Cronache bizantine dal governo, fra Iva e migranti, fra ministri e generali….

               L’ultima vittima, per ora, di quello che Carlo Fusi sul Dubbio ha definito “il morbo della fuga dalla realtà” è paradossalmente il ministro -quello dell’Economia Giovanni Tria- che più haFusi.jpg cercato nel governo gialloverde di tenersene lontano facendo di conto e richiamando i suoi colleghi, sino ad essere a volte insultato e provocato alle dimissioni. Dalle quali credo che egli si sia sinora trattenuto non per masochismo, e neppure per patriottismo, ma semplicemente per buona educazione nei rapporti col presidente della Repubblica. Che gli ha probabilmente chiesto più volte di risparmiargli una crisi intempestiva, aperta cioè in circostanze e tempi troppo difficilmente gestibili.

            Col realismo impostogli da un documento di economia e finanza appena approvato dal Consiglio dei Ministri, una volta Repubblica.jpgtanto senza riserva d’intesa, come avviene invece con i decreti-legge tanto frequentemente da avere fatto finalmente saltare la mosca al naso al capo dello Stato, Tria ha ricordato che l’Iva dovrà aumentare se non si troverà in tempo, cioè nel bilancio da varare in autunno, il modo per evitarlo con tagli alla spesa o altro tipo di entrate.

            E’ bastato questo semplice, banalissimo richiamo alle cosiddette clausole di salvaguardia, fra le quali si naviga da anni, per scatenare il putiferio e dare per scontato un aumento che si potrebbe quanto meno definire prematuro, come la morte di chi sta ancora ricoverato in ospedale, o se ne sta a casa in buona o accettabile salute.

            A rivoltarsi contro Tria non sono state, in una logica reazione politica, le opposizioni di vario colore o natura, ma nevroticamente anche la maggioranza, per intero, non una sua parte contro manifesto.jpgl’altra. I due partiti al governo, e i loro capi che sono vice presidenti del Consiglio, pur divisi ormai costantemente su tutto, attaccandosi e sfottendosi in diretta e in differita, si sono all’improvviso trovati d’accordo fra di loro e con le opposizioni, assicurando che l’Iva non sarà toccata. Chi ne toccherà i fili vi rimarrà attaccato e bruciato come al fuoco di Notre-Dame la sera di lunedì scorso. Ma né l’uno nè l’altro, né Luigi Di Maio per i grillini né il “capitano” Matteo Salvini per i leghisti, hanno trovato il tempo o la voglia di indicare davvero la soluzione del problema, avendo per il momento ben altro da fare, a poco più di un mese dalle elezioni europee e amministrative di fine maggio. E ciò per non parlare delle complicazioni in Libia e dei loro possibili effetti sull’immigrazione, a proposito dei quali si sono tanto clamorosamente quanto rovinosamente scontrati i ministri dell’Interno e della Difesa con il coinvolgimento dello Stato Maggiore, cioè dei generali, come si usa dire.

            A questi ultimi, i generali, presi fra i “vaneggiamenti” rimproverati dalla ministra Trenta al ministro Salvini e l’ostinazione del Viminale ad alzare la guardia contro gli sbarchi anche di possibili terroristi in fuga dalla Libia, è toccata l’esperienza di fare un corso acceleratissimo, troppo improvvisato, di politica, o di politichese, per mettersi al passo con l’evoluzione dei rapporti nella maggioranza. E così è venuto fuori un comunicato che -vi confesso- non sono riuscito a decifrare del tutto, pur abituato alla politica e al politichese da una sessantina d’anni di mestiere giornalistico.

            In particolare, le Forze Armate, al maiuscolo naturalmente, si sono impegnate a “operare in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica”. Ma quando le “indicazioni politiche” e la “linea gerarchica” non coincidono, com’è appunto accaduto in questi giorni, o è stato permesso che accadesse sia dal presidente del Consiglio sia dal presidente della Repubblica, che non sono andati oltre uno scambio di idee, impressioni e quant’altro, che cosa succede? Che cosa fanno i politici e cosa fanno i militari, o loro capi, oltre ad usare le rispettive auto blu, stringere mani e sbattere tacchi? Sarebbe bello sapere e poter rispondere.

