La brutta Pasqua di Matteo Salvini, attaccato per mafia da Nino Di Matteo

             Non è una buona Pasqua per Matteo Salvini, a dispetto delle vacanze ostentate in Trentino con i familiari e della sicurezza politica ostentata, anch’essa, in una intervista ai giornali del gruppo Riffeser Monti in cui, pur assicurando di non volere provocare la crisi di governo perché “abbiamo troppe cose da fare”, anche -credo- in materia di nomine, è tornato a difendere l’amico e compagno di partito Armando Siri. Che è il sottosegretario leghista ai Trasporti già privato delle deleghe dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli e  ora sotto esame personalmente del presidente del Consiglio. Dal quale potrebbe giungergli un invito alle dimissioni, o una rimozione, come preferite, a causa dell’indagine giudiziaria che lo ha investito con l’accusa di corruzione, ammontante a 30 mila euro, per un tentato intervento politico e legislativo  di cui avrebbe potuto beneficiare l’anno scorso una società eolica siciliana posseduta dall’amico Paolo Arata e da Vito Nicastri, sospettato di favoreggiamento, quanto meno, della latitanza del capo della mafia  Matteo Messina Denaro.

                Attestatosi, nella difesa di Siri, su posizione decisamente garantista, nonostante una certa tradizione manettara, diciamo così, della Lega con quel cappio sventolato nell’aula di Montecitorio da un deputato del Carroccio ai tempi di Tangentopoli contro tutti gli inquisiti e arrestati, molti dei quali non Repubblica.jpgsarebbero stati neppure rinviati a giudizio o sarebbero stati assolti, il ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio è stato attaccato di brutto, ma proprio di brutto, dal magistrato della direzione nazionale antimafia Nino Di Matteo. Che, intervistato da Repubblica a proposito anche dell’indagine su Siri, pur “senza entrare nel merito”, bastandogli tuttavia lamentare un precedente del sottosegretario per bancarotta, ha detto: “La difesa ad oltranza di un indagato per contestazioni di un certo tipo potrebbe essere un segnale che i poteri criminali apprezzano”, e da cui potrebbero risultare rafforzati.

            La stilettata contro il pur non menzionato vice presidente leghista del Consiglio e titolare del Viminale è ancora più pesante se si tiene presente che Salvini si è vantato pubblicamente, fra Di Matteo con Ingroia.jpgle solite non poche polemiche, di avere deciso di non partecipare il 25 aprile alle manifestazioni celebrative della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista per accorrere in Sicilia a manifestare contro la mafia. Si tratta di una circostanza non certamente ignota a Di Matteo: un magistrato informatissimo e  di prima Di Matteo con Travaglio.jpglinea, protagonista dell’accusa -ereditata dal collega Antonio Ingroia, ora alle prese con un altro mestiere e altri inconvenienti, come quello appena occorsogli di ubriachezza all’aeroporto di Parigi- nel processo di primo grado sulla trattativa che ci sarebbe stata fra il 1992 e il 1994 fra pezzi dello Stato, quanto meno, e la mafia della stagione stragista guidata da Totò Riina.

               A Di Matteo, che ha sempre rivendicato, come Ingroia ben prima di candidarsi addirittura a Palazzo Chigi nel 2013 e poi di lasciare la magistratura, il diritto di accogliere inviti a partecipare a manifestazioni di carattere politico, è anche capitato di ricevere manifestazioni di grande interesse dai grillini. I quali lo hanno ospitato ad un convegno a Ivrea, applaudendone l’intervento come Di Matteo con la Raggi.jpgdi un protagonista, dopo averne lanciato la candidatura a ministro della Giustizia di un governo a cinque stelle. Grillina -Virginia Raggi, appena rientrata peraltro nell’inchiesta giudiziaria da cui era uscita sul progetto del nuovo stadio della Roma- è anche la sindaca della città capitale d’Italia che ha voluto onorare Di Matteo della cittadinanza onoraria con tanto di cerimonia pubblica.

            Tutti questi precedenti caricano oggettivamente di significato politico, al di là delle sue stesse intenzioni,  l’intervista di Di Matteo a Repubbica nel bel mezzo delle polemiche sul caso Siri e dei rischi, persino, di una crisi di governo pur esclusa -ripeto- da Salvini. Al quale adesso, proprio per evitare la crisi, se Conte dovesse insistere per le dimissioni di Siri, sarà difficile poter spiegare un’eventuale rinuncia al sottosegretario sotto inchiesta senza esporsi all’accusa di avere accettato la subordinazione della politica non tanto alla giustizia in senso lato, quanto ad una Procura della Repubblica.

            In questo scenario tuttavia -va detto anche questo- la Lega tornerebbe alle origini giustizialiste già ricordate con l’episodio del cappio a Montecitorio nel 1992. Cui seguì qualcosa di ugualmente significativo nel 1994, quando la Lega non era più all’opposizione ma addirittura nel governo: il primo presieduto da Silvio Berlusconi. Accadde allora che un decreto-legge appena varato dal Consiglio dei Ministri, e già firmato dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non Rolli.jpgcertamente prevenuto verso i magistrati, fu sconfessato e lasciato decadere dai leghisti, fra i quali l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, per le proteste della Procura di Milano contro le limitazioni ch’esso aveva in introdotto al ricorso alle manette durante le indagini preliminari. Persino il garantista Berlusconi dovette piegarsi al ripensamento dei leghisti per evitare la crisi, che però arrivò lo stesso dopo qualche mese, provocata sempre dalla Lega sul tema già caldo allora della riforma delle pensioni.

             

Giuseppe Conte mostra di non temere l’uovo di Pasqua avvelenato

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che da qualche giorno su Repubblica Massimo Giannini chiama ironicamente “sor Contento”, non ha naturalmente alcuna intenzione, come ha spiegato in una intervista al Corriere della Sera, Via crucis .jpgdi trangugiare la pastiglietta di cianuro che ha trovato nell’uovo di Pasqua.  Sono quanto meno tossiche infatti le polemiche fra i due Conte e i vice.jpgpartiti di governo, salite di tono e di rischi di crisi per la vicenda giudiziaria del sottosegretario leghista Armando Siri e per quella che potrebbe scoppiare fra i tacchi della sindaca grillina Virginia Raggi proprio mentre la signora attende l’aiuto promessogli dal suo partito per sanare in qualche modo i debiti di Roma.

