La luna delle elezioni spagnole e il dito delle urne comunali in Sicilia

              Dovremmo guardare alla Spagna come alla luna per scrutare le difficoltà di un Paese e di un sistema in cui la frammentazione politica non si riduce neppure ricorrendo continuamente alle elezioni anticipate, vinte questa volta dal partito socialista del premier uscente, Pedro Sanchez, senza però la forza necessaria per governare non dico da solo, ma nemmeno con una coalizione sufficientemente omogenea. Ma molti preferiscono guardare, come lo stupido di un vecchio proverbio cinese, il dito. Che forse neppure indica nel nostro caso la luna ma, molto più modestamente, il test siciliano di 34 Comuni su 390 dell’isola per cui si è mobilitato in persona, con comizi e visite,  il leader della Lega, nonché vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini per misurarsi da solo con i grillini, alleati o compagni a contratto a livello di governo nazionale, col Pd, che è il principale partito di opposizione, sempre a livello nazionale, e con Forza Italia di Silvio Berlusconi. Con cui di solito i leghisti sono rimasti alleati a livello locale con la formula del centrodestra, ma senza grande entusiasmo, anzi con l’angoscia, la paura e quant’altro di doversi tornare ad alleare anche a livello nazionale, come nelle elezioni politiche dell’anno scorso, se la maggioranza gialloverde dovesse sfuggire alla gestione un po’ spericolata di questi primi undici mesi della nuova legislatura e passare dalla crisi virtuale alla crisi formale.

            Non credo, francamente, che i risultati del test siciliano, a scrutinio non ancora concluso, mentre scrivo, nei 7 dei 34 Comuni con popolazione superiore ai 15 mila abitanti, dove vige il sistema maggioritario a doppio turno,  riusciranno a chiarire la situazione nella maggioranza di governo. Neppure i siciliani, d’altronde, vi hanno creduto, essendo andati alle urne con un’affluenza in calo, fermatasi al 56,8 per cento. 

             I grillini sembra che abbiano perso terreno come nelle altre parti d’Italia in cui si è votato dopo le elezioni politiche di un anno fa e i leghisti a guadagnarne, ma non tanto da mettere figurativamente o mediaticamente in riga, come forse sperava Salvini, sia i suoi sempre più scomodi compagni di viaggio governativo a livello nazionale sia i non meno scomodi, a questo punto, compagni di viaggio del centrodestra a livello regionale.

            Maggiore chiarezza, si spera, verrà dai risultati delle elezioni europee e amministrative di fine maggio alle quali le componenti della squadra gialloverde si avvicinano continuando a beccarsi fra di loro come i quattro capponi di manzoniana memoria al polso di Renzo che li porta in dono all’avvocato Azzeccacarbugli.

            Per adesso l’avvocato a portata di mano di Salvini è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte per la soluzione del problema del sottosegretario, o del mezzo sottosegretario leghista Armando Siri, già privato delle deleghe perché indagato per corruzione e sotto pressione per ritirarsi volontariamente o autosospendersi dal governo, senza bisogno dell’espulsione col cartellino rosso di Conte, appunto. Che quell’impertinente di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera ha immaginato molto meno deciso e severo di quanto lo vogliano i grillini. Giannelli.jpgIl vignettista ha messo in testa a Conte la sorpresa di non disporre più del cartellino rosso, forse sfilatogli via dalla tasca dal vice presidente leghista del Consiglio Salvini, ancora fermo, almeno a parole, nella difesa del suo collega e amico di partito per una questione ormai più di principio, insolitamente garantista per le tradizioni della Lega del cappio del 16 marzo 1993 nell’aula di Montecitorio, che di merito.  Spetta a un giudice e non a un avvocato, per quanto esperto come Conte, il pronunciamento su un indagato, ha ammonito Salvini pretendendo comunque di essere presente all’incontro o udienza. E chissà che non venga voglia di presenziare anche all’altro vice. A quel punto a guardarsi “negli occhi”, come si era proposto e aveva pubblicamente annunciato il presidente del Consiglio, non sarebbero solo Conte e Siri. Sarebbero in quattro, per complessivi otto occhi, proprio come i quattro capponi di Renzo.

 

 

 

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L’altoforno della maggioranza gialloverde spiegato da Beppe Grillo

            “Sale la tensione nella maggioranza”, dice l’”occhiello” del titolo più vistoso della prima pagina del Corriere della Sera riferendo sul nuovo “strappo” verificatosi nei rapporti fra leghisti e grillini: gli uni questa volta decisi a ripristinare in tutto e per tutto le province, facendone rieleggere direttamente dai cittadini i Consigli, Corriere della Sera.jpge gli altri decisi a contrastarle per non farle ridiventare, o continuare ad essere, come si preferisce, dei “poltronifici”, come ha detto il vice presidente pentastellato del Consiglio Luigi Di Maio. Che comunque non si è lasciato prendere più di tanto dal nuovo scontro. Egli non ha infatti mollato l’altra vertenza aperta nel governo con la richiesta della rimozione del sottosegretario leghista Armando Siri, sotto indagini a Roma per corruzione perché indicato in una intercettazione – finalmente depositata ma dal contenuto ancora incerto per essere stato smentito quello anticipato nei giorni scorsi-  come destinatario di trentamila euro in cambio di agevolazioni legislative tentate a favore di un particolare tipo di aziende eoliche. Fra le quali ce n’è una siciliana posseduta da un amico dello stesso Siri in società con un detenuto sotto processo per collusione col capo latitante della mafia Mattio Messina Denaro.

