“Una bella botta alla crescita”, dice Salvini del decreto contestato

               Con umorismo non so, a questo punto, se  sprezzantemente vero o involontario, visto il melodrammatico sviluppo della seduta del Consiglio dei Ministri appena cominciata in assenza di una buona parte della delegazione grillina al governo, il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini davanti ai giornalisti  raccoltisi attorno a lui in Piazza Colonna haSalvini.jpg definito “una bella botta alla crescita” l’omonimo decreto legge atteso quanto meno al Quirinale da più di venti giorni. Tanti infatti ne sono passati dal 4 aprile, quando il provvedimento annunciato per sgravare le aziende e favorire appunto la crescita del Paese fu approvato con la formula abbastanza abusata del “salvo intese”. Che non c’erano e che sono state cercate dietro le quinte del Consiglio dei Ministri, nelle segrete stanze dei dicasteri, dei partiti e degli esperti, con tanta lentezza e confusione da avere indotto il presidente della Repubblica a richiamare all’ordine il capo del governo, pur uscito dall’incontro nella convinzione dichiarata di non avere ricevuto critiche, appunti e quant’altro.

            Da questo decreto “botta”, come l’ha definito Salvini, sono stati stralciati, cioè esclusi, cinque commi su sette di una norma, inserita lungo la strada della ricerca delle intese mancate il 4 aprile, per alleggerire gli oneri dell’ingente debito del Comune di Roma amministrato dai grillini con la sindaca Virginia Raggi.

            Salvini aveva chiesto di togliere dal provvedimento urgente, d’immediata applicazione quando arriverà davvero al capo dello Stato e sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, tutta intera la norma sulla Capitale. Essendone rimasta dentro una pur piccola parte, i grillini hanno cercato di cantare vittoria col vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, accorso peraltro a Palazzo Chigi con notevole ritardo dagli studi televisivi de La 7, dove aveva preferito registrare un’intervista, al solito polemica con gli alleati o contraenti di governo, specie sul problema del sottosegretario leghista Armando Siri. Del quale, pur difeso ad oltranza dal leader del Carroccio, inflessibile nel rispetto del principio costituzionale della non colpevolezza sino a condanna definitiva, Di Maio reclama la rimozione per una corruzione contestatagli dalla Procura di Roma in un ambiente, diciamo così, dalla forte puzza di mafia. Se fosse infatti passata nella legge di bilancio una norma da lui inutilmente proposta su richiesta dell’amico ed esperto di energia Paolo Arata, un cui figliolo è stato recentemente assunto come consulente dal sottosegretario leghista a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti, ne avrebbe tratto beneficio anche un’azienda posseduta dallo stesso Arata in società con un imprenditore accusato di connivenza col capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

            Accusato dai grillini di essersi impuntato contro il cosiddetto “salvadebiti di Roma”, e della sindaca Raggi, per ritorsione contro il fuoco acceso sotto le chiappe di Siri, e non invece -come lui sostiene pubblicamente- per non privilegiare la Capitale rispetto ad altri Comuni gravati da debiti, Savini si ritiene soddisfatto di avere ridotto di parecchio la norma contestata. Poi se ne vedranno e valuteranno meglio portata e quant’altro.

            Già questo racconto, per forza di cose sintetico e generico, al netto dei retroscena secondo i quali il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbe nervosamente reagito al comportamento di entrambi i suoi vice, dà la misura della situazione di sostanziale crisi in cui continuano a trovarsi il governo e la sua maggioranza parlamentare nei marosi, peraltro, della campagna per le elezioni europee e amministrative di fine maggio. E che, ciò nonostante, vanificherà la mozione di sfiducia appena presentata al Senato dal gruppo del Pd, destinata ad essere respinta col solito ordine del giorno improvvisato dai gialloverdi.

            In questo contesto appare appropriata la rappresentazione vignettistica, che Giannelli ha fatto sulla prima pagina del Corriere della Sera, del presidente della Repubblica sorpreso al suo risveglioIlFatto.jpg nel giorno della festa della Liberazione, anch’essa oggetto di scontro fra i due partiti di governo, da un Salvini che, col sottofondo musicale della popolarissima Bella ciao dei partigiani, gli si presenta non si capisce bene se in veste di maggiordomo o di presidente del Consiglio.

            La festa del 25 aprile, che il ministro dell’Interno ha notoriamente deciso di celebrare aprendo un commissariato di Polizia a Corleone, piuttosto che unirsi alle abituali manifestazioni politiche di colore prevalentemente rosso, ha fornito lo spunto anche a Silvio Berlusconi per battere un colpo, diciamo così, spiazzante un po’ per tutti. Come spiazzante per Salvini – va detto- è stata anche la presa di posizione di Forza Italia e del partito di destra di Giorgia Meloni a favore del “salvadebiti” di Roma.

           In una lettera proprio al Corriere della Sera l’ex presidente del Consiglio si è dissociato dal distacco di Salvini scrivendo di “noi figli del 25 aprile”, come per dirgli che avrebbe forse fatto meglio a non snobbare tanto questa festa, ma poi ha cercato di recuperarlo, diciamoBerlusconi .jpg così, proponendogli di lavorare con lui per “mettere insieme in Europa”, al cui Parlamento il Cavaliere si è candidato, “popolari, liberali, conservatori e sovranisti illuminati”, come dovrebbero essere o diventare i leghisti. Sono esclusi i grillini e la sinistra, pur tanto a lungo alleata con i popolari. Vasto programma, avrebbe detto il giustamente citatissimo generale De Gaulle.  

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it policymakermag.it

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