L’incarico a Giuseppe Conte c’è. Manca tutto il resto per la soluzione della crisi

            L’incarico per la soluzione della crisi di governo c’è, con tanto di annuncio dopo il secondo giro di consultazioni al Quirinale, convocazione del premier uscente Giuseppe Conte e conferimento materiale del mandato. Peccato che manchi tutto il resto, a cominciare dal programma della costituenda alleanza fra grillini e Pd: un programma non traducibile in un altro “contratto”, come quello gialloverde dell’anno scorso che Beppe Grillo avrebbe forse preferito ammettendo però sul suo blog che ormai non c’è più il tempo di farlo in un’altra edizione, tra la fretta che ha Mattarella al Quirinale di chiudere questo agosto di fuoco e la scadenza a breve della solita consultazione elettronica degli iscritti al movimento. Essa naturalmente si svolgerà attraverso la cosiddetta piattaforma Rousseau gestita da Davide Casaleggio, che non ne risponde praticamente a nessuno, neppure a Grillo, e tanto meno al capo ancora formale dei pentastellati che è Luigi Di Maio.

            La crisi deve quindi fare ancora i conti con le trattative sul programma che -ha avvertito Di Maio dopo l’incontro con Mattarella- dovrà risultare “omogeneo” non si è ben capito a che cosa: se al programma, a sua volta, non ideologico, “né di destra né di sinistra”, del movimento a 5 stelle o alle sue personali aspettative ed esigenze, ora che la propria leadership è talmente indebolita da costringere i capigruppo parlamentari a ribadirla davanti a microfoni e telecamere, ammonendo i dissidenti a non sottolinearne la precarietà. Che deriva dai sei milioni e rotti di voti perduti in un anno, fra le elezioni politiche e quelle europee, e la crescita esponenziale della figura e del ruolo di Conte nella crisi riproponendone lo stesso Di Maio la conferma a Palazzo Chigi, pur senza la garanzia di poter conservare per sé una vice presidenza.

            Un altro colpo alla cosiddetta – a questo punto- leadership di Di Maio l’ha data l’ormai incontenibile Grillo lanciando nel vuoto sul suo blog, fra le stelle, il tavolo del Consiglio dei Ministri ridottosi, Nota di Grillo.jpgsecondo lui, ad un poltronificio senza meriti e competenze, per cui Conte è stato invitato a mettere a capo dei vari dicasteri solo dei tecnici, che conoscano davvero le loro materie, e lasciare ai politici solo le cariche di sottosegretario.

           Una precisazione seguita ad una telefonata di comprensibile sorpresa, a dir poco, da parte dello stesso Di Maio, ha in qualche modo aggravato anziché ridurre la portata della proposta grillina. Ridurre l’esigenza dei tecnici al vertice dei Ministeri “più tecnici”, come ha appunto precisato il comico, è apparsa polemicamente allusiva, a torto o a ragione, all’aspirazione attribuita a Di Maio, una volta fallita la scalata al Viminale, di spostarsi al vertice del Ministero della Difesa, a meno che il vice presidente del Consiglio e pluriministro uscente dello Sviluppo Economico e del Lavoro non abbia sconosciute competenze militari.

            Per quanto l’informato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda abbia scritto, dopo il secondo giro di consultazioni e l’annuncio dell’incarico, anzi del reincarico a Conte, di un Mattarella finalmente “fiducioso” e sollevato dall’accordo politico fra grillini e Pd, annunciato da Di Maio solo in riferimento al mandato al presidente uscente del Consiglio, salvo -ripeto- tutto il resto, nella redazione della Repubblica di carta sono stati assai cauti, se non diffidenti, conRepubblica.jpg quel titolo di prima pagina in cui si avverte Conte, pur incoraggiandolo, che “sarà dura”. E dura, probabilmente, sia a far quadrare i conti del programma e degli incarichi ministeriali, sia poi a durare davvero per tutto il tempo lungo che il presidente del Consiglio uscente e rientrante si è proposto di durare già quando fece l’anno scorso l’accordo con i leghisti: per tutto il quinquennio ordinario della legislatura.

            Naturalmente a scommettere poco sulla durata del governo Conte 2, come il direttore del Fatto Quotidiano reclama che si chiami contestando il “Conte bis” rappresentato più diffusamente per via di quella porta girevole di Palazzo Chigi che ha ispirato, fra gli altri, il vignettistaLa Gazzetta.jpg della Gazzetta del Mezzogiorno, è il leader leghista Rolli.jpgMatteo Salvini. Che si è tolta, fra l’altro, la soddisfazione nella Loggia delle Vetrate, al Quirinale, dopo l’incontro di Mattarella con la delegazione del Carroccio, di scaricare la responsabilità delle mancate elezioni anticipate soprattutto su Matteo Renzi. Ai cui amici parlamentari nel Pd ha alluso Salvini  parlando dei cento, fra deputati e senatori, arroccatisi nella difesa dei loro seggi in pericolo sia per l’incognita in sé delle urne sia per la poca voglia, diciamo così, del nuovo segretario del partito di ricandidarli, nell’ottica della “derenzizzazione” del partito che lo ha portato a guidarlo.

            Anche Salvini tuttavia ha rimesso un po’ di penne, cioè di credibilità, quando nella stessa loggia quirinalizia, dopo meno di un’ora, Di Maio ha confermato, con apparente gratitudine e al tempo stesso con l’orgoglio di avergli resistito, di avere ricevuto dal leader leghista la proposta di assumere la guida di un nuovo governo gialloverde, una volta constatata l’improbabilità delle elezioni anticipate reclamate imboccando la strada della crisi. A conclusione della quale si farà fatica ad assegnare il premio, diciamo così, della faccia perduta paragonando le posizioni di partenza, o della vigilia, e quelle di arrivo.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it

