Dovremmo guardare alla Spagna come alla luna per scrutare le difficoltà di un Paese e di un sistema in cui la frammentazione politica non si riduce neppure ricorrendo continuamente alle elezioni anticipate, vinte questa volta dal partito socialista del premier uscente, Pedro Sanchez, senza però la forza necessaria per governare non dico da solo, ma nemmeno con una coalizione sufficientemente omogenea. Ma molti preferiscono guardare, come lo stupido di un vecchio proverbio cinese, il dito. Che forse neppure indica nel nostro caso la luna ma, molto più modestamente, il test siciliano di 34 Comuni su 390 dell’isola per cui si è mobilitato in persona, con comizi e visite, il leader della Lega, nonché vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini per misurarsi da solo con i grillini, alleati o compagni a contratto a livello di governo nazionale, col Pd, che è il principale partito di opposizione, sempre a livello nazionale, e con Forza Italia di Silvio Berlusconi. Con cui di solito i leghisti sono rimasti alleati a livello locale con la formula del centrodestra, ma senza grande entusiasmo, anzi con l’angoscia, la paura e quant’altro di doversi tornare ad alleare anche a livello nazionale, come nelle elezioni politiche dell’anno scorso, se la maggioranza gialloverde dovesse sfuggire alla gestione un po’ spericolata di questi primi undici mesi della nuova legislatura e passare dalla crisi virtuale alla crisi formale.
Non credo, francamente, che i risultati del test siciliano, a scrutinio non ancora concluso, mentre scrivo, nei 7 dei 34 Comuni con popolazione superiore ai 15 mila abitanti, dove vige il sistema maggioritario a doppio turno, riusciranno a chiarire la situazione nella maggioranza di governo. Neppure i siciliani, d’altronde, vi hanno creduto, essendo andati alle urne con un’affluenza in calo, fermatasi al 56,8 per cento.
I grillini sembra che abbiano perso terreno come nelle altre parti d’Italia in cui si è votato dopo le elezioni politiche di un anno fa e i leghisti a guadagnarne, ma non tanto da mettere figurativamente o mediaticamente in riga, come forse sperava Salvini, sia i suoi sempre più scomodi compagni di viaggio governativo a livello nazionale sia i non meno scomodi, a questo punto, compagni di viaggio del centrodestra a livello regionale.
Maggiore chiarezza, si spera, verrà dai risultati delle elezioni europee e amministrative di fine maggio alle quali le componenti della squadra gialloverde si avvicinano continuando a beccarsi fra di loro come i quattro capponi di manzoniana memoria al polso di Renzo che li porta in dono all’avvocato Azzeccacarbugli.
Per adesso l’avvocato a portata di mano di Salvini è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per la soluzione del problema del sottosegretario, o del mezzo sottosegretario leghista Armando Siri, già privato delle deleghe perché indagato per corruzione e sotto pressione per ritirarsi volontariamente o autosospendersi dal governo, senza bisogno dell’espulsione col cartellino rosso di Conte, appunto. Che quell’impertinente di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ha immaginato molto meno deciso e severo di quanto lo vogliano i grillini.
Il vignettista ha messo in testa a Conte la sorpresa di non disporre più del cartellino rosso, forse sfilatogli via dalla tasca dal vice presidente leghista del Consiglio Salvini, ancora fermo, almeno a parole, nella difesa del suo collega e amico di partito per una questione ormai più di principio, insolitamente garantista per le tradizioni della Lega del cappio del 16 marzo 1993 nell’aula di Montecitorio, che di merito. Spetta a un giudice e non a un avvocato, per quanto esperto come Conte, il pronunciamento su un indagato, ha ammonito Salvini pretendendo comunque di essere presente all’incontro o udienza. E chissà che non venga voglia di presenziare anche all’altro vice. A quel punto a guardarsi “negli occhi”, come si era proposto e aveva pubblicamente annunciato il presidente del Consiglio, non sarebbero solo Conte e Siri. Sarebbero in quattro, per complessivi otto occhi, proprio come i quattro capponi di Renzo.
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e gli altri decisi a contrastarle per non farle ridiventare, o continuare ad essere, come si preferisce, dei “poltronifici”, come ha detto il vice presidente pentastellato del Consiglio Luigi Di Maio. Che comunque non si è lasciato prendere più di tanto dal nuovo scontro. Egli non ha infatti mollato l’altra vertenza aperta nel governo con la richiesta della rimozione del sottosegretario leghista Armando Siri, sotto indagini a Roma per corruzione perché indicato in una intercettazione – finalmente depositata ma dal contenuto ancora incerto per essere stato smentito quello anticipato nei giorni scorsi- come destinatario di trentamila euro in cambio di agevolazioni legislative tentate a favore di un particolare tipo di aziende eoliche. Fra le quali ce n’è una siciliana posseduta da un amico dello stesso Siri in società con un detenuto sotto processo per collusione col capo latitante della mafia Mattio Messina Denaro.
