Nel lettone del governo riposano con il coltello sotto il cuscino

 

            Tra le foto della cerimonia del giuramento del secondo governo di Giuseppe Conte al Quirinale, le più emblematiche della crisi appena conclusa sono quelle del saluto particolarmente caloroso del presidente del Consiglio al neo ministro degli Esteri, capo del Movimento delle 5 stelle e della relativa “ delegazione” nell’esecutivo: l’unico al quale il presidente del Consiglio ha voluto fare l’occhiolino di complicità e non solo stringere ma sovrapporre Di Maio 1 .jpgl’altra mano alla sua, sotto lo Di Maio 2 .jpgsguardo del presidente della Repubblica. Che pure il giorno prima aveva dovuto attendere un bel po’ di ore, abbastanza spazientito, che a Palazzo Chigi si compisse l’ultimo braccio di ferro fra i due: Conte deciso a nominare come principale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio il segretario generale uscente della stessa Presidenza, Roberto Chieppa, di sua stretta fiducia, e Di Maio fermo nell’imposizione di Riccardo Fraccaro, formalmente declassato da ministro uscente ma in realtà promosso per il ruolo centrale che è chiamato ad avere sul piano politico. Dovranno passare per le sue mani, per le sue orecchie e per i suoi occhi tutto ciò che finisce poi sulla scrivania del capo del governo, o ne esce. Non a caso in quella postazione Conte aveva dovuto accettare l’anno scorso, negli accordi con i leghisti, Giancarlo Giorgetti, l’uomo di fiducia, almeno allora, di Matteo Salvini.

            La stessa logica, essendo Conte di designazione e di fiducia grillina, per quanto gli sembri “impropria” l’appartenenza attribuitagli al Movimento fondato dal comico genovese, avrebbe dovuto attribuire al Pd la postazione rivendicata da Di Maio per il fidato Fraccaro, tanto più dopo che lo stesso Pd aveva dovuto rinunciare all’assegnazione di una unica vice presidenza del Consiglio: una rinuncia necessaria a fare retrocedere Di Maio dalla pretesa di un’altra anche per sé, come nel precedente governo.

            Pur modesta forse nelle sue dimensioni, raccontata da tutti i giornali senza uno straccio di smentita o di imbarazzo degli interessati, e neppure completa perché sembra che Chietta sia destinato ad essere nominato comunque sottosegretario, e dotato di alcune deleghe a scapito di Fraccaro, questa vicenda la dice lunga sulla situazione interna al Movimento che secondo Di Maio è “l’ago della bilancia” di questa e forse anche delle prossime legislature, come fu la Dc ai suoi tempi.

            Di Maio, ora agli Esteri quasi per la regola dantesca del contrappasso dopo tanti scivoloni, a dir poco, accumulati in geografia e dintorni, è un uomo politicamente ossessionato dalla voglia di comandare davvero e dalla paura che il capo vero del suo partito sia già o sia destinato a diventare Conte, “elevato” dallo stesso Grillo in questi giorni al proprio livello, o quasi.

           E’ con Conte, pertanto, che i fatti e le circostanze potrebbero tornare a mettere in conflitto Di Maio, e viceversa, com’ è appunto accaduto per il caso Fraccaro: un conflitto che il presidente del Consiglio non potrà a lungo esorcizzare stringendo all’amico-antagonista le mani eMerlo.jpg facendogli “l’occhiolino del compromesso”, come lo ha definito sulla prima pagina di Repubblica Francesco Merlo. Non sempre si può riuscire a fare buon viso a cattivo gioco. E il Pd, pur essendo riuscito a strappare ai pentastellati -col  cespuglio dello scissionista Roberto Speranza al vertice della Sanità- ben la metà dei Ministeri, come facevano a suo tempo gli alleati della Dc da posizioni elettorali e parlamentari minori, potrà finire per essere coinvolto e indebolito dalle mene e dalle beghe stellari. Che peraltro potranno incrociarsi con quelle interne allo stesso Pd, dove il segretario Nicola Zingaretti deve guardarsi soprattutto da Matteo Renzi, al cui disinvolto e repentino passaggio dal no al sì ai pentastellati ha dovuto piegarsi dopo avere detto e ridetto di non poter cambiare i rapporti con loro senza un preventivo passaggio elettorale.

            Di Zingaretti, come dei forti contrasti fra i pentastellati riferitigli probabilmente da Di Maio quando andavano d’amore e d’accordo, nei fatti se non nelle parole, Salvini si era imprudentemente fidato  promuovendo una crisi che lo ha spiazzato e obiettivamente indebolito nei suoi sviluppi. Il leader leghista potrà ora scommettere solo sugli errori, incidenti e quant’altro dei suoi ex alleati e del loro nuovo partner, odiatissimo sino a pochi giorni fa ma riuscito utile solo per evitare un rinnovo anticipato delle Camere in cui sarebbero tornati a ranghi ridotti, da ago di una bilancia scassata.

            In queste condizioni di solito si dorme, in entrambi i posti del letto a due piazze, con il coltello nascosto sotto il cuscino.

 

 

 

 

 

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La diplomazia italiana in mutande di ghisa con Di Maio alla Farnesina

            Con l’arrivo alla Farnesina di Luigi Di Maio, e degli interpreti che dovranno assisterlo con particolare cura, la diplomazia italiana è in mutande di ghisa, come quelle che Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano ha messo addosso al Movimento delle 5 Stelle, nella nona delle Travaglio 1 .jpgdieci ragioni da lui elencate a favore della nascita del nuovo governo di Giuseppe Conte. “Dopo la cura Salvini -ha scritto testualmente Travaglio- il M5S ha comprato mutande di ghisa per non farsi fregare” pure dal Pd, specie considerando il ruolo decisivo che ha svolto al suo interno Matteo Renzi –“l’ebetino” o “lo sciacallo”, secondo Beppe Grillo- per compiere l’operazione scritta “nel destino” dello stesso comico genovese. Che tentò una decina d’anni fa di iscriversi al Pd bussando alla porta della sezione di Arzachena ma venendo respinto da Roma. Allora Grillo voleva fare l’infiltrato nel Pd per rovescialo come un calzino. Adesso è il Pd, secondo i timori di Travaglio, che potrebbe infiltrarsi nel Movimento pentastellato e fargli perdere i voti rimastigli dopo il salasso procuratogli da Salvini nelle elezioni europee del 26 maggio scorso.