           Di questo aiuto all’amministrazione capitolina a cinque stelle, su cui il governo dovrebbe decidere la settimana prossima includendolo nel decreto legge sulla cosiddetta crescita, il vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini non è per niente convinto, specie dopo che  suo omologo grillino Luigi Di Maio ha preteso le dimissioni di Siri, già privato delle deleghe dal suo ministro pentastellato delle Infrastrutture Danilo Toninelli, perché indagato per Arata.jpgsospetta corruzione dalla Procura di Roma a favore di un’azienda eolica siciliana forse riferibile al capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro: azienda sostenuta dal professore genovese di ecologia  Paolo Arata, già parlamentare berlusconiano, poi entrato nel giro leghista come esperto di energia.

             Non ha certamente contribuito a ridurre i sospetti e le pressioni grilline contro il sottosegretario Siri la notizia sopraggiunta di un figlio di Arata, Federico, assunto al dipartimento economico di Palazzo Chigi dal sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti. Cui Di Maio, intervistato da Repubblica, ha annunciato di volere chiedere  personalmente chiarimenti alla presenza di Salvini, che lo ha però preceduto spiegando di fidarsi pienamente di Giorgetti e parlando del figlio di Arata come di “un ragazzo in gamba, onesto e lavoratore”.

              D’altronde, gli eventuali rapporti di Arata padre col titolare dell’azienda eolica siciliana Vito Nicastri, sospettato di essere un prestanome del capomafia Denaro, sono apparsi agli inquirenti di tale incertezza, anche nella conoscenza del sottosegretario leghista Siri, che a quest’ultimo è stato contestato solo un reato di corruzione, non di mafia. E di una corruzione tutta da provare per i 30 mila euro allusivamente lamentati in una intercettazione di Paolo Arata come costo di una modifica tentata peraltro inutilmente alla legge di bilancio del 2018 per estendere alle società analoghe a quella di Nicastri agevolazioni fiscali per le energie alternative.

            Sul versante capitolino la posizione della Raggi è talmente delicata politicamente che la capogruppo grillina alla regione Lazio, Roberta Lombardi, mai tenera in verità con la sua collega di partito, ha avvertito che in caso di iscrizione al registro degli indagati la sindaca potrebbe essere costretta a dimettersi. L’accusa sarebbe di  avere imposto la bocciatura del bilancio dell’Ama e deposto gli amministratori aggravando la crisi dell’azienda comunale e della raccolta -si fa per dire- dei rifiuti in una città fra le ormai più sporche d’Italia: sino alla “merda”, si è lasciata scappare la stessa sindaca parlando con l’ex presidente dell’Ama prima di rimuoverlo.

            Intervistato dal Corriere della Sera, come si diceva all’inizio, il presidente del Consiglio ha continuato a spargere ottimismo sulle prospettive del governo mandando a dire al suo vice presidente leghista Salvini di “aspettare” quanto meno la prossima legislatura se davvero avesse ambizione Corriere su Conte.jpgdi succedergli a Palazzo Chigi. Dove lui nel frattempo si è impegnato a sentire il sottosegretario della Lega rimasto al Ministero delle Infrastrutture senza deleghe  per valutane la posizione, senza farsi condizionare -ha detto-  dal giustizialismo, dal garantismo e da altri ismi. Il che per un giurista e avvocato suona un po’ strano perché il garantismo inteso come rispetto della presunzione di non colpevolezza  è scritta nell’articolo 27 della Costituzione. E lo stesso Conte ha riconosciuto che con Siri si è alla fase delle indagini preliminari. Ma egli ha anche avvertito che a comprometterne politicamente la partecipazione al governo potrebbe bastare, a prescindere dalla controversa tangente attribuitagli allusivamente in una intercettazione, la conferma di un suo interessamento per gli interessi non pubblici ma di una singola azienda. Pertanto uno spiraglio all’aggravamento politico del caso Sarti è stato lasciato aperto dal presidente del Consiglio.

            Intanto i due vice presidenti si scambiano accuse e sospetti indicativi del logoramento forse irrecuperabile dei loro rapporti. Di Maio, in particolare, tra allusioni e richiami diretti, ha Il Foglio.jpgcontestato a Salvini metodi berlusconiani, o la mania di dettare legge, e Di Maio a Repubblica.jpgnostalgie per il suo permanente alleato in sede locale, volendo forse investire in quella direzione i guadagni che il Carroccio si attende dalle elezioni europee e amministrative di fine maggio. Salvini, dal canto suo, meno allusivamente o più direttamente ha contestato a Di Maio di condividere le voglie aperturiste diffuse nel suo movimento in direzione del Pd, per quanto anche il successore di Renzi al Nazareno, Nicola Zingaretti, reclami in caso di crisi le elezioni anticipate. Che escludono quindi la disponibilità a un tentativo, per quanto anche numericamente improbabile, di cambiare maggioranza in questo Parlamento.

 

 

 

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Anche la monnezza di Roma si rovescia sul governo in campagna elettorale

              A dispetto di una settimana liturgicamente di passione, con i fedeli presi più dai sepolcri che dalle feste, questi potevano essere giorni finalmente fortunati per il governo gialloverde grazie a quel pur misero aumento dello 0,1 per cento del pil anticipato per il primo trimestre dell’anno dalla Banca d’Italia. Che qualche esponente grillino, in particolare, abbinandolo alla produzione industriale aumentata in febbraio rispetto sia al mese sia all’anno precedente, ha salutato come la prova dell’uscita dalla recessione “tecnica” registratati col segno negativo del prodotto interno lordo nei due trimestri precedenti. Alla cui responsabilità peraltro gli stessi grillini già avevano cercato di sottrarsi prendendosela con il governo di Paolo Gentiloni. Cui quello gialloverde di Giuseppe Conte era subentrato solo a giugno dell’anno scorso.

            Ma all’improvviso sono cadute su grillini e leghisti insieme, nel giro di poche ore, due tegole che sono tornate a contrapporli rovinosamente, per giunta sul terreno sempre scivoloso, ma ancor più in campagna elettorale, della giustizia.

            La prima tegola, in ordine d’orario, è stata quella del sottosegretario leghista Armando Siri, raggiunto da un avviso di garanzia per presunta corruzione e già privato delle deleghe dal suo ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, ma difeso a spada tratta dal leader del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Renzi di fronte Siri e Raggi.jpgalle dimissioni reclamate, anzi intimate dal suo omologo a cinque stelle Luigi Di Mario.

            La seconda tegola è stata quella della sindaca grillina di Roma Virginia Raggi, denunciata dall’ex presidente dell’azienda comunale dei rifiuti Lorenzo Bagnacani per averne preteso un bilancio in rosso e per averlo cacciato per ritorsione, essendosi lui rifiutato di provvedervi. La denuncia, in verità, non si è ancora tradotta, almeno sino al momento in cui scrivo, in una indagine o contestazione della Procura di Roma, ma essendo stata corredata di intercettazioni a dir poco imbarazzanti, eseguite dal denunciante, ha dato l’occasione a Rolli.jpgMatteo Salvini in persona e al suo movimento di porre ai grillini,  il problema  scabroso delle dimissioni della sindaca. A brigante, brigante e mezzo, soleva dire anche al Quirinale Sandro Pertini, il presidente socialista della Repubblica rimasto forse più caro nella memoria degli italiani.

