Il Papa trascinato nella campagna elettorale, un pò anche da Salvini

            Nella penultima settimana della campagna elettorale per le europee, le regionali e le amministrative del 26 maggio l’estrema destra di Forza Nuova ha tentato di trascinarvi anche il Papa manifestando contro di lui sul tema dell’immigrazione, e trovando purtroppo una sponda addirittura al Viminale. Essa è consistita in una reazione indiscutibilmente polemica del ministro leghista dell’Interno Matteo Salvini, nonchè vice presidente del Consiglio, allo spettacolare intervento del cardinale elemosiniere del Pontefice, il polacco Konrad Krajevski, a favore dei circa cinquecento occupanti, tra cui molti immigrati, fra i quali donne e bambini, di un palazzo di proprietà di una banca nei pressi della Basilica romana di San Giovanni.

            Il porporato si è elemosiniere.jpgpersonalmente infilato nel pozzetto dei contatori dell’energia elettrica per togliere i sigilli posti sei giorni fa per una morosità di circa 300 mila euro e ripristinare così le forniture. “Ora paghino le bollette”, ha detto Salvini alludendo al Vaticano.

            Il cardinale Krajevski, che aveva già lasciato il suo biglietto da visita attaccato ai contatori dell’energia elettrica da lui ripristinata, ha in qualche modo risposto al ministro dell’Interno dichiarando, in una intervista al Corriere della Sera, di essere pronto a pagare le bollette dei consumi successivi al ripristino. E si è impegnato a pagare la multa che il suo gesto potrebbe procurargli.

            Questo spettacolo, dal corteo di protesta davanti a San Pietro alla sponda offerta, volente o nolente, da un leader di partito e di governo che ha consentito all’alleato-rivale Luigi Di Maio di dichiararsi dalla parte del Papa a nome dei grillini, poteva francamente essere risparmiato ad una campagna elettorale già debordata di suo. E che potrebbe riservare peraltro amare sorprese a chi l’ha lasciata o addirittura voluta straripante come un fiume in piena, quasi inseguendo le sorprese climatiche  di questa bizzarra primavera.

 

 

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Scavando ancora nella vita del socialista Gianni De Michelis

            Grazie al comune amico Giuliano Cazzola, che ne ha scritto su Start Magazine di Michele Arnese, sono in grado di completare il racconto del lungimirante riformismo del compianto Gianni De Michelis anche in materia previdenziale.

            Deluso ma evidentemente non domato dalla riunione della direzione del Psi in cui aveva raccolto insofferenza e scetticismo dopo avere riferito sulle condizioni critiche del sistema pensionistico, destinato a saltare in mancanza di interventi rapidi e duri, De Michelis predispose da ministro del Lavoro un disegno di legge. Trovò evidentemente presso il presidente del Consiglio Bettino Craxi l’attenzione che non aveva ricevuto nella riunione della direzione del partito, forse non svoltasi in quell’occasione, nel 1984, alla presenza del segretario. A sostituirlo negli adempimenti di partito era in quegli anni Claudio Martelli come vice segretario.

            Informata del provvedimento, che avrebbe sicuramente comportato uno scontro con l’opposizione comunista non inferiore a quello svoltosi sui tagli anti-inflazionistici appena apportati alla scala mobile dei salari, la segreteria della Dc retta da Ciriaco De Mita ne bloccò il cammino. Innanzitutto reclamò un’iniziativa De Mita.jpgparlamentare, anziché governativa. In secondo luogo impose, in funzione “consociativa” secondo la valutazione condivisibile di Cazzola, che il progetto di legge venisse partorito da una commissione speciale. Che fu  presieduta da Nino Cristofori, “sodale- ha scritto Cazzola- di Giulio Andreotti. Di cui infatti sarebbe poi stato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dal 1989 al 1992, diventando ministro del Lavoro nel primo governo di Giuliano Amato.

            Alla presentazione della proposta di legge di riforma del sistema pensionistico il ministro De Michelis predispose emendamenti del governo per aumentarne il rigore, e prevedibilmente l’impopolarità. Ciò rallentò il percorso della legge sino a vanificarne l’esito col sopraggiunto scioglimento anticipato delle Camere, nel 1987.

            Si pensò allora -qui termina il supplemento di racconto grazie a Cazzola e comincia la mia coda, diciamo così- che l’interruzione della legislatura, un anno prima del suo epilogo ordinario, fosse stata provocata dall’insofferenza di Ciriaco De Mita verso Craxi, pubblicamente definito “inaffidabile” per non avere consentito nel 1986 la cosiddetta e famosa “staffetta” con Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, reclamata dal segretario democristiano. Si pensò anche, sull’onda delle cronache quotidiane e retroscena annessi e connessi, che De Mita coniugasse quell’insofferenza anche con la paura di dovere affrontare due referendum sostenuti da Craxi, già indetti per la primavera ed entrambi indigesti alla sinistra democristiana: contro l’energia nucleare, ancor più temuta dopo l’esplosione della centrale di Cernobyl, nell’Unione Sovietica, e per la responsabilità civile dei magistrati. Alle cui prerogative già allora non si poteva guardare per riformarle senza rischiare la fine politica.

