Per attenersi all’immagine pertinente proposta da Emilio Giannelli con la sua vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera il presidente uscente e -come vedremo- difficilmente rientrante del Consiglio Giuseppe Conte ha usato l’aula del Senato, col discorso di introduzione
all’apertura finalmente formale di una crisi in corso sui giornali almeno da un mese, per togliersi dalla scarpa i classici sassolini. Ma si è tolto solo quelli messigli da Matteo Salvini, cui ha fatto un processo da “avvocato del popolo”, secondo
la sua stessa originaria definizione, ma inteso come pubblico ministero: un processo in cui “il popolo” sarebbe la parte lesa. L’imputato leghista ha dovuto subire l’attacco, standogli seduto accanto ancora come vice e ministro dell’Interno, opponendogli solo o prevalentemente gesti di dissenso, prima di spostarsi sui banchi dei parlamentari del Carroccio e di parlare a propria difesa, peraltro interrotto ostinatamente dai senatori del Pd insofferenti della sua sopravvivenza fisica all’attacco di Conte. Che essi avevano applaudito nei passaggi
più significativi, come quello sulla “vicenda russa da chiarire” per i dubbi non risolti sulla ricerca di affari a “Moscopoli”, come la chiama la Repubblica di carta, da parte del leghista Gianluca Savoini.
Conte ha invece trattenuto nella scarpa, o nell’altra non esposta metaforicamente sul banco del governo, tutti i sassolini messigli nei 14 mesi di governo dai grillini. Ai quali ha solo rimproverato, con un buffetto, la scortesia fattagli lasciando l’aula di Palazzo Madama, sia pure per protesta contro l’assente Salvini, quando gli è toccato di sostituire il ministro dell’Interno riferendo proprio sulla “vicenda russa”. Dalla quale tuttavia il presidente del Consiglio dichiarò allora di non avere ricavato elementi che potessero impedirgli di confermare la propria fiducia al suo vice.
Non una parola, non un sassolino Conte ha tirato fuori, con la lingua o con le mani, a proposito di quella pur recente seduta del Senato che egli dovette disertare per voltare la testa dall’altra parte di fronte alla mozione presentata dai grillini contro la Tav -la realizzazione cioè della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci fra la Francia e l’Italia- anche o soprattutto dopo la sua decisione di sbloccare l’opera, essendone più costosa la rinuncia.
I ripetuti applausi a Conte da parte dei senatori del Pd, guidati questa volta in aula personalmente da Matteo Renzi come oratore di punta, non debbono essere piaciuti al non senatore, né deputato, ma segretario del partito Nicola Zingaretti. Che, avendo fiutato nella lunga parte finale del discorso del presidente del Consiglio una sua ricandidatura a guidare un governo appoggiato dai piddini, o con la loro partecipazione, ha addirittura anticipato l’intervento di Renzi con una dichiarazione di sostanziale indisponibilità.
Se nuovo governo e nuova maggioranza dovranno essere, ha praticamente avvertito Zingaretti senza aspettare la riunione odierna della direzione del partito e il suo turno nelle consultazioni al Quirinale, bisognerà cambiarne anche la guida. E ciò ha aperto, anche con una telefonata di Luigi Di Maio allo stesso Zingaretti, un altro problema grosso come una casa fra i grillini, già divisi fra di loro sulla gestione e sulle prospettive della crisi, non bastando a tenerli uniti la paura delle elezioni anticipate. Che potrebbero risolversi peggio ancora delle elezioni europee del 26 maggio scorso, nelle quali essi hanno dimezzato i voti dell’anno scorso.
La portata dell’intervento extraparlamentare, diciamo così, del non senatore né deputato Zingaretti è stata chiaramente avvertita sul Fatto Quotidiano, molto letto e apprezzato sotto le cinque stelle, dal direttore Marco Travaglio. Al quale l’aperitivo in qualche modo offertogli da Conte col processo a Salvini è andato di traverso a leggere le dichiarazioni del segretario del Pd.
Pertanto, sentendo allontanarsi il ribaltone giallorosso e avvicinarsi invece un ricorso alle urne magari solo un po’ meno anticipato di quanto chiesto da Salvini, il direttore del Fatto ha
concluso così il suo editoriale di giornata contro il leader leghista: “Ora il Cazzaro è al punto più basso della sua parabola politica. Solo il Pd può salvarlo. E pare che, ancora una volta, stia lavorando per lui”, nonostante o a dispetto dell’altro ribaltone: quello compiuto all’interno del partito dall’ex odiatissimo Renzi passando dai pop corn alle danze sotto le cinque stelle.