            Siri si difende dall’avviso di garanzia, in verità troppo pieno di condizionali per essere scambiato, come purtroppo si fa sempre e da tempo, per una sentenza di primo grado, o solo per un rinvio a giudizio, dicendo di non avere preso i 30 mila euro attribuitigli indirettamente e allusivamente nella intercettazione di un amico per una modifica alla legge di bilancio dell’anno scorso, peraltro non introdotta, a favore di un’azienda eolica riferibile in qualche modo persino al capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro. Ma riferibile così chiaramente all’insaputa del sottosegretario leghista che gli inquirenti non gli hanno contestato alcun reato di mafia, ma solo quello della corruzione, tutta naturalmente da provare.

           Qui arriva una dose suppletiva di veleno politico nella vicenda perché dal Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Luigi Di Maio sarebbe partita verso la Procura di Roma la disponibilità a Repubblica.jpgcontribuire alle ricerche con una ricostruzione millimetrica della pratica contestata a Siri. Di cui intanto quella specie di Procura suppletiva della Repubblica che a volte, volente o nolente, riesce a diventare Il Fatto Quotidiano ha contestato la nomina stessa a sottosegretario, avendo a suo tempo patteggiato per bancarotta una condanna a un anno e 8 mesi di carcere.

            Ce n’è abbastanza, come si vede, per alimentare di materiale, diciamo così improprio, la campagna elettorale  in corso per le europee e amministrative di fine maggio. Ma di materiale improprio ne ha scaricato sulla o nella faccenda anche la sindaca di Roma in persona rinfacciando al poi deposto presidente Bagnacani.jpgdell’Ama “la merda” -testuale- propinata alla città con la cosiddetta raccolta dei rifiuti, e intimandogli di cambiare in rosso il bilancio dell’azienda con lo stesso scrupolo col quale avrebbe dovuto condividere un suo capriccioso parere sulla luna “piatta” anziché tonda.

             Cosi scopriamo che di piatta il sottosegretario legista difeso da Salvini, ed esperto del settore, considera la tassa da inserire o estendere nel bilancio del prossimo anno, e la sindaca grillina di Roma considera invece la luna. Bellissimo. Ne riderà probabilmente persino la ormai ex governatrice dell’Umbria Catuscia Marini, fra una protesta e l’altra contro il giustizialismo del suo partito, il Pd. Da cui la signora è stata praticamente costretta alle dimissioni perché coinvolta nelle indagini sui concorsi truccati nella sanità, che hanno già portato agli arresti domiciliari, fra gli altri, l’assessore competente e il segretario, ora ex, regionale piddino.

 

 

 

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Cronache bizantine dal governo, fra Iva e migranti, fra ministri e generali….

               L’ultima vittima, per ora, di quello che Carlo Fusi sul Dubbio ha definito “il morbo della fuga dalla realtà” è paradossalmente il ministro -quello dell’Economia Giovanni Tria- che più haFusi.jpg cercato nel governo gialloverde di tenersene lontano facendo di conto e richiamando i suoi colleghi, sino ad essere a volte insultato e provocato alle dimissioni. Dalle quali credo che egli si sia sinora trattenuto non per masochismo, e neppure per patriottismo, ma semplicemente per buona educazione nei rapporti col presidente della Repubblica. Che gli ha probabilmente chiesto più volte di risparmiargli una crisi intempestiva, aperta cioè in circostanze e tempi troppo difficilmente gestibili.

            Col realismo impostogli da un documento di economia e finanza appena approvato dal Consiglio dei Ministri, una volta Repubblica.jpgtanto senza riserva d’intesa, come avviene invece con i decreti-legge tanto frequentemente da avere fatto finalmente saltare la mosca al naso al capo dello Stato, Tria ha ricordato che l’Iva dovrà aumentare se non si troverà in tempo, cioè nel bilancio da varare in autunno, il modo per evitarlo con tagli alla spesa o altro tipo di entrate.

            E’ bastato questo semplice, banalissimo richiamo alle cosiddette clausole di salvaguardia, fra le quali si naviga da anni, per scatenare il putiferio e dare per scontato un aumento che si potrebbe quanto meno definire prematuro, come la morte di chi sta ancora ricoverato in ospedale, o se ne sta a casa in buona o accettabile salute.

            A rivoltarsi contro Tria non sono state, in una logica reazione politica, le opposizioni di vario colore o natura, ma nevroticamente anche la maggioranza, per intero, non una sua parte contro manifesto.jpgl’altra. I due partiti al governo, e i loro capi che sono vice presidenti del Consiglio, pur divisi ormai costantemente su tutto, attaccandosi e sfottendosi in diretta e in differita, si sono all’improvviso trovati d’accordo fra di loro e con le opposizioni, assicurando che l’Iva non sarà toccata. Chi ne toccherà i fili vi rimarrà attaccato e bruciato come al fuoco di Notre-Dame la sera di lunedì scorso. Ma né l’uno nè l’altro, né Luigi Di Maio per i grillini né il “capitano” Matteo Salvini per i leghisti, hanno trovato il tempo o la voglia di indicare davvero la soluzione del problema, avendo per il momento ben altro da fare, a poco più di un mese dalle elezioni europee e amministrative di fine maggio. E ciò per non parlare delle complicazioni in Libia e dei loro possibili effetti sull’immigrazione, a proposito dei quali si sono tanto clamorosamente quanto rovinosamente scontrati i ministri dell’Interno e della Difesa con il coinvolgimento dello Stato Maggiore, cioè dei generali, come si usa dire.

            A questi ultimi, i generali, presi fra i “vaneggiamenti” rimproverati dalla ministra Trenta al ministro Salvini e l’ostinazione del Viminale ad alzare la guardia contro gli sbarchi anche di possibili terroristi in fuga dalla Libia, è toccata l’esperienza di fare un corso acceleratissimo, troppo improvvisato, di politica, o di politichese, per mettersi al passo con l’evoluzione dei rapporti nella maggioranza. E così è venuto fuori un comunicato che -vi confesso- non sono riuscito a decifrare del tutto, pur abituato alla politica e al politichese da una sessantina d’anni di mestiere giornalistico.

