Giovanni Sartori chiamava “rivotismo”, inteso come mania di ricorrere al voto ad ogni intoppo politico o parlamentare.

             A distanza di cinque anni da quei fatti,  gli stessi grillini che avevano spernacchiato Bersani ne hanno preso il posto chiedendo al Pd di aiutarli a fare il governo, con l’obiettivo di realizzare qualche legge condivisa, visto che il loro interlocutore privilegiato Matteo Salvini non vuole saperne di accordarsi con loro scaricando l’alleato di centrodestra Silvio Berlusconi. Con il quale -ha detto l’aspirante pentastellato a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio- non ci sarebbe speranza di cambiamento in questo disgraziato Paese. Dove peraltro il pubblico ministero Nino Di Matteo è appena corso ad un convegno grillino a Ivrea per riproporre, fra gli applausi della platea, l’associazione fra Berlusconi, smanioso nel 1993 di entrare in politica e di vincere le elezioni del 1994, e una mafia disposta ad aiutarlo, secondo il pentito di turno, con qualcosa di più rumoroso e rovinoso dei fuochi di artificio: le stragi.

            Ma la rivincita di Bersani non si esaurisce nello spettacolo di Di Maio che, sotterrata l’ascia di guerra, chiede al Pd, senza distinzione tra renziani e antirenziani, di fargli fare il governo. Anche Berlusconi si è messo a copiare l’ex segretario del Pd perseguendo un governo di minoranza di centrodestra che si presenti al Parlamento per chiedere l’appoggio a quei parlamentari, più che partiti, disposti -ha spiegato in televisione la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni- ad aiutarlo.

            Ma questo gioco alla Bersani non piace per niente a Matteo Salvini, che pure è stato incoronato dagli elettori del centrodestra candidato a Palazzo Chigi. Egli ha confermato in un comizio la convinzione che un governo si possa fare solo d’intesa con i grillini, da negoziare ben bene, per quanto Berlusconi ricambi la loro ostilità giudicandoli invidiosi, rancorosi, pauperisti e quant’altro.

            A rivolgersi o e a sperare nel Pd, Savini non ci pensa proprio, diversamente da Berlusconi. Il leader leghista considera i piddini alla stregua di funghi avvelenati, che lui non ha nessuna voglia di cercare nelle aule parlamentari come nei boschi.

            Eppure Salvini ha detto e spiegato queste cose dopo avere preso il caffè e non so che altro ad Arcore in un vertice del centrodestra a conclusione dichiaratamente unitaria, con tanto di documento diffuso alle agenzie, come anticipo della partecipazione sempre unitaria del centrodestra al prossimo giro delle consultazioni al Quirinale. Dove credo che a Mattarella leggendo i giornali siano venuti oggi i sudori freddi.

Salvini difende Berlusconi da Di Maio ma cerca di silenziarlo

            Non passa giorno senza che Matteo Salvini respinga a parole il veto posto dal grillino Luigi Di Maio a Silvio Berlusconi come partecipe di una nuova maggioranza di governo. Che -ha spiegato l’esponente grillino al suo interlocutore leghista- ridurrebbe a una sola cifra, più vicina al 3 che al 9, la consistenza elettorale del movimento 5 stelle, salito invece il 4 marzo scorso al 32 per cento dei voti: una vetta che ha procurato le vertigini al movimento pur pentastellato.

            Ma al tempo stesso non passa giorno senza che Salvini, pagato il suo tributo di lealtà all’ingombrante alleato forzista, non cerchi di silenziare il Cavaliere. Al cui incontro conviviale di oggi si è preparato con una intervista al Corriere della Sera in cui si è praticamente prenotato come il portavoce del centrodestra prima, durante e dopo il secondo giro di consultazioni al Quirinale. Dove, su proposta prima di Giorgia Meloni e poi dello stesso Salvini, accettata da Berlusconi dopo qualche ora di riflessione, i tre partiti dell’alleanza elettorale del 4 marzo si presenteranno insieme, con una sola delegazione, diversamente dal primo giro.

            “Se il centrodestra deve parlare con una sola voce -ha detto Salvini al Corriere- questa voce deve essere chiara”. E non potrebbe che essere la sua, cioè quella del segretario leghista promosso dagli elettori al soglio potenziale di Palazzo Chigi col sorpasso eseguito sul partito di Berlusconi.

            Il Cavaliere quindi dovrebbe accontentarsi di stare accanto a Salvini davanti ai microfoni della Vetrata del Quirinale dove sfilano le delegazioni dei partiti dopo essere state ricevute dal capo dello Stato. O, se accontentato per ragioni quanto meno di età a parlare per conto della coalizione, dovrà farlo leggendo da quel foglio che porta sempre con sé diligentemente in queste occasioni una dichiarazione concordata parola per parola, virgola per virgola, punto per punto col suo alleato ora più forte. Il quale ha colto l’occasione offertagli dall’intervista al Corriere anche per ripetere all’amico di togliersi dalla testa l’idea, se non gli è ancora passata spontaneamente, di inseguire un governo di centrodestra sostenuto in qualche modo dal Pd.

