L’inutile enfasi dello scontro sulla data di approdo della crisi nell’aula del Senato

            Dietro l’enfasi della “prima sberla a Salvini”, annunciata dal Fatto Quotidiano accreditando l’ipotesi che la discussione sulla crisi di governo slitti al Senato dal 14 al 20 agosto, c’è la realtà molto meno anti-salviniana ammessa dallo stesso giornale di Marco Travaglio con quel fotomontaggio in prima pagina in cui si contrappongono, nelle prospettive politiche, due squadre delle quali una è reale e l’altra è virtuale.

            Quella reale è la squadra del centrodestra, già ricompattata dopo la rottura fra leghisti e grillini  e pronta a sottoscrivere un accordo “dal notaio”, come è stato annunciato, per riproporsi al governo nella prossima legislatura. Quella virtuale è la squadra dei grillini, del Pd, rappresentato Gli avvoltoi.jpgperò dal segretario Nicola Zingaretti -e non più ilmanifesto.jpgda Matteo Renzi, tornato ad essere trattato da Grillo come un “avvoltoio”, o “il guastatore” definito dal manifesto– e della sinistra più radicale di Loredana De Petris. Del cui gruppo parlamentare a Palazzo Madama fa parte, fra gli altri, l’ex presidente del Senato Pietro Grasso.

            E’ una squadra, quest’ultima, battezzata da Repubblica  col motto “Insieme per forza contro Salvini” ma, oltre che mutilata Repubblica.jpgdi un Renzi considerato troppo ingombrante, divisa dal modo in cui sottrarsi alle elezioni anticipate: se con un governo o governicchio di massimo un anno, sia pure con l’enfatico nome di “istituzionale”, come vorrebbe l’ex segretario del Pd, o di un governo più lungo e ambizioso, che porti la legislatura alla scadenza ordinaria del 2023, e sia capace di esprimere l’anno prima il successore, o la conferma, di Sergio Mattarella al Quirinale. E’ proprio la problematicità e improbabilità di una simile soluzione che ha forse consentito a Zingaretti di unirsi a questa squadra con un riposizionamento funzionale solo al desiderio, all’interesse, all’obiettivo di ridurre lo spazio conquistato da Renzi nei giorni scorsi sui giornali. E che ha già aggravato la crisi e la confusione fra i grillini, dove si ha poca voglia, e molta paura, di passare dai condizionamenti di Salvini a quelli dell’”ebetino”, come Grillo chiamava Renzi ai tempi di Palazzo Chigi e del referendum sulla riforma costituzionale bocciata nel 2006.

            In questo quadro, e con simili divisioni a sinistra e unità o convergenza d’interessi ritrovata in un centrodestra che anche durante i mesi del governo gialloverde ha continuato a conquistare amministrazioni regionali e comunali, non sembrano francamente destinati a fare la differenza i sei giorni fra il 14 e il 20 agosto per l’approdo della crisi nell’aula del Senato. Dove intanto Conte ha già deciso di annacquare molto la “trasparenza” offerta e al tempo stesso rivendicata orgogliosamente dopo la rottura con Salvini. Egli, pur di rimanere in gioco per qualche soluzione, è disposto adesso a rinunciare alla votazione finale della discussione sulla mozione di sfiducia presentata dai leghisti per dimettersi un attimo prima, secondo i rituali di moda ai tempi della cosiddetta e odiata prima Repubblica. Ai quali volle sottrarsi nella seconda Romano Prodi facendosi battere alla Camera nel 1998 e al Senato nel 2008: la prima volta spianando involontariamente a D’Alema la successione e la seconda liquidando col proprio governo anche la legislatura cominciata due anni prima.  

 

 

 

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I precedenti di questa crisi di governo portano alle elezioni anticipate

Anche se ogni crisi di governo ha una sua storia inconfondibile per circostanze e protagonisti, come soleva ammonire Flaminio Piccoli negli anni in cui di crisi contribuiva a provocarne pure lui come dirigente della Dc e rifiutava di formulare previsioni sul loro esito, questa corsa alle elezioni anticipate innescata da Matteo Salvini e già inciampata in qualche complicazione ricorda almeno quattro precedenti. Dei quali ben tre risalgono alla cosiddetta seconda Repubblica e uno, ma il più clamoroso, alla prima.

Cominciamo dalla coda per risalire alla vicenda più lontana e forse più significativa, per come si stanno mettendo le cose con lo sfratto da Palazzo Chigi intimato dal “capitano” del Carroccio a Giuseppe Conte e, più in generale, ai parlamentari eletti non più tardi dell’anno scorso.

Il 24 gennaio del 2008 Romano Prodi col suo secondo governo di cosiddetto centrosinistra decide, per la stessa “trasparenza” promessa ora da Conte, di farsi battere al Senato con 161voti favorevoli alla sfiducia, provenienti da sinistra e da destra, da Franco Turigliatto a Clemente Mastella, e 156 contrari. Pur rassegnato allo scioglimento delle Camere elette solo due anni prima, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano affida al presidente del Senato Franco Marini un incarico “esplorativo”, alla ricerca di una maggioranza che quanto meno ritardi l’approdo alle urne per non arrivarvi con una legge elettorale malfamata, diciamo così, col nome di “Porcellum” affibbiatogli dal suo autore principale: il leghista Roberto Calderoli.