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dell’innominato e uscente presidente del Consiglio, cui ancora la Repubblica di carta non perdona il velleitario annuncio di un “bellissimo” 2019.
a lui le responsabilità della crisi virtualmente aperta da allora, con la riserva di riferire al Parlamento in tempi non immediati. Che sono stati poi definiti a Palazzo Madama da una maggioranza generalmente salutata, si vedrà se a torto a ragione, come anticipatrice di quella destinata a sostituire l’alleanza gialloverde.
non vorrebbe far credere il giornale fondato da Eugenio Scalfari. In realtà, Di Maio è stato praticamente svuotato di funzioni e ruolo dal ritorno sulla scena, o retroscena, della politica di Beppe Grillo. Che è in grado di convocare col telefonino, o altra diavoleria elettronica, nella sua villa al mare anche la terza carica dello Stato, il presidente della Camera Roberto Fico, per dettare la linea rovesciandovi dentro tutti i suoi umori ora tornati antisalviniani, in linea d’altronde col rimprovero fatto direttamente l’anno scorso alla madre del leader leghista di averlo concepito rinunciando alla pillola. Il povero Zingaretti, dal canto suo, orfano come il fratello Luca di quel grande e popolare giallista che era diventato Andrea Camilleri, vive da qualche giorno nell’angoscia di trovarsi non davanti ma al seguito di un predecessore ingombrante come Matteo Renzi.
versione minimale, e forse per questo ritenuta da lui più digeribile o presentabile, non di un governo ribaltonista di coalizione ma di “un monolcolore grillozzo”: di quelli che faceva ogni tanto la Dc quando era partito di maggioranza, com’è ancora nelle attuali Camera il movimento delle 5 stelle, senza contare il tracollo elettorale nelle europee del 26 maggio scorso.
vorrebbe che fornisse un aiuto anche “l’amor suo” Silvio Berlusconi pur di “fermare” l’indigesto e pericoloso Salvini, si è proposto come consigliere, regista, protettore e altro ancora Romano Prodi. Che ha suggerito di chiamare “Orsola” la nuova maggioranza, dalla traduzione in italiano del nome della nuova presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula von der Leyen, eletta nel Parlamento Europea proprio con una convergenza determinante di voti dei deputati grillini, del Pd e di Forza Italia.
affettuosi, il “licenziato” Salvini, secondo il trionfalistico annuncio della Repubblica di carta, sembra nelle ultime ore francamente rassegnato, nonostante i bellicosi tentativi di resistenza che annuncia nelle interviste, compresa quella concessa per la seconda volta in pochi giorni al
direttore del Giornale della famiglia Berlusconi. Gli rimarranno “le piazze”, di cui egli ha appunto
parlato in questa intervista, solo per i comizi delle campagne elettorali regionali che il capo dello Stato ben difficilmente potrà impedire dal prossimo autunno alla prossima primavera, dopo essersi speso -se veramente si spenderà- per evitare quelli per il rinnovo anticipato delle Camere reclamato dal leader leghista.
così- al Colle già con i predecessori di Mattarella, il presidente della Repubblica alla vigilia delle dimissioni di Conte, e dell’apertura finalmente formale di una crisi in corso
già da tempo nel dibattito politico, è tentato da due soluzioni non elettorali: una “politica” e una “istituzionale”, entrambe giallorosse nei fatti. “Altrimenti resta il voto”, ha ammesso Breda, ma molto altrimenti.
che il manifesto ha chiamato “il buco delle lettere”, non mi sembra francamente che l’obbedienza di Salvini si sia tradotta in un successo politico del presidente del Consiglio. Che si è rivelato molto poco accorto quando si è scoperto che ben otto di quei 27 sbarcati come minorenni erano in realtà maggiorenni.
Conte, “il leader più apprezzato in Italia e all’estero”, anche se si può carpirne così facilmente la fiducia contrabbandandogli per minorenni otto maggiorenni su 27 in un solo sbarco. O anche se i grillini hanno potuto contestarne così clamorosamente al Senato lo sblocco della Tav da presentare una mozione di segno contrario, obbligandolo a disertare la seduta non si è capito se più per vergogna, o per rabbia, o per opportunismo contando sulle opposizioni per far prevalere la decisione maturata a Palazzo Chigi a favore del completamento della linea ferrovia ad alta velocità per il trasporto delle merci dalla Francia all’Italia, visto che la rinuncia sarebbe stata ancora più costosa della realizzazione.
di “rimpiangere” l’editore Berlusconi comfrontandolo con Salvini- se a farla così pazza non ha contribuito proprio lui vomitando tutti i pop corn appena mangiati e proponendo un governo con gli odiati grillini. Che egli impedì al suo partito l’anno scorso, all’inizio della legislatura, con una intervista televisiva che vanificò la riunione della direzione convocata dal segretario di allora, Maurizio Martina, per il giorno dopo.
in programma per martedì al Senato e per mercoledì alla Camera, gli avversari danno la rappresentazione di un uomo disperato, di un tattico sprovveduto e di uno stratega conseguentemente fallito. E persino di un vanesio che, dopo essersi abbronzato sulle spiagge, si fa quasi arruolare come un raccoglitore di pomodori o fiori nei campi del virtuale, o aspirante, suocero Denis Verdini.
Conte, dal Quirinale fanno sapere, attraverso l’”analisi” del solito Marzio Breda sul Corriere della Sera, che il capo dello Stato, rientrato a Roma dalla Sardegna, si aspetta “chiarezza”, beato lui, dai partiti e rispettivi leader che dovranno sfilargli davanti nel rito delle consultazioni.
anticipate chieste, prima degli ultimi ripensamenti, dal leader della Lega.