            Col Pd Salvini lascia volentieri, per quanto si capisce dalle sue parole e dal suo atteggiamento, che parli o tenti di parlare il grillino Di Maio, un po’ pensando che lo sprovveduto non ricaverà un ragno dal buco, anche per la confusione che regna da quelle parti, e un po’ convinto che un governo di minoranza dei grillini sostenuto dal Pd, e magari anche dai pochi liberi e uguali di Pietro Grasso sopravvissuti alle elezioni, sia destinato a durare solo il poco tempo necessario alle elezioni anticipate. Dopo le quali a Di Maio e a Beppe Grillo non resterebbe che contare i voti perduti, non certamente guadagnati. E a lui, Salvini, non resterebbe invece che contare i voti sottratti proprio ai grillini. Che lo aiuterebbero peraltro ad aumentare nel centrodestra il vantaggio su Berlusconi, non a caso contrario allo scioglimento anticipato delle Camere. Per evitare il quale il segretario leghista pensa forse che alla fine  l’uomo di Arcore sia disposto ad accettare una partecipazione defilata ad una maggioranza con Di Maio. Dove magari, una volta recuperata la piena agibilità politica ora compromessa dalle sue vicende giudiziarie, il Cavaliere potrà giocare meglio la sua partita, avendo avuto l’accortezza, l’astuzia, la disinvoltura -chiamatela come volete- di rimanere in gioco.

            Diverso naturalmente è lo scenario della crisi auspicato, o sognato, a sinistra da Eugenio Scalfari nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica. Ai quali ha espresso l’opinione “personale” -ha precisato, se mai qualcuno in redazione volesse dissentire- che Di Maio abbia fatto bene a sotterrare l’ascia di guerra col Pd proponendo intese di governo anche agli odiati renziani. Ma ancor meglio farebbe il giovane grillino, nel quale Scalfari intravede qualche somiglianza addirittura ad Enrico Berlinguer, sostenitore ben prima di lui della cosiddetta questione morale, a riconoscere gli inevitabili limiti della propria età e a farsi un po’ di esperienza come vice presidente del Consiglio di un Paolo Gentiloni incaricato da Sergio Mattarella di rimanere a Palazzo Chigi con un governo a partecipazione stellare.

            Beh, direi che Scalfari si è fatto prendere un po’ troppo la mano dalla fantasia. Che gli consente, a 94 anni compiuti il 6 aprile, di rimanere giovane. Auguri, don Eugenio.

Berlusconi chiude la quinta colonna protestataria delle sue televisioni

            Almeno sui giornali, e negli uffici del Quirinale dove si prepara il secondo giro delle consultazioni per la soluzione della crisi di governo, la coalizione di centrodestra uscita -essa sì- dalle urne del 4 marzo col maggior numero di voti, più di quelli certamente ragguardevoli presi dal movimento grillino, avrebbe ritrovato la sua unità. E ciò grazie anche all’autorete compiuta dall’aspirante pentastellato a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, reclamando un giorno sì e l’altro pure la rottura del patto elettorale fra Matteo Salvini, il suo interlocutore privilegiato, e Silvio Berlusconi.

            Non ha funzionato, almeno sinora, neppure il tentativo grillino di intimidire Salvini aprendo generosamente al Pd ancora renziano con la proposta, appena affidata in una intervista a Repubblica, di “sotterrare l’ascia di guerra”.

            Dalle parti del Pd leader, leaderini e comparse sono ancora troppo presi a farsi la guerra fra di loro, addebitandosi a vicenda la responsabilità della sconfitta elettorale, per diventare una sponda credibile dei grillini in funzione antiberlusconiana. Le guerre di superficie e ancora più quelle sotterranee nel partito dove c’è sempre una nuova scissione alle porte, questa volta attribuita addirittura a Renzi in versione Macron, inumidiscono tutte le munizioni offerte dai  grillini  per tentare l’ultimo assalto all’uomo di Arcore. Che con il suo ormai modesto 14 per cento dei voti, e con i conti ancora aperti con la giustizia, resta ancora l’incubo del  movimento 5 stelle. Sarebbe materia da psicanalisi più che di analisi politica, ma così è. E non resta che prenderne atto.

            Berlusconi dunque, visto lo stato confusionale dei suoi nemici dichiarati, e considerate le resistenze sino ad ora opposte dal suo alleato Salvini ai loro tentativi di metterglielo davvero contro, potrebbe dormire sonni tranquilli. E preparare con tutta tranquillità il repertorio del secondo giro di consultazioni al Quirinale, dove saprà sicuramente trovare il modo di non passare inosservato nell’incontro che il presidente della Repubblica avrà con la delegazione comune, e perciò affollata, della coalizione di centrodestra. Che è invece salita sul colle nei giorni scorsi in ordine separato, e secondo le graduatorie elettorali che hanno consentito ai leghisti, grazie al sorpasso del 4 marzo, di dire l’ultima parola.

            Eppure Berlusconi non è sereno. O non lo è del tutto. Egli non riesce ancora a capacitarsi di quel maledetto sorpasso. E si è deciso a convincersi di ciò che inutilmente prima e durante la campagna elettorale in tanti gli avevano segnalato, dentro e fuori il suo partito, se non dentro la sua stessa famiglia intesa in senso lato, com’è nelle abitudini del Cavaliere.

            In particolare, Berlusconi si è convinto che a favorire il sorpasso elettorale dei leghisti sono state le sue stesse televisioni con trasmissioni, in verità, non di altissimo ascolto, almeno per i gusti e le convenienze degli inserzionisti pubblicitari, ma di buona capacità emulativa, dentro e fuori casa.