Marini cerca di sondare anche l’insondabile, esplorando persino gli umori dei sindacati, francamente estranei alla materia di una nuova legge elettorale, e dopo quattro giorni rinuncia “con rammarico”, consentendo al presidente della Repubblica lo scioglimento anticipato delle Camere, cui seguiranno le elezioni vinte per l’ultima volta dal centrodestra guidato da Berlusconi. Che non porterà tuttavia la legislatura alla fine ordinaria, sostituito a Palazzo Chigi nell’autunno del 2011 da Mario Monti, appoggiato per un po’ dallo stesso Cavaliere, prima di cominciare a protestare contro uno dei vari “colpi di Stato” di cui ancora si lamenta nelle ricostruzioni della sua avventura politica.

Nell’autunno del 1998 sempre Prodi, questa volta col suo primo governo, si lascia battere alla Camera in uno scontro col socio/non socio della maggioranza ulivista Fausto Bertinotti. Spalleggiato dal suo vice Walter Veltroni, il presidente del Consiglio dimissionario reclama le elezioni anticipate, sicuro di uscire vincente dalle urne per la frattura provocata con la crisi da Bertinotti anche alla sinistra. Ma Massimo D’Alema, segretario dell’ex Pci, decide di succedere a Prodi con un governo sostenuto, al posto di Bertinotti, dall’immaginifico presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. Il quale ha allestito appositamente un partito di transfughi del centrodestra da lui stesso paragonato all’armata francese degli “straccioni” che nel 1792 avevano sconfitto i prussiani a Valmy.

A gennaio del 1996 esaurisce il suo compito il governo simil-tecnico formato l’anno prima dal ministro uscente del Tesoro del primo esecutivo di Berlusconi, rovesciato dalla Lega di Umberto Bossi dopo nove mesi di vita difficile. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, già in ritardo di almeno sei mesi rispetto alla data delle elezioni anticipate promesse al Cavaliere al momento della caduta, decide per scrupolo costituzionale di verificare le condizioni per un governo di cosiddette “larghe intese” per improvvisare una riforma costituzionale resasi necessaria per i cambiamenti intervenuti col passaggio dal sistema elettorale a quello prevalentemente maggioritario. Esso ha lasciato al capo dello Stato la prerogativa di nominare il presidente del Consiglio tuttavia indicato direttamente dagli elettori persino sulla scheda elettorale, votando per la coalizione che lo ha candidato.

L’incarico di formare un simile governo viene conferito ad Antonio Maccanico, già segretario generale della Camera dei Deputati, della Presidenza della Repubblica e ministro. Il quale le tenta tutte, pazientemente, in una quindicina di giorni del mese di febbraio, peraltro fra i borbottii di Prodi. Che, già incoronato da D’Alema capo dell’Ulivo l’anno prima, teme di essere detronizzato da Palazzo Chigi senza neppure arrivarvi. La spuntano le sue preoccupazioni perché alla fine Maccanico, ostacolato più a destra che a sinistra, in particolare da Gianfranco Fini, che forza la mano ad un Berlusconi tentato da un’intesa, rinuncia all’incarico e sblocca il ricorso alle urne.

Tutt’altro scenario politico è quello della primavera del 1987, quando Bettino Craxi è sfrattato da Palazzo Chigi con una crisi impostagli dal segretario della Dc Ciriaco De Mita, che reclama già da un anno la “staffetta” con un democristiano che il leader socialista non ricorda di avergli promesso. O ricorda di avergliela promessa per la parte residua e ordinaria della legislatura cominciata nel 1983. De Mita invece vuole anticipare di un anno le elezioni, che a quel punto Craxi reclama di gestire con il suo governo. E chiede soccorso al presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che, per quanto gli sia amico, glielo nega di fronte alle insistenze di De Mita e conferisce l’incarico di formare il governo elettorale ad Amintore Fanfani scomodandolo dalla Presidenza del Senato, dopo i rifiuti opposti per questa operazione dagli allora ministri degli Esteri e dell’Interno, Giulio Andreotti e Scalfaro. Che preferiscono essere leali con Craxi piuttosto che obbedienti a De Mita.

E’ tanto elettorale il governo di Fanfani, per quanto provvisto di un ministro -Gaetano Gifuni- per i rapporti col Parlamento da sciogliere, che il presidente del Consiglio si presenta alla Camera scordando, diciamo così, di chiedere la fiducia. Che tuttavia i socialisti decidono lo stesso di accordargli per cercare di evitare le elezioni anticipate e difendere il regolare svolgimento dei referendum già indetti sulla responsabilità civile dei magistrati e contro la produzione di energia elettrica nucleare.

