Che spreco politico la guerra di Matteo Salvini a Fabio Fazio

Ogni tanto sento e leggo di assonanze, o qualcosa del genere, fra Matteo Salvini e il compianto Bettino Craxi, complici anche le simpatie leghiste vigorosamente espresse, nella franchezza del suo stile, da Maria Giovanna Maglie. Cui le simpatie allora per Craxi costarono il posto all’Unita’, lo storico quotidiano comunista fondato da Antonio Gramsci nel 1924. E purtroppo scomparso dalle edicole, nonostante tutti i tentativi compiuti di salvarlo, insieme, dalla caduta del comunismo e dalla crisi crescente della carta stampata.

Anche a Craxi, bisogna riconoscerlo, furono applicati in vignette e articoli di invettiva politica e culturale, panni, immagini e categorie del fascismo per il suo piglio decisionista. Che mai si avventurò tuttavia sul terreno dove si è spinto Salvini soprattutto per un’emergenza del fenomeno migratorio solo sfiorata  con gli sbarchi degli albanesi in terra pugliese negli anni in cui Bettino era ancora sul campo come componente decisivo di una maggioranza di governo. Ma già avvertiva, il leader socialista come delegato dell’Onu per la soluzione dei debiti dei Paesi africani, la polveriera che avrebbe potuto diventare quel continente per l’Europa e la sua capacità, oltre che volontà, di raccoglierne i fuggitivi dalle guerre e dalla povertà.

L’ultima occasione che ho colto per paragoni fra Salvini e Craxi è l’offensiva aperta dal “capitano” leghista contro i compensi della Rai a Fabio Fazio Al cui salotto televisivo Salvini ha ordinato ai colleghi di partito di non affacciarsi neppure sino a quando il conduttore non si sarà rassegnato alla riduzione dei suoi emolumenti in corso di tentativo da parte degli amministratori dell’azienda pubblica. Che non sono rimasti insensibili, diciamo così, alle proteste di Salvini per un costo del contratto considerato eccessivo, in questi tempi peraltro di magra, per un ente di Stato: 2 milioni e 240 milioni di euro per la sola conduzione della trasmissione Che tempo che fa per ciascuno dei quattro anni della durata, più una decina di milioni per la società di produzione del programma co-posseduta dallo stesso Fazio.

Il precedente attribuito a Craxi è quello del 1984, quando l’allora presidente del Consiglio -peraltro alle prese con un intervento, contestatissimo dall’opposizione comunista, per tagliare di qualche punto la scala mobile dei salari anche modesti in funzione antinflazionistica- prese posizione contro un contratto triennale che la Rai presieduta dal socialista Sergio Zavoli stava negoziando con Raffaella Carrà.

Zavoli fu persino convocato a Palazzo Chigi dall’allora sottosegretario Giuliano Amato per parlarne. E si presentò, sostenuto dal direttore generale Biagio Agnes, demitiano di ferro, per difendere il contratto, non per rinunciarvi.

Fu decisivo contro l’intervento di Craxi l’invito formulato anche da Silvio Berlusconi alla Rai a ridurre i costi delle produzioni televisive calmierando in qualche modo i compensi. Il solo sospetto che il Cavaliere di Arcore, già sostenuto dai socialisti nella sua avventura televisiva, e relativa concorrenza all’azienda pubblica di viale Mazzini, potesse ricavarne un vantaggio bastò e avanzò per vanificare il tentativo craxiano di bloccare o ridurre la portata del contratto alla Carrà.

L’affare Fazio, chiamiamolo così, è ben diverso da quello dell’allora già lady dello spettacolo televisivo: ben diverso per gli importi in gioco e per l’incidenza dell’informazione delFaziojpg.jpg programma passato dalla terza alla prima rete televisiva della Rai e caduto sotto l’attenzione del leader leghista. Che, secondo me, sottovaluta il rischio di faziosità, intesa sotto tutti i sensi, cui si espone la sua ostinata azione di contrasto.

Un politico dovrebbe tenersi lontano da ogni polemica, non dico poi dal sostanziale boicottaggio che è un ordine o semplice consiglio di desistenza dalla partecipazione, quando si affaccia a una finestra informativa. Il confine tra la critica e la censura si fa allora troppo labile perché il politico, di qualsiasi livello egli sia, non ne esca danneggiato. Anzi, più lui è leader, tanto più ci rimette. Mi stupisco, francamente, che il vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno non se ne sia reso ancora conto.

Dirò di più. Oltre a impedire a Fazio di rispettare la cosiddetta par condicio in campagna elettorale, rifiutando i suoi inviti, Salvini si perde l’occasione di trasmettere attraverso di lui messaggi al pubblico sicuramente più utili, ed efficaci, di quelli passati attraverso conduttori televisivi più disponibili o carini. E certamente ve ne sono, senza bisogno di farne i nomi. Sono consigli, naturalmente, non richiesti e molto probabilmente neppure graditi.

 

 

 

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Pignatone lascia la Procura di Roma lamentando l’uso politico della giustizia

            In una provvidenziale o diabolica coincidenza, secondo i gusti, fra il suo commiato dalla Procura di Roma, dopo 7 anni di guida e 45 di carriera, e la riunione del Consiglio dei Ministri di mercoledì, annunciata per rimuovere il sottosegretario leghista Armando Siri sotto indagine nei suoi uffici Corriere.jpgper corruzione, Giuseppe Pignatone ha voluto far sentire alta e forte la propria voce, affidata al Corriere della Sera, contro l’uso politico della giustizia. Cioè, contro l’abitudine dei politici di usare le indagini contro gli avversari senza aspettarne le conclusioni, cioè l’archiviazione o il rinvio a giudizio. E, in quest’ultimo caso, anche se Pignatone non si è spinto a tanto, in verità, senza aspettare una sentenza definitiva di condanna per ritenere colpevole l’imputato.

            I politici purtroppo -ha detto il capo uscente della Procura di Roma, che si onora di praticare Pignatone dice.jpg“la prudenza” nel senso cristiano indicato da Papa Francesco, “non per stare fermo ma per portare avanti le cose”- sfuggono correntemente alle loro responsabilità scaricando sui magistrati i problemi “etici” che non riescono a risolvere né a prevenire.

               Va ricordato che proprio fra gli inquirenti di Roma il cronista giudiziario del quotidiano La Verità ha raccolto recentemente la sorpresa, e smentita, per la diffusione virgolettata di una intercettazione sui 30 mila euro promessi o versati a Siri per proposte emendative di leggi a favore di un certo tipo di aziende eoliche in cui potesse rientrarne una posseduta dall’amico Paolo Arata in società con un detenuto sotto processo per mafia, sospettato di connivenza col capo latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro.

            Può darsi che sia tentato ora di appellarsi anche a Pignatone il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini, contrario sino al momento in cui scrivo alle dimissioni e tanto più alla rimozione di Siri, neppure interrogato ancora dagli inquirenti e tanto meno rinviato a giudizio: un Salvini sfidato invece dal suo omologo grillino Luigi Di Maio a tirare fuori “le palle” contro il proprio collega di partito  e sbottato pubblicamente in un “ultimo avviso” agli scomodi alleati di governo a smetterla di trattarlo come un avversario. Sennò “il capitano” -par di capire- potrebbe cambiare registro e lasciarsi tentare davvero, come gli hanno attribuito sinora solo i soliti retroscena, dall’idea della crisi di governo subito dopo, o anche prima, delle elezioni europee e amministrative di fine mese. E dareGiorgetti.jpg magari ragione all’amico e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, che secondo La Stampa rimpiange l’occasione mancata dalla Lega di far cadere il governo qualche mese fa, all’apice dello scontro sulla questione della Tav: la realizzazione del progetto controverso ma concordato con la Francia per il trasporto ferroviario ad alta velocità delle merci da Lione a Torino e viceversa.