Di cui pure il già citato Feltri ha scritto su Libero che “l’ora del coglione piglia tutti, come si dice in Emilia Romagna”. O di cui Marcello Sorgi ha sanzionato sulla Stampa “la credibilità perduta”. O cui Mario Ajello sul Messaggero ha ricordato il celebre aforisma di Ennio Flaiano “Lei non può immaginare quanto io non sia irremovibile nelle mie idee”.
di un governo gialloverde guidato da Luigi Di Maio. proposta smentita dal capo del Movimento delle 5 Stelle, fermo al sarcastico rimprovero già fatto al leader leghista di avere fatto “una frittata”.
sul Fatto Quotidiano ha declassato Salvini, con tanto di editoriale e fotomontaggio, a un “mendicante” dedito ad “accattonaggio molesto”. “Ora Salvini ha paura”, ha titolato la Repubblica per avere “sottovalutato”- gli ha gridato il quotidiano del Sud- un’altra paura: quella che lui procura agli altri in acqua, tra linguacce sulle spiagge e blocchi dei porti, e in terra, chiedendo
agli elettori “pieni poteri” dai palchi dei suoi comizi. Sollevato forse proprio da questa paura svanita con gli errori rimproveratigli -ripeto- persino dall’amico Vittorio Feltri, il manifesto ha rappresentato Salvini in mutande, e non da bagno.
all’inizio dal leader leghista. “Potrebbe essere sdrammatizzato -ha scritto il quirinalista del Corriere della Sera- persino il ricorso all’esercizio provvisorio”, altre volta avvertito con paura da Mattarella, per quanto contemplato dalla Costituzione, “purchè tutto ciò avvenga in nome di una riconquistata stabilità politica”. Cui Salvini, almeno sino a qualche giorno o settimana fa, riteneva che si potesse approdare solo rinnovando le Camere in anticipo, dopo i mutati, anzi capovolti, rapporti di forza elettorale fra grillini e leghisti col voto europeo del 26 maggio.
assai compromessa dopo che il primo ha rimproverato al secondo, a proposito della vicenda dei migranti soccorsi dalla nave del volontariato Open Arms battente bandiera spagnola, “l’ennesima, a dire il vero, sleale collaborazione” e l’”ossessiva” riduzione della complessa gestione dell’ancor più complesso fenomeno dell’immigrazione alla formula dei “porti chiusi”. Ma è “un’ossessione”
di cui il leader leghista di è detto” orgoglioso” con ciò confermando implicitamente, nonostante la sfida apparente, la consapevolezza di essere ormai diventato un problema personale nei rapporti con Conte, e quindi la disponibilità a risolverlo con un’altra edizione della stessa maggioranza.
Luigi Di Maio e Matteo Salvini alla celebrazione del primo anniversario della tragedia del crollo del ponte Morandi, incapaci di scambiarsi il segno della pace anche quando sono stati invitati a farlo con tutti gli altri fedeli dal cardinale che officiava la messa,
emblematico degli effetti della crisi di governo, in corso senza neppure essere stata formalmente aperta, è quanto è accaduto, fra terra e mare, attorno alla nave Open Arms. Dove 147 migranti sono rimasti bloccati per più di 13 giorni dal divieto di approdo e di sbarco emesso dal Viminale.
di due navi della Marina Militare, ordinato dalla ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta per consentire l’accesso della nave del volontariato battente bandiera spagnola alle
coste italiane, hanno letteralmente rovesciato la linea seguita per 14 mesi dal titolare leghista del Ministero dell’Interno. Il cui ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che ha sospeso il suo divieto di sbarco altro non è, francamente, che una inutile ostentazione di forza o di potere in un quadro politico già profondamente cambiato. Altrettanto si può dire della reazione polemica di Salvini alla missiva di Conte.
visibile e apprezzata -in tutti i sondaggi- figura istituzionale di garanzia che è appunto quella del capo dello Stato. Che ha bisogno come non mai, più di tutti i suoi predecessori, degli auguri di Buon Ferragosto, ora che l’omonimo generale, autore di tante vittorie su crisi incombenti o già aperte ma chiuse con soluzioni di tregua, ha dovuto ripiegare.
congelamento delle procedure di verifica referendaria e delle necessarie modifiche ai collegi, è stata subito avvertita dal presidente della Repubblica, fermo
nel suo rifugio estivo alla Maddalena, in Sardegna, come “un azzardo assoluto, una mossa istituzionalmente scorretta, oltre che sgrammaticata dal punto di vita degli equilibri fra poteri”. Così ha scritto, informato come al solito, il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda in un articolo titolato sullo “stupore” appunto del capo dello Stato.
in questa prospettiva, la partita pro o contro Salvini diventa un po’ più complessa delle apparenze, che hanno consentito di dare per sconfitto il leader della Lega, nonostante il suo partito sia diventato il 26 maggio quello più votato dagli italiani, e di sfotterlo immergendolo -come ha fatto nella vignetta di prima pagina il Fatto Quotidiano- in uno dei suoi bicchieri estivi di mojto, da spiaggia o da comizio, alternato a qualche rosario, crocifisso e ringraziamento alla Beata Vergine.