Per sventare la fiducia a questo punto possibile, e raggiungere gli obiettivi dello scioglimento anticipato delle Camere e del conseguente rinvio dei referendum invisi a De Mita, il gruppo democristiano della Camera arriva ad astenersi nella votazione, cioè a negare il sì al governo pur composto interamente da personalità, politiche e tecniche, dello scudo crociato. Incredibile, ma vero, certificato dai verbali parlamentari, se non vogliamo dire dalla Storia, persino con la maiuscola.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Mattarella prende le distanze da Grillo e Renzi, e Salvini rinverdisce il centrodestra

            Non ci voleva molto a prevederlo, francamente, a conferma che le acrobazie vanno bene nei circhi, non in politica, per quanto malridotta possa essere. L’acrobatica coppia Grillo-Renzi, o viceversa, offertasi all’avanspettacolo della crisi della combinazione gialloverde per evitare le elezioni anticipate con un governo “istituzionale” che garantisca l’approvazione del bilancio e la riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari, ha aumentato e non contenuto la confusione. Essa ha aggravato le tensioni nel Pd, col segretario del partito deciso a resistere anche a costo di subire una scissione, ha ricompattato il centrodestra, di cui Matteo Salvini era diventato insofferente, ed ha insospettito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

             Quest’ultimo,  consapevole del ruolo propulsivo che Grillo e Renzi si aspettano, o si aspettavano, da lui per mettere sul tavolo della crisi, una volta aperta formalmente, l’ipotesi del governo “istituzionale” Il Corriere sul Colle.jpgcontro le elezioni anticipate, ha fatto sapere dal suo ritiro alla Maddalena, in Sardegna, con una nota del quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda, che al capo dello Stato non tocca cercare o stimolare una nuova maggioranza, ma solo verificarne l’esistenza, ed anche accertarne la serietà, cioè la reale coesione e consistenza, e capacità di azione e stabilità.

            Ad una maggioranza non chiara e davvero coesa, capace di realizzare un programma e non di tenere aperta una interminabile campagna elettorale, che già prevede il rinnovo di importanti amministrazioni regionali, il presidente della Repubblica potrebbe preferire responsabilmente un governo di garanzia per una breve e risolutiva campagna elettorale di rinnovo anticipato delle Camere.

            Senza nulla togliere all’importanza di questi umori di Mattarella, il segnale più importante per gli sviluppi della crisi, che ha probabilmente inciso anche sulle riflessioni del presidente della Repubblica, è forse Il Giornale 2 .jpgquello lanciato da Salvini con una lunga intervista, guarda caso, al Giornale della famiglia Berlusconi. Che, allarmato dalla tendenza alla “solitudine” e all’autosufficienza emersa da alcuni comizi del ministro dell’Interno, gli aveva sollecitato di chiarire lo schieramento col quale intende andare alle urne. Ebbene, anche per evitare che a sua volta, per reazione, il Cavaliere si lasci tentare da manovre altrui per sabotare le elezioni reclamate dalla Lega, Salvini ha annunciato la decisione di incontrare Berlusconi, e Giorgia Meloni, per rinverdire e allargare il centrodestra. Che lo stesso Berlusconi peraltro sarebbe disposto ad alleggerire di una propria candidatura al Parlamento, bastandogli ed avanzandogli il seggio  conquistato il 26 maggio a Strasburgo.

            Le frasi Salvini a Sallusti.jpgpronunciate dal “capitano” del Carroccio nell’intervista al direttore del Giornale sono di una chiarezza estrema, e di una franchezza brutale nei riguardi di Renzi,  accusato di voler salvare con Grillo non il Paese ma semplicemente il suo “culo”, per il rischio che corre, con le elezioni anticipate, di vedere decimata nelle nuove Camere la sua corrente, o area, e persino di non essere personalmente confermato senatore nella sua Firenze.

            Per quanto riguarda poi Grillo, insorto contro i “nuovi barbari” intravisti nei leghisti, lui che di barbari un po’ s’intende con lo stile del suo eloquio, e con la selezione che ha saputo fare della classe dirigente del movimento pentastellare, Salvini gli ha lanciato un segnale forse Salvini a Sallusti 1 .jpgnascostogli dai vari Di Maio e Casaleggio. “So per certo -ha detto il ministro uscente dell’Interno- che molti deputati e senatori grillini sono assolutamente contrari all’ipotesi di un’alleanza con Renzi e al momento giusto lo dimostreranno”.

 

 

 

 

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Giochi acrobatici di Beppe Grillo e Matteo Renzi sulla crisi di governo

            In una intervista al Corriere della Sera concessa, forse non a caso, mentre Beppe Grillo lanciava dalla sua foresta elettronica un appello contro le elezioni anticipate per evitare la vittoria dei “barbari” di turno, Intervista Renzi.jpgche sarebbero naturalmente i leghisti di Matteo Salvini dopo avere assunto l’iniziativa della crisi di governo, l’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi ha lanciato la proposta di un esecutivo “istituzionale” per evitare, appunto, il ricorso al voto in ottobre.

            Le elezioni in autunno -va detto subito- offrirebbero al segretario attuale del Pd Nicola Zingaretti, non a caso favorevole, l’occasione di fare lui le liste e cambiare i gruppi parlamentari piddini, dove la presenza dei renziani è oggi ancora consistente per le candidature gestite la volta scorsa proprio dall’ex segretario.

            Renzi nella sua sortita mediatica – peraltro affidata ad una brava e puntuta giornalista del Corriere, Maria Teresa Meli, che non ha mai nascosto onestamente le sue simpatie politiche per l’ex segretario del Pd- non ha nascosto il timore, l’impressione e quant’altro di una epurazione dei suoi amici. Egli ha infatti sottolineato le polemiche subite ricorrentemente ad opera della nuova dirigenza del partito, ma ha cercato di dare spiegazioni più nobili e istituzionali alla oggettiva sponda che ha fornito a Grillo.

