I troppi guai del leader leghista e del suo giovane “amplificatore”

            Matteo Salvini, inseguito da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano da dieci domande, quante ne fece il compianto Giuseppe D’Avanzo su Repubblica all’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi “processandolo” in contumacia per una festa di compleanno di una diciottenne, comincia forse a pagare l’errore compiuto non seguendo i consigli dell’amico e compagno di partito Roberto Maroni. Che, essendo stato proprio con Berlusconi ministro dell’Interno, peraltro lasciando un buon ricordo di sé dentro e fuori il dicastero più potente ma anche più difficile, aveva cercato di dissuaderlo dal cumulo di quella carica di governo con la segreteria del partito.

           A Salvini sarebbe bastato fare, in effetti, il vice presidente del Consiglio, peraltro obbligando ad uguale scelta l’omologo grillino Luigi Di Maio. Avremmo avuto forse al Viminale un ministro leghista meno esposto ma ugualmente, se non ancora più valido proprio perché meno esposto, e ai Ministeri non certo secondari dello Sviluppo Economico e del Lavoro due ministri pentastellati forse più esperti, e di sicuro con più tempo a disposizione per occuparsi delle crisi industriali e di riforme tanto costose quanto di difficile gestione come il cosiddetto reddito di cittadinanza e la pensione anticipata a quota cento, sommando l’età anagrafica e gli anni di contributi versati.

            Al Viminale, visto che lo conosceva bene già di suo, Salvini avrebbe potuto far tornare proprio Maroni, ormai scaduto da governatore della regione lombarda, vincendo le resistenze che avrebbe incontrato per ragioni di buon gusto, avendogli lo stesso Maroni posto il problema del pericolo del doppio incarico, fatale anche in partiti consolidati della cosiddetta prima Repubblica come la Dc. I cui segretari lasciatisi tentare di conservare la carica anche dopo avere assunto quella maggiore di governo, cioè la presidenza del Consiglio, furono rapidamente detronizzati da entrambe: prima Amintore Fanfani e poi Ciriaco De Mita. Che pure si consideravano, e in qualche modo erano furbissimi: specie il primo, capace di cadere e di rialzarsi più volte guadagnandosi il celebre soprannome montanelliano di Rieccolo.

            Alle prese, adesso, con la questione magari troppo enfatizzata, cioè strumentalizzata, dagli avversari ma pur sempre reale com’è quella del chiarimento necessario dei rapporti fra il suo partito e la famiglia del professore genovese di ecologia Paolo Arata, socio in Sicilia di un imprenditore con i beni sequestrati anche perché sospettato di finanziare la latitanza del capo della mafia Matteo Messina Denaro, il titolare del Viminale dovrebbe quanto meno impedire ai suoi collaboratori di diffondere foto a dir poco eccessive di un ministro dell’Interno così baldanzosamente impegnato a difendersi da imbracciare un mitra in maniche di camicia. E’ una foto, messa in rete da un giovane filosofo informatico che si è definito “amplificatore” del ministro,  sulla quale si è buttato come un pesce, anzi come uno squalo, un avversario di furia letteraria come Roberto Saviano per ferirlo sul versante più insidioso per un politico qual è quello mediatico, dell’immagine: più insidioso della mozione di sfiducia che il Pd ha appena presentato al Senato contro il governo per farsela probabilmente bocciare, essendo leghisti e grillini decisi a vivere ancora per un po’ da separati in casa, almeno sino alle elezioni europee e amministrative di fine maggio.

            C’è un vecchio proverbio che Salvini rischia di provare sulla sua pelle, e al quale forse sta pensando Silvio Berlusconi, pur avendogli ricambiato cordialmente, a quanto pare, gli auguri pasquali Salvini polentone.jpgsorvolando sui retroscena che attribuiscono al leader leghista una certa resistenza, diciamo così, a governare con lui, piuttosto che con Di Maio. Il vecchio adagio popolare dice, con tanto di rima, che chi troppo in alto sale, cade sovente precipitevolmente. Ne sa qualcosa, fra gli altri, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio, ora senatore di Scandicci Matteo Renzi. Di una cui fotografia peraltro Salvini si è vantato di essersi fornito per sistemarla sul comodino, o non so quale altro mobile di casa, e ricavarne una riflessione che evidentemente poi ha dimenticato di fare, preso com’è dal presenzialismo anche di fronte a un innocente e inoffensivo piattone di polenta pasquale nel suo ritiro trentino.

 

 

 

 

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