            La prudenza, la diffidenza e quant’altro del direttore del Fatto Quotidiano -che cito con una certa frequenza non per ossessione ma per il riconoscimento dovutogli che dei grillini, dei loro umori, delle loro debolezze, delle loro ambizioni è il più informato di tutti i giornali italiani, ed è, credo, il più seguito sotto le cinque stelle- sono tali che egli ha allestito una squadra di ministri “ombra” per fare le pulci a quelli veri, appena nominati dal capo dello Stato. Travaglio 2 .jpg“Il meno peggio -ha scritto Travaglio dopo la liquidazione delle bestie leghiste, chiamiamole così- non basta: alla lunga, apre (o riapre) la strada del peggio”. E ciò sino a quando, evidentemente, gli italiani non si decideranno a dare la maggioranza assoluta ai grillini, nel frattempo educatisi a dovere alla scuola del Fatto Quotidiano, e non si lasceranno guidare dal governo Conte 3, tutto pentastellato, dal primo all’ultimo ministro e sottosegretario.

            Nel frattempo Travaglio dovrà sopportare che i giornali chiamino riduttivamente “bis” il suo “Conte 2”, come hanno fatto con un misto di impertinenza, ignoranza e provocazione quotidiani Repubblica.jpgcome la Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa, Il Messaggero, il Secolo XIX e altri. Al Corriere, poi, si sono anche permessi di Avvenire.jpglasciare scrivere ad Antonio Polito, nell’editoriale di prima pagina,  che il nuovo governo Conte potrà anche avere “più coesione politica”, rispetto a quello con i leghisti a contratto, ma “meno consenso popolare”, perché “le forse che Polito.jpglo compongono non sono oggi maggioranza nel Paese”, per quanto ne dispongano nelle Camere appositamente congelate col rifiuto delle elezioni anticipate. Che furono reclamate il mese scorso da Salvini per “capitalizzare”, come Conte gli sentì dire riferendone subito in pubblico con aria indignata, il raddoppio dei voti conseguito nelle già ricordate elezioni europee di fine maggio.

            Per tornare a Di Maio – approdato agli Esteri dopo avere inutilmente tentato la scalata al Viminale, e piazzando il suo fedelissimo Riccardo Fraccaro nella postazione chiave a Palazzo Chigi di primo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, per non parlare delle persone di fiducia collocate nei suoi ex uffici di ministro Giornale.jpgdello Sviluppo Economico e del Lavoro-  le difficoltà in cui deve sentirsi la diplomazia italiana sotto la sua guida non derivano dai problemi di lingua e di conoscenza geografica rinfacciatigli, a torto o a ragione, dal Giornale della La Stampa.jpgfamiglia Berlusconi. Derivano piuttosto dai suoi ripetuti e sfortunati, a dir poco, sconfinamenti precedenti nella politica estera italiana procurandosi la diffidenza, se non l’ostilità, di tante Cancellerie con le quali egli ora deve interloquire direttamente. Non a caso un giornale molto informato e sensibile a questi problemi come La Stampa si è subito fatta portavoce dei “timori degli alleati”.

            Vi lascio immaginare, e immagino io stesso, nonostante o anche a causa, come preferite, dell’immediata soddisfazione espressa dal Dipartimento di Stato americano per la nascita del nuovo governo italiano, dopo la sponsorizzazione personale di Conte fatta dal presidente Donald Trump, la reazione alla nomina Giannelli.jpgdi Di Maio a ministro degli Esteri nelle stanze dell’Eliseo. Dove il presidente francese in persona Emmanuel Macron ricorda ancora con tanto fastidio le incursioni fisiche e politiche di Di Maio fra i “gilet gialli” in rivolta a Parigi da essersi avventurato qualche giorno a compiacersi dell’impressione che Di Maio fosse la maggiore vittima -altro che Salvini- della crisi di governo scoppiata in Italia. Non sapeva, il povero Macron, di quante risorse, diciamo così, fosse capace la politica nei palazzi romani.

 

 

 

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La crisi, almeno quella di governo, è finita col permesso di…Rousseau

            Non so se il segreto dell’imprevista vittoria del governo col Pd nel referendum digitale sotto le cinque stelle dell’omonimo movimento- imprevista almeno nelle dimensioni “plebiscitarie”, come ha detto Luigi Di Maio, di un quasi 80 per cento contro il 20- stia davvero nell’inversione imposta all’ultimo momento da Beppe Grillo. Il quale, fidandosi evidentemente assai poco della sua gente aveva bestemmiato vedendo il no prima del sì nella scheda da proporre elettronicamente ai 117 mila iscritti alla cosiddetta piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio sotto il quesito. Che già aveva di sospetto e di pericoloso, per lui, il riferimento esplicito al Pd come partecipe del nuovo governo di Giuseppe Conte.

           Il nome del partito chiamato a sostituire la Lega nella combinazione, o squadra, di governo appariva a Grillo indigesto per il pubblico da lui abituato o addirittura “educato” a considerare il Pd un demonio, irrecuperabile dopo che il segretario di turno gli aveva negato una decina d’anni fa l’iscrizione provocatoriamente chiesta alla sezione di Arzachena, in Sardegna, per potere poi partecipare alle primarie e concorrere alla sua guida.

            Fallito il tentativo di togliere il riferimento al Pd dal quesito per le resistenze opposte sia da Casaleggio sia da Luigi Di Maio, sospettati anche per questo dall’”elevato”, garante e quant’altro del movimento di essere, sotto sotto, ostili al cambiamento di alleato e un po’ nostalgici dei Certificazione notarile Rousseau.jpgleghisti, o comunque poco impegnati nella inversione di rotta, Grillo si è impuntato e l’ha spuntata sulla precedenza da dare al sì rispetto al no nella risposta. E deve avere tirato un bel sospiro di sollievo, il comico e generatore, o rigeneratore, del movimento quando ha visto i sì arrivare a 63.146 e i no fermarsi a 14.488, con tanto di certificazione notarile.

            Un altro sospiro di sollievo, non meno forte di quello di Grillo, deve essere stato tirato a Roma da Giuseppe Conte, che non a caso, rivelando i suoimanifesto.jpg timori, si era esposto la sera rima in un appello ai votanti invitandoli con una certa retorica a “non lasciare i sogni nel cassetto” con la rinuncia all’unico governo, la seconda edizione del suo, capace di realizzarli.

            Altro sospiro di sollievo deve essere stato, a pochi passi da Palazzo Chigi, quello  al Nazareno del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che in caso di bocciatura e di aborto del secondo governo Conte sarebbe rimasto solo con tutte le rinunce o retromarce compiute per favorirne la nascita: prima passando dal sì al no alle elezioni anticipate, poi passando dal no al sì alla conferma dello stesso Conte, poi rinunciando a una vice presidenza unica del Consiglio per Dario Nordio.jpgFranceschini ottenendone persino la rinuncia pur di indurre a fare altrettanto a Di Maio, ostinato nel tentativo di una conferma a quel posto, poi ancora ad accontentarsi di 6 concessioni verbali nel programma di 26 punti –“un oroscopo”, l’ha definito sarcasticamente  Carlo Nordio- pur nella consapevolezza di non poter essere sicuro di vederle onorare da un contraente dichiaratamente indifferente alla destra e alla sinistra, della quale invece Zingaretti si considera il guardiano.

            Un sospiro di sollievo, infine, o soprattutto, deve essere stato tirato al Quirinale, nonostante l’indifferenza ostentata -e fatta riferire dai quirinalisti più zelanti- per il referendum digitale della piattaforma Rousseau, essendo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella convinto che i suoi unici interlocutori siano i presidenti dei gruppi parlamentari e i segretari dei loro rispettivi partiti. Emblematica, a questo riguardo, può ben essere considerata anche oggi la vignetta di Emilio Giannelli il Fatto.jpgsulla prima pagina del Corriere della Sera, che ritrae un esterrefatto capo dello Stato al telefono con qualcuno, probabilmente lo stesso Casaleggio o il centralinista del Fatto Quotidiano, che lo informa dell’esito liberatorio del voto digitale per la chiusura della crisi.

            Avrei voluto proprio vedere Mattarella, in caso di vittoria dei no e di conseguente rinuncia di Conte all’incarico, puntare i piedi per ordinare al presidente del Consiglio di fare lo stesso il suo secondo governo e presentarlo alle Camere per la fiducia, portandosi appresso gruppi parlamentari e partiti. Cerchiamo di essere seri, oltre che franchi, nonostante la “freddezza” attribuita al presidente della Repubblica persino dal buon Marzio Breda sul Corrierone.

            Di Luigi Di Maio non riesco francamente a immaginare cosa diversa dalla disinvoltura quando l’ho visto in televisione esultare per il risultato del referendum, prendendosene tutti i meriti, dopo che se ne era tenuto sostanzialmente distante con un preventivo apprezzamento sia dei sì sia dei no, ugualmente “giusti”. Ora Di Maio –“campione del mondo”, come lo Il Foglio.jpgpresenta, pur ironico, Il Foglio di Giuliano Ferrara- cavalca il risultato del referendum come una sua vittoria, riabilitazione, rigenerazione e quant’altro nella veste di leader del movimento, a dispetto anche dei sei milioni e rotti di voti perduti nelle elezioni politiche di fine maggio. Nella sua euforia egli ha annunciato davanti alle telecamere che  il pur anomalo partito da lui capeggiato è e addirittura rimarrà nelle prossime legislature  “l’ago della bilancia”, come la Dc, pur non evocata, nella lunga storia della cosiddetta prima Repubblica.

            In questa crisi ormai agli sgoccioli, in cui si è abusato anche nel gioco delle analogie, tentandone di tutti i colori, non vorrei che a qualcuno venisse la voglia di paragonare Di Maio ad Alcide De Gasperi. Che commentò la storica vittoria elettorale del 18 aprile 1948 -contro il fronte popolare di sinistra, da cui era stato sfidato con l’impegno di Palmiro Togliatti di “cacciarlo a calci in culo” dalla guida del governo- dicendo: “Pensavo che sarebbe piovuto, ma non grandinato”.

 

 

 

 

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Il nuovo governo in attesa della bollinatura digitale delle 5 stelle

            Forse, e persino a sua insaputa, Emilio Giannelli ha centrato nella sua vignetta più di tanti editoriali il senso di quella che lui ha chiamato “Suspense Rousseau”,  la Repubblica “roulette Schermata 2019-09-03 alle 06.15.12.jpgRousseau” e il manifesto a doppio sensomanifesto.jpg “Democlic”, la vera e scontatissima posta in gioco nel referendum dei grillini. Essa non è la poltrona che solleva in aria Giuseppe Conte non alludendo a quella di vice presidente del Consiglio già perduta da Luigi Di Maio, avendovi rinunciato prima ancora di tuffarsi nel vuoto del voto elettronico, ma a quella sua di presidente del Consiglio, minacciata dal no degli iscritti alla piattaforma di Davide Casaleggio intestata all’incolpevole filosofo ginevrino.

             La posta in gioco nel Movimento di Beppe Grillo, che dal suo blog personale contempla tutto blog Grillo.jpgstandosene seduto nello spazio su una curva della Terra, è la leadership di Di Maio, la sua qualifica di capo politico. Essa è già sfiorita con quei sei milioni e più di voti perduti nelle elezioni europee del 26 maggio e ulteriormente indebolita dall’ormai fallito tentativo di essere confermato vice presidente del Consiglio. E ciò, anche se nella sconfitta gli ha dato una mano cristianamente, come da origini politiche nella Dc, Dario Franceschini rinunciando a una casella analoga rivendicata dal Pd.

            La luce di Di Maio nel firmamento grillino è diminuita man mano che è cresciuta, col rigeneratore del comico genovese in persona, quella di Conte. Il quale quanto più cerca di presentarsi in pubblico come terzo, definendo “impropria” l’appartenenza pentastellata dimostrata dalla stessa conferma a Palazzo Chigi reclamata dai grillini e subìta dal Pd, tanto più viene “elevato” dal fondatore del movimento, quasi asceso alla vetta sottostante alla sua, o affiancato come Gesù accanto a Dio, ricorrente nel blog del comico genovese come suo interlocutore diretto.

            La dissociazione di Di Maio dal contesto politico nel quale si trova si avverte nella continua e paradossalmente sempre più insistita rivendicazione di guidare un movimento “deideologizzato”, cioè “né di destra né di sinistra”, che proprio per questo potrebbe accordarsi indifferentemente con l’una e con l’altra.

            Di solito quando non si è né di destra né di sinistra ci si colloca al centro. Ma anche questa forse è per Di Maio una posizione ideologica, e quindi estranea alla sua portata. Se poi il giovane ormai ex vice presidente del Consiglio decidesse di sentirsi di centro in senso fisico o matematico, essendo stato il suo movimento il più votato nelle elezioni politiche dell’anno scorso, come capitò in passato a lungo alla Dc, bisognerebbe ricordargli che le cose in un anno sono parecchio cambiate negli umori del Paese. Che difficilmente torneranno ad essere quelli del 2018 solo evitando le elezioni anticipate e congelando il Parlamento in carica. E poi, via, definire centrista, con tutto quel che ci siamo abituati a considerare il centro, un movimento come quello grillino, è roba più da pazzia che da politologia, per quanto facciano rima.

            Il succo dell’operazione politica sottoposta al referendum digitale dei grillini, a parte tutti i rapporti di questa prova elettronica con la democrazia messi in dubbio Repubblica 2 .jpgnel titolo dubitativo dell’editoriale di Repubblica, sta nell’ottava delle dieci ragioni elencate da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano per invogliare al sì i suoi lettori Travaglio.jpge iscritti alla piattaforma Rousseau.”Un Pd così sbiadito e diviso, senza leader né slogan forti, è un alleato meno insidioso e concorrenziale del monolite Salvini”, ha scritto Travaglio, immagino con quale Schermata 2019-09-03 alle 06.24.20.jpgreazione, a leggerlo, da parte di Nicola Zingaretti, appena inorgoglito da un mezzo peana riservatogli sul Corriere della Sera da Paolo Mieli. Il quale è convinto che egli abbia addirittura “compiuto un’impresa destinata a restare negli annali” per avere “raccattato un partito ai minimi storici e -anche a costo di trovarsi due o tre volte in contraddizione con se stesso- lo sta portando al governo” percorrendo “vie correttissime sotto il profilo costituzionale”. E così al Corriere sembrano passati di fronte alla crisi dubbi, preoccupazioni e quant’altro emerse di recente.

 

 

 

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Perché Giuseppe Conte non è Aldo Moro, e Zingaretti non è Berlinguer

Premetto il riconoscimento di tutto il rispetto, anzi l’ammirazione, che merita Eugenio Scalfari per la puntualità con la quale a 95 anni compiuti lo scorso 6 aprile segue la cronaca politica, compresa quella della crisi più pazza del mondo, com’è stata considerata e definita da molti questa che è arrivata alle ultime battute, almeno secondo i propositi del presidente uscente del Consiglio Giuseppe Conte e del capo dello Stato che lo ha incaricato di formare il nuovo governo alleandosi questa volta col Pd, anziché con la Lega dei quattordici mesi precedenti. Ma né il rispetto né l’ammirazione per il decano ormai della nostra professione mi possono dissuadere dal dovere, che ricavo anche dai rapporti avuti col povero Aldo Moro incapace dal 1978 di difendersi da solo per essere stato ammazzato dalle brigate rosse, di contestare la ricostruzione, che Scalfari ha proposto ai lettori della sua Repubblica, dell’intesa raggiunta nel 1976 col Pci di Enrico Berlinguer dall’allora presidente della Dc, e durata per un pò oltre la sua terribile morte.

Sento tanto più il dovere di contestare questa rappresentazione nel momento in cui essa è proposta, o riproposta, a sostegno di ciò che di molto diverso sta accadendo adesso fra Conte e il Pd di Nicola Zingaretti. Il quale ultimo, a dire il vero, avrebbe il diritto di sentirsi più di Conte al posto di Moro per guidare un partito in cui sono confluiti, lungo un percorso abbastanza Diamanti.jpgaccidentato, i resti della Dc morotea, appunto, e del Pci berlingueriano. Già messo così, cioè nelle sue condizioni inconfutabilmente storiche, il paragone di Scalfari fra Conte e Moro è a dir poco spiazzante. D’altronde, anche Ilvo Diamanti, proprio su Repubblica, ha appena  invitato a non confondere con la Dc “i 5Stelle trasversali”, e neppure -aggiungo io- col Pci.

Il problema qui non sarebbe di un “improprio” Conte che come un nuovo Moro dovrebbe fidarsi e aprire un periodo di collaborazione col Pd, essendo stato designato alla guida anche di questo nuovo governo in arrivo, oltre che di quello finito, da un partito in cui pure non si riconosce del tutto, avendo appena precisato, in un collegamento televisivo con la festa del Fatto Quotidiano in Versilia, di non essere iscritto né partecipe delle riunioni dei dirigenti grillini. Il problema sarebbe piuttosto di Zingaretti che, rimanendo fuori dal governo come Moro, ritrattosi nel 1976  a vantaggio del collega di partito Giulio Andreotti per rasserenare nel nuovo scenario politico gli Stati Uniti, la Chiesa e la destra democristiana, dovrebbe fidarsi attraverso Conte del Movimento 5 Stelle.

Superiamo tuttavia queste curiose, improponibili analogie che mettono la Dc al posto del Movimento 5 Stelle come partito di maggioranza relativa, e conseguentemente il Pd al posto del Pci, visto peraltro che Zingaretti proviene dalla storia dei comunisti e non da quella dei democristiani. E accettiamo con molta buona volontà, fantasia e quant’altro che Conte stia oggi davvero al posto di Moro, come lo immaginano Scalfari e altri ancora. Anche un uomo di provenienza democristiana come Pierluigi Castagnetti, molto di casa -si dice- al Quirinale, ha recentemente evocato il 1976 per consigliare a Zingaretti di fidarsi di Conte come Berlinguer si fidò di Andreotti per il realismo suggeritogli  dall’allora presidente della Dc.

Accettiamo, ripeto, queste acrobazie analogiche e storiche, che già si contraddicono e si confondono da sole. E prendiamo per buono un paragone ridotto all’anomalia di due partiti che prima si contrappongono nella campagna elettorale e poi si alleano ugualmente per governare il Paese: nel 1976 la Dc e il Pci, nel 2018 il Movimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini, messasi in libera uscita -avrebbe detto Andreotti- dal centrodestra pur avendone assunto la guida nelle urne sorpassando il partito di Silvio Berlusconi, e in questo 2019 il Movimento 5 Stelle e il Pd, contrappostisi non di meno nella campagna elettorale dell’anno scorso per il Parlamento nazionale e in quella dei mesi passati per il Parlamento europeo.

Quello che contesto a Scalfari è il carattere permanente, non momentaneo ed eccezionale, che egli vorrebbe attribuire all’anomalia di due partiti che si contrappongono davanti all’elettorato e si alleano, o comunque collaborano, come fecero la Dc e il Pci una quarantina d’anni fa. Contesto di Scalfari quella “alleanza” attribuita domenica scorsa, nel suo commento alla crisi, fra Moro e Berlinguer progettata per “almeno una legislatura e forse anche due”.

Dc e Pci, o viceversa, “dovevano ricostruire insieme -ha raccontato Scalfari- un Paese dove i contrasti tra ricchi e poveri, nord e sud, giovani e anziani, occupati e disoccupati andavano superati per fare un’Italia moderna, forte, europea. Dopo questo periodo ricostruttivo, che sarebbe durato -ha insistito Scalfari- all’incirca dieci anni, ciascuno dei due partiti avrebbe dovuto riprendere la propria condizione originaria e confrontarsi con l’altro alternandosi nel governo”.

Una simile ricostruzione o rappresentazione della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale formatasi attorno a due monocolori democristiani guidati da Andreotti e durata Berlinguer e Scalfari.jpgsino a gennaio del 1979, quando Berlinguer se ne sfilò volontariamente per tornare all’opposizione piuttosto che impegnarsi nel processo d’integrazione europea e nel riarmo missilistico della Nato in arrivo, ha il torto, fra l’altro, volente o nolente, di offendere la memoria di Moro. Che, se fossero state vere le cose immaginate e riferite ora da Scalfari, avrebbe mentito ai parlamentari democristiani nel suo ultimo, testamentario discorso politico prima del sequestro e della morte.

In quell’intervento, pronunciato a braccio e febbricitante, il presidente della Dc disse esplicitamente ai senatori e ai deputati del suo partito di non sapere e potere prevedere quanto avrebbe potuto o dovuto durare l’intesa col Pci, appena rinnovata  con un programma concordato per consentire ai comunisti di partecipare più chiaramente alla maggioranza passando dall’astensione a un voto vero e proprio di fiducia al monocolore democristiano. Che si sarebbe peraltro rivelato tale e quale a quello precedente, nonostante le teste dei ministri Antonio Bisaglia e Carlo Donat-Cattin reclamate dal Pci e salvate proprio da Moro nell’ultimo vertice democristiano da lui presieduto alla Camilluccia.

Moro spiegò ai parlamentari del suo partito -il testo di quel discorso è largamente disponibile negli archivi- che quell’intesa serviva solo ad attraversare il deserto creatosi con la indisponibilità dei socialisti a tornare alla collaborazione con la Dc senza i comunisti, e ad evitare elezioni anticipate “di testimonianza”. Che si sarebbero risolte in un danno ulteriore ai vecchi alleati dello scudo crociato, compreso il Psi nel frattempo passato dalla guida del vecchio Francesco De Martino a quella di un giovane autonomista dichiarato come Bettino Craxi, da cui era possibile aspettarsi un cambiamento di linea.

Moro concluse spingendosi al massimo sino alla scadenza istituzionale più vicina, che era quella di fine 1978, quando sarebbe scaduto il mandato di Giovanni Leone al Quirinale e se ne sarebbe eletto il successore. Che sarebbe stato probabilmente proprio lui se non fosse morto per mano brigatista.

Questa è la vera storia dell’intesa di Moro con Berlinguer, non altra, desunta da interpretazioni o addirittura da una intervista dello stesso Moro a Scalfari che ebbe -ed ha conservato- l’inconveniente insuperabile di essere uscita postuma, senza alcuna registrazione della sua voce e senza alcuna testimonianza, neppure quella del portavoce Corrado Guerzoni. Che riferì di essersi limitato ad accompagnare Scalfari nello studio romano del presidente della Dc, in via Savoia, allontanandosene subito per lasciarli soli.

Curiosamente, con un’analogia questa volta più concreta e visibile, anche in questa intesa anomala in arrivo fra grillini e piddini, dopo le loro tante contrapposizioni elettorali, ha fatto capolino una scadenza istituzionale: quella, di nuovo, del Quirinale nel  non vicino 2022, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella. Il più esplicito è stato, a questo proposito, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, in odore di ulteriore carriera nel Pd, che in una intervista al Corriere della Sera ha testualmente dichiarato, a proposito dell’intesa fra Conte e Zingaretti: “Mi auguro che duri tutto il tempo utile per eleggere il presidente della Repubblica, che è più importante di qualsiasi premier. Sottolineo: qualsiasi premier”.

In un eccesso di sincerità o franchezza, in quanto tale lodevole, per carità, il sindaco di Milano ha portato allo scoperto una parte forse non secondaria del sommerso di questa crisi e mescolato due cose -Governo e Presidenza della Repubblica- che non dovrebbero essere confuse e neppure intrecciate, se non casualmente. Ma sono il primo ad ammettere che non è la prima volta, e non sarà probabilmente neppure l’ultima, che questo inconveniente accade per il sistema parlamentare di elezione del presidente della Repubblica. Cui non a caso una larga dottrina ormai, oltre che una larga sensibilità democratica, preferisce l’elezione diretta del capo dello Stato.

Moro probabilmente non vi avrebbe mai aderito. Egli inorridì, appena eletto segretario della Dc, quando un consulente del predecessore, il professore Gianfranco Miglio, gli prospettò il cosiddetto presidenzialismo. Ma di acqua ne sarebbe poi passata sotto i ponti. E al Quirinale sarebbe Cossiga.jpgarrivato nel 1985 un presidente, il democristiano Francesco Cossiga, per niente contrario ad una simile evoluzione del sistema costituzionale, sino a prospettarla in un messaggio al Parlamento e a proporsi implicitamente come il traghettatore tra il vecchio e il nuovo. Ma non se ne fece nulla per la sopraggiunta tempesta di Tangentopoli e la fine della cosiddetta prima Repubblica.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

E’ stata una domenica bestiale quella ultima del primo governo Conte

            Fra Papa Francesco che viene soccorso dai pompieri nell’ascensore bloccato dell’appartamento da cui si affaccia nei giorni di festa; il presidente del Consiglio uscente e rientrante Giuseppe Conte che, collegato senza cravatta e pochette al raduno versiliese del Fatto Quotidiano, si sente “inappropriato” nei panni pentastellati che pure gli hanno permesso il reincarico nella crisi più pazza del mondo, azionata da un Matteo Salvini che non crede a ciò che Salvini.jpgvedono i suoi occhi; un Beppe Grillo attivissimo che, dichiaratamente assistito dal suo neurologo, scrive a Marco Travaglio per aggiungere Grillo al Fatto.jpgai soliti elogi il monito a Conte a ricordarsi di essere “l’unico che ha una casa dove andare”, naturalmente sotto le cinque stelle; un Luigi Di Maio che si sente chiuso in una gabbia dalla quale spera in cuor suo che lo liberino gli elettori elettronici della “piattaforma Rousseau” bocciando “il governo col Pd”, papale papale, su cui voteranno domani; fra tutto questo, dicevo, è stata francamente bestiale la domenica appena trascorsa in apertura del mese di settembre.

            Bestiale è anche l’aggettivo che ancora manca ai soprannomi che si sta guadagnando il secondo governo Conte prima ancora che nasca, partorito formalmente dalla penna con la quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmerà al momento giusto, salvo sorprese, i decreti di nomina dello stesso Conte e dei ministri. E’ il governo “del ribaltone” secondo i leghisti, che se ne intendono per averne promosso il primo nella cosiddetta seconda Repubblica rovesciando quello di Silvio Berlusconi, dove si erano appena imbarcati, e spianando la strada al primo e unico Gabinetto di Lamberto Dini. E’ il governo “giallorosa” secondo Travaglio, che lo difende dal rosso, antico o moderno che sia ma ugualmente troppo compromettente anche per lui. E’ il governo “dei Malavoglia”, secondo Antonio Padellaro, fondatore del Fatto Quotidiano e predecessore di Travaglio alla direzione. E’ il governo “del coraggio”, secondo il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che di coraggio in effetti ne ha avuto a cavalcarlo dopo avere reclamato anche lui le elezioni anticipate in caso di crisi, prima di scoprire che in politica non bisogna “mai dire mai”.

            Proliferano anche i soprannomi di Grillo, il più entusiasta di tutti, convinto come Travaglio che l’accordo col Pd fosse “nel destino” dopo il suo inutile tentativo, tanti anni fa, di iscriversi alla sezione piddina di Arzachena, respinto non ricordo più da quale dei segretari di turno del partito nato dalla fusione fra gli eredi del Pci e della sinistra democristiana. Promossosi “elevato”, garante e altro ancora dopo la promozione del “poppante” Luigi Di Maio, come ora lo liquida allusivamente sul suo blog personale, a capo politico del movimento delle 5 stelle, ora Grillo si è guadagnato i gradi, la funzione, il ruolo, come preferite, del “generatore”, o “rigeneratore”, per la spinta che sta dando al secondo governo Conte ancora in cantiere.

            C’è fantasia, bisogna ammetterlo, sotto le cinque stelle, magari alimentata dalla paura di ricontarsi nelle urne dopo la scoppola delle elezioni europee del 26 maggio scorso e la giustamente avvertita irripetibilità della loro attuale rappresentanza nel Parlamento nazionale. Di cui pertanto è diventata Mattarella.jpgsacra e inviolabile la scadenza ordinaria nel 2023: l’anno dopo, peraltro, la fine del mandato di Mattarella al Quirinale, per cui i grillini contano di potere svolgere un ruolo di protagonisti nella scelta del successore, o nella conferma -semmai vi fosse interessato- del presidente uscente.

 

 

 

 

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Eccovi Conte travestito da Galileo Galilei alle prese col suo secondo governo

            “Eppur si muove”, ha titolato con sollievo il Fatto Quotidiano- alla faccia dell'”indietro tutta” annunciato da Libero-  travestendoLibero.jpg Giuseppe Conte da Galileo Galilei dopo un’altra giornata di tensioni e voci o sensazioni contrastanti, fra cui una mezza tentazione attribuita al presidente del Consiglio uscente e reincaricato di rinunciare di fronte al rifiuto del presidente della Repubblica, in un incontro informativo al Quirinale, di allungargli i tempi delle trattative col Pd per la formazione del nuovo governo. Sulla cui strada ormai più dei cosiddetti contenuti programmatici, che pure sono ancora molti e molto da definire bene, l’ostacolo maggiore,manifesto.jpg come “la palla al piede” gridata in prima pagina dal manifesto, è l’ambizione di Luigi Di Maio a rimanere vice presidente del Consiglio, oltre che ministro di peso. E’ un’ambizione motivata dalla paura di risultare tanto indebolito da diventare nel Movimento delle 5 Stelle meno Rolli.jpgancora di un leader dimezzato cui l’hanno ridotto prima i sei milioni di voti perduti nelle elezioni europee del 26 maggio, poi la rottura con Matteo Salvini, sempre pronto peraltro sul suo Carroccio a rioffrirsi, e infine con la crescita esponenziale di Conte, almeno rispetto alla decadenza del giovane  vice uscente.

            Anche o persino Beppe Grillo, il fondatore, l’”elevato”, il garante e altro ancora del movimento pentastellato, è “esausto” per le resistenze di Di Maio, di cui pure Marco Travaglio sul già citatoGrillo 1 .jpg Fatto Quotidiano, smanioso di vedere l’alba del secondo governo Conte, si è chiesto nell’editoriale di giornata “che altro va cercando” dopo aver visto salire in un mese nei sondaggi il suo partito dal 22,3 al 24 per cento delle intenzioni di voto, pur sempre rimanendo ben al di sotto del 32 per cento e rotti delle elezioni politiche dell’anno scorso, sperperato alleandosi con la Lega di Salvini.

            Per quanto “esausto”, Grillo dalla sua villa al mare, o dove altro ha preferito fermarsi e riprendersi, ha lanciato in rete un monologo per sponsorizzare ancora una volta il cambio di alleanza Grillo 2 .jpge unirsi come forza “progressista” al pur tanto criticato e disprezzato Pd, uscito dalla fase del “Pidielle” degli anni delle larghe intese con l’odiato Silvio Berlusconi e ancora oggi condizionato, quanto meno, dalle scelte e dalle iniziative di un altro odiato dal comico genovese: “l’ebetino” -come lo chiamava durante l’esperienza a Palazzo Chigi- Matteo Renzi. Che sta attivamente vigilando adesso perché il suo successore Nicola Zingaretti non s’attacchi a qualche ragione o pretesto fornito da Di Maio per tirarsi indietro e fermare quel che “pur si muove”, secondo il racconto di Travaglio e del giornale così sensibile agli umori e alla sorte del movimento grillino.

            La rappresentazione galileiana di Conte non sembra convincere più di tanto il più diffuso giornale italiano, il Corriere della Sera. Che dopo qualche giorno di prudente attesa, forse nell’imbarazzo in cui si è trovato per una mezza campagna tentava dal Foglio, con una intervista di Annalisa Chirico, per de Bortoli.jpgla discesa nel campo politico dell’editore Urbano Cairo, ha affidato motivi di preoccupazione, se non di allarme, all’editorialista ed ex direttore Ferruccio de Bortoli, detronizzato a suo tempo con lo zampino dell’allora presidente del Consiglio Renzi. “Fatichiamo a pensare -ha scritto de Bortoli- che il bene del Paese, cui tutti mostrano di tenere, sia legato al destino personale di un vicepremier”.

            Amaro, a dir poco, è anche il commento domenicale del fondatore della Repubblica di carta. “Ogni partito -ha scritto Eugenio Scalfari, ancora appassionato alla Scalfari.jpgsua età come un giovanotto alla cronaca politica- gioca per conto proprio e naturalmente coltiva due o addirittura tre diverse soluzioni che restano in attesa di una scelta definitiva, se mai arriverà”, quanto meno in tempo per salvare il Paese dai “populismi” che lo assediano, anche dopo la sconfitta rimediata in questa crisi dal temutissimo Matteo Salvini, salvo sorprese dell’ultimo momento.

 

 

 

 

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La crisi di governo appesa alla corda di un enigmatico Luigi Di Maio

            Quel “Pentrastressato” sulla prima pagina del quotidiano il manifesto rende bene l’idea della crisi appesa -a pochi giorni dalla prevista, promessa, attesa e quant’altro formazione di un nuovo governo di Giuseppe Conte- alla corda di Luigi Di Maio. Che, quanto più viene orgogliosamente indicato dai suoi amici e fidati capigruppo parlamentari  come “il capo” del movimento grillino, reclamandone il rispetto, tanto più appare incerto, nervoso, insicuro. E cerca di nascondere questa realtà alzando la voce e la posta nella trattativa col presidente del Consiglio uscente, pur da Gazzetta.jpglui proposto al capo dello Stato per il reincarico e imposto a un riluttante segretario del Pd rappresentato in canottiera da qualche vignettista. Alza la voce, Di Maio, sino a porre ultimatum, a irrigidirsi sugli “irriunciabili venti punti” del programma del suo partito, a proteggere a sorpresa i decreti  di Matteo Renzi sulla sicurezza in materia di sbarchi degli immigrati dalle contestazioni del Pd, e a minacciare anche lui, come il vice presidente leghista uscente e non rientrante del Consiglio, le elezioni anticipate.

            Di fronte a questa gestione della crisi, e dello stesso movimento che Beppe Grillo gli lascia ancora rappresentare, nonostante alluda a lui come a “un poppante” negli interventi affidati al proprio blog, la Repubblica Repubblica.jpgdi carta ha interrotto il conto alla rovescia delle albe mancanti a quella del governo Conte 2, o bis, come lo definiscono altri, e si è chiesta nel suo titolo di apertura “a che gioco gioca Di Maio”. Sul conto del quale il tesoriere, e altro ancora, del Pd Luigi Zanda non ha dubbi definendolo “poltronista”, attaccato cioè alla carica di vice presidente del Consiglio, che reclama anche nel nuovo governo, e ancora tentato, sotto sotto, dal pur assai improbabile recupero, a questo punto, dell’alleanza con i leghisti.

            Intanto i mercati finanziari hanno cominciato a dismettere la fiducia manifestata di fronte al reincarico di Conte, badando di più alla sostanza della crisi recessiva italiana appena confermata dall’Istat con i dati sul secondo trimestre dell’anno. E lo stesso Conte, pur incoraggiato anche dal Papa Papa e Conte.jpgdavanti alla salma del cardinale Achille Silvestrini, oltre che dal presidente americano Trump e dai vertici uscenti ed entranti dell’Unione Europea, mostra segni di insofferenza, se non di allarme, per le docce fredde che Di Maio gli getta addosso dopo averlo incontrato, salvo magari fargli qualche telefonata di precisazione, mai di scuse, di fronte al putiferio politico e mediatico appena provocato.

            I meglio disposti verso Di Maio, questo enigma ormai della crisi, gli attribuiscono la furbizia, pur rischiosa perché il gioco potrebbe sfuggirgli di mano, di contenere il più possibile una base del movimento in fermento contro il governo nascituro e in procinto di pronunciarsi col solito referendum elettronico in base ad un quesito che sarà peraltro studiato apposta per deviarne attenzione, umori e quant’altro, scommettendo soprattutto  sul nome e sull’immagine di Conte.

            I peggio disposti invece verso il capo ancòra del movimento grillino , oltre a dargli del “poltronista”, come il già citato ex capogruppo del Pd al Senato Luigi Zanda, sospettano che, come Salvini dopo il 34 per cento  conquistato davvero nelle elezioni europee del 26 maggio scorso, egli si sia fatto prendere la mano, la lingua, la testa e chissà quant’altro dai sondaggi di questa fine d’agosto che danno i pentastellati al 24,2 per cento virtuale dei voti, dal 17,4 di metà luglio. Ne ha Corsera.jpgriferito il committente Corriere della Sera con un articolo di Nando Pagnoncelli rivelando anche che i leghisti sono passati, nello stesso periodo, dal 36 al 31,8 per cento, il Pd dal 21,6 al 22,3, Forza Italia dall’8,2 al 6 e la destra di Giorgia Meloni dal 6 al 7,8 per cento delle intenzioni di voto.

 

 

 

 

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Zingaretti contesta l’imparzialità o il terzismo del presidente del Consiglio

            Mentre tutti, o quasi, vedono e indicano nelle tensioni all’interno del movimento grillino le difficoltà Messaggero.jpgdi Conte sulla strada del suo secondo governo, di cui ancora Luigi Di Maio -o Di Moio, come lo chiama sarcasticamente Il Fatto.jpgin una vignetta di prima pagina l’insospettabile Fatto Quotidiano, di casa sotto le cinque stelle- sono giunti al presidente del Consiglio uscente e rientrante segnali dal Pd di cui dovrebbe preoccuparsi.

            Consapevole delle sorprese procurate a quanti, fuori e dentro il suo partito lo avevano lasciato qualche settimana fa fermo sul no ad un governo con i grillini prima di un passaggio elettorale, per cui ora fa i conti con titoli come quello di Libero, che gli dà del “grande buffone”, il segretario Libero.jpgdel Pd Nicola Zingaretti ha contestato il tentativo compiuto da Conte, accettando con la consuete riserva il reincarico, di posizionarsi come “terzo” fra le due parti della costituenda maggioranza giallorossa, o “giallorosa”, come preferisce chiamarla Travaglio per un curioso pudore. “Non è super partes”, ha avvertito Zingaretti ricordando che il professore e avvocato da più di un anno a Palazzo Chigi è lì per designazione dei grillini. E la durata del suo eventuale secondo governo -ha avvertito l’ex segretario del Pd Matteo Renzi, che Zingaretti ha dovuto inseguire e ad un certo punto anche scavalcare nelle Renzi.jpgaperture a sorpresa ai pentastellati- “sarà legata alla qualità della squadra”. Per cui non è detto che Conte possa considerarsi “sereno” sino al termine ordinario della legislatura, per dirla con una parola dello stesso Renzi rivelatasi politicamente fatale all’amico di partito Enrico Letta sei anni fa. D’altronde, anche una “squadra di governo” che parte col vento in poppa, persino nei mercati finanziari, può trovarsi in tutt’altre condizioni lungo la navigazione e fare naufragio, o qualcosa del genere.

            La prudenza, chiamiamola così, del Pd fa il paio con quella che traspare sul Colle dalla corrispondenza di Marzio Breda. Che, pur non smentendo “la fiducia” attribuita il giorno prima al capo dello Stato, mentre si accingeva a conferire l’incarico a Conte, ha avvertito che Sergio Mattarella non considera affatto un “governo del Presidente”, cioè da lui promosso, quello che è in cantiere. E’ un governo tutto “politico”, nato dalle scelte dei partiti che si sono dichiarati disposti a tentarne la formazione, nel programma e nella struttura, pur con la sorveglianza che il capo dello Stato si riserva di esercitare sulla scelta di certi ministri come quelli degli Esteri, della Difesa, del Tesoro, della Giustizia e dell’Interno. Le cui competenze confinano o incrociano con particolare evidenza le prerogative del capo dello Stato. Ora sta a Conte “camminare sulle sue gambe”, ha fatto praticamente dire Breda a Mattarella.

            Il quirinalista del Breda.jpgCorriere della Sera ha probabilmente raccolto ed espresso gli umori, quanto meno, del presidente della Repubblica anche quando si è chiesto se non ci siano da aspettare sorprese dai numeri sempre ballerini della maggioranza al Senato, sia nella versione gialloverde ormai conclusa sia in quella giallorossa in arrivo. Ed ha allungato un filo di preoccupazione  su quello che potrebbe passare per la mente di Matteo Salvini, che sembra il grande sconfitto di questa crisi, quando organizza proteste in piazza e avverte: “Non vi libererete di me”.

           Di tutt’altro avviso sembrano tuttavia nella redazione manifesto.jpgdel manifesto, dove il leader del Carroccio, peraltro sottrattosi personalmente alle consultazioni di Conte a Montecitorio, è stato impietosamente immaginato come un migrante disperato su un gommone in avaria in alto mare, affidato al buon cuore del suo successore al Viminale. Dal quale il Pd, che ne rivendica peraltro l’assegnazione, si aspetta non una correzione ma una inversione di rotta nella gestione dei soccorsi e degli sbarchi dopo i 14 mesi di blocco dei porti, almeno a parole, e salvo interventi della magistratura, sotto la guida leghista del Ministero dell’Interno.

 

 

 

 

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Un Conte, se permettete, senza precedenti, nonostante le apparenze

La lodevole franchezza con la quale Giuseppe Conte, accettando con la consueta riserva l’incarico di formare un suo secondo governo, ha confessato di avere avuto “più di un dubbio” prima di prestarsi a cambiare maggioranza per cercare questa volta un’intesa col Pd, dopo quella dell’anno scorso con la Lega, non sarà sicuramente bastata né basterà nei prossimi giorni a placare Matteo Salvini. E tanto meno a convincerlo che il nuovo governo, come ha annunciato o promesso il presidente del Consiglio uscente e rientrante, non nascerà “contro” nessuno, e quindi nemmeno contro l’ormai ex alleato.

Il leader leghista, scaricato -diciamo così- da Conte in Parlamento già prima dell’apertura formale della crisi con un discorso al Senato che sembrava la requisitoria di un pubblico ministero, variante evidentemente della figura di “avvocato del popolo” vantata all’esordio politico, ha liquidato il suo ormai ex presidente del Consiglio come “un Monti bis”. Che sarebbe stato partorito, prima ancora che dal movimento grillino e ora anche dal Pd, piegatosi dopo una breve resistenza, dall’Unione Europea a conduzione franco-tedesca, come sarebbe accaduto appunto a Mario Monti nel 2011 succedendo all’ultimo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi.

Meno male -verrebbe da dire- che Salvini si è fermato a Monti, che gli ha ricambiato la scortesia rinfacciandogli in qualche modo, fra le righe di una dichiarazione formalmente polemica solo verso Conte, di essersi guadagnato l’abbandono del presidente americano Donald Trump. Il quale si è insolitamente intromesso nella crisi italiana di governo sponsorizzando la conferma di “Giuseppi”, il presidente uscente del Consiglio, prima ancora che egli ricevesse formalmente l’incarico di succedere a se stesso. A vederlo e sentirlo davanti ai microfoni e alle telecamere nella loggia quirinalizia delle vetrate, dopo il secondo incontro del presidente della Repubblica con la delegazione della Lega, ho pensato ad un certo punto che Salvini volesse ripetere di Conte quello che Bettino Craxi disse del suo ex braccio destro Giuliano Amato dopo averlo mandato a Palazzo Chigi nel 1992, tra i marosi giudiziari e fisici di Tangentopoli: “un professionista a contratto”.

Craxi si sentì tradito dal suo ex sottosegretario tre volte: quando da Palazzo Chigi tardò a tentare la cosiddetta uscita politica da Tangentopoli varando troppo tardi il decreto legge per la depenalizzazione del finanziamento irregolare dei partiti, lasciandoselo peraltro bocciare dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro senza dimettersi e provocare una crisi;  quando ad un convegno di studi a Londra l’allora presidente del Consiglio parlò politicamente al passato del leader socialista, appena raggiunto dagli avvisi di garanzia; quando infine tornò a Palazzo Chigi, nel 2001, raccogliendo la staffetta da Massimo D’Alema.

Naturalmente Conte ha spiegato il superamento degli iniziali dubbi e “perplessità”, ha aggiunto, richiamandosi e mettendosi al servizio degli interessi superiori del Paese, che reclamano “un nuovo progetto politico” e “una nuova stagione riformatrice”, dopo l’infelice epilogo dell’”esperienza” con i leghisti. Ognuno ha naturalmente il diritto di credergli o di diffidarne, non essendosi francamente mai visto un politico, di professione o arrivato da altri mestieri, così eroicamente sincero da confessare l’incidenza non dico di un interesse ma almeno di un’ambizione personale a sostegno di una sua scelta, diciamo così, a sorpresa. Conte, d’altronde, ha il diritto di essere creduto sino a quando i fatti non lo dovessero smentire con una gestione del suo nuovo governo finalizzata solo alla sopravvivenza sino al 2023, per tutta la durata della legislatura cominciata l’anno scorso, o almeno sino al 2022, quando scadrà il mandato dell’attuale capo dello Stato e dovrà esserne eletto il successore. Che potrebbe essere, con i nuovi equilibri che vanno formandosi a chiusura di questa crisi, anche lui. Ma non spingiamoci troppo avanti con la fantasia, cadendo nel tranello delle solite corse al Quirinale cominciate troppo presto, fra retroscena e quant’altro, rispetto alle scadenze istituzionali.

In una cosa tuttavia ritengo che i sostenitori di Conte,  persino a dispetto delle sue attese e dei suoi legittimi interessi politici, facciano male in queste ore di dura fatica per lui, costretto a muoversi tra le solite insidie dei partiti, specie quando essi sono divisi al loro interno, anche dietro la facciata dei voti unanimi, o quasi, della direzione, come nel caso del Pd, e non solo dei grillini. Che hanno il vantaggio o l’inconveniente, come preferite, di non avere organi trasparenti di direzione, consigli nazionali, comitati centrali, congressi e quant’altro ma solo incontri riservatissimi di vertice, messaggi trasversali a distanza e consultazioni elettroniche gestite dall’esternissima piattafforma Rousseau ereditata in casa da Davide Casaleggio.

I sostenitori di Conte fanno male, in particolare, a cercare di coprirlo, proteggerlo, difenderlo confezionandogli a tavolino progenitori politici dai nomi altisonanti come quelli di Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Aldo Moro,  in ordine rigorosamente alfabetico e per restare nei confini della defunta Democrazia Cristiana, o di Romano Prodi spingendosi più avanti e arrivando ai viventi, o ai superstiti della cosiddetta seconda Repubblica.

Di Prodi, francamente, per quanto sia stato prodigo di consigli nei giorni scorsi agli attori e protagonisti di questa crisi, non voglio augurare a Conte di ripetere le due esperienze di governo di cosiddetto centrosinistra, entrambe chiuse anzitempo, e di molto, per fuoco cosiddetto amico, come se fossero stati governicchi, e non i governi delle grandi prospettive e dei grandi propositi inizialmente presentati alle Camere per una fiducia destinata a rivelarsi effimera.

Andreotti, Fanfani e Moro, più volte scomodati nelle loro tombe durante questa crisi come santini per il governo Conte 2, come giustamente Marco Travaglio pretende che sia chiamato  contestando la definizione di Conte bis, sono un po’ troppo lontani dalle condizioni politiche attuali per essere solo immaginati alle prese con un’anomalia come quella del movimento delle cinque stelle. Che essi non potettero neppure immaginare in vita, pur avendo avuto a che fare con fenomeni terribili come quello del terrorismo.

Anche questi, per carità, sono tempi di “odio” da cui uscire, come ha detto il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Ma almeno è un odio, almeno sino ad ora, disarmato, fatto di parole e non di pallottole.

 

 

 

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