            In particolare, Renzi ha reclamato come urgente un governo “istituzionale”, da affidare -bontà sua- non al presidente uscente del Consiglio Giuseppe Conte, per quanto forse questi possa pensarci, allo scopo di garantire con la manovra finanziaria collegata al bilancio lo scatto automatico dell’aumento dell’Iva e  di permettere alla Camera l’approvazione definitiva, con l’ultimo passaggio parlamentare, della  riforma che riduce di molto il numero dei deputati e dei senatori: da 630 a 400, rispettivamente, e da 315 a 200.

            Questa riforma, che i grillini avvertono come molto popolare,  accusando Salvini di averla voluta boicottare con la crisi, è considerata “demagogica” anche da Renzi, che si vanta di avere Renzi al Corriere 1.jpgproposto ai suoi tempi una revisione costituzionale di ben più vasta portata ed efficacia, con competenze differenziate fra i due rami del Parlamento, e il diritto di fiduciare e sfiduciare il governo riconosciuto solo alla Camera. Ma egli riconosce che i pentastellati, avendo Aalvini al Corriere 2 .jpgvinto le elezioni politiche l’anno scorso e disponendo nelle attuali aule parlamentari dei gruppi più consistenti, hanno ora il diritto di reclamare, con l’approvazione definitiva della loro riforma, votata peraltro anche dai leghisti nei passaggi già avvenuti fra Camera e Senato, il rispetto della volontà popolare espressa nelle urne del 4 marzo del 2018. Dove il Pd proprio di Renzi subì una cocente sconfitta.

            Fra gli effetti politici di questa riforma – di cui i pentastellati hanno già chiesto di anticipare l’ultimo approdo nell’aula della Camera, prima che venga formalizzata la crisi innescata da Salvini con la discussione al Senato della mozione leghista di sfiducia a Conte- c’è il forte allungamento dei tempi per nuove e anticipate elezioni. Esso deriva dalle procedure referendarie e legislative, comprensive addirittura della revisione dei collegi, necessarie all’applicazione concreta della nuova, ridotta consistenza del Parlamento.

            Le sortite quasi simultanee di Renzi e di Grillo, o viceversa, oltre e più ancora che a Zingaretti all’interno di un Pd ufficialmente già schieratosi per un rapido approccio alle urne, hanno naturalmente creato problemi mediatici e politici a Salvini.

            L’aspetto mediatico, e d’immagine, delle difficoltà del leader leghista è, fra l’altro, nella prima pagina del Fatto Quotidiano, che Il Fatto.jpgrappresenta Salvini come chi “l’ha fatta grossa” con la presunta autorete della crisi, visto che le elezioni anticipate non sarebbero per niente scontate.

            Il linguaggio peraltro usato dal leader leghista nei suoi comizi già elettorali, certo di vincere anche “da solo” e spintosi a puntare ai “pieni poteri”, ha alimentato una campagna politica e di stampa sul pericolo di una svolta autoritaria. In questo clima dì paura, anticipato dall’ex presidente del Senato ed ex magistrato Pietro Grasso con l’immagine dell’atttuale aula di Palazzo Madama già “sorda e grigia” come quella della Camera sprezzantemente definita a suo tempo da Benito Mussolini, si è tuffato con giovanile energia, nonostante i suoi 95 anni di età, il fondatore della Repubblica di carta Eugenio Scalfari. Che ha indicato il rischio che esca dalle urne un “dittatore” sotto le spoglie di un “Presidente d’Italia”, capace peraltro nel nuovo Parlamento di scegliersi nel 2022 il nuovo capo dello Stato, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella.

            L’aspetto più strettamente politico delle difficoltà in cui si trova Salvini dopo l’incrocio acrobatico fra Grillo e Renzi è nel monito rivolto al leader leghista dal Giornale della famiglia Berlusconi. Che, dopo avere messo insieme Grillo e Renzi in un vistoso fotomontaggio di prima pagina, ha avvertito Salvini, in un editoriale del direttore Alessandro Sallusti, che il Cavaliere potrebbe anche fornire una sponda ai due acrobati del no alle elezioni come ritorsione dopo la tentazione espressa chiaramente dal leader della Lega di correre al voto anticipato da solo, liquidando il centrodestra pur operante in sede locale. “Non si capisce perché Berlusconi e la Meloni -ha scritto Sallusti parlando un po’ troppo arbitrariamente anche della sorella dei Fratelli Sallusti.jpgd’Italia, alla quale Salvini un’alleanza forse sarebbe disposto a offrirla anche prima del voto- dovrebbero prestarsi gratuitamente a togliere le castagne dal fuoco” di elezioni in pericolo al vice presidente del Consiglio e  ministro dell’Interno uscente. Che intanto, oltre a dover forse rivedere gli scomodi e sofferti  rapporti col Cavaliere, è tentato adesso anche dall’idea di rinunciare spontaneamente al Viminale per l’ingombro che la sua presenza, come protagonista della campagna elettorale, potrebbe costituire agli occhi e alla mente del presidente della Repubblica. E’ infatti a Mattarella che  spetta l’ultima parola sul ricorso anticipato delle urne: se e su come, non solo quando, arrivarvi.