Trump promuove Conte e Grillo scarica Di Maio parlando con Dio

            Se Don Camillo, il felicemente famoso parroco di Giovannino Guareschi, parlava con Gesù dei problemi che gli procurava il baffuto e comunista Peppone, un presuntuoso Beppe Grillo parla della crisi di governo direttamente con Dio dal suo blog personale. E ne ottiene praticamente l’ordine o il consenso, come preferite, a prevenire le consultazioni elettroniche di rito nel suo movimento e a far salire alle stelle Giuseppe Conte, col suo secondo governo, buttando giù il “poppante” Grillo 2 .jpgLuigi Di Maio dalle stelle alla stalla di un capo dimezzato, arroccatosi come un “poppante”, appunto, “che ciuccia” nella difesa della postazione di vice presidente del Consiglio. Che il Pd rivendica invece solo per un suo uomo, non importa chi, volendo restituire alla “grammatica politica”, come dicono non a torto al Nazareno, la formazione dei governi di coalizione. Dove di solito, quando l’alleanza e a due, il vice presidente è uno solo e rappresenta il partito che non dispone della Presidenza, con la maiuscola.  La conferma di Conte a Palazzo Chigi è stata del resto reclamata come condizione irrinunciabile dei grillini per la soluzione della crisi dallo stesso Di Maio, rimasto quindi prigioniero del suo stesso gioco, pensando di potere perpetuare l’anomalia del governo uscente. Che fu costituito poco più di un anno fa con due vice presidenti del Consiglio fingendo di considerare Conte un uomo “terzo”, per quanto già allora designato dai grillini e scelto fra i candidati ministri, e neppure tra i maggiori, di un monocolore pentastellato immaginato prima delle elezioni.

            Adesso Conte, grazie anche -ripeto- a Di Maio con l’approccio Di Maio e Conte.jpgal negoziato col segretario del Pd Nicola Zingaretti, è grillino a tutti gli effetti, politici e mediatici, e un po’ pure capo dello stesso Movimento, scelto con una strizzatina d’occhio dal fondatore, “elevato”, “garante” e quant’altro. E’ comprensibile sul piano umano il disagio in cui può sentirsi il pluriministro uscente Di Maio, già in difficoltà per quei sei milioni e rotti di voti perduti rispetto ad un anno prima nelle elezioni europee del 26 maggio scorso, ma deve essere apparso esagerato anche a Grillo ch’egli abbia scommesso sul Pd -quello da lui liquidato sino a qualche giorno fa come il male assoluto- per puntellare in qualche modo la sua malferma eppure rivendicata leadership.

            Nonostante queste difficoltà di percorso verso la soluzione della crisi continuano i festeggiamenti di Conte, raggiunto addirittura da una certificazione di lealtà, affidabilità e quant’altro del presidente Trump pro Conte.jpgdegli Stati Uniti d’America Donald Trump. Che peraltro continua a declinare simpaticamente  al plurale il suo nome dandogli del “Giuseppi”. In Italia anche la Repubblica di carta, scettica e preoccupata davanti ai primi segnali della trattativa pur auspicata tra grillini e Pd, si è decisa a dare la sua benedizioneRepubblica.jpg laica, e di memoria montanelliana con quel “Rieccolo” già soprannome del democristianissimo Amintore Fanfani, a un governo chiamato “Conte bis”, nonostante le ripetute diffide del Fatto Quotidiano. Che reclama, per distinguerlo meglio dal l Fatto.jpgprimo governo concordato e realizzato l’anno scorso con i leghisti, la denominazione controllata di “Conte 2”. In cui però sembra di capire che anche il giornale diretto da Marco Travaglio cominci a sospettare che ci siano troppi contrasti, visto che nel fotomontaggio di prima pagina ha chiamato “nemici miei” protagonisti e attori dell’operazione che sta per approdare, con le consultazioni al Quirinale, nello studio del capo dello Stato.

            Sono cinque i “nemici miei” scelti da Travaglio nel mazzo dei vincitori, salvo sorprese, di questa crisi definita da varie parti “la più pazza del mondo”: Matteo Renzi, già “ebetino” negli insulti di Beppe Grillo negli anni in cui l’ex sindaco di Firenze era segretario del Pd e presidente del Consiglio, lo stesso Grillo ora in collegamento diretto con Dio, Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Buona lotta, più che buona notte, verrebbe da dire.

           

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it

Zingaretti ha resistito alla conferma di Conte sino a un momento prima di cedere

            Come diceva la buonanima del socialista Fernando Santi dell’allora segretario del suo partito Francesco De Martino, anche a Nicola Zingaretti, segretario del Pd, è toccato in questa crisi agostana di governo di “resistere fino a un momento Conte 2 .jpgprima di cedere” alla conferma a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte. Che egli ha dovuto anche incontrare per confermargli a voce la rinuncia al veto posto nei giorni scorsi contro di lui in nome della “discontinuità” della nuova maggioranza e compagine ministeriale rispetto a quelle gialloverdi uscenti.

            Pur convinto di poter ottenere in cambio una forte “discontinuità” nella distribuzione dei dicasteri, Zingaretti si è scontrato anche su questo terreno con forti resistenze del capo formale del Movimento delle 5 Stelle Luigi Di Maio. Che è disposto ad accontentarsi  personalmente di un solo Ministero, rispetto ai due che ora guida per gli affari correnti, quelli dello Sviluppo Economico e del Lavoro, ma non intende rinunciare alla vice presidenza del Consiglio. Egli ha spalleggiato, in entrambi gli incontri avuti con Zingaretti per sbloccare la situazione, la pretesa di Conte, nonostante la sponsorizzazione fattane personalmente da Beppe Grillo, di essere considerato “terzo” fra pentastellati e Pd. Per cui a un vice presidente del Consiglio piddino dovrebbe continuare ad esserne affiancato uno grillino.

            C’è da giurare che il “toto-ministri” continuerà sui giornali, tra retroscena e cronache fatte di dichiarazioni, sino all’ultimo momento, anche oltre l’appuntamento di domani delle delegazioni della costituenda nuova maggioranza al Quirinale con Mattarella per il secondo giro di consultazioni e il conferimento dell’incarico al presidente uscente del Consiglio. Continuerà, il toto-ministri, anche quando Conte porterà la lista al capo dello Stato e dovrà magari cambiarla su richiesta di chi poi deve nominare davvero i titolari dei dicasteri, su alcuni dei quali -per esempio, il Tesoro, la Difesa, la Giustizia e gli Esteri- il presidente di turno della Repubblica è generalmente molto attento sia per il loro rilievo anche internazionale sia per l’affinità delle loro competenze con le sue prerogative e funzioni costituzionali. Il presidente della Repubblica presiede anche il Consiglio Superiore della Magistratura ed  è capo delle Forze Armate, con tutti i risvolti geopolitici che ne derivano.