            Ma da quanto tempo “sale la tensione nella maggioranza”, come dice il Corriere e ripetono un po’ tutti i giornali ? Da tantissimo, per cui potremmo pure ricorrere all’immagine dell’altoforno per parlare della convivenza di governo fra grillini e leghisti. Che dopo le elezioni europee e amministrative del 26 maggio, fra meno di un mese, potrebbero tuttavia scegliere indifferentemente se rompere o continuare a stare insieme dicendosene e dandosene di santa ragione perché, tanto, sommando i loro voti, pur a rapporti di forza invertiti rispetto alle elezioni politiche dell’anno scorso, continuerebbero a rappresentare la maggioranza dell’elettorato: ben oltre il 50 per cento.

            Una spiegazione a questa ben curiosa situazione, che produce, fra l’altro, un’azione di governo inevitabilmente al di sotto di ogni accettabile livello, per giunta in una situazione economica, sociale e internazionale di una certa pesantezza, rischia di non essere trovata in ambito politico. Aldo Grasso, sempre sulla prima pagina del Corriere della Sera, aiutato da notizie su Beppe Grillo provenienti dal lontano Giappone, più lontano ancora della Cina dove si trova in questi giorni il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’ha cercata e forse persino trovata sul piano “antropologico”.

            In Giappone infatti, invitato come conferenziere, il fondatore e tuttora “garante” del Movimento italiano delle 5 Stelle, non potendosi vantare di avere cambiato le cose nel suo e nostro Paese, si è vantato di avere cambiato “le persone”. Che, sferzate dai suoi comizi, indifferentemente da teatro e da piazza, e sottoposte a quasi un anno di governo quanto meno condizionato dal suo quasi partito, visto il ruolo spesso preponderante assunto dal ministro leghista e “inconsapevole” dell’Interno Matteo Salvini, sono diventate non so, francamente, se più simili o forse peggiori dei giapponesi. Dei quali il comico genovese ha detto che sono gentili, salutano inchinandosi “ma poi scoreggiano e ruttano”.

          Il “garante” delle 5 Stelle, per quanto mostri di intendersi anche di economia nelle sue prestazioni oratorie, si è tuttavia dimenticato di aggiungere che i giapponesi  sono talmente furbi e previdenti da finanziarsi da soli il loro ingente debito pubblico, acquistandone i titoli interamente, o quasi, con i propri risparmi. Noi italiani invece abbiamo un debito pubblico tanto finanziato dagli altri che nei cosiddetti mercati finanziari basta uno starnuto, o una scoreggia o un rutto, direbbe forse lo stesso Grillo, per fare saltare sulla sedia il signor Spread e farci sprofondare di più nei guai per i maggiori interessi che dobbiamo pagare a chi ci fa credito.  Non parliamo poi della maggiore e sempre più previdente dimestichezza che i giapponesi hanno mostrato di avere con i terremoti. Che da noi riescono a fare danni  enormi col minimo sforzo possibile.

Siri torna sulla croce con i chiodi di Conte, più ancora degli inquirenti

               E’ tornato sulla croce il sottosegretario leghista Armando Siri,  indagato per corruzione dalla Procura di Roma per presunti e tentati favori a un’azienda eolica siciliana posseduta dall’amico Paolo Arata in società con un detenuto accusato di collusione col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro. Ma vi è tornato non tanto per gli sviluppi della sua vicenda giudiziaria quanto per gli annunci politici del presidente del Consiglio dalla Cina. Dove Giuseppe Conte, facendo da sponda, volente o nolente, al suo vice presidente Luigi Di Maio e, più in generale, al Movimento delle 5 stelle, ha scavato un altro po’ di terra sotto i piedi dell’indagato.

           “Se Siri dovesse restare incollato alla poltrona troverò il modo per scollarlo”, ha detto il presidente del Consiglio, ancora fiducioso tuttavia di convincere Siri, nell’incontro prenotato per la prossima settimana, a dimissioni Corriere.jpgformalmente spontanee, per quanto il leader leghista lo invogli ancora a resistere, almeno a parole.  Si diffondono infatti retroscena e quant’altro su una sua progressiva rassegnazione a quella che, date le posizioni durissime di partenza a favore del suo collega di partito e di governo, sarebbe una resa di Salvini. E una vittoria, invece, dei grillini: una bandierina o bandierona, come preferite, nella campagna elettorale per le votazioni europee e amministrative di fine maggio.

            Sul fronte giudiziario vero e proprio la notizia è quella dell’annuncio del deposito presso il tribunale del riesame, da parte della Procura romana, della intercettazione smentita dagli stessi inquirenti di una conversazione nello scorso mese di settembre fra Paolo Arata e il figlio Francesco, almeno nella versione datane dal Corriere della Sera e poi da altri giornali. Secondo cui il padre avrebbe detto al figlio che i tentativi di trarre vantaggio da nuove norme a favore delle energie rinnovabili, o alternative, gli sarebbero già costati 30 mila euro, destinati a Siri.

            Il deposito dell’intercettazione presso il tribunale del riesame, attivato dalla difesa di Arata per ottenere il dissequestro di telefonini e computer prelevati dagli inquirenti, è sembrato smentire la smentita, diciamo così, raccolta nella Procura di Roma da un cronista del quotidiano La Verità. Ma, appunto, è soltanto sembrato, perché in realtà, almeno sino al momento in cui scrivo, non è stata trovata traccia di quei 30 mila euro “costata” ad Arata la “disponibilità” contestata a Siri nei riguardi dell’amico e dei suoi interessi, compresi quelli, magari non noti al sottosegretario, del socio detenuto di mafia.

           Non resta a questo punto che attendere gli sviluppi delle cronache giudiziarie e rassegnarsi a vederle ancora una volta mescolate con quelle politiche. Giusto per darvi un’idea di questo perverso intreccio, vi riferisco che nell’abituale approccio mattutino all’abbondante e tempestiva rassegna stampa del Senato della Repubblica, che precede sempre quella di solito più sintetica della Camera, interessano le indagini su Siri anche per i loro risvolti politici ben 41 articoli dei 100 inseriti nel capitolo della Giustizia. Altrettanti, cioè 41, diversi dal caso Siri e dai conseguenti rapporti fra leghisti e grillini, sono gli articoli del capitolo specifico della Politica, 18 della Produzione e Occupazione, 16 delle Telecomunicazioni e Trasporti, 5 dell’Unione Europea, 25 della Cultura e Società, 35 del Parlamento e Istituzioni, 70 degli Esteri, comprensivi del Vaticano e delle notizie che hanno spesso ricadute anche sulla politica italiana.

           Quelli del sottosegretario Siri e della sua vicenda giudiziaria non sono tuttavia i soli problemi della Lega e del suo leader Salvini, politicamente trafitto, diciamo così, nelle ultime 24 ore, pur se luiGiannelli.jpg ha fatto finta di niente, dalle modalità della promulgazione, peraltro all’ultimo momento utile, della cosiddetta riforma della legittima difesa, fortissimamente voluta dal ministro dell’Interno e approvata con larghissima maggioranza parlamentare, ben oltre i numeri o confini gialloverdi, grazie all’appoggio di Forza Italia e della destra ex missina di Giorgia Meloni. Che hanno largamente compensato i voti contrari o le assenze da mal di pancia dei grillini.

          Consapevole evidentemente della realtà dei numeri parlamentari, che lo avrebbero costretto in seconda battuta a firmare lo stesso la legge, anche se riapprovata nello stesso testo, il presidente della Repubblica ha promulgato la riforma prendendone sostanzialmente le distanze con una lettera ai presidenti delle Camere e del Consiglio: un po’ interpretandola in senso diciamo così restrittivo, un po’ lamentandone errori e un po’ strizzando praticamente l’occhio alla dirimpettaia Corte Costituzionale, se le nuove norme dovessero capitarle a tiro nella loro applicazione.

           Salvini, come scrivevo, ha fatto finta di niente, incassando la promulgazione della legge, come del Il Fatto 2 .jpgresto aveva già fatto per il provvedimento sulla sicurezza, anch’esso promulgato nei mesi scorsi con una lettera di puntualizzazioni del capo dello Stato. L’opposizione di sinistra ha invece esultato. Ma vi è stato anche chi si è doluto del mancato rinvio della legge alle Camere: per esempio, il Fatto Quotidiano -e chi sennò?- liquidandoIl Fattopg.jpg come “controsenso” l’iniziativa critica del Quirinale. Che avrebbe dovuto insomma avere più coraggio contro la Lega e il suo leader Salvini. Cui peraltro il giornale di Marco Travaglio ha dedicato il titolo di apertura cavalcando un’indagine giudiziaria -e che sennò?- sugli aiuti elettorali che il Carroccio avrebbe avuto nel Lazio dai “boss” della malavita.

 

 

 

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Si fa presto ad appendersi alla celebrazione del 25 aprile 1945…

Liberiamoci, ha titolato con la solita arguzia il manifesto, di nome e di fatto, sovrapponendo questa esortazione a due foto di folle in festa per il 25 aprile, a Milano e a Roma. Ma liberiamoci  da che cosa oggi, a 74 anni di distanza dai fatti che segnarono la fine del nazifascismo anche in quella parte d’Italia ancora occupata delle camicie nere e dalle truppe di Hitler ? Questo è il problema. Liberarci da chi e da che cosa? Dalla tentazione, denunciata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella -con allusione critica, a torto o a ragione,  al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini-  di barattare ancora una volta in Italia, come avvenne nel 1922, il desiderio di ordine con la libertà? O dalle storture  – mi chiedo- che soffocano non da ieri o l’altro ieri ma purtroppo da almeno una trentina d’anni, unendo prima, seconda e terza Repubblica, se veramente ne abbiamo avuto tre, il sistema democratico ripristinato, restaurato e quant’altro con la fine del fascismo?  E poi con l’approvazione di una Costituzione vantata per tanto tempo come “la più bella del mondo”, a volte per contrastare anche giustificatissimi tentativi di aggiornamento.

            Una di queste storture, forse la maggiore, è riemersa proprio in questi giorni, o in queste ore. Ed è l’uso strumentale della Giustizia, con la maiuscola, nella lotta politica: un uso via via sempre più sciagurato con la crescita della comunicazione. E’ emblematico il caso del sottosegretario leghista alle Infrastrutture Adolfo Siri, già privato delle deleghe e sotto rischio di rimozione dal governo per un’indagine preliminare di corruzione, trafitto sulla croce mediatica e politica con chiodi rivelatisi di carta. Gli stessi magistrati di Roma che si stanno occupando di lui hanno ammesso che non esistono agli atti le intercettazioni virgolettate sui 30 mila euro che gli sarebbero stati promessi o versati in cambio di modifiche legislative tentate e fallite per agevolare, fra le altre, un’azienda eolica siciliana posseduta dall’amico Paolo Arata e da un detenuto per il quale sono stati appena chiesti 12 anni di carcere perché collegato, secondo l’accusa, al capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

            Pur costretti a ripiegare o a scommettere sull’arrivo di “nuove carte” contro Siri, come ha titolato in prima pagina Il Fatto Quotidiano, i grillini hanno rinnovato le loro richieste di dimissioni Il Fatto.jpgo rimozione dell’uomo del Carroccio dal governo. E Salvini, forte anche di una certa confusione, diciamo così, emersa dalle indagini, e a dispetto di segni veri o presunti di dissensi fra i leghisti, ha invece continuato ad appoggiarlo, già convinto com’era che a rimuovere il sottosegretario non potesse bastare l’”occhiata” annunciata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ripromettendosi di incontrarlo e guardarlo appunto “negli occhi”.