Una Lega di tutti i colori agli ordini del capitano camaleontico Matteo Salvini

C’è del vero, ma anche del verosimile nell’apodittico annuncio di qualche giorno fa del professore Giovanni Orsina su La Stampa che “oggi a destra la Lega è egemone” e “Forza Italia è partito di minoranza”.

Il vero è nei rapporti di forza ormai consolidati in quello che è stato e un po’ per abitudine continuiamo a chiamare centrodestra, ma vive e opera solo a livello locale, per quanto importante sia, in particolare, quello regionale.

I rapporti si sono decisamente rovesciati a favore della Lega di Matteo Salvini. Che viaggia ormai attorno al 30 per cento, di fronte al quale Forza Italia è costretta, e grazie solo all’attivismo di Silvio Berlusconi, sceso in campo personalmente per le elezioni europee di fine maggio, a scommettere solo sul superamento del 10 per cento.

La stessa figlia primogenita di Berlusconi, Marina, pur confermando la naturale “ammirazione” per il padre ancora impegnato nell’arena politica, ha appena lamentato in una intervista al Corriere della Sera la mancanza o il tramonto di una leadership in Italia. E ha scommesso, per una resurrezione della stessa politica e per una vera sconfitta del “populismo”, su “più cultura e libri”, di cui lei peraltro si occupa con la solita grinta alla Mondadori. Vasto programma, avrebbe detto il generale Charles De Gaulle.

Personalmente sospetto che Berlusconi si sia pentito di avere “autorizzato” l’anno scorso, come Salvini gli ricorda a mezzoSalvini e Berlusconi.jpg stampa ogni volta che può, a fare il governo con i grillini pur di non rischiare qualche altro punto percentuale di sorpasso della Lega sulla sua Forza Italia in elezioni anticipate dopo quelle ordinarie del 4 marzo.

Le distanze fra i due partiti sono paradossalmente aumentate grazie anche alla possibilità offerta dal Cavaliere a Salvini di dimostrare il logoramento elettorale cui il Carroccio ha potuto sottoporre, stando insieme al governo, il Movimento 5 Stelle. Che è considerato da Berlusconi quanto di peggio avrebbe potuto riservarci un elettorato secondo lui impazzito, per non ripetere l’aggettivo ben più greve adoperato dall’ex presidente del Consiglio ricambiando quanto meno lo “psiconano” che ancora gli grida addosso Beppe Grillo.

Il verosimile dell’apodittico annuncio di Giovanni Orsina, che pure è fra i più prestigiosi politologi in Italia, è nella classificazione della Lega “a destra”. Dove quindi essa avrebbe preso il posto, a tutti gli effetti, della Destra, con la maiuscola, che ai tempi della cosiddetta prima Repubblica almeno noi anziani, che l’abbiamo potuta vivere e raccontare, era stata rappresentata dal Movimento Sociale prima di Giorgio Almirante e poi, per minore tempo del previsto, di Gianfranco Fini. Che la traghettò sulle spiagge della seconda Repubblica portandola al governo con Berlusconi, cambiandole il nome in Alleanza Nazionale, senza però rinunciare alla fiamma nel simbolo, e continuando almeno per un po’ a definire Benito Mussolini “il più grande statista del secolo” allora ancora in corso, il Novecento. Poi egli avrebbe fatto almeno qualche pulce anche al Duce per le leggi razziali fra le proteste dalla nipote Alessandra e dell’indomabile Francesco Storace.

Francamente con quella Destra, sempre al maiuscolo perché non è soltanto un punto geografico nello scenario politico, ho sempre avuto difficoltà a confondere la Lega di Umberto Bossi, dalla quale non si può prescindere parlando della Lega di Salvini perché ne è stata solo lo sviluppo, non l’antitesi. E ciò per quanto Bossi, riportato non a caso dallo stesso Salvini in Parlamento, borbotti contro il suo successore non appena un giornalista gliene offre l’occasione su qualche divano parlamentare o a un bar.