            I due referendum saltarono in effetti  con la fine anticipata della legislatura, cui si potette arrivare peraltro solo con la disinvolta, inusuale decisione della Dc di non votare la fiducia al governo monocolore democristiano allestito proprio col recondito proposito delle elezioni anzitempo dal presidente uscente del Senato Amintore Fanfani. Cui invece i socialisti votarono la fiducia, in presenza peraltro di importanti adempimenti internazionali del governo, perché fossero evidenti le responsabilità del ricorso anticipato alle urne.

            Dopo il voto  potette subentrare a quello di Fanfani un altro governo presieduto da un democristiano, nella fattispecie Giovanni Goria, in attesa che maturassero le condizioni per un approdo di De Mita a Palazzo Chigi, solo alla condizione posta da Craxi di fare svolgere i referendum contestati già nell’autunno del 1987, senza aspettare la primavera dell’anno successivo. E furono entrambi  vinti dai promotori, anche se -bisogna dirlo con franchezza- Craxi poi consentì che la responsabilità civile dei magistrati, pur passata a grande maggioranza degli elettori, fosse sostanzialmente vanificata da una legge ordinaria poi scritta in pratica a quattro mani in pochi mesi dal guardasigilli socialista Giuliano Vassalli e dal magistrato di turno. Fu una legge imposta dalla necessità di disciplinare il vuoto creatosi nel codice con la soppressione referendaria della norma di ferrea tutela delle toghe. Essa fu promulgata, guarda caso, nello stesso giorno in cui si insediò il primo e unico governo di De Mita, riuscito finalmente a metà aprile del 1988 ad approdare a Palazzo Chigi, sia pure per rimanervi soltanto poco più di un anno.

            Ora sappiamo che dietro le quinte, nascosta dal clamore degli scontri sulla cosiddetta staffetta e sui referendum, aveva lavorato come una talpa contro la fine ordinaria della legislatura contrassegnata dai due governi Craxi, e per le elezioni anticipate del 1987, la paura  di una riforma del sistema delle pensioni avvertita insieme dalla Dc e dall’opposizione comunista. Alla cui valutazione della mancanza di alternative allo scioglimento delle Camere l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga volle ricorrere conferendo un incarico esplorativo, durante la crisi, alla presidente di Montecitorio Nilde Jotti. E lo sappiamo grazie alla rilettura degli avvenimenti consentitaci dal ricordo di Gianni De Michelis.

 

 

 

 

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In ricordo di Gianni De Michelis, e del suo servizio al governo del Paese

            In memoria di Gianni De Michelis, morto a 78 anni in un ospedale della sua Venezia dopo lunga e dolorosa malattia, e un isolamento che si era orgogliosamente imposto per non farsi vedere e sentire sofferente, voglio girarvi un racconto che mi fece di lui il comune amico Ugo Intini, già portavoce di Bettino Craxi.

            Era il 1984, l’anno del decreto legge predisposto proprio da De Michelis, ministro del Lavoro, per tagliare di tre punti la scala mobile dei salari in funzione anti-inflattiva, fra le durissime proteste dell’opposizione comunista e della parte maggioritaria della Cgil. Presidente del Consiglio da un anno era lo stesso segretario del Psi.

            L’allora ministro del Lavoro chiese e ottenne una convocazione della direzione nazionale del Partito Socialista per riferire sui problemi della previdenza. Egli illustrò con dovizia di particolari e di considerazioni le disastrose prospettive della quiescenza se non si fosse intervenuti tempestivamente con misure forse anche più impopolari dei tagli alla scala mobile ma non meno necessarie.

            La lunga relazione del ministro De Michelis fu accolta con segni crescenti di insofferenza, essendo ritenuta dai più la prospettiva della crisi della previdenza troppo lontana per occuparsene così presto.

            Fu un’enorme delusione per Gianni De Michelis, che aveva evidentemente sopravvalutato i suoi compagni di partito, mettendoli sul suo piano culturale, sociale e politico e prendendo sul serio la svolta riformistica, e non solo autonomista, impressa al Psi da Craxi. Che non a caso egli aveva generosamente salvato nei primi anni della segreteria dal più pericoloso tentativo della sinistra del partito, di cui lo stesso De Michelis faceva parte, di rovesciarlo.

            Addio, Gianni.

Soccorso della Farnesina al Viminale per le competenze su sicurezza e migranti

            A dispetto della sicurezza, e persino di una certa ostentazione di forza scappata al presidente del Consiglio Conte liquidando come “illusione ottica” l’impressione che lui fosse sovrastato dal vice presidente leghista Matteo Salvini, il Corriere della Sera attribuisce abbastanza vistosamente Corriere.jpgin prima pagina timori di crisi a Palazzo Chigi. Dove le preoccupazioni sarebbero state create, in particolare, dall’arrivo del testo di un decreto legge predisposto proprio da Salvini per una ulteriore stretta sul terreno della sicurezza e della gestione dei migranti, comprensiva dell’accorpamento al Viminale delle competenze oggi distribuite fra vari Ministeri. I cui titolari spesso si beccano fra di loro, specie in campagna elettorale, come avviene adesso, a due settimane dal rinnovo del Parlamento europeo, del Consiglio regionale piemontese e di numerose amministrazioni comunali.

            Fra i grillini il più diffuso giornale italiano ha raccolto il sospetto che Salvini, costretto a ingoiare il rospo della rimozione del sottosegretario leghista Armando Siri indagato per corruzione, e allarmato dai sei punti di perdita nei sondaggi attribuitigli da un istituto di ricerca su commissioneMurale a Milano.jpg dello stesso Corriere della Sera, voglia mettere all’angolo il movimento delle 5 stelle, sino a provocare una crisi, sul terreno a lui più favorevole per la percezione che ne ha l’elettorato: quello appunto della sicurezza e del contenimento dell’’immigrazione in vista del ritorno, per quanto in ritardo, del bel tempo e della migliore navigabilità nel Mediterraneo.

            Sarebbe stato addirittura allertato il Quirinale dal vice presidente leghista del Consiglio, Luigi Di Maio, nella speranza che sia lo stesso capo dello Stato a frenare il percorso del provvedimento predisposto al Viminale, supportando così i rinvii della convocazione del Consiglio dei Ministri cui potrebbe provvedere direttamente Conte.

            Se così stessero davvero le cose, e penso che almeno in parte così stiano, al netto delle solite esasperazioni da propaganda elettorale, meriterebbe particolare rilievo una intervista ai giornali del gruppo Caltagirone nella quale il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, non quindi un diplomatico qualsiasi, ha tenuto a condividere l’iniziativa di Salvini, precisando di avere già risposto in questo senso ad una lettera appena scrittagli dal ministro dell’Interno.

            In particolare, il titolare della Farnesina riconosce al Viminale una “competenza primaria” su sicurezza e immigrazione e ritiene utile che se ne discuta in Consiglio dei Ministri per chiarire la situazione creatasi per “l’intersecazione”, come lui la chiama, delle prerogative oggi Moavero dixit.jpgappartenenti anche alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri degli Esteri, della Difesa e delle Infrastrutture. Ma si potrebbe arrivare anche al Ministero dell’Economia, stando al ragionamento fatto da Salvini nella lettera per chiedere un “salto di qualità” nell’azione di governo per il contenimento e la prevenzione dell’immigrazione. Non si tratta di scippare niente a nessuno, in materia di competenze, perché -ha osservato il titolare della Farnesina- a discutere e a decidere sarebbe comunque collegialmente il Consiglio dei Ministri.

            Eugenio Scalfari, che alla sua bella età continua a seguire e commentare i fatti della politica ogni domenica per i lettori della sua Repubblica, peraltro Fattio.jpgalla vigilia di un’altra rivoluzione grafica, ha generosamente paragonato il conflitto ormai permanente fra i due vice presidenti del Consiglio ad uno spartito musicale nel quale Salvini suona al pianoforte e Di Maio al violino. Beh, il pianoforte questa volta si è fatto sentire più del violino, anche se al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio il ministro dell’Interno preferiscono associarlo nella vignetta di prima pagina all’immagine e al suono del trombone.

 

 

 

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Gli ultimi sviluppi della Salvineide, fra sbarchi, strette e richieste d’aiuto

            Matteo Salvini, spiazzato non so se più dai sei punti perduti negli ultimi sondaggi pubblicati dal Corriere della Sera, rispetto al 37 per cento dei voti attribuitogli meno di un mese prima, o dalla “illusione ottica” cui il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ridotto in una intervista a El Pais l’impressione che fosse il suo vice leghista il protagonista del governo gialloverde, o dai 136 sbarchi di migranti subiti in poche ore fra i porti di Lampedusa e di Augusta, o da quelli che teme gli siano destinati col bel tempo da quello che il manifesto ha manifesto.jpgchiamato “mare nero”, o dalle contestazioni rivoltegli in Calabria da elettori refrattari ai suoi comizi, o dalla rimozione del sottosegretario inquisito Armando Siri che ha dovuto alla fine accettare dopo averlo a lungo difeso; Salvini in Calabria.jpgMatteo Salvini, dicevo, ha reagito in un modo contraddittorio, a dir poco. Di cui ha subito profittato il suo omologo grillino alla vice Presidenza del Consiglio, Luigi Di Maio, per attaccarlo sino al sarcasmo e trarne qualche vantaggio nelle ultime due settimane di campagna elettorale per le europee, le regionali e le amministrative del 26 maggio.