            In particolare, le Forze Armate, al maiuscolo naturalmente, si sono impegnate a “operare in aderenza alle indicazioni politiche e secondo la prevista linea gerarchica”. Ma quando le “indicazioni politiche” e la “linea gerarchica” non coincidono, com’è appunto accaduto in questi giorni, o è stato permesso che accadesse sia dal presidente del Consiglio sia dal presidente della Repubblica, che non sono andati oltre uno scambio di idee, impressioni e quant’altro, che cosa succede? Che cosa fanno i politici e cosa fanno i militari, o loro capi, oltre ad usare le rispettive auto blu, stringere mani e sbattere tacchi? Sarebbe bello sapere e poter rispondere.

Una Lega di tutti i colori agli ordini del capitano camaleontico Matteo Salvini

C’è del vero, ma anche del verosimile nell’apodittico annuncio di qualche giorno fa del professore Giovanni Orsina su La Stampa che “oggi a destra la Lega è egemone” e “Forza Italia è partito di minoranza”.

Il vero è nei rapporti di forza ormai consolidati in quello che è stato e un po’ per abitudine continuiamo a chiamare centrodestra, ma vive e opera solo a livello locale, per quanto importante sia, in particolare, quello regionale.

I rapporti si sono decisamente rovesciati a favore della Lega di Matteo Salvini. Che viaggia ormai attorno al 30 per cento, di fronte al quale Forza Italia è costretta, e grazie solo all’attivismo di Silvio Berlusconi, sceso in campo personalmente per le elezioni europee di fine maggio, a scommettere solo sul superamento del 10 per cento.

La stessa figlia primogenita di Berlusconi, Marina, pur confermando la naturale “ammirazione” per il padre ancora impegnato nell’arena politica, ha appena lamentato in una intervista al Corriere della Sera la mancanza o il tramonto di una leadership in Italia. E ha scommesso, per una resurrezione della stessa politica e per una vera sconfitta del “populismo”, su “più cultura e libri”, di cui lei peraltro si occupa con la solita grinta alla Mondadori. Vasto programma, avrebbe detto il generale Charles De Gaulle.

Personalmente sospetto che Berlusconi si sia pentito di avere “autorizzato” l’anno scorso, come Salvini gli ricorda a mezzoSalvini e Berlusconi.jpg stampa ogni volta che può, a fare il governo con i grillini pur di non rischiare qualche altro punto percentuale di sorpasso della Lega sulla sua Forza Italia in elezioni anticipate dopo quelle ordinarie del 4 marzo.

Le distanze fra i due partiti sono paradossalmente aumentate grazie anche alla possibilità offerta dal Cavaliere a Salvini di dimostrare il logoramento elettorale cui il Carroccio ha potuto sottoporre, stando insieme al governo, il Movimento 5 Stelle. Che è considerato da Berlusconi quanto di peggio avrebbe potuto riservarci un elettorato secondo lui impazzito, per non ripetere l’aggettivo ben più greve adoperato dall’ex presidente del Consiglio ricambiando quanto meno lo “psiconano” che ancora gli grida addosso Beppe Grillo.

Il verosimile dell’apodittico annuncio di Giovanni Orsina, che pure è fra i più prestigiosi politologi in Italia, è nella classificazione della Lega “a destra”. Dove quindi essa avrebbe preso il posto, a tutti gli effetti, della Destra, con la maiuscola, che ai tempi della cosiddetta prima Repubblica almeno noi anziani, che l’abbiamo potuta vivere e raccontare, era stata rappresentata dal Movimento Sociale prima di Giorgio Almirante e poi, per minore tempo del previsto, di Gianfranco Fini. Che la traghettò sulle spiagge della seconda Repubblica portandola al governo con Berlusconi, cambiandole il nome in Alleanza Nazionale, senza però rinunciare alla fiamma nel simbolo, e continuando almeno per un po’ a definire Benito Mussolini “il più grande statista del secolo” allora ancora in corso, il Novecento. Poi egli avrebbe fatto almeno qualche pulce anche al Duce per le leggi razziali fra le proteste dalla nipote Alessandra e dell’indomabile Francesco Storace.

Francamente con quella Destra, sempre al maiuscolo perché non è soltanto un punto geografico nello scenario politico, ho sempre avuto difficoltà a confondere la Lega di Umberto Bossi, dalla quale non si può prescindere parlando della Lega di Salvini perché ne è stata solo lo sviluppo, non l’antitesi. E ciò per quanto Bossi, riportato non a caso dallo stesso Salvini in Parlamento, borbotti contro il suo successore non appena un giornalista gliene offre l’occasione su qualche divano parlamentare o a un bar.

Oltre una certa propensione comune per le manette, che nel 1993 aveva accomunato il cappio sventolato nell’aula di Montecitorio dal deputato leghista Luca Leoni Orsenigo contro gli inquisiti di Tangentopoli ai parlamentari missini che uscivano da quell’aula per mescolarsi in piazza con la folla mobilitata per “assediare” la Camera dei corrotti, ricordo ben poco.

Ancora nel 1994, quando già erano stati portati al governo da Berlusconi, i leghisti difesero il ricorso alle manette persino da un decreto legge cui avevano contribuito per ridurne l’uso durante le indagini preliminari. Essi solidarizzarono prontamente con le proteste della Procura di Milano contro quel provvedimento già firmato da un capo dello Stato -Oscar Luigi Scalfaro- che non si poteva certamente considerare prevenuto verso le toghe, avendone  indossato una prima di darsi alla politica, e avendone conservato addosso per sempre “l’odore”, come soleva dire con orgoglio agli amici.

Alle elezioni del 1994, quelle che segnarono il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, Berlusconi non riuscì a mettere insieme leghisti e missini  se non con un sotterfugio, imbarcando sul centrodestra i primi solo nella loro riserva del Nord e i missini nel resto del Paese. E, una volta fatto il governo, Berlusconi se lo vide travolgere da Bossi a sinistra, col grande rifiuto della riforma delle pensioni messa in cantiere dall’allora ministro del Tesoro Lamberto Dini e osteggiata dalla Cgil come una mezza macelleria sociale.

Erano i giorni e le settimane in cui Bossi veniva rassicurato al Quirinale da Scalfaro in persona dal rischio di elezioni anticipate e mangiava alici a casa con Massimo D’Alema. Che vi si trovava così a suo agio da cominciare a maturare quelle riflessioni sfociate l’anno dopo, a rottura ormai consumatasi fra il Cavaliere e Bossi, in una ormai storica intervista al manifesto.

“La Lega -disse l’allora segretario del Pds-ex Pci, subentrato ad Achille Occhetto dopo la sconfitta elettorale del 1994- c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è una forte contiguità sociale. Il maggiore partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. E’ una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un antistatalismo democratico e anche antifascista, che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra”.