            All’”ultimo avviso” lanciato da Salvini il vice presidente grillino del Consiglio Di Maio, ospite di Massimo Giletti in quella curiosa arena televisiva che è e non è su La 7, ha reagito rinfacciando al “capitano” del Carroccio tutte le richieste di dimissioni avanzate dai banchi dell’opposizione contro i ministri e i sottosegretari di turno indagati, e qualche volta neppure raggiunti da avvisi di garanzia. L’argomento- bisogna riconoscerlo- c’è tutto in una polemica fra persone e partiti dai trascorsi e/o dal presente lamentati, o denunciati, dal capo uscente della Procura di Roma. Ma va anche detto, dalle posizioni garantiste  imposte dalla Costituzione col principio della non colpevolezza, che il giustizialismo non cessa di diventare discutibile quando è praticato con coerenza.

            Intanto il già quasi sottosegretario leghista è finito sotto un’altra inchiesta mediatica, prima che ne risulti avviata una nei competenti uffici antiriciclaggio della Banca d’Italia, per un’operazione immobiliare di fine gennaio segnalata dallo stesso notaio che l’ha tradotta in un contratto d’acquisto di una palazzina a Bresso, in provincia di Milano, intestata alla figlia di Siri e comprensiva di sette appartamenti, un laboratorio e cantine.

          L’acquisto è stato fatto per l’ammontare complessivo  di 585 mila euro con un mutuo bancario di San Marino e con la mediazione di un ex candidato sindaco di Bresso, amico e simpatizzante politico di Siri, nonché padre del capo della sua segreteria ed esponente qualificato della Lega. Il che è bastato e avanzato perché Salvini riprendesse le difese del sottosegretario di fronte al caso sollevato dalla trasmissione televisiva Report, di Rai 3, e rilanciato dal Fatto Quotidiano Fatto su Siri.jpgin prima pagina come un altro buco nero, a dir poco, tanto più inquietante dopo la condanna pattuita nel 2014 da Siri per bancarotta fraudolenta e già contestata, sia pure a scoppio ritardato dai grillini, compreso Di Maio. Che, sempre da Giletti, ha spiegato il consenso ugualmente espresso l’anno scorso alla nomina di Siri a sottosegretario, per non parlare della sua candidatura a ministro dell’Economia nelle trattative per la formazione del governo gialloverde, sostenendo che quel reato fu commesso quando  l’autore non era al governo.

 

 

 

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Il Conte inedito che spacca…quanto meno il Corriere della Sera

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pur sollecitato dal primo momento e pubblicamente dal capo dello Stato a usare tutte le prerogative costituzionali del suo ruolo e a contare proprio in questo sull’aiuto del Quirinale, ha dato a lungo l’impressione di non avere se non la capacità, la voglia di rispondere alle attese e sollecitazioni di Sergio Mattarella. Di cui egli ha dovuto anche subire di recente, pur simulando poi una smentita al solito giornalista impertinente che gliene aveva chiesto conferma, una protesta tanto cortese quanto ferma per l’abitudine presa di licenziare in Consiglio dei Ministri provvedimenti complessi con la cosiddetta “riserva d’intese”. E ciò per cercarle o farle cercare, queste intese, dai ministri dietro le quinte, ma in un tempo così lungo da spazientire anche Giobbe sul colle, e da complicare, anziché dirimere, gli originari contrasti fra leghisti e grillini.

            Amici comuni mi hanno raccontato del sollievo quasi festoso avvertito e mostrato perciò da Mattarella in due occasioni: quando Conte sciolse d’autorità il nodo della Tap, sbloccando il gasdotto con approdo pugliese per il quale lo stesso presidente della Repubblica si era impegnato visitando il Paese da cui partiva l’impianto, e assunse in prima persona la conduzione delle trattative con l’Unione Europea per ridurre di quasi quattro punti nel bilancio del 2019 il rapporto fra deficit e prodotto interno lordo annunciato sul balcone di Palazzo Chigi dal suo vice grillino Luigi Di Maio come la soluzione, finalmente, della povertà. Ma anche per l’intervento a favore della Tap il presidente del Consiglio aveva dovuto mettere in serie difficoltà il suo vice a cinque stelle. Che, già espostosi di suo per la conferma della produzione di acciaio a Taranto, ancora non può rimettere piede in Puglia senza rischiare contestazioni fisiche, oltre che perdite di voti effettivi o potenziali, da urne o da sondaggi.

            Si deve probabilmente più a questi pur pochi precedenti ma tutti a scapito del partito che maggiormente sponsorizzò la sua nomina a presidente del Consiglio, e ne fu ripagato dopo un po’ con l’annuncio dell’adesione anche formale del professore al Movimento delle 5 Stelle, in occasione di un raduno nazionale al Circo Massimo, con tanto di presenza e discorso di Beppe Grillo; si deve probabilmente, dicevo, più a questi precedenti che ad una improvvisa esplosione muscolare la sorpresa che Conte ha voluto riservare questa volta ai leghisti con i modi e i tempi in cui ha praticamente messo alla porta del governo il loro sottosegretario  Armando Siri. Di cui egli aveva già permesso silenziosamente che il ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli ritirasse le deleghe ai trasporti  perché indagato per corruzione dalla Procura di Roma.

            Nonostante l’equidistanza vantata con la richiesta ai grillini di “non cantare vittoria”, essendo questa evidentemente già chiara, Conte non si è limitato ad avanzare ragioni di opportunità politica a sostegno della decisione di portare nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri la revoca del sottosegretario. Egli è entrato a gamba tesa anche nel merito delle indagini giudiziarie contestando di fatto, come un pubblico ministero, interessi di parte in atti di ufficio a Siri, con o senza corruzione, per avere soltanto proposto, senza neppure riuscirvi, modifiche alle norme vigenti destinate a procurare vantaggi addirittura retroattivi a un certo tipo di società eoliche, comprensivo di un’azienda che poi si scoperta posseduta da un amico, il professore Paolo Arata, e da un detenuto sotto processo per mafia.

            Ora che ha mostrato i muscoli nei riguardi anche della Lega, non limitandosi, come altre volte, a dissensi da dialettica politica Conte.jpgo ad arbitraggi come quello raffigurato su un ring da Emilio Giannelli sul Corriere della Sera, consentendo colpi bassi “da contratto” a entrambi i pugili, il presidente del Consiglio è stato gratificato di elogi forse da lui stesso inattesi per tono e provenienza. Che neppure Aldo Moro, lo statista conterraneo preso a modello da Conte nei giorni dell’insediamento a Palazzo Chigi, riuscì o cercò di guadagnarsi negli anni del suo maggiore potere.

            “L’arte del comando gli piace quanto lo studio”, ha scritto del presidente del Consiglio, per esempio, sul Corriere della Sera il buon Marco Galluzzo riscattandolo dalla lunga rappresentazione di un uomo indeciso, generalmente sottomesso ai due vice presidenti del Consiglio, insieme o a turno, o di un “quasi presidente”. Così lo ha definito, in particolare, Francesco Merlo nella settimana di conduzione della rassegna stampa di Radio Radicale assuntasi in onore e memoria di Massimo Bordin. “Un quasi presidente come il quasi sottosegretario Siri”, ha maliziosamente precisato l’editorialista di Repubblica.

            Con la stessa avventatezza, forse, che proprio Conte rimprovera ai giornalisti, a volte non a torto, quando riferiscono di liti nel Consiglio dei Ministri non verificatesi, o sfuggite all’attenzione di chi pure lo presiedeva, o attribuiscono al vice presidente di turno duri giudizi su di lui, come il “non me ne fido più” attribuitogli da tutti i giornali e smentito l’indomani da Salvini con un “me ne fido ancora, certo”, pur dissentendo dall’affondo contro Siri; con la stessa avventatezza, dicevo, sempre il buon Galluzzo ha riferito di Conte quest’affermazione: “Mi scoccia se qualcuno ne sa più di me”. Che sottintende la pretesa o l’aspirazione a saperne sempre più degli altri, francamente eccessiva anche sulla bocca di un professore di mestiere lasciatosi prestare alla politica addirittura per “restituire ai cittadini” – o al “popolo” di cui si autonominò avvocato assumendo la Presidenza del Consiglio- “la fiducia” nella stessa politica e “nelle istituzioni”. Vasto programma, per riandare al mai abbastanza citato generale Charles De Gaulle.

            Tuttavia su Conte, e sempre sul Corriere della Sera, stavolta però di domenica e in prima pagina, Aldo Grasso ha mostrato meno sorpresa o entusiasmo di Galluzzo. Ne ha scritto come dell’Antonio Ferrer di manzoniana memoria, il gran cancelliere dello Stato di Milano che salvò dal linciaggio il vicario di Provvisione Ludovico Melzi d’Eril con la formula del “Pedro, adelante con juicio”. Il professore rimarrebbe “una frase fatta di questa stagione politica”, una espressione di “inerzia”. O, peggio ancora, del “luogocomunismo subentrato al comunismo”, con l’effetto di “svendere il carattere nazionale al pensiero immobile del luogo comune”.

 

 

 

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Conte rimette in gioco Di Battista scontrandosi con Salvini su Siri

            Nella galleria delle immagini prodotte dagli sviluppi della situazione politica, dopo che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha iscritto nel libro dei licenziandi il sottosegretario leghista Armando Siri, indagato a Roma per corruzione, spicca la vignetta di Vauro Senesi sull’insospettabile Fatto Quotidiano. Dove la relazione politica fra i capi dei due partiti di governo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, già oggetto di murali da gossip, finisce tra le fiamme appiccate appunto da Conte col preannuncio della rimozione di Siri. Mancando la quale, visto che Salvini ha a sua volta annunciato di volere resistere, per quanto in Consiglio dei Ministri i grillini dispongano della maggioranza assoluta prontamente Giannelli.jpge pubblicamente vantata da Di Maio, il presidente Conte ha minacciato di dimettersi. E così è servita anche la vignetta di Emilio Giannelli, che sulla prima pagina del Corriere della Sera, fa dire a Conte travestito da Gioconda sulle pareti del Lourde: “Non sono immortale, ma vi assicuro che durerò tutta la legislatura”. Che a sua volta però non si sa proprio quanto potrà durare, col vento delle elezioni anticipate che si fa più forte ogni volta che aumenta la temperatura nell’altoforno gialloverde.

            Dal Colle del Quirinale, dove di solito non si muore dalla voglia di sciogliere anticipatamente le Camere, giungono voci sempre più insistenti di un Sergio Mattarella ormai rassegnato a questa evenienza, specie dopo che il no di Matteo Renzi a intese alternative di governo con i grillini è stato condiviso dal nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti, almeno in questa legislatura. Si parla addirittura di elezioni politiche in autunno, per la prima volta nella storia della Repubblica. E in questo caso dalle cinque stelle è già arrivato l’annuncio della disponibilità, se non addirittura della smania, di Alessandro Di Battista di tornare pienamente in campo, candidandosi. Ma di volerlo fare -ha precisato subito- non al posto dell’amico Di Maio alla guida del movimento: evidentemente, o forse, al posto di Conte, di cui pure Dibba, come l’aspirante viene affettuosamente chiamato dai suoi, ha apprezzato la forza dell’intervento contro Siri parlandone sulla rete televisiva Nove, intervistato da Andrea Scanzi e Luca Sommi per la trasmissione Accordi e disaccordi.

               E così Conte, accelerando lo scontro con Salvini su Siri, proprio mentre il capo leghista ne aprivamanifesto.jpg uno con la magistratura di Bologna che ha disposto l’iscrizione all’anagrafe di due migranti impedita invece dalle nuove norme sulla sicurezza fortemente volute dal  ministro dell’Interno, ha fatto il miracolo, diciamo così, di risvegliare Di Battista. Il quale era stato costretto nello scorso inverno nel suo stesso movimento a mettersi un po’ da parte per avere contribuito, con le sue sortite, a fargli perdere voti nelle elezioni regionali via via succedutesi.

            Tornato sulla scena, non so francamente se in tempo per completare nel Viterbese il corso avviato di apprendimento del mestiere di falegname, Di Battista ha colto l’occasione anche per rinverdire la memoria sulla formazione del governo in carica, dove egli rifiutò di entrare preferendo un viaggio in Sudamerica, quasi sulle tracce del mitico Che Guevara.

            Ebbene, egli ha ricordato o confermato, come preferite, che l’anno scorso “Luigi”, cioè Di Maio, gli confidò che nelle trattative per formulare la lista dei ministri si pensò di mandare all’Economia Dibba.jpgsenza alcun problema, per sfuggire al conflitto esploso al Quirinale sul nome di Paolo Savona, indovinate chi? Armando Siri: sì, proprio lui, il leghista adesso sotto sfratto come sottosegretario. Che già allora era il “pregiudicato” ritirato fuori in questi giorni dagli archivi giudiziari e mediatici per avere patteggiato nel 2015 una condanna a un anno e otto mesi per bancarotta fraudolenta.

            Non so, francamente, quanto abbia voluto e potuto apprezzare “Luigi” questa rievocazione dell’amico Dibba. Non debbono però averla apprezzata al Fatto, che nella riproduzione dell’intervista televisiva, con tanto di richiamo in prima pagina, hanno omesso di sottolineare nel titolo questa parte. Che pure non mi sembra secondaria per valutare la coerenza o incoerenza, come preferite, di certi comportamenti e campagne grilline di apparente o strumentale moralizzazione.

 

 

 

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Conte perde la “pazienza” su Siri e ne avvia la rimozione da sottosegretario

             Debbono essere state molto più forti delle pur notevoli apparenze le pressioni politiche esercitate dai grillini se il presidente del Consiglio, contraddicendo la “pazienza” che si era imposta e aveva raccomandato pubblicamente ai suoi interlocutori qualche giorno fa, ha bocciato il comportamento del sottosegretario leghistaSiri.jpg Armando Siri, indagato per corruzione alla Procura di Roma. E, liquidando come prive di senso le dimissioni promesse dallo stesso Siri entro 15 giorni se non si fosse rivelato risolutivo il suo primo interrogatorio in Procura, non ancora fissato, ne ha avviato il procedimento di rimozione con una conferenza stampa. Nella quale Giuseppe Conte ha annunciato la decisione di portare il problema nella prossima riunione del Consiglio dei Ministri con due curiose postille o motivazioni, come si preferisce.

