La crisi, almeno quella di governo, è finita col permesso di…Rousseau

            Non so se il segreto dell’imprevista vittoria del governo col Pd nel referendum digitale sotto le cinque stelle dell’omonimo movimento- imprevista almeno nelle dimensioni “plebiscitarie”, come ha detto Luigi Di Maio, di un quasi 80 per cento contro il 20- stia davvero nell’inversione imposta all’ultimo momento da Beppe Grillo. Il quale, fidandosi evidentemente assai poco della sua gente aveva bestemmiato vedendo il no prima del sì nella scheda da proporre elettronicamente ai 117 mila iscritti alla cosiddetta piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio sotto il quesito. Che già aveva di sospetto e di pericoloso, per lui, il riferimento esplicito al Pd come partecipe del nuovo governo di Giuseppe Conte.

           Il nome del partito chiamato a sostituire la Lega nella combinazione, o squadra, di governo appariva a Grillo indigesto per il pubblico da lui abituato o addirittura “educato” a considerare il Pd un demonio, irrecuperabile dopo che il segretario di turno gli aveva negato una decina d’anni fa l’iscrizione provocatoriamente chiesta alla sezione di Arzachena, in Sardegna, per potere poi partecipare alle primarie e concorrere alla sua guida.

            Fallito il tentativo di togliere il riferimento al Pd dal quesito per le resistenze opposte sia da Casaleggio sia da Luigi Di Maio, sospettati anche per questo dall’”elevato”, garante e quant’altro del movimento di essere, sotto sotto, ostili al cambiamento di alleato e un po’ nostalgici dei Certificazione notarile Rousseau.jpgleghisti, o comunque poco impegnati nella inversione di rotta, Grillo si è impuntato e l’ha spuntata sulla precedenza da dare al sì rispetto al no nella risposta. E deve avere tirato un bel sospiro di sollievo, il comico e generatore, o rigeneratore, del movimento quando ha visto i sì arrivare a 63.146 e i no fermarsi a 14.488, con tanto di certificazione notarile.

            Un altro sospiro di sollievo, non meno forte di quello di Grillo, deve essere stato tirato a Roma da Giuseppe Conte, che non a caso, rivelando i suoimanifesto.jpg timori, si era esposto la sera rima in un appello ai votanti invitandoli con una certa retorica a “non lasciare i sogni nel cassetto” con la rinuncia all’unico governo, la seconda edizione del suo, capace di realizzarli.

            Altro sospiro di sollievo deve essere stato, a pochi passi da Palazzo Chigi, quello  al Nazareno del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Che in caso di bocciatura e di aborto del secondo governo Conte sarebbe rimasto solo con tutte le rinunce o retromarce compiute per favorirne la nascita: prima passando dal sì al no alle elezioni anticipate, poi passando dal no al sì alla conferma dello stesso Conte, poi rinunciando a una vice presidenza unica del Consiglio per Dario Nordio.jpgFranceschini ottenendone persino la rinuncia pur di indurre a fare altrettanto a Di Maio, ostinato nel tentativo di una conferma a quel posto, poi ancora ad accontentarsi di 6 concessioni verbali nel programma di 26 punti –“un oroscopo”, l’ha definito sarcasticamente  Carlo Nordio- pur nella consapevolezza di non poter essere sicuro di vederle onorare da un contraente dichiaratamente indifferente alla destra e alla sinistra, della quale invece Zingaretti si considera il guardiano.

            Un sospiro di sollievo, infine, o soprattutto, deve essere stato tirato al Quirinale, nonostante l’indifferenza ostentata -e fatta riferire dai quirinalisti più zelanti- per il referendum digitale della piattaforma Rousseau, essendo il presidente della Repubblica Sergio Mattarella convinto che i suoi unici interlocutori siano i presidenti dei gruppi parlamentari e i segretari dei loro rispettivi partiti. Emblematica, a questo riguardo, può ben essere considerata anche oggi la vignetta di Emilio Giannelli il Fatto.jpgsulla prima pagina del Corriere della Sera, che ritrae un esterrefatto capo dello Stato al telefono con qualcuno, probabilmente lo stesso Casaleggio o il centralinista del Fatto Quotidiano, che lo informa dell’esito liberatorio del voto digitale per la chiusura della crisi.

            Avrei voluto proprio vedere Mattarella, in caso di vittoria dei no e di conseguente rinuncia di Conte all’incarico, puntare i piedi per ordinare al presidente del Consiglio di fare lo stesso il suo secondo governo e presentarlo alle Camere per la fiducia, portandosi appresso gruppi parlamentari e partiti. Cerchiamo di essere seri, oltre che franchi, nonostante la “freddezza” attribuita al presidente della Repubblica persino dal buon Marzio Breda sul Corrierone.

            Di Luigi Di Maio non riesco francamente a immaginare cosa diversa dalla disinvoltura quando l’ho visto in televisione esultare per il risultato del referendum, prendendosene tutti i meriti, dopo che se ne era tenuto sostanzialmente distante con un preventivo apprezzamento sia dei sì sia dei no, ugualmente “giusti”. Ora Di Maio –“campione del mondo”, come lo Il Foglio.jpgpresenta, pur ironico, Il Foglio di Giuliano Ferrara- cavalca il risultato del referendum come una sua vittoria, riabilitazione, rigenerazione e quant’altro nella veste di leader del movimento, a dispetto anche dei sei milioni e rotti di voti perduti nelle elezioni politiche di fine maggio. Nella sua euforia egli ha annunciato davanti alle telecamere che  il pur anomalo partito da lui capeggiato è e addirittura rimarrà nelle prossime legislature  “l’ago della bilancia”, come la Dc, pur non evocata, nella lunga storia della cosiddetta prima Repubblica.

            In questa crisi ormai agli sgoccioli, in cui si è abusato anche nel gioco delle analogie, tentandone di tutti i colori, non vorrei che a qualcuno venisse la voglia di paragonare Di Maio ad Alcide De Gasperi. Che commentò la storica vittoria elettorale del 18 aprile 1948 -contro il fronte popolare di sinistra, da cui era stato sfidato con l’impegno di Palmiro Togliatti di “cacciarlo a calci in culo” dalla guida del governo- dicendo: “Pensavo che sarebbe piovuto, ma non grandinato”.

 

 

 

 

Ripreso da www,startmag.it policymakermag.it

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