Eppure erano i tempi in cui la Lega improvvisava un Parlamento a Mantova per la sua fantomatica Repubblica indipendente della Padania, con un governo provvisorio annunciato a Venezia fra le inutili proteste di una signora che sventolava il tricolore alla finestra di casa sentendosi dire di andarlo a buttare nel cesso. Persino la presidente leghista della Camera Irene Pivetti, che aveva gelato l’esordio di Berlusconi al governo nell’aula di Montecitorio rimproverandogli di non essere puntuale come l’orchestra e il pubblico al teatro milanese della Scala, si sentì a disagio e prese le distanze rimediando l’espulsione dal partito. E sarebbe stata poi tentata di tornarvi con Salvini, prima di cedere a sorpresa al corteggiamento politico dell’ex ritardatario Berlusconi, nelle cui liste ha appena annunciato di candidarsi al Parlamento europeo per tornare alla sua passione giovanile per la politica.

Curiosamente ma non troppo, con quell’inclinazione irrinunciabile alla certificazione politica e ideologica, anche adesso che le ideologie sono finite, D’Alema ha recentemente arruolato a sinistra anche il Movimento delle 5 stelle, con cui d’altronde già nel 2013 l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani tentò di concordare un governo quanto meno acrobatico “di minoranza e di combattimento”, ben oltre quindi “il cambiamento” negoziato l’anno scorso fra grillini e leghisti.

In particolare, libri di storia alla mano, con l’aria di volerli segnalare al nuovo segretario del Pd, anche se lui ne è uscito col già menzionato Bersani, ma entrambi disposti a una qualche riconciliazione, D’Alema ha  ricordato che se Palmiro Togliatti dialogò a suo tempo con Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque che peraltro pagò quel dialogo scomparendo dal panorama politico, oggi si può ben parlare da sinistra con Luigi Di Maio. Solo con Salvini, quindi, oltre che col solito Berlusconi, con cui pure D’Alema tentò a suo tempo una riforma della Costituzione, come poi avrebbe nuovamente tentato l’odiatissimo Matteo Renzi, la sinistra non potrebbe parlare senza dannarsi.

L’avversione della sinistra per Salvini, senza sconti per essere stato il capo dei giovani comunisti padani, è ampiamente ricambiata, per carità, come dimostra lo scrupolo col quale il nuovo capo della Lega registra le sconfitte che egli le procura, con l’aiuto del pur scomodo Berlusconi, ogni volta che si vota in una regione e il Pd la perde, pur recuperando qualche punto sulla batosta delle elezioni politiche dell’anno scorso.

Il sovranismo e il contrasto all’immigrazione clandestina, con tutte le esasperazioni obiettivamente cavalcate dal leader della Lega, per non parlare della voglia incautamente espressa qualche volta, prima di pentirsene con un’ospite a cena,  di vedere “marcire” in galera che vi finisce col proposito dell’articolo 27 della Costituzione di rieducarlo, sembrano a prima vista giustificare l’avversione della sinistra. E anche l’apodittica classificazione a destra della Lega da parte di Giovanni Orsina, con cui abbiamo aperto questo articolo. E non solo di Orsina, perché basta accedere alla enciclopedia elettronica e “libera” di Wikipendia per vedere collocata con una certa evidenza la Lega alla “estrema destra”, oltre quindi anche i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e ora anche di Caio Giulio Cesare Mussolini. Che infatti -potrebbero giustificarsi a Wikipendia- insidiano adesso da posizione moderate Forza Italia  facendo perdere le staffe al direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, insorto in particolare contro un quasi transfuga Giovanni Toti, così diverso da quel quasi omonimo Enrico, il patriota morto combattendo nella prima guerra mondiale con una sola gamba.

Diversamente da Wikipendia e dai saggi che vi sono indicati per collocare la Lega all’estrema destra, Annalisa Chirico ha ricavato da una certa frequentazione di Matteo Salvini, riferendone sul Foglio, e spiazzandone direttore e fondatore, l’impressione che il “camaleontico” ministro dell’Interna  persegua il progetto di quel partito centrale “della Nazione” tentato prima da Berlusconi e poi da Matteo Renzi. Ma vorrei aggiungere, per un altro verso, un’esperienza appena raccontata in una intervista dall’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini.

Quest’ultimo, essendosi candidato l’anno scorso nella sua Bologna come indipendente nelle liste di un Pd ancora renziano, bussò alla porta di un autorevole esponente della Cgil per farsi dare un aiuto, gentilmente ma fermamente rifiutatogli in difesa dei valori di sinistra. Ad elezioni passate, e a ritorno felicemente avvenuto al Senato, Casini si è tolto la soddisfazione di telefonare a quel sindacalista per ricordargli, dati alla mano, che “gli operai della Cgil -ha raccontato Pierferdi, come gli amici chiamano l’ex presidente della Camera- avevano votato per i grillini o per i leghisti”. Per cui il Pd avrebbe preso ancora meno voti se non lo avesse aiutato Casini a pescare nella propria area moderata.

Segnalo infine lo scrittore moldavo orgogliosamente comunista Nicolai Lilin, che in una intervista al manifesto, esasperatamente tradotta da Libero in “Salvini è meglio della sinistra”, ha appena accusato “i democratici”, intesi come comunisti e post-comunisti, di “odiare Savini perché egli ha preso il loro posto, arrivando al potere con gli argomenti ch’essi hanno abbandonato”.

Le cose e le situazioni, come si vede, sono un po’ più complicate, o più semplici, secondo i gusti, di come le rappresenti la politologia.

 

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Addio a Massimo Bordin, staccatosi da Radio Radicale prima che gliela chiudessero

            Voglio essere franco sino in fondo e dire al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al suo sottosegretario all’editoria Vito Crimi e al suo vice presidente e ministro del cosiddetto Sviluppo Economico Luigi di Maio, per i cui uffici è passata la pratica ostinatissima della soppressione della convenzione, cioèmezz'asta.jpg del finanziamento pubblico di Radio Radicale, che Massimo Bordin ha perfidamente profittato un po’ della sua grave malattia per morire prima di vedere compiuto quel delitto politico che è la chiusura della “sua” radio. Di cui non è stato solo uno dei direttori avvicendatisi negli anni ma l’anima, con quella sua inconfondibile voce, intelligenza e conoscenza di cose e uomini con cui faceva la storica rassegna quotidiana di “Stampa e regime”.

            Egli è stato “il leader di una comunità morale e politica”, come Francesco Merlo aveva appena definito Radio Radicale su Repubblica chiedendo a Conte di risparmiarla. Lo è stato  non meno del compianto Marco Pannella: l’unico che Massimo sapesse in qualche modo domare negli appuntamenti radiofonici, nei quali ogni tanto perdeva la devozione dell’amico per incalzare Marco Pannella.jpgMarco nel ragionamento e nella ricostruzione di eventi e situazioni, sino a rischiare la rottura, se non addirittura il licenziamento. Grandissimo Bordin, per una cui citazione, anche critica, spulciando editoriali, cronache, retroscena e quant’altro, non c’è giornalista, credo, che non avrebbe fatto salti mortali.