            Programmato per la prossima settimana, al rientro dello stesso Conte da un viaggio ufficiale in Cina, secondo Salvini questo incontro dovrebbe o potrebbe essere preceduto da quello che i legali del sottosegretario hanno chiesto con gli inquirenti di Roma. Ma è bastata, a quantoGiannelli.jpg pare, questa ipotesi per fare saltare ancora una volta la mosca al naso dell’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio. Che fa della rimozione di Siri -di cui peraltro si è accorto solo in questi giorni che aveva pattuito anni fa una condanna a un anno e otto mesi per bancarotta- una questione irrinunciabile di moralità, al punto da liquidare come “paraculismo” la posizione garantista del suo omologo Salvini. Gielo ha ripetuto a distanza -il “paraculo”- parlandone persino ad Assisi, davanti alla Basilica di San Francesco, se i telegiornali non hanno fatto pasticci usando immagini di repertorio.

            Ecco, se c’è un’altra cosa da cui è necessario liberarsi è questo degrado, diciamo così, del cosiddetto confronto politico fra uomini e partiti che fanno parte dello stesso governo e relativa maggioranza parlamentare, in attesa -indifferentemente- della rottura o della prosecuzione della loro convivenza. O connivenza, come preferiscono dire dai banchi dell’opposizione, specie quelli del Pd che hanno presentato al Senato una mozione di sfiducia.

             Persino sul Fatto Quotidiano, sempreIl Fatto 2.jpg così comprensivo verso le ragioni o le esigenze del Movimento delle 5 stelle, non hanno potuto resistere alla tentazione di tirare le orecchie a Di Maio con una vignetta un po’ da trivio, almeno nella confessione che gli hanno stampato in fronte di “non capire più un cazzo”.

            D’accordo, di coalizioni e maggioranze poco o per niente coese è piena la storia d’Italia. Basterà ricordare l’”inaffidabile” gridato all’allora presidente socialista del Consiglio dal segretario della Dc Ciriaco De Mita, rappresentato al governo da una buona metà dei ministri. Ma sono proprio di questi giorni la smorfia e le parole di fastidio che l’ultranovantenne De Mita ha opposto, in una intervista al Mattino, a chi cercava di paragonare i suoi tempi a questi.

              

 

 

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Di carta i chiodi usati contro il sottosegretario leghista Armando Siri

Inchiodato, o quanto meno compromesso, in un’indagine per corruzione dallo sfogo intercettato e allusivo a trentamila euro versatigli dall’amico Paolo Arata per un tentativo neppure riuscito di procurare incentivi ad un’azienda eolica siciliana posseduta dallo stesso Arata in società con un detenuto riconducibile al capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro, il sottosegretario leghista al Ministero delle Infrastrutture Adolfo Siri è sceso un pò dalla croce. I magistrati romani dell’inchiesta che è già costata a Siri le deleghe e un mezzo preannuncio di rimozione dal governo da parte del presidente del Consiglio, hanno smentito ad un cronista giudiziario del quotidiano La Verità –“nomen nominis”, potrebbe vantarsi il direttore Maurizio Belpietro- che vi sia ai loro atti l’intercettazione usata mediaticamente contro Siri, o qualcosa che le assomigli.

Com’è potuto accadere o ripetersi una cosa del genere, visto che non mancano purtroppo precedenti di processi sui giornali molto più avanti di quelli dovuti nei tribunali, si potrà forse spiegare e capire nei prossimi giorni, si spera in tempo per rimuovere almeno questo sasso, o macigno, dalla strada delle elezioni europee e amministrative di fine maggio. Dai cui esiti sembra dipendere la sopravvivenza del governo e persino della legislatura.

Certo è che ha ancora una volta trovato conferma il paradossale auspicio espresso qualche anno fa da uno che si intende della materia: l’ex presidente della Camera e magistrato Luciano Violante. Che, scettico o contrario allora alla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici, disse che sarebbe bastata, almeno a lui, la separazione delle “carriere” dei pubblici ministeri e dei cronisti giudiziari impegnati a riferirne il lavoro. Magari -mi permetto di aggiungere come giornalista- senza neppure scomodarsi a bussare alla porta del procuratore o sostituto di turno, ma fermandosi a qualche soffiata, indiscrezione e quant’altro di un cancelliere, di un agente della polizia giudiziaria o di chissà chi altro, mosso chissà da quale scopo.

Prendersela col giornale o col collega che di volta in volta scivola più o meno consapevolmente su questo terreno già viscido di suo è persino superfluo. E’ questo metodo di lavoro, di amministrare giustizia da una parte e di fare informazione dall’altra, e tutti insieme politica, che non va e grida francamente vendetta. Troppi sono i danni che esso ha procurato a quello che chiamiamo aulicamente “il sistema”, avvelenandolo.

Ogni volta che si fa un elenco -e ne abbiamo fatti anche qui, al Dubbio– degli intrecci casuali o voluti fra cronaca giudiziaria e cronaca politica, già il giorno dopo capita di lamentarne la parzialità, l’incompletezza, perché i fatti corrono velocissimi e ti mettono in ritardo.

Nel caso particolare del sottosegretario Siri -che già in base al famoso “contratto”  di governo gialloverde per il reato di corruzione contestatogli avrebbe il diritto di rimanere al suo posto sino all’eventuale rinvio a giudizio- l’analisi della situazione si fa più complicata per una serie di circostanze.