            Erano largamente prevedibili, di fronte allo sblocco della situazione con la rinuncia di Zingaretti al vetoil Fatto.jpg contro Conte, il sollievo e persino l’entusiasmo di giornali schierati nettamente per una maggioranzamanifesto.jpg giallorossa come Il Fatto Quotidiano – che ha addirittura annunciato “la vendetta” del governo “Conte 2”,  da non chiamare assolutamente “Conte bis”- e il manifesto. Che ha incoraggiato, salvo umorismo, Zingaretti e Di Maio a fare sino in fondo “la cosa giusta”.

            Molto meno soddisfatta e convinta è apparsa la Repubblica di carta con un titolo di apertura che dà praticamente in crisi il nuovo governo, prima ancora della sua nascita, e con un commento la Repubblica.jpgdell’editorialista politico Stefano Folli abbastanza urticante per Conte e gli Folli.jpgaltri protagonisti o attori di questa crisi, liquidata come “un gioco spregiudicato”, finalizzato solo o soprattutto ad evitare le elezioni anticipate. Ma non ad evitare -aggiungerei- le campagne elettorali autunnali e primaverili in regioni molto importanti, come quelle tradizionalmente rosse dell’Emilia Romagna, dell’Umbria e della Toscana.

           Esse erano già in pericolo prima della crisi di governo. Ora una sconfitta diventerebbe per il Pd ancora più rovinosa perché attribuibile direttamente all’intesa “giallorosa”, come la chiama Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano. Cui Zingaretti si è acconciato rinunciando alle elezioni anticipate reclamate anche da lui, come da Matteo Salvini sul versante opposto, e inseguendo nell’inversione di marcia Matteo Renzi. Il cui peso, già notevole nei gruppi parlamentari modellati sulle candidature da lui decise quando regnava al Nazareno, adesso sembra destinato a tornare a crescere anche nel partito. Che potrebbe rischiare davvero, se dovesse resistergli, la scissione attribuita già da tempo ai progetti dell’ex segretario un po’ stretto nei panni del semplice “senatore di Scandicci”, ostentati dopo le dimissioni impostegli dalla pesante sconfitta elettorale dell’anno scorso.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it

Esagerato il paragone di Conte ad Andreotti, Di Maio a Moro e Zingaretti a Berlinguer

E’ un po’ sfuggito di mano in questa crisi anche l’esercizio, o gioco, delle analogie in cui ci siamo cimentati pure noi del Dubbio discutendo, per esempio, sulla somiglianza di Giuseppe Conte più al compianto Giulio Andreotti o al felicemente vivente Mario Monti, o altri ancora. Abbiamo persino cercato di fare sciogliere il nodo, come ha fatto simpaticamente l’amico Paolo Armaroli allo stesso presidente uscente del Consiglio, che ha preferito tenersene lontano  forse per non compromettere la già difficile partita di Palazzo Chigi che si gioca anche su di lui, almeno sino al momento in cui scrivo.

Michele Brambilla sul Quotidiano Nazionale ha dato, non certo per offenderlo, del Rieccolo di montanelliana memoria a Matteo Renzi per avere saputo tornare sulla scena a sorpresa dal retroscena del progetto attribuitogli, a torto o a ragione, di una scissione del Pd con i suoi quasi comitati civici di ricordo democristiano. Il Rieccolo di Montanelli era Amintore Fanfani, toscano come Renzi, che già si compiacque di essergli paragonato nel 2004, quando da segretario del partito e presidente del Consiglio insieme portò il suo partito al 40 per cento abbondante dei voti nelle elezioni europee. Che, in verità, non c’erano ancora ai tempi d’oro di Fanfani, riuscito a portare a casa quel bottino nel 1958 in un turno  concretissimo di elezioni politiche che i suoi avversari interni non gli perdonarono, detronizzandolo nel giro di meno di un anno da segretario del partito scudocrociato, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.

Renzi si risparmiò la Farnesina nel cumulo d’incarichi del 2014, ma poi pagò ugualmente pegno riducendosi dopo soli quattro anni al ruolo di semplice “senatore di Scandicci”. Che però in questa crisi, eliminate d’incanto tutte le scorte di pop-corn fatte l’anno scorso sventando la medesima operazione, ha voluto e saputo porre sul tavolo per primo,  obbligando il segretario del partito Nicola Zingaretti a seguirlo, o inseguirlo, il problema dell’accordo di governo con i grillini in funzione antisalviniana.

In verità, Fanfani in vita sua -ve lo assicuro- non  aspirò mai alla dieta dei pop-corn, neppure nei momenti più difficili o sofferti della sua lunga milizia politica. E debbo anche dire, con franchezza, che non tornò mai sulla scena rovesciando le proprie posizioni politiche, come ha fatto Renzi passando repentinamente dalla chiusura a più mandate ai grillini all’apertura incondizionata, sino a sospettare congiure, trame e quant’altro dietro ogni difficoltà lungo la strada dell’intesa col Movimento delle 5 Stelle.

L’unica virata che io ricordo di Fanfani fu quella della fine degli anni Sessanta, quando l’allora presidente del Senato contestò la “irreversibilità” morotea del centrosinistra che pure proprio lui aveva perseguito prima ancora di Moro, e quasi gestito come in una gravidanza a Palazzo Chigi con la formula delle cosiddette convergenze parallele con i socialisti. I quali prima si astennero e poi appoggiarono, rispettivamente, un suo monocolore democristiano e un tripartito Dc-Pri-Psdi. Seguì nell’autunno del 1963 il primo governo a partecipazione diretta dei socialisti guidato da Moro.

Curiosamente, a dir poco, in questi giorni di ricerca dì un’intesa fra grillini e piddini al Foglio di Giuliano Ferrara e di Claudio Cerasa hanno pensato di riproporre, non credo a caso ma come una specie di modello cui ispirarsi, il testo integrale del discorso col quale Fanfani presentò nell’agosto del 1960 il monocolore democristiano formato dopo l’avventura del governo scudocrociato di Fernando Tambroni, appoggiato in modo determinante dai missini e sfociato in sanguinosi disordini di piazza.

Vista la proiezione di quel monocolore di Fanfani verso l’obiettivo del centrosinistra, nella gradualità imposta dalle scadenze elettorali e dai passaggi congressuali della Dc gestiti con l’accortezza che era propria di Moro, allora segretario del partito, stento molto a vedere una qualsiasi analogia con i fatti e con la situazione attuali.