            La prima è il rimprovero fatto a Siri, nei panni un po’ impropri, a indagini aperte, più di un pubblico ministero che di un presidente del Consiglio, di non essersi fatto portatore dei dovuti “interessi generali e astratti” raccogliendo come sottosegretario, con proposte di modifica a norme vigenti, “le istanze” di aziende operanti nel settore delle energie alternative, come quella eolica.

            Visto che ci siamo, c’è qualcuno che politicamente non ha visto interessi “generali e astratti” nella decisione presa e tradotta nel bilancio dal governo, in particolare dal sottosegretario grillino alle Comunicazioni Vito Crimi, di interrompere, diciamo così, la convenzione che consente da tanti anni al pubblico di usufruire di una radio così particolare e apprezzata come quella Radicale, con la maiuscola. La cui chiusura, anche per il modesto risparmio finanziario che comporta rispetto alle spese generali dello Stato, potrà fare comodo solo agli insofferenti verso una informazione davvero libera, come unanimemente viene riconosciuta quella di Radio Radicale, col supporto peraltro di un’imponente e unico archivio di voci e immagini della storia politica, parlamentare, giudiziaria, culturale  degli ultimi quarant’anni d’Italia.

            La seconda postilla, o motivazione, è la presunta -assai presunta- equidistanza politica e mediatica vantata dal presidente del Consiglio nel suo affondo contro Siri:  da una parte invitando i leghisti a desistere da una reazione e difesa “corporativa” del sottosegretario già privato delle deleghe per decisione del ministro a cinque stelle delle Infrastrutture Danilo Toninelli, e dall’altra i grillini a “non cantare vittoria”. Si spera, per l’intelligenza di cui dispone, che il professore Conte non avesse contato solo sul puntuale annuncio del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio: “Non esulto”.

            Hanno Fatto.jpgesulato, eccome, tutti i giornali che hanno più o meno condiviso e sostenuto le pressioni grilline per la rimozione di Siri: dalla “lezione etica a Salvini”, più ancora che allo stessoSchermata 2019-05-03 alle 06.43.11.jpg Siri, sparata in prima pagina dal solito Fatto Quotidiano alla “frattura scomposta” diagnosticata a caratteri di scatola dalla Repubblica, dal “ciao Siri” beffardo del manifesto alle vignette di giornali grandi e piccoli.

            Di Maio non ha voluto “esultare”, per stare al suo linguaggio, ma non si è risparmiato, al pari di altri esponenti del suo movimento, di sfidare più o meno chiaramente i leghisti a fargli adesso anche il piacere elettorale di contrastare la rimozione del sottosegretario Rolli.jpgdisertando il Consiglio dei Ministri che dovrà occuparsene, o partecipandovi per dissentire, magari votare contro e mettere in qualche difficoltà il presidente Conte. La cui firma al decreto di rimozione non potrà bastare, occorrendo anche manifesto.jpgquella del presidente della Repubblica, di recente intervenuto per ricordare il carattere per niente formale dei passaggi dell’azione del governo per le sedute del Consiglio dei Ministri, prendendosela in particolare con l’abitudine di approvare decreti e quant’altro “con riserva d’intese”, cioè senza intese.

            Il giurista e costituzionalista Sabino Cassese si è affrettato a ricordare e spiegare, nel salotto televisivo di Corrado Formigli, a Piazza pulita de la 7, il carattere dovuto e per niente formale del passaggio della pratica di rimozione del sottosegretario Siri al Quirinale. E lo ha fatto dopo avere chiaramente e vigorosamente dissentito dalla posizione assunta da Conte.

            E Salvini ? Il “capitano” leghista, raggiunto dalle notizie romane in Ungheria, ospite del ministro dell’Interno e poi anche del presidente Orban, ha forse indirizzato verso l’Italia il cannocchiale impugnato su una torrettaSalvini.jpg di vigilanza dei confini rafforzati in difesa dai migranti. E ha avvertito: “A me va bene qualsiasi cosa se me la spiegano”. Un po’ meglio, evidentemente, di quanto avesse cercato di fare a Roma nella sua conferenza stampa il presidente del Consiglio facendo ulteriormente salire la temperatura nell’altoforno del governo e della relativa maggioranza.

Rimesso in sesto Silvio Berlusconi, resta sofferente il suo partito

 

Chissà se gli elettori a fine mese, nelle urne per il rinnovo del Parlamento Europeo e di numerose amministrazioni comunali, saranno provvidenziali come i medici dell’ospedale milanese di San Raffaele nella sala operatoria, dove hanno liberato Silvio Berlusconi dal blocco intestinale intervenuto a complicargli una campagna elettorale già difficile di suo. Anche il partito del Cavaliere soffre di un blocco, o quanto meno di un’assai fastidiosa ostruzione, specie da quando la Lega del nuovo corso di Matteo Salvini si è impennata elettoralmente sorpassandolo e conquistando sul campo, l’anno scorso, nel rinnovo ordinario delle Camere, la leadership del centrodestra.

Che poi lo stesso centrodestra a conduzione leghista, pur avendo ottenuto più voti dei solitari grillini, sia rimastoBerlusconi e Salvini.jpg praticamente alla finestra dopo le elezioni del 2018, con lo stesso Berlusconi costretto dalle circostanze ad ” autorizzare”, se non addirittura a incoraggiare, Salvini a sperimentare un governo col Movimento delle 5 stelle, pur di evitare le elezioni anticipate, è stata una ulteriore e neppure ultima complicazione per Forza Italia.

È infatti seguita una serie di elezioni regionali tutte vinte dal centrodestra, ma con un progressivo aumento delle distanze tra Forza Italia e Lega, e contemporaneamente con un capovolgimento dei rapporti di forza fra la stessa Lega e il movimento grillino. Ne è conseguito un aumento di attrazione del Carroccio agli occhi di un elettorato moderato incitato proprio da Berlusconi a considerare i pentastellati come una sciagura paragonabile a quelle dei comunisti e dei nazisti nel secolo scorso.

Salvini, “il capitano”, è tanto cresciuto rispetto a Berlusconi e contemporaneamente ai grillini che gli è sempre venuta meno la voglia, se mai l’ha davvero avuta, di rompere l’alleanza con Luigi Di Maio, magari cadendo in qualcuna delle sue provocazioni, per tornare col Cavaliere. Che è un po’ una delle provocazioni, appunto, tentate dai grillini, ora con Alessandro Di Battista e ora con lo stesso Di Maio, pensando di potere così eliminare il leader leghista come concorrente elettorale perché smascherato al servizio di un Berlusconi magari tenuto lontano da Palazzo Chigi, con la nuova geografia del centrodestra, ma ugualmente forte come ministro degli Esteri, dell’Economia o della Giustizia. Che è l’ultimo spettro evocato da Di Maio, ora che i rapporti fra la politica e la giustizia sono tornati di inquietante e persino drammatica attualità, se mai avevano smesso di esserlo. Lo scatto improvviso di impazienza del presidente del Consiglio Conte sulla strada delle dimissioni o della rimozione del sottosegretario leghista Armando Siri, prima ancora che questi sia interrogato dai magistrati che lo indagano a Roma per corruzione, non aiuta certamente a sminare questo campo, su cui sono peraltro caduti o hanno rischiato di cadere già altri governi in Italia. Ne sa qualcosa, fra gli altri, Romano Prodi sul versante del centrosinistra.