Oltre alla già ricordata e di per sé tossica campagna elettorale, non foss’altro per la sua interminabile durata, essendo di fatto in corso già dall’anno scorso, e non essendo destinata a chiudersi neppure a fine maggio sia per i ballottaggi comunali di metà giugno sia per le elezioni regionali dell’anno prossimo, vi è la molteplicità delle sedi di indagini sugli affari eolici. A Roma è approdato un troncone delle inchieste in corso a Palermo e a Trapani.  E a Roma i magistrati inquirenti, già in sofferenza per l’anacronistico sospetto che siano usciti dai loro uffici ciò che neppure vi risulta arrivato, la intercettazione cioè del professore Paolo Arata, esperto di energia per la Lega, si trovano nella scomoda situazione di un quasi interregno, essendo in scadenza il capo della Procura Giuseppe Pignatone.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

L’affare di Siri si sgonfia prima che Conte possa guardarlo “negli occhi”

            Mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in partenza per la Cina, annunciava urbi ed orbi il proposito di risolvere al ritorno il caso del sottosegretario del Carroccio Adolfo Siri guardandolo “negli occhi” e chiedendogli di “condividere con lui la decisione finale”,Il Fatto.jpg che sarebbe quella -già annunciata sulla prima pagina del Fatto Quotidiano– di rimuoverlo dal governo, come reclama il vice presidente pentastellato dello stesso Consiglio Luigi Di Maio fra le proteste dell’omologo leghista Matteo Salvini; mentre, dicevo, accadeva tutto questo a Palazzo Chigi e dintorni, il cronista giudiziario de La Verità Giacomo Amadori raccoglievaLa Verità.jpg fra i magistrati della Procura della Repubblica di Roma una sonora e clamorosa smentita dell’intercettazione che ha mediaticamente e politicamente inguaiato, facendogli già perdere le deleghe dei trasporti, l’amico e compagno di partito del ministro dell’Interno.

            Negli atti a disposizione dei magistrati di Roma, sgomenti del sospetto che le anticipazioniLa Verità 2.jpg di stampa hanno alimentato su una fuga di notizie dai loro uffici, destinata peraltro a portare il governo sull’orlo di una crisi, non c’è l’intercettazione della telefonata nella quale Paolo Arata avrebbe detto ai figlio FrancescoAmadori 2 .jpg di essergli costata 30 mila euro la modifica al bilancio e ad altre disposizioni inutilmente tentata dal sottosegretario Siri per estendere incentivi ad aziende eoliche del tipo di quella posseduta in Sicilia dallo stesso Arata in società con Vito Nicastri. Che è un detenuto accusato di connivenza col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

            Il Corriere della Sera, Repubblica e tutti gli altri giornali che di quella intercettazione hanno scritto dandola per certa, con tanto di virgolettato, portando fieno alla campagna dei grillini Amadori 1.jpgcontro Siri e tutti i leghisti che lo difendono, accusati anche dal magistrato Nino Di Matteo di rafforzare con il loro garantismo la mafia, sarebbero quindi incorsi quanto meno in un infortunio. In cui avrebbe finito di intingere il pane anche il presidente del Consiglio predisponendosi, secondo le intenzioni ricavabili dalle sue parole, o almeno ricavate dal Fatto Quotidiano, a indurre Siri alle dimissioni, o a cacciarlo dal governo. E ciò grazie a un precedente politicamente insospettabile: l’estromissione di Vittorio Sgarbi da un governo di centrodestra presieduto da Silvio Berlusconi, a partecipazione leghista, dopo uno scontro avuto come sottosegretario ai Beni Culturali col ministro di Forza Italia Giuliano Urbani, sia pure senza risvolti o pretesti di natura giudiziaria.

            Salvo ulteriori sorprese, cioè salvo smentite alle smentite dei magistrati di Roma che svolgono le indagini su Siri, e debbono ancora interrogarlo, questa vicenda è moralmente, eticamente, politicamente grottesca. Altrettanto mi permetto di dire delle polemiche sviluppatesi, ed alimentate Gazzetta .jpgdallo stesso Salvini con dichiarazioni o repliche che poteva risparmiarsi, sulla decisione del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno di scegliere la festa del 25 aprile per inaugurare un commissariato di Polizia a Corleone, in Sicilia. E poter preferire questa cerimonia a tutte le manifestazioni celebrative della Resistenza e della Liberazione dell’Italia, 74 anni fa, dall’occupazione nazifascista: manifestazioni un po’ sbrigativamente liquidate dal leader del Carroccio come riedizioni del “derby tra fascisti e comunisti”, o qualcosa del genere.

            Così Salvini, volente o nolente, ha contribuito a creare un clima nel quale è maturata anche la follia, diciamo così, di una celebrazione mussoliniana improvvisata a Piazzale Loreto dai tifosi della Lazio in trasferta calcistica a Milano.

            Anche a costo di sembrare politicamente blasfemo, penso che sulla maggior parte del Paese, persino fra carobenzina.jpgi superstiti degli eventi del 25 aprile 1945, abbiano impensierito di più gli effetti diretti e indiretti del prezzo della benzina salito a due euro il litro nel “ponte” del primo maggio, il più sicuro o fra i più sicuri di quelli italiani senza le virgolette.  

 

 

 

 

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“Una bella botta alla crescita”, dice Salvini del decreto contestato

               Con umorismo non so, a questo punto, se  sprezzantemente vero o involontario, visto il melodrammatico sviluppo della seduta del Consiglio dei Ministri appena cominciata in assenza di una buona parte della delegazione grillina al governo, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini davanti ai giornalisti  raccoltisi attorno a lui in Piazza Colonna haSalvini.jpg definito “una bella botta alla crescita” l’omonimo decreto legge atteso quanto meno al Quirinale da più di venti giorni. Tanti infatti ne sono passati dal 4 aprile, quando il provvedimento annunciato per sgravare le aziende e favorire appunto la crescita del Paese fu approvato con la formula abbastanza abusata del “salvo intese”. Che non c’erano e che sono state cercate dietro le quinte del Consiglio dei Ministri, nelle segrete stanze dei dicasteri, dei partiti e degli esperti, con tanta lentezza e confusione da avere indotto il presidente della Repubblica a richiamare all’ordine il capo del governo, pur uscito dall’incontro nella convinzione dichiarata di non avere ricevuto critiche, appunti e quant’altro.