            Già fiaccato dalla morte, sei anni fa, della carissima compagna Marianna Bartoccelli e da una malattia affacciatasi alla sua vita di fumatore incallito come enfisema polmonare per diventare qualcosa di assai Bordin e Pannella.jpgpiù grave, il mio amico Massimo si è come arreso alla prepotenza di chi voleva toglierli la voce prima che gliela togliesse la morte.

            A Bordin sarebbero rimaste certamente tutte le altre, numerose finestre della professione, dagli articoli alla rubrica sul Foglio, dalle interviste ai dibattiti nei salotti televisivi che avessero avuto la voglia e il coraggio di invitarlo, essendo un ospite imprevedibile, ma era Radio Radicale la sua vita. E senza di essa lui non riusciva a immaginarsi.

            Non so francamente se di fronte a questo virtuoso, orgoglioso e tragico sbattimento di porta costituito dalla morte di Massimo Bordin, a 67 anni neppure compiuti, i becchini politici di Radio Radicale vorranno fermarsi e risparmiarci la tumulazione anche di un’emittente libera che per una quarantina d’anni ha permesso a tantissimi italiani di vivere nei palazzi della politica pur standone fuori, come dice uno slogan che credo inventato proprio da lui. Sarebbe un gesto saggio di resipiscenza: troppo forse per questo governo e per questa maggioranza gialloverde, che non lascia ormai trascorrere giorno senza riservarci delusioni e preoccupazioni.

E ora le fiamme nel governo gialloverde sul fronte dell’immigrazione

            I francesi, beati loro, ma più in generale tutti quelli che nel mondo ne hanno condiviso lo sgomento e le preghiere di fronte alle fiamme che hanno dilaniato Notre-Dame, possono contare di vedere risorgere l’imponente cattedrale di Parigi entro cinque anni, secondo l’impegno Notre Dame 3 .jpgpreso dal presidente della loro Repubblica, più bella e forte di prima. Così hanno detto anche due uomini che se ne intendono come l’architetto Renzo Piano e lo storico dell’arte Vittorio Sgarbi, contestando una certa disperazione retorica che sempre si affaccia in queste circostanze, a dispetto dei progressi compiuti e dimostrati dall’umanità anche per riparare alle disgrazie e ai propri errori.

            Con le ceneri provvisorie di Notre-Dame sparirà anche il catttivo gusto, a dir poco, di chi ha voluto fare ironia pure sui sentimenti religiosi, come l’autore della “cattiveria” di giornata sulla primaIl Fatto.jpg pagina del Fatto Quotidiano. Dove si è potuto scrivere, con la pretesa di far ridere, che “le reliquie” custodite nella cattedrale parigina “sono tutte salve” ma “resta da accertare perché non abbiano funzionato” per scongiurare l’incendio scoppiato nel cantiere del restauro in corso da mesi.

            Noi italiani, decisamente meno fortunati, non possiamo purtroppo sapere se e in quanto tempo riusciremo a vedere restaurato o ricostruito -anche qui più forte di prima- il senso dello Stato saltato letteralmente in aria con l’inaudito scontro fra i Ministeri dell’Interno e della Difesa, Corriere.jpgfra le cosiddette autorità civili e militari, di ogni ordine e grado, su come fronteggiare l’aumento del già esponenziale fenomeno dell’immigrazione di fronte all’aggravamento della situazione in Libia. Il cui capo del governo riconosciuto e garantito dall’Onu ha cercato di mobilitare anche l’Italia, che pure lo ha sinora aiutato, contro l’assalto sferrato dal generale Haftar, e da quanti gli stanno dietro, prospettando la fuga di ottocentomila disperati verso l’Europa e le sue prime stazioni marittime, che sono appunto quelle italiane.

            Prima ancora che da Tripoli si levasse questa minaccia, vera o strumentale che fosse, già correva sulle acque del Mediterraneo per prestare soccorsi ai profughi, al comando dell’immancabile e notissimo contestatore Luca Casarini, reduce da una sua visita di ristoro a Montecitorio, la nave…caritatevole Jonio. Che di recente era stata prontamente sequestrata per un’analoga operazione ma altrettanto prontamente dissequestrata a Lampedusa con tutti i bolli necessari.

            Senza trattenersi dalla voglia di indicarla esplicitamente, o esplicativamente, come obiettivo il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno ha emesso una circolare di “intimazione”, destinata anche alle autorità e unità militari dipendenti dal Ministero della Difesa, finalizzata alla sostanziale chiusura, o richiusura, dei porti italiani. Dove la nave Jonio e ogni altro mezzo, compresi quelli militari, non possono contare di sbarcare  quanti hanno soccorso rendendosi di fatto complici di un traffico di clandestini,  fra cui magari anche possibili terroristi, da altri invece consideratimanifesto.jpg e definiti rifugiati perché in fuga dalla guerra.  Ne è nata una rivolta di carta dei generali, con tanto di nota dello Stato Maggiore della Difesa condivisa e rilanciata dalla ministra grillina  Elisabetta Trenta, già altre volte scontratasi con Salvini su versanti diversi. Al manifesto, sempre felicemente immaginifico nei titoli, hanno chiamato sulla prima pagina “battaglia navale” quella che si è aperta con i comunicati, ma si potrebbe chiamare anche scontro o caos istituzionale.

            Il presidente della Repubblica, capo anche delle Forze Armate per dettato costituzionale, almeno sino al momento in cui scrivo, forse per non aggravare la situazione rendendola più esplicita e riconoscibile, ha evitato di convocare il Consiglio Supremo di Difesa e di cercare di mettere ordine in questa Babele scoppiata fra il Viminale e il dicastero quasi limitrofo al Quirinale, che è quello guidato da Elisabetta Trenta. Ma Sergio Mattarella deve averne parlato lo stesso -si spera- col presidente del Consiglio Giuseppe Conte, da lui convocato per essere sostanzialmenteConte da Mattarella.jpg richiamato all’ordine su un altro aspetto, non meno inquietante e grave, dell’attività di governo: l’abitudine di approvare per finta in Consiglio dei Ministri – com’è accaduto per i provvedimenti sulla crescita e sullo sblocco dei cantieri-  decreti-legge con la formula della “riserva d’intesa”. Che viene poi cercata, e non sempre trovata davvero, fra i ministeri e i ministri interessati, senza un altro passaggio collegiale. Cui invece Sergio Mattarella ha ricordato a Conte che nessuno può sottrarsi senza mettersi sotto i piedi la decenza istituzionale . Le parole, magari, saranno state diverse, ma il contenuto della protesta e del monito del presidente della Repubblica è stato ed è questo.