La baldanza di Salvini nei riguardi di Berlusconi, al netto di tutte le telefonate che gli fa per gli auguri personali di ogni tipo, compresi quelli prontamente formulatigli per l’operazione all’intestino, è diventata tale che “il capitano” ha colto l’occasione offertagli dalle elezioni comunali appena svoltesi in Sicilia per fare correre la Lega da sola, in concorrenza aperta con Forza Italia. Che, ormai sotto le due cifre un po’ dappertutto, in alcune località dell’isola per niente marginali è corsa ai ripari con la ricetta del coordinatore regionale, e presidente del parlamentinoMiccichè.jpg siciliano, Gianfranco Micciché. Il quale ha improvvisato riedizioni del famoso “Patto del Nazareno” stipulato nel 2014 sul terreno delle riforme fra il partito del Cavaliere e il Pd appena conquistato da Matteo Renzi: un patto che segnò una nuova rottura fra lo stesso Cavaliere e la Lega, dopo quella consumatasi nell’autunno del 2011 alla nascita del governo tecnico di Mario Monti. Che, diversamente dal Carroccio, fu sostenuto per un bel po’ da Berlusconi, sino alla vigilia delle elezioni del 2013, quando l’ultimo presidente del Consiglio di centrodestra si convinse di essere stato rovesciato da un colpo di Stato, peraltro cavalcato da un professore da lui stesso spinto al laticlavio controfirmando il decreto quirinalizio di nomina a senatore a vita

Certo, ci sono tante differenze fra il vecchio, si fa per dire, Patto nazionale del Nazareno e quello siculo improvvisato da Micciché per rendere pan per focaccia a Salvini e indicare a Forza Italia un’uscita dalle difficoltà opposta a quella della resa o di un sostanziale asservimento alla Lega attribuita, a torto o a ragione, al governatore ancora azzurro della Liguria Giovanni Toti, già consigliere politico di Berlusconi. Il Pd non è più nella disponibilità di Renzi, se mai lo  è stato davvero.  Ora Renzi è il senatore di Scandicci, ridotto a battersi nel suo partito, finché non cederà alla voglia di andarsene, per scongiurare un accordo con i grillini. E le persone che gli sono rimaste più vicine nella diaspora congressuale della gara fra i candidati alla segreteria Nicola Zingaretti, Maurizio Martina e Roberto Giachetti, per esempio l’ex ministra Maria Elena Boschi, parlano con linguaggio cossighiano della posizione o linea di Berlusconi “distinta e distante” dalla sinistra pur riformista di Renzi. Per il quale sarebbe più comodo, specie in caso di rottura col Pd,  cercare di assorbire l’elettorato berlusconiano piuttosto che inseguire o corteggiare personalmente l’indomito Cavaliere.

Ma le cose in politica, si sa, evolvono. Esse cambiano sempre più in fretta e in modo sempre più imprevedibile, specie da quando sono cadute le ideologie e tutto è diventato dannatamente pragmatico, cioè liquido. Chi poteva immaginare una trentina d’anni fa, prima dei marosi di Tangentopoli, nel pur grandissimo frastuono ancòra della caduta del muro di Berlino, la nascita di Forza Italia con un grido da stadio? E chi, nel giro di qualche lustro, l’esplosione e forse adesso già l’implosione del grillismo? O come diavolo finirà per chiamarsi il movimento di Grillo se il disamorato comico genovese se ne distaccherà del tutto e, magari, ci chiederà scusa della confusione che ha provocato mescolando teatro e piazza, riso e pianto.

 

 

Le distanze di Mattarella dal governo anche nella festa del lavoro

              Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che non si lascia ormai scappare occasione per farsi sentire, forse più dalle forze politiche, e dal governo in particolare, che dal Paese cui pure si immagina ch’egli invece preferisca rivolgersi per tenersi al di sopra delle parti, ha partecipato a suo modo anche  alla festa del lavoro. Lo ha fatto al Quirinale, davanti ai Maestri del Lavoro del Lazio appena insigniti, con cenni allusivamente critici agli euforici annunci grillini e leghisti di una uscita ormai dell’Italia dalla recessione in base ai dati del primo trimestre dell’anno anticipati dalla Banca d’Italia e confermati in misura doppia dall’Istituto Centrale di Statistica: dal +0.1 al +0,2 per cento del prodotto interno lordo.

              Il capo dello Stato, pur concedendo al governo l’attribuzione della “congiuntura debole” e delle “incertezze” a “vari fattori internazionali e a tensioni sulle politiche commerciali”, ha attribuito agli ultimi dati, compresi quelli sull’occupazione, il significato di “qualche segno di ripresa”. E quello dell’occupazione, in particolare, come “un livello che non ci può soddisfare”.

            Intervenuto dopo il discorso del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio e ministro del Lavoro, oltre che dello Sviluppo Economico, Mattarella Di Maio.jpgnon ne è sembrato francamente entusiasta, colpito da chissà quale annuncio. Si è limitato a riconoscere all’ospite di avere “illustrato l’impegno del governo”: formula che, volendo, potrebbe anche essere interpretata con una certa ironia, avendo più volte parlato Di Maio, come d’abitudine del resto, in primissima persona: “ho fatto”, “ho detto”….

            Il capo del Movimento delle  5 Stelle, oltre che- ripeto-  vice presidente del Consiglio e pluriministro, è in questi giorni anche visibilmente affaticato per il continuo scontro a distanza con l’omologo leghista Matteo Salvini , pure quando gli capita di essergli seduto accanto, come di recente a Tunisi assistendo insieme ad una conferenza stampa di Giuseppe Conte. Gli è appena capitato, ad esempio, davanti a qualche microfono di scambiarlo  per il contestato e indagato sottosegretario Armando Siri chiedendone le dimissioni, e parlando di parlamentari del Carroccio smaniosi anch’essi di vederle sfogandosi con lui. Poi naturalmente, accortosi della gaffe da fretta e animosità, il dichiarante ha cercato con i giornalisti di scherzarci sopra, non foss’altro -nuova gaffe- per il presunto sfogo dei leghisti contro il loro “capitano”.

           Nonostante l’opinione dei pochi, o molti che siano,  osservatori convinti che le polemiche “h 24”  fra i due vice presidenti del Consiglio  siano un gioco delle parti, destinato ad esaurirsi con la fine della campagna elettorale per il rinnovo, a fine mese, del Parlamento Europeo e di numerose Savini e Di Maio.jpgamministrazioni comunali italiane, salvo magari riprendere già in estate per le elezioni regionali previste o in programma fra l’autunno prossimo e la primavera del 2020; nonostante, dicevo, questa opinione sdrammatizzante, ma pur sempre negativa per l’immagine di un governo, e per il suo stesso funzionamento, i rapporti fra Di Maio e Salvini sembrano obiettivamente e seriamente compromessi. Anche sui muri di qualche strada o piazza italiana, dove i due l’anno scorso furono rappresentati in amorosi sensi.  

 

 

 

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L’Istat dà una mano al governo, compreso il sottosegretario Siri

              C’è un po’ anche lo zampino dell’Istat, pur se casuale, nella decisione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte di darsi e di imporre allo scalpitante vice presidente grillino Luigi Di Maio un supplemento di “pazienza” sul caso del sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione dalla Procura di Roma. Ch’egli ha incontrato senza chiedergli, proporgli, consigliargli o imporre le dimissioni attese, a dir poco, sotto le cinque stelle per dare un colpo più a Matteo Salvini, il leader del Carroccio e vice presidente del Consiglio impegnato dal primo momento a difenderlo, che allo Conte e Siri.jpgstesso Siri. Del quale d’altronde i grillini accettarono l’anno scorso senza fiatare la designazione leghista a sottosegretario alle Infrastrutture, dopo averne peraltro adombrato la nomina a ministro dell’Economia, per sapendo della sentenza di condanna a un  anno e otto mesi pattuita nel 2015 per bancarotta e sottrazione di fondi al fisco, come va ricordando, o rinfacciando, da giorni sul Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio. E come ha rilanciato in una intervista a Repubblica con senso di sgomento e stupore il magistrato Nino Di Matteo, fra i più famosi in Italia e all’estero, sognato proprio dai grillini come un ideale ministro della Giustizia e dell’Interno in un loro governo monocolore, prima che i risultati delle elezioni del 4 marzo 2018 non li costringessero a cercare un alleato, e a trovarne uno sulla sponda del centrodestra staccandone la Lega.

            Nell’incontro con Conte l’ancora sottosegretario leghista, per quanto privato delle deleghe dal suo ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, ha potuto riferire o addirittura mostrare particolari, utili alla sua difesa, della famosa intercettazione del professore di ecologia Paolo Arata, a colloquio col figlio Francesco, depositata presso il tribunale del riesame di Roma e contenente tracce, allusioni e quant’altro di una tangente promessa o versata a Siri in cambio di tentativi, peraltro non riusciti, di introdurre modifiche alle norme in vigore per garantire incentivi alle aziende eoliche. E ciò  in modo da farvi rientrare anche una società posseduta dallo stesso Arata insieme con un presunto prestanome, o qualcosa del genere, del capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

            Da avvocato, oltre che da presidente del Consiglio, il professor Conte si è reso conto di un “percorso” giudiziario ancora troppo lontano dalla “fine” per contraddire, pur sul piano della opportunità politica, il principio costituzionale della non colpevolezza sino a condanna definitiva. E Di Maio, di cui è risultato evidente un certo malumore nelle immagini televisive accanto a Salvini durante la conferenza stampa del presidente del Consiglio a conclusione di una visita in Tunisia, ha dovuto interrogarsi sulla pazienza chiesta dal capo del governo dicendo: “Mi fido di Conte”.

            Dicevo dello zampino dell’Istat in questa frenata del presidente del Consiglio sulla strada della rottura con Salvini su cui lo spingevano i grillini. Conte non ha voluto guastare al suo governo, e a lui manifesto.jpgpersonalmente, l’occasione di partecipare senza imbarazzo, o con meno imbarazzo del previsto, alla festa del 1° maggio, la festa cioè del lavoro. E non del “lavoretto”, al singolare o al plurale preferito con la solita, pungente ironia dal manifesto, il quotidiano orgogliosamente comunista che vigila e racconta la politica da sinistra.

            Con generosità persino maggiore di quella anticipata di recente dalla Banca d’Italia, l’Istituto Centrale di Statistica ha certificato un aumento dello 0,2 per cento del prodotto interno lordo, il famoso Pil, nel primo trimestre del nuovo anno: il doppio della previsione della Banca centrale. Il Fatto.jpgCiò è stato salutato  dal governo, pur con qualche cautela dello stesso Conte, come l’uscita dell’Italia dalla recessione “tecnica” emersa dal segno negativoGiannelli.jpg dei due trimestri precedenti. In più, l’Istat ha rivelato una riduzione della disoccupazione giovanile e un aumento, o quanto meno un miglioramento, dell’occupazione: tutte cose di non poco conto, peraltro, a meno di un mese dalle elezioni europee e amministrative del 26 maggio, anche se le opposizioni e, in verità, i vignettisti di molti giornali, hanno continuato a “gufare”, come dicono a Palazzo Chigi.

            Per il resto la cronaca politica deve registrare un curioso Consiglio dei Ministri convocato, e svoltosi di notte, con un ordine del giorno unico e inedito -credo- nella storia, di solito collocato all’ultimo posto di qualsiasi riunione, anche quelle condominiali: “varie e eventuali”. Fra le quali sono finite anche le incombenze, peraltro parziali, sollecitate dal capo dello Stato per il riassetto dei vertici in scadenza alla Banca d’Italia.

            Fuori da Palazzo Chigi si è invece verificato un altro intoppo sanitario di Silvio Berlusconi, operato a Milano per un blocco intestinale che ha comprensibilmente messo in ansia il suo partito nella campagna elettorale in corso. Ma soprattutto, per il rilievo istituzionale che merita, si è verificato il naufragio della campagna di delegittimazione del Parlamento improvvisata con la denuncia della “vergogna” dell’aula di Montecitorio sostanzialmente vuota, con 19 presenze soltanto, nella seduta di lunedì dedicata, fra l’altro, alla discussione generale sulla proposta di inchiesta sul delitto Regeni in Egitto. Dove le autorità giudiziarie e politiche hanno boicottato, più che favorito, la ricerca della verità e dei colpevoli del barbaro assassinio del giovane italiano, fra le maglie degli apparati cosiddetti di sicurezza.

             Nonostante il ponte festivo del 1° maggio, la Camera  nella seduta successiva a quella del Fico.jpgvuoto ha approvato la legge istitutiva della commissione parlamentare d’inchiesta con 376 sì, 54 astenuti, per non avere visto accettata una loro proposta di affinamento dell’indagine  e nessun voto contrario. “Non all’unanimità”, ha protestato la Repubblica, da cui si era levato il grido di “Vergogna” contro l’aula deserta del giorno prima. “All’unanimità”, ha invece detto, sostanzialmente a ragione, il presidente della Camera Roberto Fico compiacendosene in una intervista al Corriere della Sera.

 

 

 

 

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Il falso scandalo del vuoto a Montecitorio offensivo per la vicenda Regeni

            I due maggiori giornali italiani, Corriere della Sera e Repubblica, come se si fossero passati la voce, hanno denunciato in prima pagina la “vergogna”, lo scandalo e quant’altro dell’aula di Montecitorio praticamenteREPUBBLICA.jpg vuota, con 19 presenze contate da entrambi i quotidiani, nonostante l’importanza e il favore popolare dell’argomento in discussione: l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto di Giulio Regeni CORRIERE.jpgin Egitto. Dove il giovane ricercatore italiano venne seviziato e ucciso tre anni fa -ormai si è capito chiaramente, nonostante tutti i tentativi del governo del Cairo di negare, coprire e depistare- dagli apparati di sicurezza di quel Paese, convinti ch’egli fosse una spia.

            Particolarmente attivo nella solidarietà con i familiari di Giulio e nella mobilitazione politica per certificare la verità ormai intuita da tutti, e mettere con le spalle al muro le autorità egiziane, infischiandosene di tutte Schermata 2019-04-30 alle 08.33.55.jpgle convenienze economiche e strategiche nei rapporti con un Paese decisivo anche per ciò che sta accadendo, per esempio, in Libia con ricadute enormi sui problemi dell’immigrazione e dei rifornimenti energetici; particolarmente attivo, dicevo, è stato sin dal momento della sua elezione al vertice di Montecitorio, l’anno scorso, il presidente grillino della Camera Roberto Fico.