            Da questo decreto “botta”, come l’ha definito Salvini, sono stati stralciati, cioè esclusi, cinque commi su sette di una norma, inserita lungo la strada della ricerca delle intese mancate il 4 aprile, per alleggerire gli oneri dell’ingente debito del Comune di Roma amministrato dai grillini con la sindaca Virginia Raggi.

            Salvini aveva chiesto di togliere dal provvedimento urgente, d’immediata applicazione quando arriverà davvero al capo dello Stato e sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, tutta intera la norma sulla Capitale. Essendone rimasta dentro una pur piccola parte, i grillini hanno cercato di cantare vittoria col vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, accorso peraltro a Palazzo Chigi con notevole ritardo dagli studi televisivi de La 7, dove aveva preferito registrare un’intervista, al solito polemica con gli alleati o contraenti di governo, specie sul problema del sottosegretario leghista Armando Siri. Del quale, pur difeso ad oltranza dal leader del Carroccio, inflessibile nel rispetto del principio costituzionale della non colpevolezza sino a condanna definitiva, Di Maio reclama la rimozione per una corruzione contestatagli dalla Procura di Roma in un ambiente, diciamo così, dalla forte puzza di mafia. Se fosse infatti passata nella legge di bilancio una norma da lui inutilmente proposta su richiesta dell’amico ed esperto di energia Paolo Arata, un cui figliolo è stato recentemente assunto come consulente dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, ne avrebbe tratto beneficio anche un’azienda posseduta dallo stesso Arata in società con un imprenditore accusato di connivenza col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

            Accusato dai grillini di essersi impuntato contro il cosiddetto “salvadebiti di Roma”, e della sindaca Raggi, per ritorsione contro il fuoco acceso sotto le chiappe di Siri, e non invece -come lui sostiene pubblicamente- per non privilegiare la Capitale rispetto ad altri Comuni gravati da debiti, Savini si ritiene soddisfatto di avere ridotto di parecchio la norma contestata. Poi se ne vedranno e valuteranno meglio portata e quant’altro.

            Già questo racconto, per forza di cose sintetico e generico, al netto dei retroscena secondo i quali il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe nervosamente reagito al comportamento di entrambi i suoi vice, dà la misura della situazione di sostanziale crisi in cui continuano a trovarsi il governo e la sua maggioranza parlamentare nei marosi, peraltro, della campagna per le elezioni europee e amministrative di fine maggio. E che, ciò nonostante, vanificherà la mozione di sfiducia appena presentata al Senato dal gruppo del Pd, destinata ad essere respinta col solito ordine del giorno improvvisato dai gialloverdi.

            In questo contesto appare appropriata la rappresentazione vignettistica, che Giannelli ha fatto sulla prima pagina del Corriere della Sera, del presidente della Repubblica sorpreso al suo risveglioIlFatto.jpg nel giorno della festa della Liberazione, anch’essa oggetto di scontro fra i due partiti di governo, da un Salvini che, col sottofondo musicale della popolarissima Bella ciao dei partigiani, gli si presenta non si capisce bene se in veste di maggiordomo o di presidente del Consiglio.

            La festa del 25 aprile, che il ministro dell’Interno ha notoriamente deciso di celebrare aprendo un commissariato di Polizia a Corleone, piuttosto che unirsi alle abituali manifestazioni politiche di colore prevalentemente rosso, ha fornito lo spunto anche a Silvio Berlusconi per battere un colpo, diciamo così, spiazzante un po’ per tutti. Come spiazzante per Salvini – va detto- è stata anche la presa di posizione di Forza Italia e del partito di destra di Giorgia Meloni a favore del “salvadebiti” di Roma.

           In una lettera proprio al Corriere della Sera l’ex presidente del Consiglio si è dissociato dal distacco di Salvini scrivendo di “noi figli del 25 aprile”, come per dirgli che avrebbe forse fatto meglio a non snobbare tanto questa festa, ma poi ha cercato di recuperarlo, diciamoBerlusconi .jpg così, proponendogli di lavorare con lui per “mettere insieme in Europa”, al cui Parlamento il Cavaliere si è candidato, “popolari, liberali, conservatori e sovranisti illuminati”, come dovrebbero essere o diventare i leghisti. Sono esclusi i grillini e la sinistra, pur tanto a lungo alleata con i popolari. Vasto programma, avrebbe detto il giustamente citatissimo generale De Gaulle.  

 

 

 

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Scatta ora contro Salvini l’allarme 25 aprile dalle colonne di “Repubblica”

            Il Governo, con la maiuscola che gli spetta per il riguardo che gli conferisce la Costituzione ogni volta che lo cita, sarà pure paralizzato dalle liti, come lamenta in prima pagina la Repubblica.Repubblica.jpg Che con quel nome che porta ha forse maggiore titolo di altri quotidiani per preoccuparsene. Il rischio di una crisi non avrà certamente perso la sua gravità istituzionale, in mancanza di alternative e nel pieno di una campagna elettorale per le europee e le amministrative di altissimo valore anche politico, per il fatto di essere ormai diventato cronico, cioè abituale. Quel mitra imbracciato in maniche di camicia dal ministro dell’Interno, con tanto di foto lasciata diffondere in rete da un collaboratore, dopo il rimprovero fattogli da un magistrato di rafforzare la mafia difendendo un sottosegretario sospettato alla larga di essersene fatto corrompere, sarà pure uno scivolone. Ma la colpa maggiore di quel Lerner.jpgministro, nonché vice presidente del Consiglio, resta il sostanziale affronto fatto alla imminente festa del 25 aprile, settantaquattresimo anniversario della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista: parola di Gad Lerner. Che vi ha dedicato un lungo “commento”, qualcosa di meno di un editoriale ma qualcosa di più di un semplice commento, appunto, per la sua collocazione in prima pagina, proprio su Repubblica, sotto l’allarme del “Governo paralizzato dalle liti”.

            Il Salvini del rifiuto  di unirsi, quanto meno, se non di capeggiare uno dei tanti cortei organizzati dall’Associazione Nazionale dei Partigiani, anch’essa con le maiuscole del politicamente corretto, preferendo inaugurare quel giorno a Corleone, in Sicilia, un commissariato di Polizia per sottolineare la maggiore attualità della lotta alla mafia e a ogni altra forma di criminalità organizzata, fa tutt’uno -secondo il mio amico Gad- col Trump americano, coll’Orban ungherese e col Bolsonaro brasiliano per far capire anche in Italia che “il fascismo ha un futuro”. Così, testuale: “il fascismo ha un futuro”.

            Questa convinzione, questo slogan, come preferite, si basa in Italia anche sulla liquidazione fatta da Salvini della festa del 25 aprile come di un vecchio, quasi anacronistico “derby” tra il fascismo e il comunismo: il primo sconfitto 74 anni fa e il secondo sconfitto pure lui moltissimi anni dopo, ma nel 1945 decisivo per la vittoria dei partigiani.  Della cui perdurante Associazione, sempre al maiuscolo, per quanto ormai composta solo in piccolissima parte dai superstiti della Resistenza, sempre con la maiuscola, Salvini starebbe facendo l’errore di sottovalutare la capacità di portare sfortuna a chi non ne ha o non me mostra sufficiente rispetto.

            Qui la memoria di Gad è stata micidiale, conoscendo la mania, se non l’ossessione che Salvini ha di Matteo Renzi, di cui si è sempre proposto di non ripetere gli errori finendo invece per incorrervi spesso. Dell’Anpi, acronimo dell’associazione dei partigiani, di cui mi risparmio stavolta le maiuscole per non abusarne, l’allora presidente del Consiglio Renzi e la sua ministra delle riforme e dei rapporti col Parlamento Maria Elena Boschi contestarono duramente nella campagna referendaria del 2016 la posizione presa contro la riforma costituzionale. Sappiamo tutti -ci ha ricordato Gad- come finì quel referendum: con la clamorosa sconfitta di Renzi. Che poi -aggiungo io- perse anche il confronto sulla ragionevole richiesta delle elezioni anticipate col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, pur da lui fortissimamente voluto al Quirinale, anche a costo di rompere il cosiddetto patto del Nazareno con Silvio Berlusconi. Le elezioni si svolsero alla scadenza ordinaria del 2018, con la terza sconfitta dell’attuale senatore piddino di Scandicci.

            Salvini -cui peraltro Gad ha contestato anche l’improvvido cartello levato da un leghista in una manifestazione Tolli.jpgdel 28 febbraio 2015 per fargli dare il benvenuto da un ritratto di Mussolini- è insomma avvertito. E spero che al suo “amplificatore” non venga adesso l’idea di riprendere il ministro con le mani scaramanticamente e furiosamente a quel posto, diffondendone poi la foto in rete.

 

 

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Armi e potere a confronto tra un magistrato e un ministro dell’Interno

Non per giustificarla, per carità, rimanendo una reazione a dir poco inopportuna, specie per un “filosofo informatico” com’è il collaboratore di Matteo Salvini che si è assunta la responsabilità della sua diffusione in rete, ma quella fotografia del ministro dell’Interno in maniche di camicia e mitra in mano, pronto a difendersi da quanti “se ne inventano di ogni per fermarlo” -ha scritto il suo dichiarato “amplificatore” Luca Morisi- ha qualcosa a che fare con l’attacco appena sferrato al leader leghista in una intervista a Repubblica dal magistrato Nino Di Matteo.

“I mafiosi capiscono subito su chi poter fare affidamento. La difesa ad oltranza di un indagato per contestazioni di un certo peso potrebbe essere, in questo come in altri casi, un segnale che i poteri criminali apprezzano”, ha detto l’ex procuratore aggiunto di Palermo, ora in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia, commentando il sostegno ricevuto nel proprio partito dal sottosegretario leghista ai Trasporti Armando Siri. Che è sospettato dalla Procura di Roma di corruzione, per 30 mila euro, avendo cercato di favorire con una modifica legislativa, per quanto inutilmente, una società eolica siciliana posseduta in parte dall’amico esperto di energia Paolo Arata con un imprenditore, Vito Nicastri, sottoposto a provvedimenti restrittivi anche di natura economica per rapporti col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

Immediatamente privato delle deleghe dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, il sottosegretario leghista ha negato l’addebito mossogli in base ad una intercettazione allusiva di Arata, esperto di energia per la Lega, ed è stato energicamente difeso da Salvini anche in ordine alle dimissioni reclamate dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio ed altri esponenti del Movimento 5 Stelle. Con i quali il presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è impegnato a convocare Siri per un incontro presumibilmente chiarificatore sulla sua permanenza nel governo.

Nino Di Matteo un’idea precisa sulla compatibilità fra Siri e il suo ruolo governativo l’ha già maturata. E in modo decisamente negativo, avendo l’interessato già patteggiato una condanna a un anno e otto mesi scovata negli archivi e denunciata con la solita tempestività da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano.

“Il reato per cui il sottosegretario è già stato condannato, quello di bancarotta, è oggettivamente rilevante. Mi chiedo come sia stato possibile non prenderlo in considerazione al momento della nomina”, ha detto Nino Di Matteo estendendo il suo scetticismo critico, diciamo così, dal leader leghista che aveva proposto Sarti sottosegretario, peraltro dopo avere accarezzato l’idea di farlo diventare ministro, ai colleghi grillini di governo che ne avevano accolto la designazione: a cominciare evidentemente dal presidente del Consiglio Conte e dal vice presidente Luigi Di Maio.

