Si fa presto ad appendersi alla celebrazione del 25 aprile 1945…

Liberiamoci, ha titolato con la solita arguzia il manifesto, di nome e di fatto, sovrapponendo questa esortazione a due foto di folle in festa per il 25 aprile, a Milano e a Roma. Ma liberiamoci  da che cosa oggi, a 74 anni di distanza dai fatti che segnarono la fine del nazifascismo anche in quella parte d’Italia ancora occupata delle camicie nere e dalle truppe di Hitler ? Questo è il problema. Liberarci da chi e da che cosa? Dalla tentazione, denunciata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella -con allusione critica, a torto o a ragione,  al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini-  di barattare ancora una volta in Italia, come avvenne nel 1922, il desiderio di ordine con la libertà? O dalle storture  – mi chiedo- che soffocano non da ieri o l’altro ieri ma purtroppo da almeno una trentina d’anni, unendo prima, seconda e terza Repubblica, se veramente ne abbiamo avuto tre, il sistema democratico ripristinato, restaurato e quant’altro con la fine del fascismo?  E poi con l’approvazione di una Costituzione vantata per tanto tempo come “la più bella del mondo”, a volte per contrastare anche giustificatissimi tentativi di aggiornamento.

            Una di queste storture, forse la maggiore, è riemersa proprio in questi giorni, o in queste ore. Ed è l’uso strumentale della Giustizia, con la maiuscola, nella lotta politica: un uso via via sempre più sciagurato con la crescita della comunicazione. E’ emblematico il caso del sottosegretario leghista alle Infrastrutture Adolfo Siri, già privato delle deleghe e sotto rischio di rimozione dal governo per un’indagine preliminare di corruzione, trafitto sulla croce mediatica e politica con chiodi rivelatisi di carta. Gli stessi magistrati di Roma che si stanno occupando di lui hanno ammesso che non esistono agli atti le intercettazioni virgolettate sui 30 mila euro che gli sarebbero stati promessi o versati in cambio di modifiche legislative tentate e fallite per agevolare, fra le altre, un’azienda eolica siciliana posseduta dall’amico Paolo Arata e da un detenuto per il quale sono stati appena chiesti 12 anni di carcere perché collegato, secondo l’accusa, al capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

            Pur costretti a ripiegare o a scommettere sull’arrivo di “nuove carte” contro Siri, come ha titolato in prima pagina Il Fatto Quotidiano, i grillini hanno rinnovato le loro richieste di dimissioni Il Fatto.jpgo rimozione dell’uomo del Carroccio dal governo. E Salvini, forte anche di una certa confusione, diciamo così, emersa dalle indagini, e a dispetto di segni veri o presunti di dissensi fra i leghisti, ha invece continuato ad appoggiarlo, già convinto com’era che a rimuovere il sottosegretario non potesse bastare l’”occhiata” annunciata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte ripromettendosi di incontrarlo e guardarlo appunto “negli occhi”.

            Programmato per la prossima settimana, al rientro dello stesso Conte da un viaggio ufficiale in Cina, secondo Salvini questo incontro dovrebbe o potrebbe essere preceduto da quello che i legali del sottosegretario hanno chiesto con gli inquirenti di Roma. Ma è bastata, a quantoGiannelli.jpg pare, questa ipotesi per fare saltare ancora una volta la mosca al naso dell’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio. Che fa della rimozione di Siri -di cui peraltro si è accorto solo in questi giorni che aveva pattuito anni fa una condanna a un anno e otto mesi per bancarotta- una questione irrinunciabile di moralità, al punto da liquidare come “paraculismo” la posizione garantista del suo omologo Salvini. Gielo ha ripetuto a distanza -il “paraculo”- parlandone persino ad Assisi, davanti alla Basilica di San Francesco, se i telegiornali non hanno fatto pasticci usando immagini di repertorio.

            Ecco, se c’è un’altra cosa da cui è necessario liberarsi è questo degrado, diciamo così, del cosiddetto confronto politico fra uomini e partiti che fanno parte dello stesso governo e relativa maggioranza parlamentare, in attesa -indifferentemente- della rottura o della prosecuzione della loro convivenza. O connivenza, come preferiscono dire dai banchi dell’opposizione, specie quelli del Pd che hanno presentato al Senato una mozione di sfiducia.

             Persino sul Fatto Quotidiano, sempreIl Fatto 2.jpg così comprensivo verso le ragioni o le esigenze del Movimento delle 5 stelle, non hanno potuto resistere alla tentazione di tirare le orecchie a Di Maio con una vignetta un po’ da trivio, almeno nella confessione che gli hanno stampato in fronte di “non capire più un cazzo”.

            D’accordo, di coalizioni e maggioranze poco o per niente coese è piena la storia d’Italia. Basterà ricordare l’”inaffidabile” gridato all’allora presidente socialista del Consiglio dal segretario della Dc Ciriaco De Mita, rappresentato al governo da una buona metà dei ministri. Ma sono proprio di questi giorni la smorfia e le parole di fastidio che l’ultranovantenne De Mita ha opposto, in una intervista al Mattino, a chi cercava di paragonare i suoi tempi a questi.

              

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: