Che tristezza scannarsi politicamente per una foto dopo un delitto

                Ho trovato a dir poco stravagante la polemica approdata in televisione, in particolare nello spazio di approfondimento serale dell’informazione politica su Rete 4 di Mediaset, contro la decisione del vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini di mettere in rete, col suo telefonino, la foto del pregiudicato catturato dopo avere ucciso nella piazza principale di un paese in provincia di Foggia, Cagnano Varano, il maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Carlo Di Gennaro, e ferito il carabiniere Pasquale Casertano, che era alla guida di un auto in servizio di pattugliamento.

            “Non si esibisce così un catturato”, è stato rimproverato a Salvini tornando a contestargli tutt’altra vicenda o spettacolo, come preferite: lo sbarco a Ciampino, presenti lo stesso Salvini e il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede, del finalmente ex latitante Cesare Battisti. Che fu seguito dalle telecamere sino all’interno dell’aeroporto, e poi all’arrivo e nei corridoi del carcere di destinazione, a Oristano. Quella fu, sì, un’esibizione più che discutibile, per quanto Battisti avesse gestito la sua lunga fuga, fra Europa e America del Sud, dalle sue sanguinose responsabilità di terrorista con una spavalderia semplicemente odiosa. Che poi, catturato e assicurato alla patria galera, ha cercato di far dimenticare confessando i quattro delitti di una quarantina d’anni fa per i quali era stato condannato.

            L’assassino del maresciallo Di Gennaro, il pregiudicato Giuseppe Papantuono, vendicatosi con la sua pistola di un sequestro di droga subìto qualche giorno prima, è stato ripreso fotograficamente in diretta nella cattura, non trattenuto a terra per tutto il tempo necessario ad uno spettacolo Schermata 2019-04-14 alle 06.04.45.jpgda offrire poi al pubblico. Di che cosa stiamo o stanno parlando contestando il tweet di un ministro la cui colpa sembra essere di avere preferito quella foto all’altra emblematica della tragedia, e privilegiata invece da molti giornali: l’auto dei Carabinieri coperta dai commilitoni del morto e del ferito con una bandiera tricolore?

            La polemica mi sembra francamente di una misera pretestuosità politica, quanto quella sollevata dai navigatori internettiani contro il richiamo di Salvini, a commento proprio di quella foto, alla pena di morte ma solo per precisare di essere contrario, bastandogli e avanzandogli la speranza di vedere l’assassino condannato all’ergastolo. Che andrebbe scontato con tutte le garanzie della legge, e non per “marcire in galera”, come altre volte è purtroppo capitato di dire al ministro dell’Interno. Che si è recentemente e lodevolmente impegnato, in un incontro conviviale nel ristorante del carcere di Bollate, a non ripetere più quell’espressione da taverna. Ad un certo pubblico sarebbe forse piaciuto che a Salvini quella frasaccia fosse scappata di nuovo, o che il ministro si fosse convertito alla pena capitale.

            Avrei da ridire, in verità, anche sull’altro fronte polemico aperto contro il ministro dell’Interno dal suo omologo grillino alla vice presidenza del Consiglio, e ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio. Che, non avendo evidentemente digerito ancora la riforma della legittima difesa, approvata definitivamente dal Senato con l’assenza significativa dei ministri e sottosegretari pentastellati dai banchi di governo, ha colto l’occasione della tragedia nel Foggiano per lamentare che a non potersi adeguatamente difendere siano in Italia le forze dell’ordine. E per annunciare il proposito di discuterne col collega di partito e guardasigilli Bonafede, prima ancora che col Viminale.

           Si è così percorso un altro gradino, in discesa, sulla scala dei rapporti fra componenti del governo e della maggioranza gialloverde. O, se preferite, abbiamo sentito un’altra stecca in questa interminabile campagna elettorale per le europee di fine maggio, condotta come avversari da quanti invece hanno fatto un contratto per governare insieme, addirittura per l’intera durata quinquennale della legislatura.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it 

             

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