Data per scontata la collocazione a sinistra del Partito Democratico guidato da Zingaretti, in discontinuità -si disse anche allora- col moderatismo o addirittura col destrismo attribuito a Renzi prima della sua svolta a favore dei grillini, dovremmo vedere analogie fra i piddini e i socialisti degli anni Sessanta. Ma la sola idea di paragonare, conseguentemente, i pentastellati ai democristiani mi procura, francamente, le vertigini.

E’ vero che sul piano elettorale e parlamentare i grillini l’anno scorso, col loro 33 per cento dei voti, conquistarono la preminenza o la “centralità” che fu della Dc, ma è anche vero che essi l’hanno già perduta nelle elezioni del 26 maggio scorso per il rinnovo del Parlamento Europeo. E poi, via, cerchiamo di non esagerare col gioco, dicevo, delle analogie. E lasciamo riposare in pace i protagonisti della storia di una Dc che peraltro viene recuperata un po’ in ritardo dall’Inferno in cui avevano voluto cacciarla gli aspiranti alla seconda e poi terza Repubblica.

Hanno un bel richiamarsi, per esempio, i sostenitori di un governo Conte 2 con i grillini al monocolore democristiano del 1976 sostenuto dai comunisti per chiedere al Pd di Zingaretti di fare col presidente uscente del Consiglio ciò che il Pci di Enrico Berlinguer fece col pur “destro” Giulio Andreotti. Davvero vogliamo paragonare l’imparagonabile, politico e umano?

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ultime ore di suspense -si spera- prima delle nuove consultazioni al Quirinale

            Dalle lingue di fuoco di ieri, ispirate dalla foto del manifesto sull’Amazzonia che brucia, alle acque limacciose di oggi, quando è cominciato per la crisi di governo il conto alla rovescia delle nuove consultazioni al Quirinale. Che Mattarella sembrava addirittura tentato dalla clamorosa decisione di annullare, o quanto meno di ridure al minimo come segno della rassegnazione all’epilogo peggiore per i suoi gusti: lo scioglimento anticipato delle Camere reclamato soprattutto da Matteo Salvini, pur tra contorsioni che hanno obiettivamente compromesso la sicurezza, o spavalderia, ostentata inizialmente dal leader leghista fra spiagge e palchi da comizio.

            Nonostante gli incontri domenicali fra capigruppo ed esperti del Pd su quello che potrebbe essere il programma di governo da trattare con i grillini, la Repubblica di carta ha offerto ai lettori la rappresentazioneRepubblica.jpg pessimistica di una “fumata nera” e di un “futuro grigio”. Eppure il Corriere della Sera ha ricevuto una corrispondenza del solerte Marzio Breda cheCorsera.jpg ha titolato ottimisticamente, o quasi: “Adesso il Quirinale vede uno spiraglio”, per quanto attenuato, ridotto, contraddetto, come preferite, dai “tatticismi” ancora temuti dal presidente della Repubblica. Che pertanto avrebbe avvertito nelle ultime notizie raccolte direttamente o dai suoi collaboratori “poco più che indizi di buona volontà”, presumibilmente da parte soprattutto del Pd. Il cui veto alla conferma di Conte a Palazzo Chigi per l’esigenza della “discontinuità” si è tradotto nel principale ostacolo a un accordo.

            La Stampa, solitamente bene informata, o la più informata tra i giornali italiani delle vicende grilline, ha preannunciato in prima pagina “un jolly” dei pentastellati per Palazzo Chigi, non si sa se teso più a rimuovere la candidatura di Conte -che dal G7 di Biarritz è rimastoConte a Biarritz 2 .jpg in permanente contatto telefonico con Roma scherzando con i giornalisti sul casinò francese dove si svolge il vertice internazionale e sul casino, senza accento, della crisi italiana- o a compensarla con altre concessioni al Pd, come l’esclusione di Luigi Di Maio dal nuovo governo e/o un bel bottino di dicasteri. Ma del Pd si continua a diffidare molto nella redazione del Fatto Quotidiano, pur schierato maggiormente a favore dell’intesa “giallorosa”, come la chiama il direttore Marco Travaglio per renderla forse meno indigesta o allarmante, non solo per i tifosi della Roma,  dell’intesa “giallorossa”.

            La “cattiveria” di giornata del Fatto Quotidiano riguarda proprio il partito di Zingaretti e dice: “Trattare con La cattiveria.jpgil Pd sta facendo apprezzare a Di Maio l’affidabilità di Salvini”, d’altronde tanto generoso ormai col vice presidente e pluriministro uscente, nonché capo formale del movimento grillino, da avergli proposto la presidenza del Consiglio,  negatagli l’anno scorso,  pur di riesumare la maggioranza gialloverde.

            In una partita così intrecciata di ambizioni e di intrighi personali, e non solo di partiti, fra i quali si stenta a capire chi è più dilaniato all’interno fra il movimento di Grillo e il Pd, forse c’è solo da stringere i denti e sperare che finisca presto, in un verso o nell’altro. Ma il guaio è che c’è il rischio che finisca né in un verso né in un altro, con una soluzione provvisoria: il solito compromesso che non ci mandi a votare ma neppure ci risparmi una campagna elettorale permanente, già calendarizzata del resto con le elezioni regionali in programma fra l’autunno di questo mancato anno “bellissimo” di Conte e la primavera del 2020.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it

                                                          

Conte si rimette in gioco da Biarritz e complica ulteriormente la crisi

            Più che all’Amazzonia, da cui proviene la foto, le lingue di fuoco sulla prima pagina del manifesto potrebbero essere rapportate dagli occhi e dalla fantasia dei lettori del quotidiano orgogliosamente comunista alla crisi di governo italiana: “la più pazza del mondo”, è stata definita da alcuni osservatori e anche da alcuni dei protagonisti. Che ne contendono la gestione ad un presidente della Repubblica così sfiduciato, secondo qualche retroscena, da essere tentato di rinunciare al secondo giro di consultazioni annunciato troppo ottimisticamente per martedì e procedere allo scioglimento delle Camere con un esecutivo di garanzia, essendo quello uscente e dimissionario il meno adatto allo scopo per la presenza al Viminale del leader leghista Matteo Salvini, il “mostro” di turno del teatro romano della politica.