            Forse è esagerato definirle “purghe”, come ha commentato il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, ma certamente non sono stati premi per gli interessati sia la sostituzione di Maurizio Belpietro alla conduzione della trasmissione di Rete 4 “Dalla parte vostra”, che spesso era quella della Lega, al di là delle stesse intenzioni del direttore del quotidiano La Verità, sia la decisione di chiudere a fine mese la “Quinta colonna”, sempre di Rete 4, condotta da Paolo Del Debbio. Che era più volte incorso nei mesi scorsi, anche mentre i giornali lo accreditavano di fantasmagorici progetti politici, nelle proteste pubbliche di esponenti di peso della stessa Mediaset, persino del presidente Fedele Confalonieri, lasciatosi scappare un “forse stiamo esagerando” a dare voce a tutti gli scalmanati in giro per le piazze fisiche e mediatiche del Paese.

            Mai titolo di trasmissione come quello di “Quinta colonna” si è forse rivelato così perversamente azzeccato, almeno per l’editore che ne ha subìto gli effetti, al di là delle stesse responsabilità di un conduttore che conobbi tanti anni fa nell’allora Fininvest come un giovane e assai mite filosofo. Di cui mai avrei immaginato doti da Truman Show, titolo di un famoso e fortunato film drammatico del 1998.  

La grazia di Di Maio a Renzi non spalanca le porte del Pd ai grillini

             Per quanto tattica, forse strumentale soltanto ad aumentare il proprio potere contrattuale con l’interlocutore privilegiato, che resta il segretario leghista Matteo Salvini, il giovane aspirante grillino a Palazzo Chigi ha annunciato nel primo giro di consultazioni al Quirinale un’apertura al Pd non più condizionata alla soluzione dei suoi problemi interni, cioè all’emarginazione dell’ex segretario Matteo Renzi. Cui insomma è stata concessa una specie di grazia politica da chi lo aveva scambiato per un Nerone dei nostri tempi.

            Il capo dello Stato deve essere stato convincente con Luigi Di Maio a spiegargli che non si può cercare di interferire così sfacciatamente nelle vicende interne di un partito come il suo interlocutore aveva fatto sino a quel momento, per quanto forse anche a Mattarella non siano comprensibilmente piaciute alcune recenti sortite dell’ex segretario del Pd. Penso, fra l’altro, alle doglianze di Renzi, anzi alle sue proteste, per il rifiuto delle elezioni anticipate oppostogli dal Quirinale dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale, ritenuta dall’allora segretario del partito di maggioranza e presidente del Consiglio dimissionario alla stregua di una fine della diciassettesima legislatura. Alla quale in effetti -va detto- il predecessore di Mattarella aveva assegnato come prevalente, se non esclusivo, proprio l’obiettivo della riforma istituzionale con la formazione del governo delle larghe intese di Enrico Letta prima e dello stesso Renzi poi.

            Probabilmente, per il ruolo equidistante impostogli dal ruolo presidenziale, al di là delle sue opinioni sul leader di Forza Italia, comunque da lui ricevuto con tutti gli onori al Quirinale per le consultazioni, Mattarella ha cercato di far capire a Di Maio che non è corretto nemmeno il tentativo di interferire nelle vicende interne di una coalizione presentatasi come tale alle elezioni e uscitane peraltro col maggior numero di voti, anche rispetto a quelli raccolti abbondantemente dal movimento delle 5 stelle.

            Ma Di Maio e i suoi da quest’orecchio continuano a non sentire, per cui non rinunciano a lavorare ai fianchi di Salvini per farlo litigare con Berlusconi. Che dal canto suo ha profittato proprio delle consultazioni al Quirinale per ricambiare i sentimenti di avversione dei grillini denunciandone il pauperismo, il giustizialismo, l’invidia, l’odio e altro ancora, per quanto ne abbia sino ad ora accettato i voti per l’elezione di una forzista alla presidenza del Senato, di un’altra forzista alla vice presidenza della Camera e di altri ancora al vertice delle due assemblee legislative coi gradi di questori e segretari.

           Più discretamente Salvini e meno il suo vice Giancarlo Giorgetti non hanno gradito la reazione dura di Berlusconi, considerandola quanto meno “un errore tattico”, ha detto in particolare Giorgetti avvertendo che “il cinema è finito”, non si è ben capito in che senso e misura: se alludendo, per esempio, al desiderio coltivato già prima delle elezioni dall’alleato forzista di adottare come interlocutore privilegiato del centrodestra il Pd.

            Ora al Pd ha invece aperto più di prima, come si è detto, Di Maio rinunciando a fare lo schifiltoso con Renzi, prendendone il partito tutto intero com’è, e sperando anche di impaurire così Salvini e indurlo a scaricare l’ingombrante alleato.

            Vedremo se e quanto Salvini si lascerà intimidire, sino a rischiare di fare con Di Maio un accordo da sottomesso, vista la sproporzione tra la consistenza elettorale e parlamentare della Lega, presa singolarmente, e del movimento delle 5 stelle. Ma si è già visto il risultato alquanto modesto ottenuto nel Pd dall’aspirante grillino a Palazzo Chigi nella versione depurata dell’antirenzismo.

            Poche ore dopo la correzione tattica di Di Maio, all’uscita dall’udienza al Quirinale, si è assistito nel salotto televisivo di Piazza pulita, a la 7, allo spettacolo non di un renziano ma di un suo avversario o antagonista interno, il guardasigilli Andrea Orlando, contrario a intese di governo con i grillini. E’ stato uno spettacolo spiazzante anche per il conduttore della trasmissione, che ha tradito la sua predisposizione favorevole a un contratto, come preferisce chiamarlo Di Maio, fra Pd e 5 stelle. Ma spiazzante pure per un ospite come il giornalista americano Alan Friedman, di solito così solerte e severo nel giudicare la spesa pubblica italiana, che certamente non si ridurrebbe con i grillini al governo, per quanto convertiti a un contratto con i piddini. Fanno pure rima, come vedete.