 

 

 

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La pantomima della crisi fra Parlamento, partiti e Mattarella al mare

            Emilio Giannelli ci ha scherzato sopra, con quella vignetta sulla prima pagina del Corriere della Sera che propone Matteo Salvini divertito romanticamente e politicamente, con la fidanzata Francesca Verdini, davanti allo spettacolo celeste delle cinque stelle e del governo cadenti nella notte di San Lorenzo, il diacono romano martirizzato sulla graticola e festeggiato oggi. Ma qualcuno, in questa estate del grande caldo e delle grandissime sorprese, avrà davvero pensato che il leader il manifesto.jpgleghista, che già si guadagna di suo nei comizi le peggiori polemiche, chiedendo per esempio agli elettori “pieni poteri” per governare da solo alla sua maniera, abbia scelto apposta questi giorni per mettere sulla graticola Giuseppe Conte e far cadere rovinosamente nelle urne anticipate d’autunno, come già in quelle europee del 26 maggio, le stelle grilline.

            Dalla grande confusione seguita alla decisione di Salvini di staccare la spina al governo gialloverde dopo 14 mesi di vita alquanto avventurosa, e alla resistenza oppostagli da Conte con la sfida a sfiduciarlo in Parlamento, immaginando a torto di metterlo chissà in quale e quanto imbarazzo, il presidente della Repubblica ha voluto prendere le distanze quasi igieniche andandosene lo stesso in vacanza in Sardegna. Egli è pronto a rientrare a Roma quando i signori della politica, fra Parlamento e partiti, si saranno decisi a formalizzare la crisi e affidarla alle sue mani per fargliela risolvere esercitando le sue prerogative costituzionali. Fra le quali c’è naturalmente quella dello scioglimento anticipato delle Camere e, in tal caso, della scelta del governo al quale far gestire le elezioni, o altre scadenze istituzionali da lui considerate prioritarie.

            Sulle scelte pur di esclusiva competenza del capo dello Stato si stanno esercitando le fantasie dei politici e dei soliti retroscenisti che spesso non riescono a distinguere fra i loro interessi o desideri e le reali prospettive, che così finiscono per tradursi in immaginarie trame o complotti per accelerare o ritardare o addirittura vanificare l’obiettivo elettorale propostosi con la crisi da Salvini. Che, a sentire certe rappresentazioni giornalistiche, sarebbe adesso legato da una specie di patto di ferro improvvisato col segretario del Pd Nicola Zingaretti per andare alle urne al più presto. Matteo Renzi dall’interno del Pd trescherebbe invece con Luigi Di Maio,  o viceversa, dopo tutti gli insulti che si sono scambiati prima e dopo la campagna elettorale dell’anno scorso per il rinnovo delle Camere, uniti adesso dall’interesse ad evitare le elezioni, dando magari la precedenza all’approvazione finale della riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari. Essa non a caso richiederebbe poi dai sei mesi ad un anno di tempo per rendere praticabili le elezioni, tra adempimenti legislativi e tecnici.

            In questo clima ciascuno pensa naturalmente ai propri interessi, ripeto, e nessuno a quelli generali che saranno individuati e definiti dal presidente della Repubblica. Che intanto, cedendo anche io alla tentazione della fantasia, immagino sollevato davanti alle acque della Maddalena, nell’appartamento messogli a disposizione dall’Ammiragliato, proprio dalla crisi di governo finalmente sopravvenuta.

          La maggioranza gialloverde ha prodotto leggi ch’egli ha dovuto spesso promulgare così controvoglia, giusto per non complicare ulteriormente la situazione politica, da comunicare per iscritto le sue preoccupazioni e riserve ai presidenti del Consiglio e delle Camere. E ciò anche a costo di fornire indicazioni utili agli avvocati o ai magistrati interessati a dirottare le nuove norme alla prima occasione verso la Corte Costituzionale, peraltro dirimpettaia del Quirinale. E’ appena accaduto con la legge di conversione del secondo decreto legge sulla sicurezza, approvata al Senato col ricorso paradossale ad una fiducia solo apparente, vista la crisi che stava sopraggiungendo.  

 

 

 

 

Il solipsismo rivendicato da Salvini su quel palco di Pescara

Si è fatto prendere forse un po’ troppo la mano Matteo Salvini nel suo comizio a Pescara, per quanto comprensibilmente indispettito dalla decisione di Giuseppe Conte, che forse già conosceva, di rovesciargli addosso tutta intera la responsabilità della crisi con un monologo a Palazzo Chigi in cui avrebbe opposto la laboriosità del governo da lui presieduto alle “spiagge” preferite dal suo vice leghista e ministro dell’Interno. Eppure i grillini avevano da poco messo il presidente del Consiglio, non a caso tenutosi lontano dall’aula del Senato, in una situazione incredibile contestando di fatto con una mozione il suo sì alla Tav.

Con gli occhi, la mente, il cuore e chissà cos’altro rivolti agli elettori da lui già immaginati alle urne in autunno, senza aspettare neppure per cortesia lo scioglimento delle Camere spettante solo al capo dello Stato Sergio Mattarella, prudente ma gelosissimo, come tutti i predecessori, di questa prerogativa conferitagli dall’articolo 88 della Costituzione, col solo vincolo di sentirne prima i presidenti, Salvini ha detto, fra l’altro: “Se devo mettermi in gioco, lo faccio sereno, da solo e a testa alta. Poi potremo scegliere i compagni di viaggio, purchè non mi si venga a parlare di un governo sostenuto da Scilipoti vari”, cioè da transfughi e avventizi.