Oltre una certa propensione comune per le manette, che nel 1993 aveva accomunato il cappio sventolato nell’aula di Montecitorio dal deputato leghista Luca Leoni Orsenigo contro gli inquisiti di Tangentopoli ai parlamentari missini che uscivano da quell’aula per mescolarsi in piazza con la folla mobilitata per “assediare” la Camera dei corrotti, ricordo ben poco.

Ancora nel 1994, quando già erano stati portati al governo da Berlusconi, i leghisti difesero il ricorso alle manette persino da un decreto legge cui avevano contribuito per ridurne l’uso durante le indagini preliminari. Essi solidarizzarono prontamente con le proteste della Procura di Milano contro quel provvedimento già firmato da un capo dello Stato -Oscar Luigi Scalfaro- che non si poteva certamente considerare prevenuto verso le toghe, avendone  indossato una prima di darsi alla politica, e avendone conservato addosso per sempre “l’odore”, come soleva dire con orgoglio agli amici.

Alle elezioni del 1994, quelle che segnarono il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, Berlusconi non riuscì a mettere insieme leghisti e missini  se non con un sotterfugio, imbarcando sul centrodestra i primi solo nella loro riserva del Nord e i missini nel resto del Paese. E, una volta fatto il governo, Berlusconi se lo vide travolgere da Bossi a sinistra, col grande rifiuto della riforma delle pensioni messa in cantiere dall’allora ministro del Tesoro Lamberto Dini e osteggiata dalla Cgil come una mezza macelleria sociale.

Erano i giorni e le settimane in cui Bossi veniva rassicurato al Quirinale da Scalfaro in persona dal rischio di elezioni anticipate e mangiava alici a casa con Massimo D’Alema. Che vi si trovava così a suo agio da cominciare a maturare quelle riflessioni sfociate l’anno dopo, a rottura ormai consumatasi fra il Cavaliere e Bossi, in una ormai storica intervista al manifesto.

“La Lega -disse l’allora segretario del Pds-ex Pci, subentrato ad Achille Occhetto dopo la sconfitta elettorale del 1994- c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è una forte contiguità sociale. Il maggiore partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. E’ una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un antistatalismo democratico e anche antifascista, che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra”.

Eppure erano i tempi in cui la Lega improvvisava un Parlamento a Mantova per la sua fantomatica Repubblica indipendente della Padania, con un governo provvisorio annunciato a Venezia fra le inutili proteste di una signora che sventolava il tricolore alla finestra di casa sentendosi dire di andarlo a buttare nel cesso. Persino la presidente leghista della Camera Irene Pivetti, che aveva gelato l’esordio di Berlusconi al governo nell’aula di Montecitorio rimproverandogli di non essere puntuale come l’orchestra e il pubblico al teatro milanese della Scala, si sentì a disagio e prese le distanze rimediando l’espulsione dal partito. E sarebbe stata poi tentata di tornarvi con Salvini, prima di cedere a sorpresa al corteggiamento politico dell’ex ritardatario Berlusconi, nelle cui liste ha appena annunciato di candidarsi al Parlamento europeo per tornare alla sua passione giovanile per la politica.

Curiosamente ma non troppo, con quell’inclinazione irrinunciabile alla certificazione politica e ideologica, anche adesso che le ideologie sono finite, D’Alema ha recentemente arruolato a sinistra anche il Movimento delle 5 stelle, con cui d’altronde già nel 2013 l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani tentò di concordare un governo quanto meno acrobatico “di minoranza e di combattimento”, ben oltre quindi “il cambiamento” negoziato l’anno scorso fra grillini e leghisti.