Occhio alla ciccia di questa lunga e complicata crisi di governo

            Ci sono due titoli di giornale, entrambi di prima pagina, che danno bene l’idea della ciccia, diciamo così, della crisi di governo dividendo l’attenzione fra gli sviluppi del dibattito politico nel quale sono impegnati i partiti con i loro leader, veri o presunti che siano, e le consultazioni del presidente della Repubblica al Quirinale.

            Il primo titolo è quello del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che non si dà pace dello stato di sequestro in cui si troverebbe il reggente del Pd, Maurizio Martina, sotto il ferreo controllo delle guardie dell’ex segretario Matteo Renzi. Il quale ha inchiodato il partito, col peso che continua ad avere nell’assemblea nazionale, nella direzione e nei gruppi parlamentari, all’opposizione al progetto di governo del movimento delle 5 stelle, per cui -protesta il giornale vigilante sui grillini- “spinge Di Maio nelle braccia di Salvini”.

          Ma il peggio è nella parte finale del titolo, dove si afferma in modo categorico e indignato che il leader leghista, per quanto premiato dagli elettori col sorpasso su Forza Italia all’interno della coalizione di centrodestra, “resta incollato a B”. Cioè a Berlusconi, contro il quale invece Di Maio pratica e reclama un ostracismo politico e morale, per quanto al Quirinale gli abbiano dato ancora dell’onorevole nel calendario delle consultazioni, alle quali l’ex presidente del Consiglio è stato convocato con le due donne promosse capigruppo parlamentari.

            Che Berlusconi sia l’ossessione del Fatto Quotidiano è noto. Che i grillini condividano questa ossessione è altrettanto noto. Che però siano disposti a sacrificare a questo incubo anche l’occasione, che potrebbe essere l’unica, offerta loro dagli elettori di essere protagonisti di governo, e non solo di opposizione, un po’ sorprende chi è abituato a considerare il realismo necessario alla politica non meno del consenso, e dei voti.

            I due vincitori delle elezioni, entrambi condannati per questo a governare secondo lo schema applicato da Aldo Moro ai risultati elettorali del pur lontano 1976, sono il movimento delle 5 stelle e la coalizione del centro destra. Rompendo la quale, come pretendono Di Maio e Travaglio, il segretario leghista finirebbe di essere uno dei due vincitori e diventerebbe, col suo 18 per cento dei voti, un po’ più della metà del suo eventuale alleato leghista al governo. Ne diventerebbe cioè una specie di attendente. Non ci vuole molto, francamente, a capirlo.

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          L’altro titolo spia di questa crisi di governo nelle mani del capo dello Stato è quello del Corriere della Sera in cui si riferiscono sommariamente notizie, indiscrezioni e quant’altro del navigatissimo quirinalista Marzio Breda sugli elementi di conoscenza e di giudizio che Sergio Mattarella intende raccogliere fra il primo, il secondo e forse anche un terzo giro di consultazioni per regolarsi su chi chiamare a formare un governo con qualche possibilità concreta di disporre di una maggioranza parlamentare insieme sufficiente e realistica.

            Questa maggioranza dovrà risultare sufficiente sul piano dei numeri, mancando i quali diventerebbero inevitabili le elezioni anticipate, e realistica sul piano dei conti economici e -si legge nel titolo del Corriere della Sera- della “fedeltà ai vincoli europei”. Che purtroppo non sembra proprio siano in cima ai pensieri né dei grillini né dei leghisti, specie se scollati  questi ultimi, come vorrebbe Travaglio, da B, con o senza il punto abbreviativo.

Quella staffetta mancata fra Craxi e De Mita a causa del referendum sui giudici

E’ vero. Come ha raccontato Paolo Delgado cercando ironicamente di suggerire a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini di conciliare le loro aspirazioni a Palazzo Chigi con una staffetta analoga a quella concordata nel 1983 fra Bettino Craxi e Ciriaco De Mita, ma persasi rovinosamente per strada, l’impressione che diede il leader socialista fu di volersi sottrarre all’intesa quando il segretario della Dc mise all’incasso la cambiale. Ciò avvenne il 3 marzo 1987 con le dimissioni di Craxi e la riapertura di una crisi già tentata nell’estate precedente, ma rattoppata all’ultimo momento con una mediazione dell’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti. Al quale il leader socialista si impegnò a passare la mano l’anno dopo per fargli concludere la legislatura alla scadenza ordinaria del 1988.

“Non capisco -mi raccontò in quel frangente Craxi- quale interesse abbiano i democristiani a riprendersi Palazzo Chigi nell’ultimo anno della legislatura, il più rognoso di tutti, quando si moltiplicano le tentazioni elettorali di spesa e non si hanno i mezzi per soddisfarle. Contenti loro….”.

La crisi per l’operazione staffetta subentrò però all’ammissione, da parte della Corte Costituzionale, di un grappolo di cinque referendum abrogativi ad altissima tensione politica, su quattro dei quali i partiti della maggioranza erano divisi, a dir poco, se non dilaniati.