            A complicare ulteriormente le cose è intervenuto da Barritz, ospite del G7 a presidenza francese, il quasi ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte rilanciando la propria candidatura alla conferma, già posta con qualche problema da Luigi Di Maio sul tavolo della trattativa col segretario del Pd Nicola Zingaretti. Egli ha praticamente rivendicato il merito di avere rotto con i leghisti, di considerare davvero finita l’esperienza gialloverde, di badare solo al programma del nuovo governo e di avere quindi tutti  i requisiti per garantire la “discontinuità” reclamata dal possibile nuovo alleato dei grillini. Fra i quali peraltro la popolarità del presidente uscente, per quanto insidiata dall’”ortodosso” presidente della Camera Roberto Fico, molto apprezzato dalle parti del Pd, è cresciuta perché ritenuto abbastanza credibile per consentire al Movimento così fortemente penalizzato dai risultati delle elezioni europee del 26 maggio, con la perdita di sei milioni di voti in un solo anno, di recuperare terreno dopo avere rotto con Salvini.

            Con un entusiasmo o una fiducia tutta da verificare negli sviluppi della trattativa in corso fra Pd e Di Maio senza la rapidità, la concretezza e la chiarezza reclamate dal presidente della il Fatto.jpgRepubblica, col “forno” leghista  ancora aperto o socchiuso, nonostante le diffide di Zingaretti, nel frattempo rafforzatosi col consenso di Matteo Renzi -però venuto poi a mancare- al veto posto contro la Zingaretti.jpgconferma del premier dimissionario, il Fatto Quotidiano ha annunciato e festeggiato su tutta la sua prima pagina “il ritorno di Conte”. Un cui nuovo governo -ha spiegato con tono quasi da costituzionalista Marco Travaglio nell’editoriale- non meriterebbe di essere chiamato, anzi declassato a “Conte bis”, quale sarebbe se conservasse la stessa maggioranza, ma andrebbe chiamato “Conte 2”, essendo di tutt’altro tipo politico, discontinuo pur nella continuità del pilota. E giù a pescare, da parte del direttore del Fatto Quotidiano, precedenti nella storia politica della Dc, recuperata in questa occasione dall’Inferno cui era stata condannata con la fine della cosiddetta prima Repubblica.

            A dare una mano in qualche modo a Travaglio ha provveduto dalla Repubblica, quella di carta, il fondatore Eugenio Scalfari nel suo appuntamento domenicale con i lettori, e col ceto politico, Scafari.jpgvedendo nel “Conte 2” del Fatto Quotidiano quel “governo forte” di cui avrebbe bisogno “un’Italia nuova”. Esso dovrebbe basarsi sul binomio Conte-Enrico Letta, il presidente piddino del Consiglio detronizzato dall’allora segretario del partito Matteo Renzi, ancora fresco di elezione, dopo un invito a “stare sereno” che è ormai entrato nella letteratura politica come l’espressione emblematica del tradimento, doppio gioco e simili.

            Scalfari non lo ha scritto in modo esplicito, ma ha dato l’impressione di pensare ad una successiva promozione di Conte a presidente della Repubblica, quando scadrà il mandato quirinalizio di Sergio Mattarella, nel 2022, per riportare a Palazzo Chigi Enrico Letta, con le funzioni anche di ministro degli Esteri, avendo alle spalle un Pd nel frattempo maturo per raccogliere nelle urne dell’anno dopo, in combinazione con qualche cespuglio, qualcosa come il 40 per cento dei voti.

           Tuttavia, allo stato delle cose, da un sondaggio del 25 agosto pubblicato sulla prima pagina del Sole-24 Ore, il quotidiano della Confindustria, il Pd è valutato attorno al 24 per cento, il Movimento delle 5 Stelle attorno 24 Ore.jpgal 16,6 per cento e la Lega del pur vituperato Salvini attorno al 33,7 per cento. Che è meno del 38 per cento di qualche giorno fa, prima che si aprisse la crisi e se ne vedesse la complessità, ma sempre pari, o quasi, al 34 per cento raccolto nelle urne, quelle vere, delle elezioni europee di fine maggio.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it

Le trattative di governo fra grillini e Pd si guastano tra cena e dopocena

             Saranno pure mancati nell’incontro fra i capigruppo parlamentari dei grillini e del Pd “problemi insormontabili”, come gli interessati hanno annunciato mandando gli italiani a cena, ma proprio a cena i capi dei due partiti, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, ospiti dell’ex democristiano d’area mastelliana e ora pentastellato Vincenzo Spadafora, si sono scontrati rovinosamente sul nome di Giuseppe Conte. Che Di Maio ha riproposto per la guida del nuovo governo, in cui i piddini dovrebbero sostituire i leghisti, ma che  Zingaretti ha escluso per ragioni di “discontinuità”. Senza la quale l’elettorato del suo partito gli esploderebbe in mano, nonostante la disponibilità dell’ex segretario Matteo Renzi ad accettare o concedere qualsiasi cosa, forse anche questa, per ricacciare Matteo Salvini all’opposizione.

            Il trionfalistico annuncio della “resistenza” di Di Maio sulla prima pagina del Fatto Quotidiano, dove Il Fatto.jpgevidentemente tifano per la conferma di Conte, specie dopo l’attacco sferrato al leader della Lega nell’aula del Senato prima di dimettersi per chiudere l’esperienza gialloverde, è ben diverso dalle campane quasi a morto suonate dalla Repubblica di carta. Dove si sprecano i titoli non proprio Repubblica.jpgincoraggianti sulle trattative fra il Movimento 5 Stelle e il Pd: “Ultimatum per rompere”, “La nuova alleanza è già in un vicolo cieco”, “Cronaca di una fineRepubblica 2 .jpg annunciata”. E tutto alla faccia dei “problemi insormontabili” mancati nell’incontro fra i capigruppo parlamentari dei due partiti, Folli.jpgavventuratisi a trattare, in particolare, sulle misure compensative della riduzione del numero dei parlamentari, reclamata dai grillini come misura quasi igienica, senza prima accertarsi della reale praticabilità del percorso avviato.