formalmente spontanee, per quanto il leader leghista lo invogli ancora a resistere, almeno a parole. Si diffondono infatti retroscena e quant’altro su una sua progressiva rassegnazione a quella che, date le posizioni durissime di partenza a favore del suo collega di partito e di governo, sarebbe una resa di Salvini. E una vittoria, invece, dei grillini: una bandierina o bandierona, come preferite, nella campagna elettorale per le votazioni europee e amministrative di fine maggio.
ha fatto finta di niente, dalle modalità della promulgazione, peraltro all’ultimo momento utile, della cosiddetta riforma della legittima difesa, fortissimamente voluta dal ministro dell’Interno e approvata con larghissima maggioranza parlamentare, ben oltre i numeri o confini gialloverdi, grazie all’appoggio di Forza Italia e della destra ex missina di Giorgia Meloni. Che hanno largamente compensato i voti contrari o le assenze da mal di pancia dei grillini.
resto aveva già fatto per il provvedimento sulla sicurezza, anch’esso promulgato nei mesi scorsi con una lettera di puntualizzazioni del capo dello Stato. L’opposizione di sinistra ha invece esultato. Ma vi è stato anche chi si è doluto del mancato rinvio della legge alle Camere: per esempio, il Fatto Quotidiano -e chi sennò?- liquidando
come “controsenso” l’iniziativa critica del Quirinale. Che avrebbe dovuto insomma avere più coraggio contro la Lega e il suo leader Salvini. Cui peraltro il giornale di Marco Travaglio ha dedicato il titolo di apertura cavalcando un’indagine giudiziaria -e che sennò?- sugli aiuti elettorali che il Carroccio avrebbe avuto nel Lazio dai “boss” della malavita.
o rimozione dell’uomo del Carroccio dal governo. E Salvini, forte anche di una certa confusione, diciamo così, emersa dalle indagini, e a dispetto di segni veri o presunti di dissensi fra i leghisti, ha invece continuato ad appoggiarlo, già convinto com’era che a rimuovere il sottosegretario non potesse bastare l’”occhiata” annunciata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ripromettendosi di incontrarlo e guardarlo appunto “negli occhi”.
pare, questa ipotesi per fare saltare ancora una volta la mosca al naso dell’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio. Che fa della rimozione di Siri -di cui peraltro si è accorto solo in questi giorni che aveva pattuito anni fa una condanna a un anno e otto mesi per bancarotta- una questione irrinunciabile di moralità, al punto da liquidare come “paraculismo” la posizione garantista del suo omologo Salvini. Gielo ha ripetuto a distanza -il “paraculo”- parlandone persino ad Assisi, davanti alla Basilica di San Francesco, se i telegiornali non hanno fatto pasticci usando immagini di repertorio.
così comprensivo verso le ragioni o le esigenze del Movimento delle 5 stelle, non hanno potuto resistere alla tentazione di tirare le orecchie a Di Maio con una vignetta un po’ da trivio, almeno nella confessione che gli hanno stampato in fronte di “non capire più un cazzo”.
che sarebbe quella -già annunciata sulla prima pagina del Fatto Quotidiano– di rimuoverlo dal governo, come reclama il vice presidente pentastellato dello stesso Consiglio Luigi Di Maio fra le proteste dell’omologo leghista Matteo Salvini; mentre, dicevo, accadeva tutto questo a Palazzo Chigi e dintorni, il cronista giudiziario de La Verità Giacomo Amadori raccoglieva
fra i magistrati della Procura della Repubblica di Roma una sonora e clamorosa smentita dell’intercettazione che ha mediaticamente e politicamente inguaiato, facendogli già perdere le deleghe dei trasporti, l’amico e compagno di partito del ministro dell’Interno.
di stampa hanno alimentato su una fuga di notizie dai loro uffici, destinata peraltro a portare il governo sull’orlo di una crisi, non c’è l’intercettazione della telefonata nella quale Paolo Arata avrebbe detto ai figlio Francesco
di essergli costata 30 mila euro la modifica al bilancio e ad altre disposizioni inutilmente tentata dal sottosegretario Siri per estendere incentivi ad aziende eoliche del tipo di quella posseduta in Sicilia dallo stesso Arata in società con Vito Nicastri. Che è un detenuto accusato di connivenza col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.
contro Siri e tutti i leghisti che lo difendono, accusati anche dal magistrato Nino Di Matteo di rafforzare con il loro garantismo la mafia, sarebbero quindi incorsi quanto meno in un infortunio. In cui avrebbe finito di intingere il pane anche il presidente del Consiglio predisponendosi, secondo le intenzioni ricavabili dalle sue parole, o almeno ricavate dal Fatto Quotidiano, a indurre Siri alle dimissioni, o a cacciarlo dal governo. E ciò grazie a un precedente politicamente insospettabile: l’estromissione di Vittorio Sgarbi da un governo di centrodestra presieduto da Silvio Berlusconi, a partecipazione leghista, dopo uno scontro avuto come sottosegretario ai Beni Culturali col ministro di Forza Italia Giuliano Urbani, sia pure senza risvolti o pretesti di natura giudiziaria.
dallo stesso Salvini con dichiarazioni o repliche che poteva risparmiarsi, sulla decisione del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno di scegliere la festa del 25 aprile per inaugurare un commissariato di Polizia a Corleone, in Sicilia. E poter preferire questa cerimonia a tutte le manifestazioni celebrative della Resistenza e della Liberazione dell’Italia, 74 anni fa, dall’occupazione nazifascista: manifestazioni un po’ sbrigativamente liquidate dal leader del Carroccio come riedizioni del “derby tra fascisti e comunisti”, o qualcosa del genere.
i superstiti degli eventi del 25 aprile 1945, abbiano impensierito di più gli effetti diretti e indiretti del prezzo della benzina salito a due euro il litro nel “ponte” del primo maggio, il più sicuro o fra i più sicuri di quelli italiani senza le virgolette.
definito “una bella botta alla crescita” l’omonimo decreto legge atteso quanto meno al Quirinale da più di venti giorni. Tanti infatti ne sono passati dal 4 aprile, quando il provvedimento annunciato per sgravare le aziende e favorire appunto la crescita del Paese fu approvato con la formula abbastanza abusata del “salvo intese”. Che non c’erano e che sono state cercate dietro le quinte del Consiglio dei Ministri, nelle segrete stanze dei dicasteri, dei partiti e degli esperti, con tanta lentezza e confusione da avere indotto il presidente della Repubblica a richiamare all’ordine il capo del governo, pur uscito dall’incontro nella convinzione dichiarata di non avere ricevuto critiche, appunti e quant’altro.
nel giorno della festa della Liberazione, anch’essa oggetto di scontro fra i due partiti di governo, da un Salvini che, col sottofondo musicale della popolarissima Bella ciao dei partigiani, gli si presenta non si capisce bene se in veste di maggiordomo o di presidente del Consiglio.
così, proponendogli di lavorare con lui per “mettere insieme in Europa”, al cui Parlamento il Cavaliere si è candidato, “popolari, liberali, conservatori e sovranisti illuminati”, come dovrebbero essere o diventare i leghisti. Sono esclusi i grillini e la sinistra, pur tanto a lungo alleata con i popolari. Vasto programma, avrebbe detto il giustamente citatissimo generale De Gaulle.
Che con quel nome che porta ha forse maggiore titolo di altri quotidiani per preoccuparsene. Il rischio di una crisi non avrà certamente perso la sua gravità istituzionale, in mancanza di alternative e nel pieno di una campagna elettorale per le europee e le amministrative di altissimo valore anche politico, per il fatto di essere ormai diventato cronico, cioè abituale. Quel mitra imbracciato in maniche di camicia dal ministro dell’Interno, con tanto di foto lasciata diffondere in rete da un collaboratore, dopo il rimprovero fattogli da un magistrato di rafforzare la mafia difendendo un sottosegretario sospettato alla larga di essersene fatto corrompere, sarà pure uno scivolone. Ma la colpa maggiore di quel
ministro, nonché vice presidente del Consiglio, resta il sostanziale affronto fatto alla imminente festa del 25 aprile, settantaquattresimo anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista: parola di Gad Lerner. Che vi ha dedicato un lungo “commento”, qualcosa di meno di un editoriale ma qualcosa di più di un semplice commento, appunto, per la sua collocazione in prima pagina, proprio su Repubblica, sotto l’allarme del “Governo paralizzato dalle liti”.
del 28 febbraio 2015 per fargli dare il benvenuto da un ritratto di Mussolini- è insomma avvertito. E spero che al suo “amplificatore” non venga adesso l’idea di riprendere il ministro con le mani scaramanticamente e furiosamente a quel posto, diffondendone poi la foto in rete.
indicato come possibile ministro della Giustizia in un loro governo dai grillini, fu applauditissimo ad un convegno di Casaleggio ad Ivrea e fu insignito della cittadinanza onoraria di Roma dalla sindaca a cinque stelle Virginia Raggi. Della quale Salvini si sta occupando proprio in questi giorni non certo per elogiarla, d’altronde ricambiato.
sorvolando sui retroscena che attribuiscono al leader leghista una certa resistenza, diciamo così, a governare con lui, piuttosto che con Di Maio. Il vecchio adagio popolare dice, con tanto di rima, che chi troppo in alto sale, cade sovente precipitevolmente. Ne sa qualcosa, fra gli altri, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio, ora senatore di Scandicci Matteo Renzi. Di una cui fotografia peraltro Salvini si è vantato di essersi fornito per sistemarla sul comodino, o non so quale altro mobile di casa, e ricavarne una riflessione che evidentemente poi ha dimenticato di fare, preso com’è dal presenzialismo anche di fronte a un innocente e inoffensivo piattone di polenta pasquale nel suo ritiro trentino.