Ci sono adesso due cavalli in viale Mazzini 14, a Roma. Uno è quello “morente” ma maestoso nella scultura bronzea di Francesco Messina che troneggia da più di 50 anni davanti alla sede nazionale della Rai e ne è diventato il simbolo. L’altro, al settino piano dell’edificio, è Marcello Foa, ridotto allo stato di ronzino, “morente” pure lui, dopo che la commissione parlamentare di vigilanza non ne ha convalidato con la necessaria maggioranza dei due terzi l’elezione a presidente avvenuta nel Consiglio di Amministrazione dell’ente.
Il leader leghista Matteo Salvini, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, opponendosi una volta tanto alla pratica dei respingimenti, come gli ha rimproverato il vignettista Vauro Senesi sul Fatto Quotidiano, ha sinora costretto Foa a rimanere lo stesso al suo posto come una specie di presidente facente funzione perché consigliere più anziano, in attesa che i forzisti dopo averne provocato la bocciatura parlamentare ricevano diverse istruzioni dal loro capo Silvio Berlusconi.
La situazione, peraltro monitorata al Quirinale per segnalati rischi di “forzature”, è grave ma non seria, per ripetere la famosissima battuta di Ennio Flaiano. Non seria perché, accorso all’ospedale milanese di San Raffaele nel tentativo di convincere Berlusconi, che vi si trovava ricoverato per una delle sue solite sedute rigeneratrici, a cambiare direttive ai suoi commissari di vigilanza, Salvini ha reagito al fallimento della missione rilanciando l’accusa al suo alleato elettorale di centrodestra di avere preferito alla posizione leghista quella del Pd, contraria a Foa. Ma, come il pastore smarrito della vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, il leader leghista si è trovato solo e spiazzato da una convergenza di vedute fra il suo alleato elettorale e il suo alleato di governo, Luigi Di Maio. Altro che “tradimento”, quindi, di Berlusconi col Pd in una riedizione del cosiddetto patto del Nazareno.
E’ accaduto, in particolare, che il vice presidente grillino del Consiglio, nonché superministro dello Sviluppo e del Lavoro, abbia avvertito pubblicamente Salvini che senza un accordo al suo interno con i forzisti, la commissione parlamentare di vigilanza non potrà rivotare per o comunque su Foa, per cui andrà cercato un altro candidato alla presidenza della Rai. Berlusconi, dal canto suo, giocando con Salvini come il gatto col topo, e riproponendo una questione di forma che è anche di sostanza, come per la mancata consultazione sulla designazione del presidente poi bocciato, ha sollevato dall’ospedale milanese un “cavillo”, come lo hanno definito i leghisti smaniosi di aprire una trattativa su Foa con Forza Italia ben oltre i tempi supplementari della partita.
Berlusconi -che aveva già cercato di tirarsi fuori dall’impiccio dicendo di non avere nulla contro Foa, già dipendente apprezzato del Giornale di famiglia, ma che “alcuni” dei suoi non volevano votarlo- ha così spiegato o motivato la chiusura del caso: “E’ stato appurato che l’eventuale riproposizione dello stesso nome nella commissione di vigilanza presenta, secondo il parere di autorevoli professionisti, problemi giuridici non superabili. Non potrà essere quindi votato dai componenti di Forza Italia”.
E’ a questo punto che scatta contro la difesa leghista del cavallo ridotto a ronzino al settimo piano della sede nazionale della Rai la necessità segnalata anche da Di Maio di trovare un’altra soluzione per il vertice dell’azienda di Stato. Un’altra soluzione significa naturalmente un altro nome su cui lasciare trattare Salvini e Berlusconi. E subito si è scatenata la solita corsa ai consigli, come quello formulato da Giuliano Ferrara a Salvini sul Foglio di mettere in pista un cavallo come il comune amico di destra Pietrangelo Buttafuoco, curiosamente collaboratore dello stesso Foglio ma anche dell’antifogliante e filogrillino Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.