Sfrattato Conte da Palazzo Chigi prima ancora di presentare al Senato la mozione che lo sfiducerà, Salvini sembra avere sfrattato, con quelle parole a Pescara,  Silvio Berlusconi dalla postazione di alleato del centrodestra pur operante in tante amministrazioni locali. In teoria, se i sondaggi non gli suggeriranno altre scelte alla luce della legge elettorale in vigore, dovrebbe considerarsi sfrattata dalla postazione di alleata anche Giorgia Meloni con i suoi “fratelli d’Italia”, sovranisti come il “capitano” leghista.

Salvini evidentemente sente il vento in poppa con quel 38 per cento attribuitogli dagli aruspici elettronici anche dopo le polemiche a dir poco fastidiose cavalcate dalle opposizioni politiche e mediatiche sui presunti finanziamenti cercati per la Lega in Russia da persone indagate a Milano.

Mentre molti si sono confrontati e si confrontano sui personaggi della storia repubblicana italiana cui paragonare Conte, chi indicando Giulio Andreotti, chi Aldo Moro e chi Mario Monti, il leader leghista ha giocato davvero d’azzardo paragonandosi, forse senza neppure rendersene conto, addirittura ad Alcide De Gasperi. Che nelle storiche elezioni politiche del 18 aprile 1948, De Gasperi.jpgcon un’affluenza alle urne del 92,19 per cento, impensabile nei giorni e anni nostri, portò da sola la Dc al 48,51 per cento dei voti. E ciò nonostante, peraltro, pur disponendo di 305 deputati e 131 senatori, grazie ai quali avrebbe potuto tentare la formazione di esecutivi monocolori democristiani, egli preferì  fare governi di coalizione con i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici.

L’aggettivo “solo” terrorizzava quel pur coraggioso statista che fu l’artefice politico della ricostruzione dell’Italia e delle sue scelte internazionali. Esse furono così lungimiranti da indurre dopo tanti anni un segretario comunista come Enrico Berlinguer a sentire l’autonomia del suo Pci più sicura e protetta, rispetto ai condizionamenti di Mosca,  sotto l’ombrello dell’alleanza atlantica.

Fa una certa impressione, via, affiancare Salvini, e la sua Lega, a De Gasperi e alla sua Dc, anche se riconosco che la Lega di Umberto Bossi agli inizi degli anni Novanta decollò al Nord in zone di forte radicamento democristiano. Dove però non era stata gradita la meridionalizzazione dello scudo crociato avvenuta durante la lunga e vigorosa segreteria del partito di Ciriaco De Mita.

Le vocazioni maggioritarie, chiamiamole così, per non chiamarle addirittura solitarie, non hanno del resto portato fortuna a nessuno che le abbia coltivate. Non la coltivò d’altronde neppure De Gasperi, che non avendo perseguito la maggioranza assoluta, per fare “da solo”, commentò i risultati delle elezioni del 1948 con la celebre battuta: “Credevo che piovesse, non che grandinasse”.

Bettino Craxi, che non scherzava certo per ambizioni e temperamento, volle sfidare nel 1991 tutti i partiti più radicati nella politica italiana, esclusa quindi la Lega fresca di esordio, contrastando con una campagna astensionistica –“andate al mare”- il referendum contro il sistema elettorale delle preferenze plurime. E perse rovinosamente.

Nel 2016 l’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi volle affrontare da solo il referendum sulla sua riforma costituzionale, perdendolo altrettanto rovinosamente, sia pure col 40 per cento dei consensi, pari alla percentuale dei voti raggiunti nelle elezioni europee di due anni prima. Pertanto egli chiese a Mattarella un ricorso anticipato al rinnovo delle Camere che gli fu però negato.

Berlusconi negli anni del suo centrodestra, quando cominciò ad avvertire difficoltà nella gestione degli alleati, prese l’abitudine di rimproverare e persino insultare gli elettori per non avergli dato i numeri per governare da solo. Ma quelli gli risposero non aumentando, bensì riducendogli progressivamente i voti, sino a farlo sorpassare da Salvini l’anno scorso e ora, nei sondaggi, persino dalla Meloni.

Fu sfortunata la vocazione maggioritaria rivendicata alla nascita del Pd, nel 2007, dal suo fondatore e primo segretario Walter Veltroni, letteralmente sfibrato dai cespugli di sinistra e di destra, da Fausto Bertinotti a Clemente Mastella, che avevano strozzato quasi nella culla entrambi i governi di Romano Prodi.

Consapevole dell’obiettivo troppo ambizioso che si era proposto nelle elezioni anticipate del 2008, dopo la caduta del secondo governo Prodi, il povero Veltroni chiese aiuto ad Antonio Di Pietro e alla sua Italia dei Valori, apparentandoli col Pd.  Ma ciò non solo non gli consentì di evitare l’ultima vittoria elettorale del centrodestra di Berlusconi, e relativo governo, ma alla fine gli rese così problematica la gestione dell’opposizione, su posizioni anche di oltranzismo giustizialista, da fargli perdere la segreteria del partito.

A questa storia poco fortunata, e parziale, dei solitari, dei quali potrei scrivere ancora più a lungo, appartiene anche il monito che una volta Aldo Moro rivolse al pur amico, molto amico Carlo Donat-Cattin, perplesso sul passaggio della “solidarietà nazionale” col Pci  fra il 1976 e il 1978, l’anno peraltro in cui il presidente della Dc fu assassinato dalle brigate rosse. “E’ meglio sbagliare in compagnia che avere ragione da soli”, gli disse Moro.

Il generale Agosto in ritirata. Prevale la crisi del governo gialloverde

            Il generale Agosto, solitamente vincente, questa volta è in ritirata, incalzato da una crisi di governo chiesta dal leader legista, dopo molte incertezze, per andare il più presto possibile alle elezioni e subita dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte con un pesante attacco al suo vice presidente e ministro dell’Interno in una curiosa conferenza stampa. Alla quale i giornalisti sono stati chiamati a tardissima ora senza il diritto di porre domande, in attesa della parlamentarizzazione delle dimissioni e della stessa crisi con un discorso alle Camere. Che tuttavia Conte ha  anticipato accusando Salvini di avergli chiesto di “capitalizzare” col ricorso anticipato alle urne il successo elettorale conseguito dalla Lega nelle elezioni europee del 26 maggio rovesciando i rapporti di forza con gli alleati grillini, di avere interrotto su questa strada una intensa e proficua azione di governo, a dispetto delle spiagge preferite dal ministro dell’Interno, e pretendendo di sostituirsi ai presidenti delle Camere nel momento in cui ne ha sollecitato la convocazione, senza rendersi conto -ha detto Conte- che prima del 20 agosto non sarà possibile fare rientrare deputati e senatori dalle ferie alle quali sono stati appena mandati.

            In verità, l’articolo 62 della Costituzione si limita a stabilire che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente, o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti”. E aggiunge che “quando si riunisce in via straordinaria una Camera, è convocata di diritto anche l’altra”, per cui non sembrano francamente arbitrari, sul piano costituzionale,  i tempi stretti chiesti da Salvini in un comizio a Pescara.

            L’aspetto tuttavia più singolare delle comunicazioni del presidente del Consiglio a Palazzo Chigi è il silenzio totale opposto alla scintilla che ha provocato, in fondo, la svolta di Salvini e la crisi: la mozione dei grillini al Senato contro la realizzazione della linea ferroviaria per il trasporto ad alta velocità delle merci fra la Francia e l’Italia (Tav), sbloccata dallo stesso Conte con l’annuncio che la rinuncia sarebbe stata e sarebbe più onerosa del completamento, peraltro possibile con costi ulteriormente ridotti dopo le sue interlocuzioni europee.

            E’ a quella mozione, respinta dal Senato con 181 voti contro 110 e di fatto lesiva delle decisioni e delle prerogative del presidente del Consiglio, non a caso tenutosi lontano dall’aula, che è seguita la decisione di Salvini di interrompere l’esperienza di governo col partito ch’egli ha chiamato “dei no”.

            Alla fine, anziché prendersela con i grillini, non foss’altro per l’imbarazzante posizione in cui l’avevano messo in Parlamento, Conte ha deciso di prendersela solo con i leghisti, supportato Il Fatto.jpgin questo da quel titolo –“Salvini: Dimettiti- Conte: No, sfiduciami”- sparato in prima pagina dal Fatto Quotidiano. Che tuttavia, pur dando a Salvini del “coniglio”, non bastandogli evidentemente il “cazzaro verde” autorizzatogliMannelli.jpg in un processo dal tribunale di Milano, ha dedicato a Conte nella stessa prima pagina una vignetta a dir poco sfottente. In cui gli viene contestata la frequenza delle rivendicazioni “a tutto il personale medico e paramedico” d’Italia e del mondo  della sua qualifica di “premier”.

            Più caustico forse è stato il titolo – “Torta in faccia”- cui è ricorso il manifesto per rappresentare l’approccio o l’approdo il manifesto.jpgalla crisi, di fronte alla quale Luigi Di Maio nella sua qualità di capo ancora del movimento delle 5 stelle si è giustamente stropicciato gli occhi, consapevole che il suo è il partito che rischia Di Maio.jpgdi più nelle urne dopo il capitombolo elettorale del 26 maggio. Esso rischia di più nonostante l’accusa che lo stesso Di Maio ha deciso di muovere ai leghisti di avere cercato e voluto la crisi solo per bloccare all’ultima curva elettorale la riforma per il popolare e decisivo dimezzamento, secondo lui, del numero dei parlamentari. A tutela di questa riforma il vice presidente grillino ormai uscente del Consiglio chiede o immagina il soccorso di chissà quale nuova maggioranza a sostegno di un governo che eviti le elezioni anticipate. Sogni di mezza estate, verrebbe voglia di dire.