            Ebbene, proprio alla luce di quest’ultima circostanza, chiamiamola così, il quesito che pone quell’aula “vergognosamente” vuota, come ha scritto Carlo Bonini su Repubblica, riguarda soprattutto Fico. Al quale da modesto ma anziano giornalista parlamentare, abbastanza pratico quindi di queste cose, vorrei chiedere come mai sia stata iscritta l’inchiesta parlamentare sul delitto Regeni nell’ordine del giorno, non credo proprio contro la sua opinione, di una seduta come quella di lunedì 29 aprile, affacciata -diciamo così- sul ponte fra le festività del 25 aprile e del 1° maggio. Una seduta, cioè, destinata al vuoto che poi ha curiosamente sorpreso e scandalizzato i due maggiori giornali italiani, che sembrano approdati da Marte sulle abitudini, tradizioni e quant’altro del Parlamento italiano.  Che, già ridotto male com’è dalle liti nella maggioranza gialloverde e dall’insofferenza del maggiore partito che vi è rappresentato, il Movimento delle 5 Stelle, cui appartiene lo stesso Fico, per la democrazia rappresentativa disciplinata dalla Costituzione della Repubblica in vigore dal 1948, di tutto francamente avrebbe bisogno fuorché della partecipazione, volente o nolente,  dei due maggiori quotidiani ad una campagna di sostanziale delegittimazione, grattando la pancia agli umori peggiori del Paese.

            Fra l’altro, l’inchiesta parlamentare sul delitto Regeni è stata iscritta al quarto e ultimo punto dell’ordine del giorno della curiosa seduta della Camera programmata nel ponte festivo che ha portato Ordine del giorno.jpgotto milioni di italiani a distrarsi, stando alle cifre correnti. Quarto e ultimo posto, ripeto, dopo le leggi per la riduzione del numero dei parlamentari, l’applicazione delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei senatori e dei deputati, l’insegnamento scolastico dell’educazione civica. Ma di che cosa stiamo parlando? E di che cosa vogliamo stupirci e indignarci di più? Non aspetto naturalmente risposte.

 

 

 

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Il ritorno a sorpresa della Cenerentola della politica italiana: la Provincia

Già sopravvissute, in verità, alla lontana istituzione delle regioni, nel 1970, che avrebbe dovuto comportarne il superamento per espresso impegno dell’allora maggioranza di centrosinistra, e infine alla riforma costituzionale del 4 dicembre 2006, che ne prevedeva la soppressione, le province erano rimaste un po’ ai margini della pubblica attenzione per la loro riduzione a enti di cosiddetto secondo grado. Così erano state ridotte da una legge ordinaria che porta il nome di Graziano Delrio affidando l’elezione dei presidente ai sindaci dei rispettivi territori. Ora invece se ne vuole una vera e propria, completa resurrezione col ritorno all’elezione diretta dei loro presidenti e dei rispettivi consigli, visto che la loro riforma è fallita -sostiene il vice presidente leghista e ministro dell’Interno Matteo Salvini- a scapito della manutenzione delle 5 mila scuole e dei 130 mila chilometri di strade di originaria competenza provinciale. Manco a parlarne, sostiene invece il vice presidente grillino del Consiglio e superministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio, che teme il ritorno di 2500 fra presidenti e consiglieri provinciali, destinati ad affollare con i loro collaboratori, uffici e quant’altro un odioso “poltronificio”.

E’ l’ennesima lite scoppiata nel governo e nella maggioranza gialloverde, con ulteriore salita della “temperatura” denunciata con una certa severità da un po’ tutti i giornali. Che ormai, per la facilità e la frequenza con cui ricorrono al termometro per misurare il calore prodotto dalla convivenza fra leghisti e grillini dovrebbero cominciare a chiedersi se non siamo ormai tutti davanti a un altoforno. La sauna è diventata un’immagine insufficiente.

E’ scoppiata peraltro anche una lite nella lite, con i grillini che hanno rinfacciato ai leghisti di avere capovolto la loro linea critica verso le province, come verso i prefetti che un po’ ne incarnavano l’istituto con l’identica competenza territoriale. E i leghisti, al contrario, altrettanto documentati, in verità, impegnati a rinfacciare ai grillini una loro giravolta, pur in mancanza di un silenzio sulla materia nel famoso, per certi versi storico “contratto” stipulato l’anno scorso per la formazione del governo del  mitico “cambiamento”: un silenzio violato -ha scoperto Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera rileggendosi ben bene il fascicolo- solo dalla citazione della provincia di Treviso come modello per la gestione dei rifiuti. Che non è certamente poca cosa coi tempi che corrono, specie a Roma per ammissione della stessa sindaca Virginia Raggi, ricorsa a immagini poco da signora per descrivere la situazione in un alterco con l’allora presidente dell’azienda comunale per la  raccolta, si fa per dire, della monnezza.

A sostegno della modifica intervenuta nella linea della Lega sulle province c’è un annuncio nel 2011 del ministro leghista della semplificazione normativa, Roberto Calderoli, di una legge per abolire tutte le province con meno di 300 mila abitanti ciascuna. L’effetto sarebbe stato anche quello di eliminare -calcolò sempre Calderoli- circa 50 mila poltrone, da bruciare come le 375 mila leggi, decreti e quant’altro arsi già l’anno prima con un falò improvvisato dal ministro dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi nel cortile della caserma dei Vigili del Fuoco di Capannelle.

Ai grillini invece è toccato di sentirsi rinfacciare dai leghisti di disattendere con la loro opposizione alle province una bozza di riforma delle autonomie concordata su carta intestata della Presidenza del Consiglio con la Conferenza Stato- Città metropolitane. Vi è previsto il ritorno all’elezione diretta, da parte dei cittadini, dei presidenti delle province e dei rispettivi Consigli. Ciò comporterebbe una piena rivalutazione o resurrezione, come preferite, delle province dei tempi più generosi, quando esse divennero in Italia ben 107, persino “a tre piazze”, secondo la definizione di Stella sul Corriere, che ha citato quella di Lanciano, Ortona e Vasto, in Abruzzo, dimenticando quella pugliese di Barletta, Andria e Trani.

A voler essere sinceri, le Province sono state a lungo, almeno nella storia repubblicana dell’Italia, delle Cenerentole politiche: postazioni non molto ambite perché considerate, forse a torto, minori. E da li è difficile trovare uomini e donne che poi ne abbiano ricavato una spinta per salire chissà dove, con due sole eccezioni -che ricordi- di cui una prevalentemente personale e l’altra invece politica in senso stretto, avendo contrassegnato una svolta anticipatrice di livello nazionale.

La prima eccezione è la provincia di Firenze, servita al giovane Matteo Renzi per scalare poi il Comune principale della Toscana, poi ancora la segreteria del Pd e infine la guida del governo Renzi.jpgnazionale, compiendo peraltro l’imprudenza di cumulare le due cariche, per  nulla impressionato dai guai in cui erano incorsi su quella strada due pezzi grossi della Dc, il suo partito di origine, come Amintore Fanfani e Ciriaco De Mita.

Il caso di una provincia servita a segnare una svolta politica generale è quello di Roma, con l’elezione a presidente, nel 1998, di Silvano Moffa, già sindaco di destra a Colleferro. Era un anno in cui  sembrava già esaurito il centrodestra improvvisato da Berlusconi a cavallo fra il 1993 e il 1994, portato ad una vittoria che costò, fra l’altro, ad Achille Occhetto la carica moffa e Fini.jpgdi segretario del Pds-ex Pci e tradottosi nel compimento dello sdoganamento  dell’ancora Movimento Sociale capeggiato da Gianfranco Fini. Che, arrivato di suo al ballottaggio per il Campidoglio nel 1993 con Francesco Rutelli, si era visto preferito pubblicamente da un Berlusconi in procinto di candidarsi a Palazzo Chigi, e neppure elettore di Roma.