            Si dirà che pure questo spettacolo, chiamiamolo così, è il prodotto tossico della campagna in corso per le elezioni europee e amministrative di fine maggio, nella quale i due partiti di governo si combattono fra di loro più di quanto insieme non facciano per attaccare o difendersi dalle opposizioni. Ma questa della campagna elettorale è una ben magra consolazione, anche perché -torno a ricordare, sino alla noia- la lotta intestina da urne continuerà nella maggioranza gialloverde anche dopo, in vista delle elezioni regionali dell’anno prossimo, e con l’ombra sempre più corta delle elezioni politiche anticipate.

 

 

 

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Le fiamme di Notre-Dame bruciano anche la gaffe del ministro italiano dell’Interno

              Fra le “Ceneri di Francia”, come il manifesto ha voluto titolare in sovrimpressione l’incendio della storica cattedrale parigina di Notre-Dame, è finito anche l’infortunio, a dire poco, della fuggevole, sbrigativa “vicinanza”, niente di più, espressa in diretta a chi soffriva una tragedia universale dal vice presidente leghista del Consiglio e ministro italiano dell’Interno Matteo Salvini.

           Egli era alle prime battute di un lungo, interminabile video trasmesso in contemporanea dal suo alloggio di governo non per partecipare all’evento seguìto da tutto il mondo, ma per proseguire, imperterrito, la sua lunga campagna per le elezioni europee e amministrative di fine maggio. Con le quali il leader del la guglia .jpgCarroccio, o “il capitano”, come lo chiamano i suoi, si propone di sancire una sostanziale primazia leghista nel governo gialloverde pur presieduto dal pentastellato Giuseppe Conte, senza volerne minimamente mettere in discussione la sopravvivenza negli attuali rapporti di forza parlamentare. Che sono notoriamente a vantaggio, invece, del movimento delle cinque stelle capeggiato da Luigi Di Maio, vice presidente del Consiglio pure lui, e superministro del Lavoro e del cosiddetto Sviluppo Economico: cosiddetto, visti i dati recessivi che corrono, per quanto mitigati dalla produzione industriale in febbraio. 

            Proprio mentre Salvini  si esibiva in maniche di camicia dal suo alloggio di servizio sbertucciando, fra l’altro, l’avviso ricevuto dalla Procura di Catania di un altro procedimento avviato presso il cosiddetto tribunale locale dei ministri per sequestro di persona -in ordine stavolta alla vicenda della nave Sea Watch bloccata per alcuni giorni a fine gennaio davanti a Siracusa con 47 migranti a bordo, di cui 15 minorenni-  Di Maio lo prendeva pubblicamente in giro dandogli del Napoleone e ricordandogli di non essere il solo interessato alla nuova iniziativa giudiziaria. Essa ha infatti coinvolto immediatamente anche l’altro vice presidente,  il presidente del Consiglio e il ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, dopo che si erano assunti la corresponsabilità pure dell’analoga vicenda della nave Diciotti nella scorsa estate.

            La logica vorrebbe un analogo inoffensivo epilogo, forse questa volta senza neppure l’approdo al Senato, con la rinuncia cioè del “tribunale dei ministri” catanese, come si chiama l’ufficio del giudice delle indagini preliminari per i Salvini.jpgreati ministeriali, appunto, a chiedere al Senato l’autorizzazione negata l’altra volta. Ma di logica n’è rimasta notoriamente ben poca nella situazione politica e giudiziaria d’Italia, per cui potrebbe accadere di tutto: anche un nuovo incaponimento della magistratura ordinaria e un altro passaggio parlamentare, stavolta d’esito diverso per la voglia serpeggiante fra i grillini di fare un dispetto, diciamo così, al sempre più ingombrante Salvini, anche a costo di fare processare pure i loro ministri.

            D’altronde, i pentastellati erano arrivati, in occasione del mancato processo per la nave Diciotti, alla loro decisione a favore di Salvini fra molti mal di pancia, risolti da un referendum elettronico col 60 per cento contro il 40: un risultato peraltro garantito con un sistema poi incorso in una nuova censura dell’Autorità competente, con multa annessa.

            La logica, sempre quella, introdotta dalla gestione della loro partecipazione al governo cui ci hanno abituati da un anno leghisti e grillini, vorrebbe che all’indomani delle elezioni di fine maggio Salvini e Di Maio, o viceversa, finissero di litigare, sopra e sotto il tavolo, rinfacciandosi le reciproche invasioni di campo, e trovassero un’intesa per proseguire la convivenza addirittura per altri quattro anni, come dice con olimpica disinvoltura il presidente del Consiglio. Ma di logica, come dicevo, n’è ormai rimasta ben poca dalle nostre parti, forse anche nella versione perversa della fase gialloverde della politica italiana, per cui da giugno in poi potrebbe accadere davvero di tutto.

 

 

 

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Di Maio importa nella maggioranza gialloverde la guerra libica

             Con l’esperienza maturata tra la Farnesina e Palazzo Chigi, e con la maggiore visibilità ottenuta assumendo la presidenza del Pd dopo l’elezione di Nicola Zingaretti a segretario, Paolo Gentiloni ha saputo anticipare di almeno 24 ore il tentativo -si vedrà se politicamente omicida o suicida- del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio di importare nel governo e nella maggioranza gialloverde la guerra scatenata, o peggiorata, in Libia dal generale Khalifa Haftar. Che certamente non è uno sconosciuto a Palazzo Chigi, dove è stato ricevuto con tutti i riguardi possibili il 6 dicembre scorso, poco più di quattro mesi fa, per un colloquio di quasi due ore con Giuseppe Conte.

            “Il governo finirà per cadere proprio sul conflitto libico”, aveva detto ieri Gentiloni in una intervista a La Stampa lamentando gli effetti dell’isolamento procuratosi dall’esecutivo gialloverde in sede Gentiloni alla Stampa.jpgeuropea e mondiale con posizioni contraddittorie o evasive, nonostante l’apparenza di una intensa attività diplomatica rappresentata da viaggi, incontri, telefonate e quant’altro. Il giorno dopo, per niente trattenuto dalla previsione o dal monito di Gentiloni, il capo del movimento delle 5 stelle in persona si è messo a soffiare un po’ troppo libeccio su Roma con una intervista sostanzialmente antisalviniana al Corriere della Sera sui riflessi migratori della situazione aggravatasi nel paese che esporta più disperati di ogni altro dalle spiagge africane.