            Il leader leghista da una parte ha predisposto al Viminale nuove norme per prendersi tutte le competenze nel controllo delle acque, anche quelle esercitate o rivendicate dal Ministero delle Infrastrutture, e penalizzare le navi dei soccorsi con multe da un minimo di 3500 a un massimo di 5500 euro a migrante; dall’altra ha dovuto riconoscere che, per quanti sforzi e forzature possa o voglia compiere ancora, non potrà mai riuscire a fare da solo.Rollisu soccorsi.jpg E tanto meno a mantenere tutto quello che ha promesso agli elettori in questo campo su cui, non meno o ancora di più che su quello fiscale, ha scommesso nella partita di governo con i grillini. Della quale peraltro potrà sempre meno giustificarsi vantando il permesso a giocarla datogli l’anno scorso dall’alleato di centrodestra Silvio Berlusconi, avendone ormai perduto ogni copertura, se mai ne ha avuto davvero una. Il Cavaliere si è nel frattempo indebolito, e in tutti i sensi: non solo in quello politico, dove Forza Italia è scesa ormai costantemente sotto il 10 per cento e combatte praticamente per la sopravvivenza, con tutti gli inconvenienti che comporta una condizione del genere.

            Il riconoscimento dei suoi limiti sul terreno della sicurezza, comprensivo  anche dell’immigrazione, Salvini lo ha fatto con una lettera nella quale ha chiesto maggiori iniziative diplomatiche, economiche e commerciali nei riguardi dei Paesi di provenienza o di condizionamento del fenomeno che approda nelle acque e nei porti italiani. Si ha la sensazione che con questa lettera il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno si sia reso conto della impossibilità, e comunque inutilità, di continuare a sostituirsi ai ministri degli Esteri e dell’Economia, per non parlare della ministra della Difesa, con la quale si è scontrato anche pubblicamente. Questo lavoro di sostituzione o intromissione è stato fatto da Salvini con dichiarazioni, telefonate a primi ministri d’oltremare, e visite o irruzioni in abiti civili o in tute mimetiche, o quasi.

 

 

 

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Brutte sorprese dai sondaggi per la Lega e capitan Matteo a 15 giorni dal voto

            Nell’ultimo giorno consentito per la pubblicazione dei sondaggi, e a quindici dalle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, del Consiglio regionale piemontese e di numerose amministrazioni comunali, il leader leghista Matteo Salvini, per quanto reduce, fra un comizio e l’altro, da una sosta di devozione Salvini e Padre Pio.jpgnella Pietrelcina di Padre Pio, si deve accontentare della pur generosa, una volta tanto, Repubblica . Che gli attribuisce in due mesi, con i numeri della Demos, una perdita di quasi due punti soltanto, facendolo scendere dal 34,4 al 32,2 per cento dei voti: sempre in fortissimo aumento -per carità- rispetto al 17 per cento delle elezioni politiche dell’anno scorso ma con una frenata che potrebbe impensierire lo stesso “il capitano”, perché le tendenze sono sempre tendenze. E potrebbe essere davvero arrivata per la Lega una inversione per le crescenti difficoltà procurate dalla convivenza al governo con i grillini. Che, sempre con i numeri raccolti dalla Demos per Repubblica, sono scesi solo dal 23,2 al 22,6 per cento delle intenzioni di voto, rimanendo molto distanti, per carità, dal 32 per cento delle elezioni politiche dell’anno scorso ma con la speranza di avere quanto meno frenato la caduta.

            Il Corriere della Sera tuttavia ha altri dati, forniti dall’Ipsos, che in un mese trascorso dalle ultime rivelazioni ha fatto scendere la Lega di ben sei punti, dal 36,9 al 30,9, e fatto salire i grillini dal 22,3 al 24,9 per cento, prima forse che il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio spiazzasse mezzo Il Fatto.jpgmovimento, a cominciare dalla sindaca di Roma Virginia Raggi, schierandosi di fatto con i rivoltosi di Casal Bruciato contro l’assegnazione di una casa popolare, con tanto di graduatoria certificata, ad una famiglia di rom. Cosa, questa, di Di Maio che gli ha procurato sulla prima pagina dell’insospettabile Fatto Quotidiano il travestimento da Alberto da Giussano, sul  Carroccio targato Matteo Salvini.

            I rapporti di forza tra i due partiti della maggioranza gialloverde rimangono comunque rovesciati rispetto all’inizio della loro avventura di governo. E i grillini debbono guardarsi le spalle dal Pd di Nicola Zingaretti, che -in crescita in entrambe le rilevazioni- ambisce a soffiare al Movimento delle 5 stelle  il secondo posto nella graduatoria elettorale. In particolare, l’Ipsos per il Corriere ha fatto passare il Pd dal 18,7 al 20,05 per cento e Demos, per Repubblica, dal 19 al 20,4 per cento.

            Due parole, infine, su Forza Italia, stabile poco sotto il 10 per cento secondo Demos, ma scesa ulteriormente dalll’8,7 al 7,8 per cento secondo l’Ipsos. E ciò prima ancora -temo per il partito del convalescente Berlusconi- di risentire degli effetti della tegola giudiziaria caduta sugli amministratori lombardi in maglia azzurra.

            In ogni caso, almeno per ora, il Cavaliere non rischia  il sorpasso anche ad opera di Giorgia Meloni, dopo quello effettuato da Salvini a una velocità da turbo.  

 

 

 

 

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La rimozione del sottosegretario leghista Siri come una sceneggiata

            C’è qualcosa, anzi troppo, che non va e non convince dell’epilogo della vicenda dell’ormai ex sottosegretario leghista Armando Siri: una vicenda, francamente, più da vignetta che da cronaca, più da sceneggiata che da dramma, come era stata invece rappresentata per tanto tempo: quando si era creduto che  vi potesse inciampare con una crisi al buio il governo gialloverde del cambiamento. O della “discontinuità”, come l’ha appena definita con vanto il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio commentando la rimozione, infine, dell’esponente del Carroccio indagato per corruzione a Roma, per non parlare del rischio di riciclaggio Gazzetta.jpgche incombe come imputazione su di lui a Milano per un altro fatto. E’ l’acquisto di una palazzina  a Bresso segnalato dallo stesso notaio autore dell’atto per un mutuo senza ipoteca, a totale copertura del prezzo, ottenuto da Siri a fine gennaio da una banca di San Marino. Che non è naturalmente il santo venerato dalla Chiesa il 3 settembre, ma la piccola, materialissima Repubblica del Titano.

            Tanto lunga e ostinata è stata la difesa di Siri da parte del leader del suo partito, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, tanto dettagliata e motivata quella che a Palazzo Chigi è stata fatta nella sua doppia veste di avvocato e ministro anche dalla notissima ed esperta il manifesto.jpgGiulia Bongiorno, quanto liscia e rapida n’è stata la conclusione, senza neppure ricorrere a una votazione, come d’altronde aveva seraficamente annunciato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Tanto seraficamente e scontatamente che quegli impertinenti del manifesto hanno declassato nel solito, vistoso titolo di prima pagina il Consiglio dei Ministri a Coniglio dei Ministri. Su cui peraltro è caduta, come una ciliegina sulla torta, una clamorosa bocciatura del Quirinale troppo sbrigativamente liquidata sui giornali come una sciocchezzuola “formale”.

            In realtà, il presidente della Repubblica non se l’è sentita di firmare il decreto di rimozione di Siri predisposto dal purMessaggero.jpg professore di diritto e avvocato Conte con una lunga premessa in cui il presidente del Consiglio aveva voluto praticamente riassumere i suoi personali rapporti col licenziando sottosegretario per motivare la fine del rapporto fiduciario con lui.

            Ormai la politica del cambiamento, o della discontinuità, ha abituato in Italia persino i giuristi, viste le loro prime reazioni alla riscrittura del decreto imposta dal Quirinale, alle più curiose soprese, in un ossimoro – l’abitudine alle sorprese- che esprime da solo le paradossali condizioni anche delle istituzioni.

            Le cronache sono piene di retroscena sulle contromosse e simili nella testa o nella pancia del leader leghista per rifarsi del sostanziale kappaò rimediato sul caso Siri, incalzando o spiazzando i suoi alleati di governo sui terreni della lotta alla droga, del fisco e d’altro ancora, utili anche ad alimentare quel che resta della campagna elettorale per le europee e le amministrative del 26 maggio. Che dovranno servire a misurare le distanze fra i due partiti della maggioranza: si vedrà per farne che cosa da parte degli interessati, per rompere o continuare a stare insieme, e in che modo, cambiando registro e forse anche qualche ministro, o lasciando tutto invariato per inseguire il traguardo addirittura del 2023, quando finirà ordinariamente la legislatura cominciata l’anno scorso. Ma con quel che è appena accaduto sul caso Siri, c’è francamente da chiedersi che cosa valgano ancora retroscena e quant’altro sulle tante partite che gioca il leader leghista.

            Salvini peraltro rischia il capogiro nei rapporti con Di Maio. Che dopo averlo piegato a sinistra, diciamo così,  sulla vicenda dell’ex sottosegretario Siri lo ha spiazzato a destra unendosi virtualmente alle proteste dei romani di Casal Bruciato contro la sindaca pentastellata Virginia Raggi, accorsa sul posto per difendere l’assegnazione di un alloggio popolare ad una famiglia bosniaca, avvenuta nel rispetto delle norme vigenti.

 

 

 

 

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Continua dopo 41 anni a produrre misteri l’assassinio brigatista di Aldo Moro

A 41 anni, quanti ne sono trascorsi proprio oggi dal tragico epilogo del suo sequestro, i misteri della vicenda Moro, che fu insieme il dramma di un uomo, di una classe dirigente e dello Stato, non si diradano ma aumentano. E costituiscono, a dispetto o proprio per i tanti processi che si sono svolti nei tribunali e per le tante inchieste parlamentari che sono state condotte, il buco nero dellaMoro morto.jpg Repubblica. Altro che Mani pulite, la successiva vicenda giudiziaria che doveva spazzare via la corruzione con quali risultati vediamo proprio in questi giorni, con retate al Nord e al Sud. O la presunta e chissà ancora se presunta o reale trattativa fra lo Stato e la mafia, su cui si sono appena aperti due processi d’appello. Sono due perché in Italia non ci facciamo mancare niente, grazie alla generosità, almeno in questo, dei nostri codici. Che consentono a vari imputati dello stesso reato di procedere sui binari separati dei riti ordinari e abbreviati, o quasi.

Quest’anno il povero Aldo Moro è stato più sfortunato del solito perché, non essendogli evidentemente bastate le disgrazie in vita, si è trovato investito da una polemica addirittura sul processo di beatificazione in corso, al pari di altri esponenti insigni della politica italiana peraltro da lui conosciuti: don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira.