            Sarà un caso, per carità, ma la resistenza di Di Maio è seguita alle insistenti aperture ai grillini da parte di Salvini, ora tollerato, se non ben visto, sotto le cinque stelle anche da uno come Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici.  Che qualche settimana fa, tra un esercizio e l’altro di apprendista falegname, aveva sprezzantemente invitato il leader leghista a “tornare” nella fogna, come la considerano i grillini, di Silvio Berlusconi.

            Sarà stato disinvolto, e ancora più indigesto al Cavaliere, convinto di potere ancora essere il regolo di quello che fu il centrodestra anche dopo la trazione leghista uscita dalle urne del 4 marzo dell’anno scorso, per non parlare delle successive elezioni regionali affrontate insieme da Forza Italia e dal Carroccio; avrà sbagliato i tempi troppo agostani della crisi, come gli rimprovera abbastanza chiaramente e insistentemente l’amico e collega di governo uscente Giancarlo Giorgetti, l’unico ad essere stato amichevolmente elogiato al Senato la settimana scorsa da Conte prima di andare a dimettersi al Quirinale, ma bisogna pur riconoscere che Matteo Salvini ha quanto meno saputo disseminare di mine il percorso delle trattative, prima sotterranee e ora palesi, fra grillini e piddini per il ribaltone estivo di questo 2019 che il presidente del Consiglio aveva previsto e promesso “bellissimo” con i colori gialloverdi.

            Il leader della Lega nel momento in cui ha saputo e voluto guadagnarsi il primato della inimicizia politica di Renzi, impopolarissimo sotto le 5 stelle, dove ancora lo ricordano come “l’ebetino” Rolli.jpgdegli spettacoli di Beppe Grillo nei teatri e sulle piazze, ha creato altri problemi non piccoli, e ben poco sormontabili, nel movimento di cui è riuscito a dimezzare i voti nelle elezioni europee del 26 maggio scorso. Il suo “forno” fa ancora una certa concorrenza a quello del Pd, dove peraltro si fa fatica a stabilire il prezzo del pane da vendere.

            Sarà uno spettacolo da “turarsi il naso”, e coprirsi gli occhi, direbbe la buonanima di Indro Montanelli, ma pur sempre uno spettacolo in questa estate che neppure il generale Ferragosto è riuscito a mettere in riga, o a difendere, come preferite, dalla crisi di governo ora gestita, in attesa di tornare nelle mani del capo dello Stato, dalla “strana coppia” Di Maio-Zingaretti, come l’ha definita il manifesto offrendola in una foto d’archivio ai lettori.

 

 

 

Ripreso da wwwstartmag.it e policymakermag.it

La crisi di governo vista con le lenti deformate dei giornali “d’area”

L’irritazione, la delusione e quant’altro attribuite al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal navigato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda al termine del primo e inconcludente giro di consultazioni, cui ne seguirà un altro, annunciato per martedì in diretta all’ora di cena dallo stesso Mattarella dopo due ore di riflessione, sono niente di fronte alla sensazione del vuoto che si avverte seguendo la crisi con le lenti dei cosiddetti giornali “d’area”. Che hanno preso il posto dei vecchi giornali di partito, scomparsi con le forze politiche di cui trasmettevano idee e umori: giornali a leggere i quali, quando si passava da un governo a un altro, si coglieva un po’ meglio di adesso, diciamolo francamente, come andavano le cose dietro la facciata delle consultazioni.

L’Unità del Pci, l’Avanti del Psi, Il Popolo della Dc, specie quando a dirigerlo verso la fine era Sandro Fontana con lo spirito sarcastico di Bertoldo, La Voce Repubblicana del Pri, La Giustizia del Psdi, spesso vere scuole di giornalismo, da cui sono usciti fior di editorialisti, inviati e direttori di quotidiani per niente di partito,  appartengono ormai agli archivi. Adesso bisogna accontentarsi dei giornali, dicevo, “di area”. Che non rispondono ai partiti o movimenti di cui riflettono umori e tendenze, spesso cercando di dettar loro gli uni e le altre, come tanti “consigliori” al netto del significato o delle allusioni mafiose che questo termine si porta appresso, o addosso, ma spesso aiutano a capirne le pulsioni, le contraddizioni  o la linea, quando ne hanno una. Spesso, dicevo, ma non sempre.

E’ accaduto, per esempio, che durante la lunga gestazione di questa crisi, prima che si formalizzasse con le dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il Giornale della famiglia Berlusconi reclamasse continuamente e vigorosamente le elezioni anticipate, come del resto ha fatto Silvio Berlusconi in persona dopo l’incontro della delegazione di Forza Italia, da lui personalmente guidata, con Mattarella al Quirinale. Ma contemporaneamente, e senza che si levassero smentite o precisazioni, sono comparsi altrove retroscena e quant’altro sull’”agghiacchiante arrivo”- parola del Fatto Quotidiano– di una guarnigione di ascari berlusconiani al seguito di Gianni Letta” per garantire ad un ribaltone giallorosso in funzione antisalviniana una “opposizione costruttiva” o “graduata”.

Ciò non significa tuttavia che Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio a schiena sempre orgogliosamente dritta si senta custode e sostenitore di una maggioranza giallorossa dura e pura, perché a leggerne la descrizione che fa del Pd, che dovrebbe sostituire i leghisti nell’alleanza con i grillini, c’è francamente da chiedersi se davvero esso ci tenga alla sorte e alla buona salute del Movimento delle 5 Stelle. Il cui “elevato”, “garante” e quant’altro, cioè Beppe Grillo, gli affida spesso i suoi urticanti commenti e messaggi al popolo.

“Trattare col Pd -ha appena scritto Travaglio in persona in un editoriale dopo il primo giro di consultazioni al Quirinale- è come trattare con la Libia. Fai l’accordo con Al Sarraj e poi scopri che non controlla neppure la scala del palazzo presidenziale perché quella è presidiata da Haftar. Però il tutto è occupato dalla milizia di Misurata, peraltro assediata dal capotribù dei Warfalla, diversamente dalle cantine contese dai clan Gadafda e Magharba. Così uno o se li compra tutti o si spara”.

Non hai finito di chiederti se Al Sarraj e Haftar siano paragonabili a Nicola Zingaretti o a Matteo Renzi, o viceversa, e già ti imbatti dopo qualche pagina in un racconto sui grillini, presumibilmente noti alla redazione del Fatto Quotidiano, che potrebbe bastare e avanzare per dissuadere il Pd dal tentare un accordo con loro, rischiando di essere travolto da faide interne di fronte alle quali impallidisce il ricordo di quelle dei tempi peggiori della Dc.