             “Di Maio, sfida sui porti chiusi”, ha titolato su tutta la prima pagina il più diffuso giornale italiano riferendo della sostanziale offensiva Corriere su Di Maio.jpgaperta dal vice presidente grillino del Consiglio contro l’omologo leghista sul versante degli sbarchi che stanno per riversarsi in Italia con le seimila persone in fuga da Tripoli e le altre diecimila già spinte dai trafficanti sulle coste contando sulla crisi ulteriore della sorveglianza marittima di Tripoli.

            Oltre ad avvertire Salvini di togliersi praticamente dalla testa l’idea di ripetere il clichè delle chiusure consentitegli dai grillini nella scorsa estate con incidenti anche di tipo giudiziario, come quello Di Maio al Corriere.jpgdella nave della Guardia Costiera Italiana “Diciotti” fermata col suo carico di 170 migranti nel porto di Catania, Di Maio è tornato a rinfacciargli i rapporti privilegiati con quei paesi europei, tipo l’Ungheria di Orban, che sono i più intransigenti nel rifiutare una distribuzione dei profughi all’interno dell’Unione. E’ una contraddizione oggettiva, su cui Salvini sorvola disinvoltamente ma che rischia di esplodere come una bomba in mano a lui e a tutto il governo già prima delle elezioni europee di fine maggio. E figuriamoci dopo, se dalle urne dovesse uscire rafforzato quello che lo stesso Salvini chiama “sovranismo”, destinato peraltro a farsi sentire anche sull’applicazione delle regole economiche e finanziarie dell’Unione, e non solo sul fronte migratorio.

            Le contraddizioni della maggioranza gialloverde, e i limiti sempre più stretti del “contratto” di governo stipulato meno di un anno fra i due partiti che la compongono, stanno sempre più arrivando al pettine, e anche crescendo. Lo dimostra, fra l’altro, il conflitto politico scoppiato sul Campidoglio, dove iVrginia Raggi.jpg grillini cercano di proteggere la sindaca Virginia Raggi alleggerendola dei debiti con l’aiuto dello Stato e i leghisti, opponendosi, cercano invece di spingere verso la crisi per anticipare le elezioni di due anni a Roma. Dove Salvini, sempre lui, ormai pentito pubblicamente di avere aiutato con Giorgia Meloni nel 2016 la Raggi a prevalere nel ballottaggio contro il candidato del Pd Roberto Giachetti, ha più di un candidato o di una canditata in testa per tentare l’assalto capitolino. E chiudere quella “marcia” che Gad Lerner gli ha appena rimproverato su Repubblica di avere cominciato il 28 febbraio del 1985 col raduno in Piazza del Popolo “fra gli applausi delle falangi di Casa Pound”. E così Repubblica coglie forse l’occasione anche per riposizionarsi rispetto alla sindaca a cinque stelle in carica, non lasciando più solo Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio a proteggerla.

 

 

 

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Che tristezza scannarsi politicamente per una foto dopo un delitto

                Ho trovato a dir poco stravagante la polemica approdata in televisione, in particolare nello spazio di approfondimento serale dell’informazione politica su Rete 4 di Mediaset, contro la decisione del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini di mettere in rete, col suo telefonino, la foto del pregiudicato catturato dopo avere ucciso nella piazza principale di un paese in provincia di Foggia, Cagnano Varano, il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Carlo Di Gennaro, e ferito il carabiniere Pasquale Casertano, che era alla guida di un auto in servizio di pattugliamento.

            “Non si esibisce così un catturato”, è stato rimproverato a Salvini tornando a contestargli tutt’altra vicenda o spettacolo, come preferite: lo sbarco a Ciampino, presenti lo stesso Salvini e il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, del finalmente ex latitante Cesare Battisti. Che fu seguito dalle telecamere sino all’interno dell’aeroporto, e poi all’arrivo e nei corridoi del carcere di destinazione, a Oristano. Quella fu, sì, un’esibizione più che discutibile, per quanto Battisti avesse gestito la sua lunga fuga, fra Europa e America del Sud, dalle sue sanguinose responsabilità di terrorista con una spavalderia semplicemente odiosa. Che poi, catturato e assicurato alla patria galera, ha cercato di far dimenticare confessando i quattro delitti di una quarantina d’anni fa per i quali era stato condannato.

            L’assassino del maresciallo Di Gennaro, il pregiudicato Giuseppe Papantuono, vendicatosi con la sua pistola di un sequestro di droga subìto qualche giorno prima, è stato ripreso fotograficamente in diretta nella cattura, non trattenuto a terra per tutto il tempo necessario ad uno spettacolo Schermata 2019-04-14 alle 06.04.45.jpgda offrire poi al pubblico. Di che cosa stiamo o stanno parlando contestando il tweet di un ministro la cui colpa sembra essere di avere preferito quella foto all’altra emblematica della tragedia, e privilegiata invece da molti giornali: l’auto dei Carabinieri coperta dai commilitoni del morto e del ferito con una bandiera tricolore?

            La polemica mi sembra francamente di una misera pretestuosità politica, quanto quella sollevata dai navigatori internettiani contro il richiamo di Salvini, a commento proprio di quella foto, alla pena di morte ma solo per precisare di essere contrario, bastandogli e avanzandogli la speranza di vedere l’assassino condannato all’ergastolo. Che andrebbe scontato con tutte le garanzie della legge, e non per “marcire in galera”, come altre volte è purtroppo capitato di dire al ministro dell’Interno. Che si è recentemente e lodevolmente impegnato, in un incontro conviviale nel ristorante del carcere di Bollate, a non ripetere più quell’espressione da taverna. Ad un certo pubblico sarebbe forse piaciuto che a Salvini quella frasaccia fosse scappata di nuovo, o che il ministro si fosse convertito alla pena capitale.

            Avrei da ridire, in verità, anche sull’altro fronte polemico aperto contro il ministro dell’Interno dal suo omologo grillino alla vice presidenza del Consiglio, e ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. Che, non avendo evidentemente digerito ancora la riforma della legittima difesa, approvata definitivamente dal Senato con l’assenza significativa dei ministri e sottosegretari pentastellati dai banchi di governo, ha colto l’occasione della tragedia nel Foggiano per lamentare che a non potersi adeguatamente difendere siano in Italia le forze dell’ordine. E per annunciare il proposito di discuterne col collega di partito e guardasigilli Bonafede, prima ancora che col Viminale.

           Si è così percorso un altro gradino, in discesa, sulla scala dei rapporti fra componenti del governo e della maggioranza gialloverde. O, se preferite, abbiamo sentito un’altra stecca in questa interminabile campagna elettorale per le europee di fine maggio, condotta come avversari da quanti invece hanno fatto un contratto per governare insieme, addirittura per l’intera durata quinquennale della legislatura.

 

 

 

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