Tre  referendum riguardavano le procedure e agevolazioni per la costruzione di centrali per la produzione nucleare di energia elettrica, diventate impopolarissime dopo l’incidente di Cernobyl, verificatosi in Ucraina nell’aprile del 1986. I repubblicani, i liberali e una parte della Dc erano contrari all’abrogazione, sostenuta invece dai socialisti e da un’altra parte della Dc.

Un altro referendum, promosso da radicali, socialisti e liberali, riguardava l’abrogazione di tre articoli del vecchio codice di procedura civile che mettevano i magistrati al riparo dalla responsabilità appunto civile per i danni procurati con i loro errori. Proposto sulla scia della clamorosa vicenda di Enzo Tortora, letteralmente perseguitato con accuse di camorra da cui sarebbe uscito alla fine assolto ma dopo avere subìto danni irreparabili alla salute, quel referendum era inviso naturalmente ai magistrati e ai partiti o correnti più sensibili alle loro proteste.

Solo sul quinto referendum non c’erano contrasti seri, riguardando l’abolizione della commissione parlamentare inquirente per i procedimenti d’accusa, in modo da far giudicare i reati ministeriali non più dalla Corte Costituzionale ma dalla magistratura ordinaria.

Sul tema della responsabilità civile dei magistrati la Dc, spalleggiata in verità dall’opposizione comunista, fu talmente intransigente, o timorosa delle reazioni della lobby giudiziaria, da preferire il ricorso alle elezioni anticipate per rinviare la prova referendaria. E così avvenne, fra le inutili proteste di Craxi. Che rivendicava il diritto di gestire col suo governo dimissionario l’anticipo delle elezioni, dovendo la staffetta riguardare, secondo lui, solo un governo per l’esaurimento ordinario della legislatura, comprensivo quindi della gestione dei referendum.

Il contrasto fra Craxi e De Mita fu fortissimo, con parole più o meno pesanti scambiate a distanza, ed anche con qualche oggettiva forzatura politica e istituzionale riconosciuta pure all’interno della Dc. Dove, in particolare, sia Andreotti, sottrattosi del tutto all’incarico per la soluzione della crisi, sia il ministro uscente dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro, formalmente incaricato di formare il nuovo governo, si rifiutarono di prestarsi all’operazione voluta dal segretario del loro partito. Che ricorse alla fine al presidente uscente del Senato Amintore Fanfani. Al cui governo monocolore democristiano, che non mancava neppure di un ministro per i rapporti col Parlamento in via di scioglimento, Craxi -su suggerimento dell’amico Francesco Cossiga, presidente della Repubblica- decise di accordare la fiducia dei socialisti per obbligarlo a governare sino all’anno successivo. E ciò anche a causa di alcuni importanti adempimenti internazionali, come un vertice europeo organizzato a Venezia per il mese di giugno del 1987.

Per scampare paradossalmente alla fiducia e obbligare il capo dello Stato a sciogliere le Camere i deputati della Dc si astennero nella votazione per appello nominale nell’aula di Montecitorio. A quel prezzo pure l’opposizione comunista, favorevole allo scioglimento per evitare il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, si sentì a disagio. E non lo nascose.

L’unica ritorsione di Craxi fu quella di pretendere, ad elezioni avvenute, di condizionare la ripresa della collaborazione di governo con la Dc, che mandò a Palazzo Chigi Giovanni Goria, la riduzione dei tempi del rinvio dei referendum. Che si svolsero, con un’apposita legge, a novembre di quell’anno, anziché nella primavera dell’anno successivo.

I sì all’abrogazione delle norme che risparmiavano ai magistrati  la responsabilità civile valida invece su tutte le altre categorie a rischio di errori, come medici e ingegneri, furono una valanga: più dell’80 per cento dei voti. Ma la lobby giudiziaria, prevedendo l’esito, aveva saputo mettersene al riparo. Era stata già predisposta a livello politico una legge sostitutiva di quelle norme approvata a tamburo battente, in pochi mesi. La sua applicazione si rivelò di una tale difficoltà da non produrre praticamemte effetti di sorta. Le toghe continuarono a godere di una sostanziale immunità civile.

Craxi, pago del successo referendario, si affidò ciecamente per il dopo-referendum alle valutazioni e alle iniziative dell’autorevolissimo guardasigilli socialista Giuliano Vassalli, fra le inutili proteste o i mugugni dei compagni di partito e, all’esterno, dei radicali. Che gridarono al referendum “tradito”. “Di Vassalli -mi disse poi Craxi, come per giustificarsi- non potevo non fidarmi. I miei rapporti con lui erano come quelli con Sandro”, cioè con Pertini.

Ereditata dal governo Goria, quella legge fu la prima pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica sotto il governo De Mita, nominato il 13 aprile 1988 e dimessosi il 19 maggio 1989 per essere sostituito il 22 luglio dal sesto e penultimo governo Andreotti.

Della difficilissima applicazione di quelle norme cominciarono a fare le spese dopo pochissimi anni le vittime degli errori, che certo non mancarono, nelle indagini e nei processi demolitori della cosiddetta prima Repubblica. Mi riferisco naturalmente ai procedimenti giudiziari della presunta, assai presunta epopea di “Mani pulite”.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Anche gli storici sbandano alle prese con questa crisi di governo

            La tentazione di paragonare i partiti di questa stagione politica a quelli della cosiddetta prima Repubblica,  ghigliottinata dalla magistratura più che dagli elettori, fa vacillare anche i professori, che inciampano nei paradossi. E’ il caso di Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera ha intravisto nel Pd uscito con le ossa rotte dalle elezioni del 4 marzo scorso il Psi portato ai suoi minimi storici nel 1976 da Francesco De Martino. Che aveva provocato il ricorso anticipato alle urne  facendo cadere il bicolore Moro-La Malfa con l’annuncio che mai più i socialisti avrebbero partecipato ad una maggioranza senza i comunisti.

            Il Pd malmesso di oggi per uscire dalla crisi in cui si trova avrebbe bisogno, fra l’altro o innanzitutto, di trovare un nuovo, dinamico e autorevole leader, come avvenne nel 1976 al Psi con Bettino Craxi. Che ridiede in effetti al suo partito grande autonomia partecipando alla maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, col Pci di Enrico Berlinguer, a sostegno di due governi monocolori democristiani guidati da Giulio Andreotti, solo per il tempo necessario -due anni e mezzo- a ristabilire un’alleanza privilegiata con lo scudo crociato. Un’alleanza che Craxi volle talmente paritaria da guidarla di persona a Palazzo Chigi dal 1983 al 1987, pur avendo i socialisti molto meno della metà dei voti democristiani. Ancor meno, del resto, ne aveva il repubblicano Giovanni Spadolini, succeduto col suo 3 per cento dei voti ad Arnaldo Forlani come presidente del Consiglio già nel 1981.

            Il carattere paradossale del paragone dell’editorialista del Corriere della Sera fra il Pd di oggi e il Psi del dopo-elezioni anticipate del 1976 sta nel fatto che l’edizione 2018, diciamo così, del Pd aveva già come leader, prima delle elezioni del 4 marzo scorso, un leader dinamico, ambizioso e forte come Craxi nella persona di Matteo Renzi, costretto alle dimissioni dopo il voto con lo stesso metodo sbrigativo, o quasi, usato nel Psi 42 anni  fa contro De Martino.

            Francamente, nel Pd oggi guidato provvisoriamente dal vice segretario Maurizio Martina, in attesa di un’assemblea nazionale che deciderà se e come sostituirlo, non si vedono leader più dinamici, più grintosi, più autorevoli del sostanzialmente dimissionato Renzi: uno che assomigli a Craxi più di lui, che pure -altro paradosso a furia di fare o tentare paragoni- si è sempre rifiutato di mettere Craxi nel Pantheon della sinistra riformista, preferendogli nientedimeno che il comunista Enrico Berlinguer. Il quale negli anni Settanta e Ottanta fu il più accanito, irriducibile avversario del leader socialista, sino a morire delle sconfitte subite combattendolo. Lo ha onestamente riconosciuto nella propria autobiografia “Per passione” Piero Fassino, l’ultimo segretario dei Ds-ex Pci, rimasto nel Pd con Renzi quando i suoi vecchi compagni del Pci Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani ne uscirono, l’anno scorso, per antirenzismo viscerale.

            Come in un gioco perverso di scatole cinesi, ai due paradossi in cui è caduto Ernesto Galli della Loggia dovrebbe aggiungersene un altro: quello di paragonare il coraggio tattico e persino strategico di Craxi a quello di un esponente del Pd che riuscisse oggi a strappare il partito al ruolo di opposizione, assegnatogli da Renzi, per offrire al grillino candidato a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, il secondo forno di andreottiana memoria.

            D’altronde, già i direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana, ha visto tracce di Andreotti in Di Maio, che pertanto dopo avere trattato il pane di cui ha bisogno  con il leghista Matteo Salvini,  e il centrodestra che gli è alle spalle, potrebbe poi trattarlo col Pd. Dove c’è gente che muore dalla voglia di venderglielo e spera di averne l’occasione dal presidente della Repubblica, al termine del lungo percorso della crisi: quando Sergio Mattarella, sfinito dalle consultazioni avviate oggi nel bui più completo,  potrebbe tirare fuori dal cilindro e proporre un governo per il quale si sprecano le definizioni. Si parla, in particolare, di nuova solidarietà nazionale, come quella del 1976, di responsabilità, di decantazione, di emergenza, di scopo e quant’altro.  Manca solo “il governo balneare” degli anni di Giovanni Leone a Palazzo Chigi solo perché Mattarella sembra sia allergico ai governi “a termine”. E quello balneare lo sarebbe sfacciatamente.

            Nell’ottica di una soluzione della crisi trovata con un accordo fra il movimento delle 5 stelle e un Pd definitivamente affrancato dalla linea di opposizione, i grillini diventerebbero come i democristiani dei tempi antichi. Eppure ci sono esegeti di sinistra dei pentastellati che li paragonano ai comunisti di un tempo. E questi esegeti stanno nel Pd: proprio quello che l’editorialista del Corriere della Sera ha paragonato al Psi del 1976, pasticciando un po’ -a questo punto- con le due figure politicamente opposte e francamente inconciliabili come i compianti De Martino e Craxi: l’uno rassegnato e l’altro per niente ad un rapporto sostanzialmente ancillare con i comunisti, di vecchio e nuovo conio che possano essere considerati.

            Paradosso per paradosso, ci sarebbe allora da chiedersi a chi poter paragonare i leghisti e i loro alleati di centrodestra guardando ai partiti della lontana prima Repubblica, con o senza scomporli. Mi sembra francamente difficile confinarli solo nel vecchio Movimento Sociale, neppure di Gianfranco Fini ma di Giorgio Almirante. Del quale la vedova Assunta si pente ancora di avere assecondato la scelta di allevare come delfino quel giovanotto destinato ad annegare politicamente non nelle acque, ma in uno stagno di Montecarlo.  