Di destra dichiarata, in verità, ci sarebbe già un giornalista diverso da Foa nel nuovo Consiglio di Amministrazione della Rai, non a caso designato dai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. E’ Giampaolo Rossi. Ma Salvini, per quanto i due esponenti meloniani della commissione parlamentare di vigilanza abbiano votato per Foa contribuendo peraltro a rompere il centrodestra, non sembra ancora interessato a cambiare cavallo, o ronzino.
“Io non ho nulla contro Foa ma alcuni dei miei non vogliono votarlo”, avrebbe detto Berlusconi al leader della Lega, ma dal 4 marzo scorso anche del centrodestra per avere il partito di Salvini sorpassato nelle urne Forza Italia in una coalizione sopravvissuta, almeno per ora, alla diversa collocazione assunta dalle due formazioni politiche nella formazione del governo: una entrandovi con i grillini per occupare posizioni di rilievo e l’altra schierandosi all’opposizione, o costrettavi dal movimento delle 5 stelle per il rifiuto di trattare una sua partecipazione anche alla sola maggioranza.
“L’Italia -ha scritto Fontana commentando gli effetti delle scelte, o non scelte, ogni giorno annunciate o minacciate dal governo di grillini e leghisti- si chiude al mondo, non rispetta gli impegni, rinuncia alle sfide della competitività nel mercato globale, ostacola chi il lavoro lo crea”. E mostra di preferire la strada dell’aumento del deficit ad un ridimensionamento delle troppo ambiziose promesse elettorali fatte dai due partiti che compongono l’esecutivo del cosiddetto cambiamento.
Sulla stessa prima pagina del Corriere della Sera si trova la rubrica domenicale “Padiglione Italia” di Aldo Grasso dedicata tutta intera a un sarcastico “Toni-no”, soprannome del ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Che fra un no e l’altro alle grandi opere, magari camuffati con la necessità di rivederne conti, tracciati e quant’altro, ha trovato il tempo per fare col collega di partito e di governo Luigi Di Maio una specie di missione punitiva contro l’airbus affittato dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Di cui è stata decisa “la rottamazione”, comprensiva dell’”appartamento con doccia presidenziale”, come lo ha chiamato Di Maio in una intervista allo stesso Corriere della Sera attribuendone il progetto allo stesso Renzi, prima della caduta del suo governo. Giustizia, insomma, è stata fatta, come con i tagli ai vitalizi degli ex deputati, in attesa di quelli agli ex senatori su cui la presidente forzista di Palazzo Madama ha preferito procedere con andatura e forse anche contenuti diversi.
Intanto c’è chi fa, sempre dopo la morte, le pulci ai conti di Marchionne contestandone il vanto di avere azzerato i debiti del gruppo. Il Fatto Quotidiano gli ha contestato in apertura della prima pagina di avere invece lasciato debiti ancora per 16 miliardi di euro. E lo ha soprannominato in morte “Mister Pullover”: quello, di pullover, che sempre il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha fatto sventolare a mezz’asta in una vignetta, alla notizia della morte, con uno spirito meglio decifrabile -e più esecrabile- alla luce dello scoop appena vantato sulla effettiva eredità lasciata alla FCA dal suo ex amministratore delegato. E’ la stampa, bellezza, avranno forse voglia di dire da quelle parti scimmiottando l’Humphrey Bogart di Casablanca.
I leghisti, suoi compagni di partito, chiamano “Atlante”, per il peso che grava sulle sue spalle, l’uomo che Matteo Salvini ha voluto in quella postazione chiave del governo, fidandosene al cento per cento. Ebbene, salvo smentite, il sottosegretario del Carroccio va avvertendo in questi giorni nelle stanze dove si cercano i soliti compromessi sulle altrettanto solite beghe di potere e di contratto, come viene chiamato il documento programmatico concordato con i grillini, che “tra fine agosto e inizio settembre i mercati si metteranno a bombardare”. Le virgolette sono quelle usate da Francesco Verderami, come se gli fosse capitato di ascoltare quelle parole con le proprie orecchie.