“La grandissima parte del Movimento -racconta Luca De Carolis a pagina 4 scrivendo appunto dei grillini- invoca Giuseppe Conte” ancora a Palazzo Chigi “ma Di Maio si sta già rassegnando al veto del Pd, cioè a far cadere il nome del premier uscente, di cui soffre popolarità e stile, e con il quale la distanza è da settimane profondo”, nonostante l’abbraccio nell’aula del Senato prima che salisse al Quirinale per dimettersi.

“Di Maio sa -continua il rapporto di De Carolis sulla situazione interna ai pentastellati- che i dem non potrebbero accettare sia lui che Conte in uno stesso esecutivo. E non ha voglia di fare un passo indietro, anche se alcuni big in queste ore glielo hanno chiesto proprio per arrivare a un Conte 2”.

Non finisce qui tuttavia il racconto esclusivo del Fatto Quotidiano, che prosegue così: “Di Maio, capo già molto indebolito, non ha voglia di sacrificarsi. Rimanere fuori dall’esecutivo gli farebbe perdere visibilità e altra quota nel Movimento, dove Beppe Grillo è tornato centrale. Però non potrebbe fare muro a un altro nome in costante ascesa per Palazzo Chigi: quello di Roberto Fico, il presidente della Camera, il grillino del cuore rosso antico, l’opposto del vice premier che lo soffre  come avrebbe sofferto Conte. Ma Fico andrebbe benissimo a molti nel Pd”, soprattutto – mi permetto di aggiungere- all’ex ministro Dario Franceschini. Di cui è arcinota l’ambizione alla Presidenza della Camera, che si libererebbe con Fico a Palazzo Chigi. Essa mancò a Franceschin per un pelo nel 2013, quando l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, candidato peraltro alla guida di un governo “minoritario e di combattimento” cui i grillini rifiutarono l’appoggio, gli preferì a sorpresa, all’ultimo momento, Laura Boldrini. Che, fedele, lo avrebbe poi seguito fra i “liberi e uguali” col presidente del Senato Pietro Grasso nella scissione promossa da Massimo D’Alema.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it

Fumata nera al Quirinale dopo le consultazioni. Altro giro martedì

            Dopo le consultazioni di rito e due ore di riflessione non rituale -trascorse prevalentemente al telefono dal presidente della Repubblica per cercare di farsi spiegare dagli interessati diretti, o loro intermediari, quello che non avevano saputo o voluto dirgli chiaramente al Quirinale ma avevano lasciato intravvedere con dichiarazioni e altri messaggi fumosi- non è stato annunciato lo scioglimento anticipato delle Camere. Né sono state avviate le procedure con la convocazione dei loro presidenti, che il capo dello Stato è tenuto in queste circostanze ad “ascoltare”. Ma non sono stati neppure sciolti i nodi politici necessari per evitare questa evenienza, che pertanto continua ad incombere sulla crisi di governo.

             Ciò ha procurato a Sergio Mattarella -parole del navigato quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- “irritazione e delusione” facendogli lanciare al Paese, e non solo ai partiti, dalla cosiddetta Corriere.jpgSala delle Vetrate del Quirinale, all’ora di cena, quello che sempre Breda ha definito “il messaggio forse più drammatico del suo settennato”. Esso si è concluso con la concessione di cinque giorni di tempo ai partiti maggiori per chiarirsi fra di loro, e ancor più al loro interno, e riferirgli in un altro giro di consultazioni programmato da martedì prossimo.

            Mattarella nello spettacolo titolato “Tra capi e Colle” sul manifesto, se l’è presa, in particolare, con “alcuni partiti”, non volendo nominare esplicitamente i grillini per un riguardo o una prudenza  non so francamente sino a che punto condivisibili, che gli hanno parlato di interlocuzioni o trattative in corso senza indicare con chi di preciso per formare una maggioranza, e con quali obiettivi programmatici davvero. Agli stessi grillini, questa volta esplicitamente, si era rivolta poco prima una nota della segreteria del Pd per reclamare chiarezza sul forno scelto per cercare una soluzione della crisi: a quello dello stessomanifesto.jpg Pd o a quello alternativo della Lega, per niente chiuso nonostante le accuse e persino gli insulti precedenti e successivi alle dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La cui successione infatti, pur non dipendendo da lui il conferimento dell’incarico e poi la nomina, Matteo Salvini ha offerto a Luigi Di Maio apprezzandone esplicitamente il lavoro svolto come vice presidente e pluriministro dell’esperienza gialloverde, e scaricando quindi tutte le colpe delle incomprensioni, dei ritardi e quant’altro del governo uscente a Conte. Dei cui attacchi rivoltigli personalmente nell’aula del Senato, in toni a volte persino paternalistici, con quella mano appoggiatagli sulla spalla e quel “Matteo” pronunciato con aria beffardamente confidenziale, Salvini si è in qualche modo vendicato.

            Per quanto liquidata come un’uscita da “Pagliaccio” nel fotomontaggio di prima pagina dal Fatto Quotidiano Il Fattojpg.jpgdi Marco Travaglio, al quale non basta evidentemente “il cazzaro”  autorizzatogli con tanto di sentenza dal tribunale di Milano, la sostanziale offerta di Salvini della Presidenza del Consiglio a Di Maio per un nuovo governo gialloverde preposto all’approvazione definitiva della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari e alla predisposizione della manovra finanziaria e conseguente bilancio dello Stato, ha creato problemi all’interno del Movimento delle 5 Stelle.