L’affondo di Di Matteo, che ha risparmiato -forse in assenza di domanda da parte dell’intervistatore- il sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, coinvolto  duramente nelle polemiche per avere assunto come consulente al dipartimento economico un figlio di Arata, Federico, prontamente difeso ed elogiato, pure lui, dal leader della Lega che lo conosce personalmente, è stato abbastanza clamoroso.

Non credo che abbia contribuito a trattenere Salvini nelle sue reazioni comprensibilmente stizzite, specie alla vigilia del suo vantato viaggio del 25 aprile in Sicilia per sottolineare il proprio impegno nella lotta alla mafia, il ricordo delle volte in cui Nino Di Matteo fu Schermata 2019-04-23 alle 06.29.01.jpgindicato come possibile ministro della Giustizia in un loro governo dai grillini, fu applauditissimo ad un convegno di Casaleggio ad Ivrea e fu insignito della cittadinanza onoraria di Roma dalla sindaca a cinque stelle Virginia Raggi. Della quale Salvini si sta occupando proprio in questi giorni non certo per elogiarla, d’altronde ricambiato.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

I troppi guai del leader leghista e del suo giovane “amplificatore”

            Matteo Salvini, inseguito da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano da dieci domande, quante ne fece il compianto Giuseppe D’Avanzo su Repubblica all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi “processandolo” in contumacia per una festa di compleanno di una diciottenne, comincia forse a pagare l’errore compiuto non seguendo i consigli dell’amico e compagno di partito Roberto Maroni. Che, essendo stato proprio con Berlusconi ministro dell’Interno, peraltro lasciando un buon ricordo di sé dentro e fuori il dicastero più potente ma anche più difficile, aveva cercato di dissuaderlo dal cumulo di quella carica di governo con la segreteria del partito.

           A Salvini sarebbe bastato fare, in effetti, il vice presidente del Consiglio, peraltro obbligando ad uguale scelta l’omologo grillino Luigi Di Maio. Avremmo avuto forse al Viminale un ministro leghista meno esposto ma ugualmente, se non ancora più valido proprio perché meno esposto, e ai Ministeri non certo secondari dello Sviluppo Economico e del Lavoro due ministri pentastellati forse più esperti, e di sicuro con più tempo a disposizione per occuparsi delle crisi industriali e di riforme tanto costose quanto di difficile gestione come il cosiddetto reddito di cittadinanza e la pensione anticipata a quota cento, sommando l’età anagrafica e gli anni di contributi versati.

            Al Viminale, visto che lo conosceva bene già di suo, Salvini avrebbe potuto far tornare proprio Maroni, ormai scaduto da governatore della regione lombarda, vincendo le resistenze che avrebbe incontrato per ragioni di buon gusto, avendogli lo stesso Maroni posto il problema del pericolo del doppio incarico, fatale anche in partiti consolidati della cosiddetta prima Repubblica come la Dc. I cui segretari lasciatisi tentare di conservare la carica anche dopo avere assunto quella maggiore di governo, cioè la presidenza del Consiglio, furono rapidamente detronizzati da entrambe: prima Amintore Fanfani e poi Ciriaco De Mita. Che pure si consideravano, e in qualche modo erano furbissimi: specie il primo, capace di cadere e di rialzarsi più volte guadagnandosi il celebre soprannome montanelliano di Rieccolo.

            Alle prese, adesso, con la questione magari troppo enfatizzata, cioè strumentalizzata, dagli avversari ma pur sempre reale com’è quella del chiarimento necessario dei rapporti fra il suo partito e la famiglia del professore genovese di ecologia Paolo Arata, socio in Sicilia di un imprenditore con i beni sequestrati anche perché sospettato di finanziare la latitanza del capo della mafia Matteo Messina Denaro, il titolare del Viminale dovrebbe quanto meno impedire ai suoi collaboratori di diffondere foto a dir poco eccessive di un ministro dell’Interno così baldanzosamente impegnato a difendersi da imbracciare un mitra in maniche di camicia. E’ una foto, messa in rete da un giovane filosofo informatico che si è definito “amplificatore” del ministro,  sulla quale si è buttato come un pesce, anzi come uno squalo, un avversario di furia letteraria come Roberto Saviano per ferirlo sul versante più insidioso per un politico qual è quello mediatico, dell’immagine: più insidioso della mozione di sfiducia che il Pd ha appena presentato al Senato contro il governo per farsela probabilmente bocciare, essendo leghisti e grillini decisi a vivere ancora per un po’ da separati in casa, almeno sino alle elezioni europee e amministrative di fine maggio.

            C’è un vecchio proverbio che Salvini rischia di provare sulla sua pelle, e al quale forse sta pensando Silvio Berlusconi, pur avendogli ricambiato cordialmente, a quanto pare, gli auguri pasquali Salvini polentone.jpgsorvolando sui retroscena che attribuiscono al leader leghista una certa resistenza, diciamo così, a governare con lui, piuttosto che con Di Maio. Il vecchio adagio popolare dice, con tanto di rima, che chi troppo in alto sale, cade sovente precipitevolmente. Ne sa qualcosa, fra gli altri, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio, ora senatore di Scandicci Matteo Renzi. Di una cui fotografia peraltro Salvini si è vantato di essersi fornito per sistemarla sul comodino, o non so quale altro mobile di casa, e ricavarne una riflessione che evidentemente poi ha dimenticato di fare, preso com’è dal presenzialismo anche di fronte a un innocente e inoffensivo piattone di polenta pasquale nel suo ritiro trentino.

 

 

 

 

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