Questa crisi di governo senza la frusta e la luce di Giovanni Sartori…

             Condivido il rimpianto di Giovanni Sartori, Vanni per gli amici, che ad un anno dalla morte ha espresso sul Fatto Quotidiano un esperto di politologia come Gianfranco Pasquino. Ah, quanto mi manca in questa ingarbugliatissima situazione politica la sarcastica e spietata capacità del professore fiorentino di rappresentarla, sezionarla e giudicarla. Lo immagino con quelle mani congiunte come in una preghiera laica e quegli occhi rivolti, anzi sbarrati in alto come per chiedere che cosa avesse fatto lui di male per doversi trovare di fronte ad una simile sciagura da interpretare e bollare alla sua maniera.

            Ha fatto in tempo, il povero Sartori, alla bella età dei 93 anni che stava per compiere, a risparmiarsi lo spettacolo della vittoria virtuale dei grillini nelle elezioni politiche del 4 marzo scorso: virtuale, semplicemente perché insufficiente a realizzare, per fortuna, il loro sogno di governare da soli. E ciò anche se l’aspirante pentastellato a Palazzo Chigi Luigi  Di Maio stenta a rendersene conto, o finge di non essersene ancora accorto ogni volta che ripete le sue giaculatorie ambiziose col richiamo persino ossessivo agli  “undici milioni di elettori” che lo avrebbero incoronato presidente del Consiglio. Come se gli altri 22 milioni e rotti di voti, distribuiti fra centrodestra, centrosinistra, liberi e uguali, e disuguali ancora più sparsi, non dovessero contare nulla in una democrazia, per quanto malandata essa sia.

            Del grillismo, comunque, era bastato a Sartori vedere gli esordi nelle elezioni amministrative del 2007 per non riderne soltanto. E per rimproverarne le origini o cause nella “retorica ipocrita dello spontaneismo dispensata da Romano Prodi e da Silvio Berlusconi”: l’uno allora al governo e l’altro all’opposizione, ma destinato a tornare l’anno dopo, e per l’ultima volta, a Palazzo Chigi. Intanto a Firenze, la sua Firenze, si faceva le ossa come amministratore locale Matteo Renzi, destinato ad essere liquidato da Sartori, una volta assurto a livello nazionale, come “un imbroglione aggressivo”. Sulla cui riforma costituzionale bocciata il 4 dicembre del 2016 il professore non versò certamente lacrime, ma non per questo si prodigò in elogi per i vincitori del referendum, fra i quali c’erano personaggi di cui Sartori diffidava fortemente, a dir poco, a cominciare da Berlusconi, considerandoli dei pasticcioni.

            Peccato che il professore non ci sia più anche per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che avrebbe potuto ispirarsi a qualche suo monito o consiglio nelle fatiche che lo attendono con le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Lo scrivo con cognizione di causa perché, per niente infastidito dall’ironia fatta da Sartori anche sulla legge elettorale che luì battezzò “Mattarellum” aprendo la serie di leggi latinizzate nei loro difetti, come il “Porcellum”, l’attuale capo dello Stato fu tra i più generosi nel celebrare Sartori alla notizia della sua morte.

            “E’ stato -scrisse di suo pugno Mattarella di Sartori- maestro della scienza della politica. Spirito libero e indipendente, ha sempre incoraggiato e insegnato la formazione del giudizio critico. La molteplicità delle sedi in cui ha sviluppato ed esposto il suo pensiero -scientifico, didattico, giornalistico- lo ha reso autorevole protagonista del confronto culturale sulle istituzioni, non soltanto in Italia, contribuendo al rigore del dibattito sulla democrazia”. Un rigore, quello di Sartori, che rimarrà a lungo senza uguali.  

I grillini eredi davvero arbitrari dei democristiani e dei comunisti

La “bolla” nella quale Roberto Fico ha simpaticamente confessato al Fatto Quotidiano –e a chi sennò ?- di essersi sentito passando davanti al Corpo di Guardia del Quirinale, dove lo aspettava il presidente della Repubblica per festeggiare e onorare insieme la nuova terza carica dello Stato, dev’essersi ulteriormente gonfiata. In particolare, quando il presidente della Camera ha letto in rassegna o in originale un articolo di Ernesto Mazzetti dedicatogli sul Mattino. Che è lo storico giornale di Napoli, dove Fico è nato 43 anni e mezzo fa.

Con la sola eccezione della barba, che invece mi sembra donargli molto, ma Mazzetti gli ha consigliato di farsi tagliare per ridurla a un paio di baffetti, il giornalista del più importante quotidiano del Sud fondato nel 1892 da Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao ha metaforicamente letto nelle mani di Fico un avvenire ancora più radioso del presente, all’altezza di tre conterranei che lo hanno preceduto sullo scranno di Montecitorio: Enrico De Nicola, Giovanni Leone e Giorgio Napolitano, tutti e tre saliti al vertice dello Stato repubblicano.

Dei tre, anche De Nicola, come Napolitano nel 2013, sarebbe stato rieletto, dopo i due anni di capo provvisorio, se avesse avuto più riguardi verso l’allora partito di maggioranza, la Dc. Che era stata sfiancata dalle sue minacce di dimissioni ad ogni piè sospinto, ad ogni mosca che gli saltasse al naso, come soleva raccontare l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti. Al quale Alcide De Gasperi soleva affidargli il compito delle relazioni con Palazzo Giustiniani, dove De Nicola preferì lavorare da capo dello Stato un po’ per rispettare il carattere limitato del suo mandato, in attesa che le prime Camere della Repubblica eleggessero il presidente secondo le procedure della nuova Costituzione, e un po’ per scaramanzia tutta napoletana. Il Quirinale, si sa,  era stato anche sede pontificia, da cui Pio IX si distaccò, diciamo così, con un certo malumore quando le truppe piemontesi irruppero a Roma per farne finalmente la Capitale d’Italia.