In particolare, libri di storia alla mano, con l’aria di volerli segnalare al nuovo segretario del Pd, anche se lui ne è uscito col già menzionato Bersani, ma entrambi disposti a una qualche riconciliazione, D’Alema ha  ricordato che se Palmiro Togliatti dialogò a suo tempo con Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque che peraltro pagò quel dialogo scomparendo dal panorama politico, oggi si può ben parlare da sinistra con Luigi Di Maio. Solo con Salvini, quindi, oltre che col solito Berlusconi, con cui pure D’Alema tentò a suo tempo una riforma della Costituzione, come poi avrebbe nuovamente tentato l’odiatissimo Matteo Renzi, la sinistra non potrebbe parlare senza dannarsi.

L’avversione della sinistra per Salvini, senza sconti per essere stato il capo dei giovani comunisti padani, è ampiamente ricambiata, per carità, come dimostra lo scrupolo col quale il nuovo capo della Lega registra le sconfitte che egli le procura, con l’aiuto del pur scomodo Berlusconi, ogni volta che si vota in una regione e il Pd la perde, pur recuperando qualche punto sulla batosta delle elezioni politiche dell’anno scorso.

Il sovranismo e il contrasto all’immigrazione clandestina, con tutte le esasperazioni obiettivamente cavalcate dal leader della Lega, per non parlare della voglia incautamente espressa qualche volta, prima di pentirsene con un’ospite a cena,  di vedere “marcire” in galera che vi finisce col proposito dell’articolo 27 della Costituzione di rieducarlo, sembrano a prima vista giustificare l’avversione della sinistra. E anche l’apodittica classificazione a destra della Lega da parte di Giovanni Orsina, con cui abbiamo aperto questo articolo. E non solo di Orsina, perché basta accedere alla enciclopedia elettronica e “libera” di Wikipendia per vedere collocata con una certa evidenza la Lega alla “estrema destra”, oltre quindi anche i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e ora anche di Caio Giulio Cesare Mussolini. Che infatti -potrebbero giustificarsi a Wikipendia- insidiano adesso da posizione moderate Forza Italia  facendo perdere le staffe al direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, insorto in particolare contro un quasi transfuga Giovanni Toti, così diverso da quel quasi omonimo Enrico, il patriota morto combattendo nella prima guerra mondiale con una sola gamba.

Diversamente da Wikipendia e dai saggi che vi sono indicati per collocare la Lega all’estrema destra, Annalisa Chirico ha ricavato da una certa frequentazione di Matteo Salvini, riferendone sul Foglio, e spiazzandone direttore e fondatore, l’impressione che il “camaleontico” ministro dell’Interna  persegua il progetto di quel partito centrale “della Nazione” tentato prima da Berlusconi e poi da Matteo Renzi. Ma vorrei aggiungere, per un altro verso, un’esperienza appena raccontata in una intervista dall’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini.

Quest’ultimo, essendosi candidato l’anno scorso nella sua Bologna come indipendente nelle liste di un Pd ancora renziano, bussò alla porta di un autorevole esponente della Cgil per farsi dare un aiuto, gentilmente ma fermamente rifiutatogli in difesa dei valori di sinistra. Ad elezioni passate, e a ritorno felicemente avvenuto al Senato, Casini si è tolto la soddisfazione di telefonare a quel sindacalista per ricordargli, dati alla mano, che “gli operai della Cgil -ha raccontato Pierferdi, come gli amici chiamano l’ex presidente della Camera- avevano votato per i grillini o per i leghisti”. Per cui il Pd avrebbe preso ancora meno voti se non lo avesse aiutato Casini a pescare nella propria area moderata.

Segnalo infine lo scrittore moldavo orgogliosamente comunista Nicolai Lilin, che in una intervista al manifesto, esasperatamente tradotta da Libero in “Salvini è meglio della sinistra”, ha appena accusato “i democratici”, intesi come comunisti e post-comunisti, di “odiare Savini perché egli ha preso il loro posto, arrivando al potere con gli argomenti ch’essi hanno abbandonato”.

Le cose e le situazioni, come si vede, sono un po’ più complicate, o più semplici, secondo i gusti, di come le rappresenti la politologia.

 

 

 

 

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