Il bacio elettorale del Cavaliere non bastò poi a Fini per battere Rutelli. Sarebbero occorsi ancora anni per portare un uomo di destra al vertice del Campidoglio, con Gianni Alemanno nel 2008, per la prima e anche ultima volta. Ma quel bacio del Cavaliere, ripeto, era servito a Fini per entrare nel centrodestra, sia pure ambiguamente diviso fra una versione del Nord preclusa al leader della destra e una versione del Centro-Sud aperta, e preclusa invece alla Lega. Il cui leader Umberto Bossi si era fatto nel 1994 tutta la campagna elettorale attaccando, ricambiato, l’indigesto Fini ma un po’ anche Berlusconi, chiamato “Berluscaz” nei comizi con una foga così  sfottente da fare sperare a Eugenio Scalfari, su Repubblica, che mai gli avrebbe permesso un vero e proprio approdo a Palazzo Chigi, con tanto di nomina da parte del capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro.

Da vincitore delle elezioni, grazie al nuovo sistema elettorale per il 75 per cento maggioritario e il rimanente 25 proporzionale, a listino peraltro subito bloccato, Berlusconi era riuscito invece a fare il miracolo di portare al governo entrambi i partiti fra loro incomunicabili. Ma l’operazione era durata poco, meno della durata di una gravidanza, forse anche a causa di una certa, imprudente euforia di Fini. Che aveva messo in difficoltà i suoi alleati, sinceri o non che fossero, volontari o obbligati, riproponendo come “lo statista del secolo” la buonanima di Benito Mussolini.

Fatto sta che, dopo un’estate al cardiopalma, con Bossi diviso tra il pigiama di Arcore, ospitato da Berlusconi, e la canottiera in Sardegna. Dove il Cavaliere non aveva saputo più come tenerlo lontano dalla sua reggia balneare. Il leader della Lega alla fine era sbottato.  Incoraggiato al Quirinale da Scalfaro in persona, garante della prosecuzione della legislatura in caso di crisi,  Bossi aveva fatto cadere il governo fra il sollievo della sinistra. Che con Massimo D’Alema, subentrato a Occhetto alla guida dell’ex Pci, aveva ringraziato certificando la Lega come una sua costola.

Erano seguiti eventi infausti per il centrodestra: l’ulteriore allontanamento della Lega verso la sponda secessionista della fantomatica Repubblica Indipendente del Nord, o Padania, e il ritardo delle elezioni anticipate, reclamate e in qualche modo promesse a Berlusconi nell’avvicendamento col suo ministro del Tesoro Lamberto Dini, per dare tempo alla sinistra di riorganizzarsi alleandosi con quel che rimaneva della Dc e col principale punto di riferimento ch’essa aveva, cioè Romano Prodi. Era seguita la sconfitta inevitabile di ciò che rimaneva del centrodestra nelle elezioni del 1996. Tutto sembrava destinato a ripetersi alla scadenza ordinaria della legislatura, nel 2001, avendo superato il centrosinistra anche l’incidente della caduta di Prodi nel 1998 e quella di D’Alema nel 2000, grazie ai parlamentari dell’ormai ex centrodestra messi insieme dall’immaginifico presidente onorario della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale li paragonò con spavalda ironia alle truppe degli “straccioni” protagonisti della vittoria francese sui prussiani nella battaglia di Valmy del 20 settembre 1792.

Ma la sinistra, o centrosinistra, non aveva messo nel conto la Provincia di Roma, al vertice della quale si ripropose nel 1998 Silvano Moffa dopo avere sfiorato la vittoria nel 1995, quando aveva battuto al primo turno il candidato della sinistra Giorgio Fregosi con dieci punti di distacco soccombendo però nel ballottaggio.

Nelle elezioni anticipate di tre anni dopo, seguite alla morte improvvisa, per infarto, del presidente Fregosi, di vecchia e consolidata militanza comunista ma sostenuto nella corsa del 1995 dai post-democristiani, Moffa vinse in una sola battuta col 51 per cento, e 66 mila voti di scarto, sulla candidata del centrosinistra Pasqualina Napolitano, quasi omonima del più celebre Giorgio. Fu il segno di un cambio di vento, così avvertito anche nella lontana Gemonio da Umberto Bossi. Che cominciò ad accettare il corteggiamento politico dell’ostinato Berlusconi, continuato nonostante le resistenze di Fini a prendere anche solo un caffè con il leader della Lega.  Il centrosinistra reagì spingendo ad offrire al Carroccio, col secondo governo di Giuliano Amato, una riforma un po’ spericolata, per contenuto e numeri parlamentari, ristretti alla maggioranza uscente, della parte della Costituzione riguardante le autonomie locali: il famoso titolo quinto. Che nella nuova versione avrebbe moltiplicato, più che le autonomie, il contenzioso fra i governi di turno e le regioni davanti alla Corte Costituzionale.

Bossi alla fine scelse di nuovo Berlusconi. Il centrodestra ne festeggiò il ritorno vincendo le elezioni del 2001 e premiando l’uomo che ne aveva in qualche modo favorito il ritorno, cioè Silvano Moffa, con la nomina  nel 2004, dopo l’esaurimento del mandato alla presidenza della Provincia di Roma e la mancata rielezione, sottosegretario alle Infrastrutture: sì, proprio la carica tornata tanto di attualità in questi giorni con la vicenda del leghista Armando Siri.

Il sodalizio politico e personale fra Berlusconi e Moffa sopravvisse nel 2010 anche alla rottura fra lo stesso Berlusconi e Gianfranco Fini. Col quale l’ex presidente della Provincia di Roma si schierò in un primo momento aderendo al gruppo scissionista del Pdl “Futuro e Libertà per l’Italia” presieduto alla Camera da Franco Bocchino. Egli sottoscrisse in autunno anche laMoffa e Berlusconi.jpg mozione per la sfiducia promossa contro il governo del Cavaliere nell’ufficio di Fini, per quanto presidente della Camera. Ma alla vigilia della votazione, fatta slittare a dicembre dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per mettere prima al sicuro la legge finanziaria del 2011, Moffa contestò i metodi, in particolare, di Bocchino e passò, o ritornò, dalla parte di Berlusconi contribuendo in modo decisivo a fargli vincere la partita. Poi organizzò e presiedette il gruppo dei parlamentari che, provenienti anche da sinistra, avevano deciso di fare sopravvivere per senso di “responsabilità”, col governo Berlusconi, la legislatura. Essa arrivò in effetti al termine regolare del 2013, ma non con il Cavaliere, costretto un po’ dalle sue vicende giudiziarie ma ancor di più dalla sopraggiunta crisi finanziaria esportata in Europa dagli Stati Uniti a dimettersi nell’autunno del 2011 e a passare la mano al governo tecnico del loden, come fu chiamato per via dell’abbigliamento usuale dell’uomo chiamato a guidarlo con la preventiva nomina a senatore a vita: il professore Mario Monti.

Pensate un po’ che valanga era destinata a partire nel 1998 dalla vicenda politica della Provincia di Roma, doveZingaretti.jpg peraltro dieci anni dopo sarebbe arrivato come presidente Nicola Zingaretti. Vi dice niente questo nome? Sì, è proprio lui, attuale presidente della Regione Lazio e soprattutto segretario del Pd, lanciatosi per ora nell’avventura di strappare nelle elezioni europee di fine maggio il secondo posto al Movimento delle 5 Stelle, dopo il primo ormai assegnato generalmente dai sondaggi alla Lega di Salvini.

 

 

 

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