Al movimento grillino delle 5 stelle – dove Fico ha fatto una carriera di tutto rispetto, superando sino ad ora sul piano istituzionale il compagno di partito Luigi Di Maio, che è stato solo vice presidente della Camera e non si sa ancora se riuscirà davvero a raggiungere l’obiettivo di Palazzo Chigi affidatogli da Grillo- si prendono continuamente le misure elettorali, geometriche e d’altro tipo ancora per paragonarlo a qualcuno dei due maggiori partiti della cosiddetta Prima Repubblica. E ciò col compiacimento del “garante”, “elevato” e quant’altro si senta o venga ritenuto il comico fondatore del movimento, divertito  a sentirsi  considerare un po’ democristiano e un po’ comunista.

In effetti, c’è chi si è avventurato ad attribuire ai grillini, in questa nascente terza Repubblica, la centralità che fu della Democrazia Cristiana. Una centralità provvista anche dei due forni di andreottiana memoria, per cui Di Maio si sente autorizzato a trattare per il  nuovo governo con Matteo Salvini ma anche a strizzare l’occhio al Pd. Che, indebolito dalla sconfitta elettorale e dalle conseguenti dimissioni di Matteo Renzi da segretario, potrebbe essere quanto meno utile ad aumentare la capacità contrattuale del pentastellato col segretario leghista vincolato dall’alleanza elettorale con Silvio Berlusconi, al cui solo nome il giornale più letto dai grillini, naturalmente il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, rischia di incepparsi nelle rotative.

Ma c’è anche chi si è avventurato ad attribuire al movimento delle 5 stelle la natura di sinistra del Pci, e persino i suoi numeri elettorali. Che, in verità, furono anche superiori, con quel 34 per cento e più conquistato nelle elezioni politiche del 1976 e apparso ad Aldo Moro come il segno di una vittoria simile a quella conseguita dalla sua Dc col 38 per cento e più. Nacque allora, proprio con Moro, la teoria dei due vincitori condannati per questo a collaborare, non disponendo né l’uno né l’altro di alleanti sufficienti a formare una maggioranza autonoma.

Certo, se fosse vera, come io non ritengo, la classificazione tutta a sinistra del movimento grillino, dove non mancano pulsioni tipiche di una destra neppure moderata, per esempio sul problema oggi nevralgico dell’immigrazione, sarebbe stupefacente la rapidità con la quale i pentastellati hanno potuto massimizzare il loro ruolo a livello istituzionale.

Al Pci, che pure era il Pci, con la sua mastodontica organizzazione, una classe dirigente di tutto rispetto e di grande esperienza, formatasi nelle carceri fasciste e nelle scuole di partito, partecipe determinante della Resistenza armata al nazifascismo e della Costituente repubblicana, di cui assunse anche la presidenza con una personalità come Umberto Terracini, occorsero circa trent’anni, equivalenti a 360 mesi, per aggiudicarsi la presidenza della Camera. Ciò avvenne con Pietro Ingrao nel 1976, l’anno della maggioranza di “solidarietà nazionale” concordata fra Moro ed Enrico Berlinguer di fronte ai due vincitori usciti dalle urne. Ai grillini, per portare Roberto Fico al vertice di Montecitorio, e aggiungere il suo ritratto nella galleria della Camera a quello, fra gli altri, di una donna indimenticabile come Nilde Jotti, sono bastati cinque anni, pari a 60 mesi.

Si potrà dire che i comunisti dovettero fare i conti con la realtà di un mondo bipolare, diviso in Europa fra due blocchi concordati a Yalta tra i vincitori della seconda guerra mondiale. E l’Italia rientrava nel blocco occidentale, dove la sola elezione di Ingrao alla Camera e un’astensione comunista ad un governo interamente democristiano presieduto da Andreotti crearono brividi nel Dipartimento di Stato americano. E fecero alzare qualche sopracciglio anche negli uffici e nei saloni del Cremlino. Fra quelle mura i comunisti italiani facevano francamente più comodo all’opposizione che altrove, specie quando Enrico Berlinguer, in una intervista al Corriere della Sera, definì l’Alleanza Atlantica un ombrello utile anche a garantire l’autonomia del Pci dall’allora Unione Sovietica.

Ma vincoli internazionali, a dire il vero, esistono o dovrebbero esistere anche oggi. Non si può certamente negare che tra Berlino, Parigi e Bruxelles, dove si fanno le pulci ai nostri bilanci, e dipendono quindi tante scelte della politica economica italiana, non vi sia una certa apprensione per gli sviluppi della situazione politica a Roma. Ed è tutto da dimostrare che si possa reagire a quell’apprensione facendo spallucce, non importa se alla maniera un po’ spiccia di Salvini o a quella adesso meno spiccia, o più realistica, come preferite, di Di Maio.

Non so se stia dietro l’angolo più il cosiddetto sovranismo o il rischio di una pantomima greca, che potrebbe fare scoppiare all’improvvisa anche la simpatica bolla di Roberto Fico.

 

 

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