La brutta Pasqua di Matteo Salvini, attaccato per mafia da Nino Di Matteo

             Non è una buona Pasqua per Matteo Salvini, a dispetto delle vacanze ostentate in Trentino con i familiari e della sicurezza politica ostentata, anch’essa, in una intervista ai giornali del gruppo Riffeser Monti in cui, pur assicurando di non volere provocare la crisi di governo perché “abbiamo troppe cose da fare”, anche -credo- in materia di nomine, è tornato a difendere l’amico e compagno di partito Armando Siri. Che è il sottosegretario leghista ai Trasporti già privato delle deleghe dal ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli e  ora sotto esame personalmente del presidente del Consiglio. Dal quale potrebbe giungergli un invito alle dimissioni, o una rimozione, come preferite, a causa dell’indagine giudiziaria che lo ha investito con l’accusa di corruzione, ammontante a 30 mila euro, per un tentato intervento politico e legislativo  di cui avrebbe potuto beneficiare l’anno scorso una società eolica siciliana posseduta dall’amico Paolo Arata e da Vito Nicastri, sospettato di favoreggiamento, quanto meno, della latitanza del capo della mafia  Matteo Messina Denaro.

                Attestatosi, nella difesa di Siri, su posizione decisamente garantista, nonostante una certa tradizione manettara, diciamo così, della Lega con quel cappio sventolato nell’aula di Montecitorio da un deputato del Carroccio ai tempi di Tangentopoli contro tutti gli inquisiti e arrestati, molti dei quali non Repubblica.jpgsarebbero stati neppure rinviati a giudizio o sarebbero stati assolti, il ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio è stato attaccato di brutto, ma proprio di brutto, dal magistrato della direzione nazionale antimafia Nino Di Matteo. Che, intervistato da Repubblica a proposito anche dell’indagine su Siri, pur “senza entrare nel merito”, bastandogli tuttavia lamentare un precedente del sottosegretario per bancarotta, ha detto: “La difesa ad oltranza di un indagato per contestazioni di un certo tipo potrebbe essere un segnale che i poteri criminali apprezzano”, e da cui potrebbero risultare rafforzati.

            La stilettata contro il pur non menzionato vice presidente leghista del Consiglio e titolare del Viminale è ancora più pesante se si tiene presente che Salvini si è vantato pubblicamente, fra Di Matteo con Ingroia.jpgle solite non poche polemiche, di avere deciso di non partecipare il 25 aprile alle manifestazioni celebrative della liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista per accorrere in Sicilia a manifestare contro la mafia. Si tratta di una circostanza non certamente ignota a Di Matteo: un magistrato informatissimo e  di prima Di Matteo con Travaglio.jpglinea, protagonista dell’accusa -ereditata dal collega Antonio Ingroia, ora alle prese con un altro mestiere e altri inconvenienti, come quello appena occorsogli di ubriachezza all’aeroporto di Parigi- nel processo di primo grado sulla trattativa che ci sarebbe stata fra il 1992 e il 1994 fra pezzi dello Stato, quanto meno, e la mafia della stagione stragista guidata da Totò Riina.

               A Di Matteo, che ha sempre rivendicato, come Ingroia ben prima di candidarsi addirittura a Palazzo Chigi nel 2013 e poi di lasciare la magistratura, il diritto di accogliere inviti a partecipare a manifestazioni di carattere politico, è anche capitato di ricevere manifestazioni di grande interesse dai grillini. I quali lo hanno ospitato ad un convegno a Ivrea, applaudendone l’intervento come Di Matteo con la Raggi.jpgdi un protagonista, dopo averne lanciato la candidatura a ministro della Giustizia di un governo a cinque stelle. Grillina -Virginia Raggi, appena rientrata peraltro nell’inchiesta giudiziaria da cui era uscita sul progetto del nuovo stadio della Roma- è anche la sindaca della città capitale d’Italia che ha voluto onorare Di Matteo della cittadinanza onoraria con tanto di cerimonia pubblica.

            Tutti questi precedenti caricano oggettivamente di significato politico, al di là delle sue stesse intenzioni,  l’intervista di Di Matteo a Repubbica nel bel mezzo delle polemiche sul caso Siri e dei rischi, persino, di una crisi di governo pur esclusa -ripeto- da Salvini. Al quale adesso, proprio per evitare la crisi, se Conte dovesse insistere per le dimissioni di Siri, sarà difficile poter spiegare un’eventuale rinuncia al sottosegretario sotto inchiesta senza esporsi all’accusa di avere accettato la subordinazione della politica non tanto alla giustizia in senso lato, quanto ad una Procura della Repubblica.

            In questo scenario tuttavia -va detto anche questo- la Lega tornerebbe alle origini giustizialiste già ricordate con l’episodio del cappio a Montecitorio nel 1992. Cui seguì qualcosa di ugualmente significativo nel 1994, quando la Lega non era più all’opposizione ma addirittura nel governo: il primo presieduto da Silvio Berlusconi. Accadde allora che un decreto-legge appena varato dal Consiglio dei Ministri, e già firmato dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non Rolli.jpgcertamente prevenuto verso i magistrati, fu sconfessato e lasciato decadere dai leghisti, fra i quali l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, per le proteste della Procura di Milano contro le limitazioni ch’esso aveva in introdotto al ricorso alle manette durante le indagini preliminari. Persino il garantista Berlusconi dovette piegarsi al ripensamento dei leghisti per evitare la crisi, che però arrivò lo stesso dopo qualche mese, provocata sempre dalla Lega sul tema già caldo allora della riforma delle pensioni.

             

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