La figlia Maria Fida, la mamma di quel piccolo Luca che Moro sognava di accarezzare e baciare scrivendo le sue struggenti lettere di addio ai familiari dalla prigione in cui i terroristi l’avevano rinchiuso e gli alternavano momenti di speranza e disperazione, ha sentito puzza di deviazioni, strumentalizzazioni politiche, curiali e quant’altro sulla santificazione del padre. E ha chiesto al Papa di bloccare tutto, sapendolo comunque già al sicuro  nella parte più luminosa del Paradiso. Sono seguite le dimissioni del postulatore.

Alla vigilia di questo 41.mo anniversario della morte dello statista democristiano sono usciti sul Messaggero resoconti sommari  di una  deposizione di Raffaele Cutolo del 25 ottobre 2016 a due magistrati napoletani sconfinata nei 55 giorni di prigionia di Moro. Durante i quali il capocamorrista, per quanto latitante, grazie a informazioni ricevute da un affiliato operante  a Roma, si mise a disposizione di politici da lui avvicinabili direttamente o indirettamente per fare scoprire il posto dove il presidente della Dc era rinchiuso.

È seguita un’intervista di Miguel Gotor, espertissimo della vicenda Moro, che ha raccontato di avere incontrato anche lui, allora senatore del Pd, Cutolo nel supercarcere di Parma riuscendo a strappargli il nome dell’esponente democristiano che gli aveva fatto conoscere il disinteresse del suo partito all’aiuto offertogli: Antonio Gava. Che era già allora un pezzo da novanta della Dc e avrebbe dopo tre anni usato gli stessi canali per chiedere e ottenere un aiuto, con il consenso del segretario del partito Flaminio Piccoli, per venire a capo del sequestro di Ciro Cirillo, suo amico personale e di corrente, assessore regionale campano che si occupava del business della ricostruzione dopo il terremoto.  Tutto si concluse con quasi un miliardo e mezzo destinato alle brigate rosse e con una ripartizione degli appalti del post-terremoto in qualche modo condizionata dalla camorra.

Di questa storia di Cirillo si parla anche in un libro fresco di stampa in cui la vicenda del sequestro Moro viene raccontata e analizzata per cercare di capire se e in quale misura possa avervi avuto un ruolo un personaggio emblematico del brigatismo rosso non meno dei Curcio e dei Moretti, per quanto processato e condannato solo per fatti terroristici successivi al rapimento e all’assassinio del presidente democristiano: il criminologo Giovanni Senzani. “Il professore dei misteri”, si chiama questo libro, scritto da Marcello Altamura, un giornalista e ricercatore coi fiocchi, e pubblicato dalla casa editrice Ponte alle Grazie.

            A leggere le 441 pagine documentatissime di questo libro, costate sette anni di intenso lavoro consultando atti giudiziari e parlamentari, ricerche anche di altri, saggi, articoli, interviste, si rimane francamente esterrefatti. Credevo di sapere abbastanza della vicenda Moro, avendola brigate rosse.jpgsempre seguita anche per i rapporti di stima e di amicizia che ebbi con quel protagonista di tanta parte della storia del suo partito e del Paese. Beh, alla fine della lettura del “professore dei misteri” non solo ho scoperto di sapere in effetti molto, ma molto meno di quanto ritenessi, ma ho avuto una sensazione incolmabile di sgomento, il presagio che mai si potrà arrivare a fare piena luce, tanti e tanto incolmabili sono stati i vuoti lasciati e persino creati dalle migliaia di persone che hanno maneggiato a vario titolo questa storia terribile.

Mi chiedo chi e come potrà credibilmente spiegare, per esempio, la scomparsa, minuziosamente ricavata dai verbali e dagli inventari consultati da Altamura, dei nastri di ripresa degli interrogatori di Moro trovati fra il tanto materiale nascosto nei covi romani delle brigate rosse scoperti a Roma, anni dopo il sequestro, in occasione della cattura di Senzani. E da questi evidentemente ereditato, visto che giudiziariamente egli risulta estraneo a quella vicenda.

Ma cosa diavolo è successo prima, durante e dopo il sequestro Moro, fra allarmi non raccolti, omissioni, depistaggi, morti parallele, sedute spiritiche, strade scambiate per paesi, covi scoperti accidentalmente ma in tempo perché nessuno vi fosse sorpreso all’interno, pedinamenti falliti o fasulli, memorie improvvisamente perdute e quant’altro? È quanto meno curioso che in un paese come il nostro, in cui si naviga da sempre sui tappeti volanti delle trame e dei colpi di Stato si stenti ancora a riconoscere che Moro fu vittima di un complotto contro di lui e la sua politica. O di qualcosa che gli assomigliò terribilmente.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il ritorno assai sinistro delle retate di Tangentopoli e dintorni

            E’ accaduto giusto in tempo, e naturalmente solo a caso, nella solita galeotta coincidenza, perché il vice presidente grillino Luigi Di Maio potesse sventolare, diciamo così, la bandiera della emergenza corruttiva attorno al Consiglio dei Ministri chiamato a chiudere con la rimozione la pratica di governo del sottosegretario leghista Armando Siri, sotto indagine per corruzione, appunto, alla Procura dellaIl Fatto.jpg Repubblica di Roma. Parlo naturalmente delle retate, dal Nord al Sud, fra arresti e liste di indagati per corruzione, pure loro, che stanno riempiendo le cronache giudiziarie e politiche insieme, visti i riflessi inevitabili sulla campagna elettorale a meno di venti giorni dal rinnovo del Parlamento Europeo e di numerose amministrazioni locali: un test dai notevoli riflessi, a sua volta, sulle sorti del governo gialloverde, della maggioranza e forse anche della legislatura cominciata solo l’anno scorso.

            Scrupoloso come sempre, e affiancato dal solito fotomomtaggio con le inferriate e titolo incorporato sulla preda politica più grossa di tutte le operazioni, cioè il centrodestra che “ritorna a San Vittore”, mandando di traverso Travaglio.jpgla convalescenza -credo- a Silvio Berlusconi, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio con poche parole, come un redivivo Tacito, ha dato il quadro della situazione. Che è questa: 95 indagati a Milano, di cui 28 arrestati, per tangenti e altri reati, 20 inquisiti a Catanzaro per mazzette, 14 a Palermo, di cui 4 arrestati, per gli stessi o analoghi motivi.

            Questo -ha avvertito Travaglio, e probabilmente ripeteranno parecchi dirigenti del Movimento delle 5 Stelle in questa consistente e fortunata, per loro, coda della campagna elettorale- è “il vero cancro che si mangia l’Italia e ne blocca la crescita”. E così sono serviti anche i sapientoni di Bruxelles e dintorni che sono appena tornati a segnalare i nostri ritardi, con quell’impietoso ultimo posto assegnatoci nella graduatoria dei paesi dell’Unione Europea per l’andamento del pil, dandoci comunque la soddisfazione, stavolta, di rilevare qualche ritardo anche in Germania.

            E’ augurabile che questo “ritorno di Tangentopoli”, o a Tangentopoli, come si è scritto e titolato su molti giornali, se mai davvero l’Italia ne è uscita dopo le retate del 1992 e 1993, allora anche con la Libero.jpgmusica di accompagnamento delle stragi mafiose, non ci riproponga davvero tutti gli spettacoli ed effetti di quegli anni lontani: suicidi, cappi in Parlamento, linciaggi in piazza, torsioni al sistema istituzionale e via dicendo.

            Allora cadde la cosiddetta prima Repubblica e si fornì la prospettiva di una seconda anch’essa smarritasi  però per strada, tra riforme mancate o bocciate. Ora rischia di essere strangolata in culla la terza Repubblica, fra l’entusiasmo paradossale di quanti -i grillini- se ne erano assunti l’anno scorso la paternità. Essi non si rendono conto che rischiano in queste ore di festeggiare anche la loro fine, scommettendo che a pagarne le spese maggiori siano i loro provvisori e sempre più scomodi alleati, cioè i leghisti.

           Anche questo, ahimè, è uno spettacolo già visto un quarto di secolo fa, quando -per esempio- comunisti e sinistra democristiana pensarono di avere risolto tutti i loro problemi politici, identitari e di potere,  e di garantirsi finalmente un luminoso e insieme fortunoso avvenire, liberandosi di Bettino Craxi e dei socialisti con le cattive, e stendendosi come tappetini davanti alle Procure della Repubblica, sino a far perdere la testa a qualcuno che vi lavorava o ad allarmare i più avveduti.

           Non dimenticherò mai la preoccupazione pubblicamente espressa dall’allora capo della Procura della Repubblica di Milano, Francesco Saverio Borrelli, per quelle ali di folla plaudenti, reali e metaforiche, fra cui lui e i suoi sostituiti si muovevano. All’occorrenza però essi protestavano tutti insieme minacciando dimissioni, e reclamando il favore del popolo in maglietta, ma anche in doppiopetto. Accadeva ogni volta che il governo o il ministro di turno osasse preparare o varare misure non condivise dall’ormai onnivoro potere giudiziario.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

I curiosi sviluppi della guerra siriana -da Siri- nel governo e nella maggioranza

            I giornali, poveretti, grandi o piccoli che siano, sono sfibrati. Non sanno più come titolare, e cosa inventarsi, per riproporre decentemente, vagando fra comizi, dichiarazioni, retroscena e quant’altro, l’interminabile e ripetitiva guerra siriana -da Armando Siri, l’ormai famosissimo sottosegretario leghista sotto licenziamento- in corso nel governo e nella maggioranza. E’ una guerra che si sta svolgendo da troppo tempo senza esclusione di colpi, alti o bassi che siano, per quanto il famoso contratto gialloverde preveda il ricorso a un comitato di conciliazione, peraltro mai istituito formalmente, per dirimere eventuali vertenze fra i due partiti della coalizione ministeriale, e loro appendici. Senza esclusione di colpi, ripeto, e risparmi di aiuti esterni, compresi naturalmente quelli giudiziari, anche se il buon Giuseppe Pignatone, in partenza per ragioni di età proprio dalla Procura di Roma che indaga per corruzioneRolli.jpg su Siri, si è doluto solo di un traffico, secondo lui, a senso unico fra politica e giustizia: con la prima che abuserebbe della seconda strumentalizzandone le inchieste per indebolire o liberarsi del tutto dell’avversario di turno. E se n’è doluto il valente magistrato, con 45 anni di carriera sulle spalle, incitando i politici a prendersi finalmente la responsabilità  di risolversi da soli certi conflitti, di  non ammantarli sempre di aspetti etici che non sanno risolvere né prevenire.