            Fra i grillini, nonostante le telefonate o messaggi intercorsi fra Davide Casaleggio e Nicola Zingaretti, permangono dubbi sulla praticabilità e convenienza di un matrimonio col Pd –“I promessi sposi”, ha titolato con fiduciarepubblica.jpg la Repubblica di carta tra le foto di Di Maio e dello stesso Zingaretti- avendo avvertito il rischio di cattive sorprese. Una o la principale delle quali sarebbe quella di una gestione delle trattative, da parte del segretario del Pd, non a caso criticato nelle ultime ore dai renziani, finalizzata ad una rottura. Che consentirebbe a Zingaretti, con le elezioni anticipate, non la riduzione di tutti i parlamentari reclamata sotto le 5 Stelle, e  destinata al naufragio con lo scioglimento delle Camere, ma la riduzione solo dei parlamentari del Pd riconducibili all’ex presidente toscano del Consiglio, oggi in grado di controllare i gruppi parlamentari del partito per averne determinato l’elezione l’anno scorso con i candidati scelti da lui stesso. Stavolta a sceglierli sarebbe Zingaretti. E il Pd diventerebbe davvero diverso Rolli.jpgda quello di Renzi. Il quale peraltro rimane indigesto ai pentastellati anche dopo l’improvvisa apertura ricevuta, e ricambiata peraltro col rifiuto di farsi contaminare da qualche loro ministro particolarmente visibile in un eventuale governo di soccorso alla diciottesima legislatura cominciata solo poco più di un anno fa.

             D’altronde, la situazione interna al Pd, da cui non potrebbe prescindere nessun alleato, è tale che persino Marco Travaglio sul già citato Fatto Quotidiano, non certamente sospettabile di essere contrario al matrimonio giallorosso sponsorizzato dalla più consistente e diffusa Repubblica di carta, l’ha paragonato a quella da guerra civile della Libia.

            Fa bene quindi Mattarella, per nulla smanioso di sciogliere le Camere, ad essere preoccupato, oltre che irritato e deluso come lo ha descritto -ripeto- il quirinalista del Corriere della Sera, dopo il suo primo giro di consultazioni, ed anche in vista del secondo.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it

           

 

Quella faccia felice di Fico con Mattarella la dice lunga sulla crisi di governo

            E’ emblematica quella faccia felice del presidente grillino della Camera Roberto Fico, accolto al Quirinale Fico al Quirinale.jpgcon tutti gli onori e ascoltato dal presidente della Repubblica in apertura, quasi, del rito il manifesto.jpgdelle consultazioni “ad alta velocità”, per dirla con Giannelli nella vignetta del Corriere della Sera, o a “rotta di Colle”, secondo l’espressione di copertina del manifesto, per la soluzione di questa crisi agostana di governo, convulsa come i temporali d’estate.

            Fico non è solo presidente della Camera e terza carica perciò dello Stato, collocato in questa veste in testa Giannelli.jpgall’elenco delle consultazioni al Quirinale. E’ anche, o soprattutto in questa congiuntura politica, uno degli esponenti di punta del Movimento delle 5 Stelle, peraltro reduce da un vertice conviviale convocato da Beppe Grillo nella sua villa al mare per dettare la linea alla vigilia delle dimissioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Di cui proprio Fico potrebbe anche essere il successore per un governo e una maggioranza col Pd al Il Fatto.jpgposto della Lega, vista “la falsa partenza” della crisi contestata dall’interessatissimo Fatto Quotidiano al segretario Nicola Zingaretti. Che ha posto in nome della “discontinuità” -contrastata, secondo il giornale di Marco Travaglio, da Matteo Renzi ma approvata all’unanimità dalla direzione piddina- un sostanziale veto alla conferma del professore e “avvocato del popolo”.

            Sbaglierò ma quella faccia felice, ripeto, di Fico smentisce da sola l’indisponibilità o ritrosia attribuitagli da qualche retroscenista a trasferirsi dal vertice di Montecitorio al vertice dell’attiguo Palazzo Chigi se si dovesse arrivare ad una solida intesa del suo partito col Pd, e ancor più se lui desse una mano in questa direzione. Che non è certamente difforme dalle sue idee e dai suoi umori, già espressi e sperimentati del resto l’anno scorso nella esplorazione sulla crisi di governo d’inizio di legislatura affidatagli dal presidente della Repubblica. Si sarebbe forse già arrivati allora al risultato di una maggioranza giallorossa, anziché gialloverde, se il pur già ex segretario del Pd Renzi non lo avesse impedito con una semplice intervista televisiva. In quel periodo, diversamente da oggi, “l’ebetino” -come Grillo chiamava Renzi-  preferiva i popcorn ad un’intesa con i grillini, che gliene avevano dette e date di tutti i colori prima e durante la campagna elettorale battendolo clamorosamente col risultato del quasi 33 contro il quasi 19 per cento dei voti.

            Chissà se Mattarella nel colloquio con Fico, pur con la cautela impostagli dalle circostanze e soprattutto dall’attesa dell’incontro odierno con la delegazione ufficiale del movimento grillino guidata dal vice presidente uscente del Consiglio Luigi Di Maio, non gli abbia chiesto qualcosa in più o di diverso rispetto a ciò che si è scritto sui giornali a proposito del vertice conviviale in casa dell’”elevato” e quant’altro delle 5 Stelle. Cui il presidente della Camera ha accettato volentieri di partecipare arrivandovi con tanto di scorta, non certo in incognito.

            Di Maio, l’interlocutore ufficiale di Mattarella per conto del movimento grillino, ha ormai le ali bagnate dalle elezioni europee del 26 maggio scorso, ben prima quindi che il presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron, si togliesse pure lui i sassolini delle scarpe -come Conte ha Macron su Di Maio.jpgfatto con Matteo Salvini al Senato- commentando la crisi di governo apertasi in Italia con l’indicazione del “ vero perdente” proprio nel capo formale delle 5 Stelle. Che impara così a flirtare con i rivoltosi in giallo di Francia.

            Il giovane vice presidente e pluriministro uscente  del governo Conte in quota grillina avrebbe peraltro da temere sia la formazione di un governo col Pd, non potendo certamente considerarsi un elemento di “discontinuità”, per dirla Zingaretti.jpgcon Zingaretti, sia le elezioni anticipate. Che dalle sue parti, per quanto contrarie nella consapevolezza di uscirne a pezzi, forse anche peggio di fine maggio con le europee, sono talmente messe nel conto che  Davide Casaleggio, o chi per lui, ha sollecitato i parlamentari morosi a pagare le trattenute mensili all’associazione o piattaforma Rousseau. La messa in regola con “le rendicontazioni” è stata reclamata entro il 2 settembre “in vista -è scritto nella comunicazione elettronica- di eventuali elezioni e dei relativi controlli da farsi per le candidature”. Un brivido deve avere percorso la schiena di molti destinatari di questa lettera.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e policymakermag.it

Blog su WordPress.com.

Su ↑