            In realtà, anche se mi rendo conto che Pignatone abbia una certa difficoltà ad ammetterlo, non foss’altro per lenire la sua delusione e anche rabbia verso i colleghi che sbagliano, non sono mancati, non mancano e temo proprio che continueranno a non mancare casi di inchieste giudiziarie, fughe di notizie necessariamente provenienti da toghe e loro collaboratori in divisa, o anche in borghese, spunti investigativi e quant’altro che non sono strumentalizzati dalla politica ma ne sono alimentati, e spesso ne assecondano esigenze o occasioni di lotta.

            Ci sono quanto meno coincidenze che lasciano col fiato sospeso e alimentano, magari a torto, cattivi sospetti. Faccio un esempio che riguarda proprio quella che ho definito “la guerra siriana” in corso nel governo, nella maggioranza e dintorni.

            Nel clima della caccia all’uomo che si è aperta contro Siri da quando è finito indagato per corruzione in ordine a tentativi compiuti, e falliti, di fornire incentivi ad un troppo particolare Gazzetta.jpgtipo, diciamo così, di aziende eoliche non può certamente stupire che un giornale, o testata televisiva, venga a sapere e diffonda la notizia di una segnalazione fatta agli uffici antiriciclaggio della Banca d’Italia di un contratto di compravendita immobiliare riconducibile all’ancora sottosegretario leghista. E’ una segnalazione, peraltro, proveniente dello stesso notaio che ha provveduto a preparare e a stendere l’atto, insospettito dalla provenienza sanmarinese di un mutuo per l’intero importo, o valore, e senza copertura ipotecaria.

           Questo Siri, verrebbe da dire a botta calda con la buonanima di Giulio Andreotti, se le va proprio a cercare, visto peraltro che la palazzina di 7 appartamenti ed altro acquistata a Bresso a fine gennaio per la figlia al prezzo di 585 mila euro sembrerebbe essere stata già rimessa in vendita a un prezzo maggiore. Inoltre, l’affare risulta gestito, almeno nel suo primo passaggio, da un ex candidato sindaco a Bresso simpatizzante di Siri e padre del capo della sua segreteria.

            Calma, però. Il garantismo giustamente reclama calma, appunto. E, per quanto il solito Marco Travaglio abbia già liquidato come pregiudicato il sottosegretario Siri per una condanna pattuita nel 2015 per bancarotta, pur sapendo che una condanna pattuita è cosa diversa da una condanna non pattuita, bisogna aspettare lo sviluppo degli accertamenti di competenza degli uffici antiriciclaggio della Banca d’Italia, cui il notaio si è coscienziosamente rivolto, come dovrebbe fare ogni cassiere di banca se qualcuno di noi si presenta allo sportello e deposita una carrettata di soldi, nel senso vero della parola. Ma sull’affare ha fatto prima ad aprirsi -par di capire, e se non fosse esatto ne prenderei atto ben volentieri- un’indagine della Procura di Milano con l’annuncio suppletivo, che ho sentito non ricordo più in quale dei telegiornali capitatimi a tiro di tasto, della pronta cooperazione con l’indagine in corso a Roma su Siri.

            In questo, a dir poco, bailamme ci mancava solo la notizia anticipata in un titolo dal Messaggero che la guerra siriana -ripeto- in corso nel governo e nella maggioranza gialloverde potrebbe arricchirsi già domani, se davvero il Consiglio dei Ministri vorrà o potrà procedere alla Messaggero su Siri.jpgrimozione del sottosegretario già privato delle deleghe al dicastero delle Infrastruttura, di una querela di Siri al presidente dello stesso Consiglio Giuseppe Conte. Il quale ha deciso di sciogliere drasticamente il nodo non limitandosi a considerazioni di opportunità politica, né facendosi tentare -ha appena detto conversando con i giornalisti nella nuova sede dei servizi segreti, inaugurata alla presenza del capo dello Stato- dalla funzione di “arbitro”, ma formulando di fatto contro il suo ancora o quasi sottosegretario un’accusa da pubblico ministero: quella di essersi fatto portatore di interessi privati, “non astratti”, nella sua attività di governo. E ciò con quelle proposte di modifica a norme vigenti sull’energia peraltro non accolte dal Ministero competente a conduzione grillina, e quindi naufragata in partenza, senza che Siri personalmente né il suo partito ne avessero fatto una questione politicamente di vita o di morte. E ora, al prossimo colpo di scena.

           

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