 

 

 

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Vita difficile per i nuovi dorotei, impegnati nel Pd a inseguire i grillini

Come ha detto con sorprendente levità Matteo Salvini commentando le condizioni della maggioranza gialloverde dopo le votazioni al Senato sulla Tav, “qualcosa si è rotto” anche nei rapporti fra i grillini e i “dorotei” del Pd, come io chiamo -e vi spiegherò perché- quelli che da qualche tempo coltivano più o meno apertamente la speranza di potersi inserire nelle tensioni fra grillini e leghisti per aiutare i primi a fare a meno dei secondi, sostituendoli col maggiore partito della sinistra.

Nelle votazioni parlamentari sulla realizzazione della linea ferroviaria per il trasporto ad alta velocità delle merci dalla Francia all’Italia il Pd si è ritrovato non con i grillini ma con i leghisti. E ben poco sarebbe cambiato se i nuovi “dorotei” fossero riusciti a strappare al loro partito la decisione di disertare tutte le votazioni per non confondersi, appunto, con i leghisti. La mozione grillina per un no alla Tav formalmente attribuito al Parlamento e non al governo, nello specioso tentativo di lasciare fuori dalla contesa il presidente del Consiglio schieratosi per il sì, sarebbe stata ugualmente bocciata.

A salvare i rapporti fra i “dorotei” del Pd e i grillini difficilmente basterà il rammarico espresso per la gestione del passaggio parlamentare dall’ex capogruppo del Pd al Senato e ora tesoriere del partito, Luigi Zanda. Che rappresenta la corrente di Dario Franceschini nella delegazione incaricata recentemente dalla direzione del partito di seguire gli sviluppi della situazione politica nella speranza di una crisi.

I “dorotei” piddini hanno dovuto ingoiare  non solo la partecipazione alle votazioni, ma anche una modifica, all’ultimo momento, della mozione del loro gruppo, a favore della Tav, per consentire ai leghisti di approvarla interamente. E’ stato eliminato, in particolare, un passaggio polemico verso il governo, che avrebbe comportato la votazione del documento per parti separate.

Ma perché chiamo “dorotei” i piddini favorevoli, pur con varie sfumature o modalità, ad un’intesa con i grillini, con o senza la condizione di un preventivo passaggio elettorale? Che è stata posta dal segretario del partito Zingaretti nel tentativo di ridurre le tensioni interne e di scongiurare il disegno di una scissione attribuito, a torto o a ragione, a Matteo Renzi.

I “dorotei”, dal nome della santa protettrice delle suore nel cui convento si riunirono a Roma, nacquero come corrente della Dc nel 1959 per rivolta contro Amintore Fanfani, formalmente accusato di volere correre troppo verso i socialisti, superando il centrismo degli anni degasperiani, ma in realtà inviso per una certa bulimia di potere. Essa era stata avvertita nella decisione presa dal segretario della Dc, dopo il successo elettorale del 1958, di fare anche il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri.

A dimostrare che l’elemento distintivo dei “dorotei” fosse il potere, da conservare e insieme distribuire equamente fra di loro, e non la linea politica, fatta di programmi e di alleanze in un partito a Fanfani e Moro.jpgmaggioranza relativa e non assoluta, fu il fatto che Aldo Moro, chiamato a succedere a Fanfani alla guida dello scudo crociato, non ripudiò per niente le aperture ai socialisti. Fu lui, anzi, a completare l’operazione politica di Fanfani con una più accorta gestione realizzando personalmente nel 1963 il primo governo di centro-sinistra “organico”, a partecipazione cioè dei socialisti, al posto dei liberali dei governi centristi e in aggiunta ai socialdemocratici e ai repubblicani.

Nonostante si fosse guardato bene, visti i precedenti di Fanfani, dal cumulare troppe cariche lasciando la segreteria del partito all’amico di corrente Mariano Rumor, anche Moro finì per essere sospettato di volere rimanere troppo a lungo, e a tutti i costi, sulla scena da protagonista. Gli fu rimproverato dai colleghi di corrente di essere troppo aperto e tollerante con i socialisti, che pure non erano ancora quelli guidati dal volitivo e giovane Bettino Craxi, ma dall’anziano Pietro Nenni, e di averne anche favorito l’unificazione con i socialdemocratici. Di cui nella Dc temevano di fare le spese elettorali nel 1968, al rinnovo delle Camere.

Nonostante l’unificazione socialista fosse sostanzialmente fallita nelle urne, e destinata a dissolversi rapidamente anche a livello organizzativo, i “dorotei” pretesero dopo le elezioni la rimozione di Moro da Palazzo Chigi. Dove, pur di insediarsi al suo posto, Rumor offrì ai socialisti una edizione del centro-sinistra “più incisiva e coraggiosa”. Che tuttavia non bastò al Psi non più unificato, che reclamò poco dopo “equilibri più avanzati” ancora: tanto avanzati che il centro-sinistra non resse alla prova e si dissolse nelle emergenze della “solidarietà nazionale” col Pci e del terrorismo. Si passò negli anni Ottanta al “pentapartito”, comprensivo di liberali e socialisti, grazie alla svolta socialista di Craxi.

Ditemi voi, con questi precedenti, se sbaglio, o sbaglio più di tanto, a considerare “dorotei” quelli che nel Pd inseguono i grillini pur di recuperare il potere perduto con la sconfitta elettorale dell’anno scorso.

 

 

Publicato su Il Dubbio

Accomunati nella sconfitta sulla Tav grillini e corteggiatori del Pd

            Quei 181 voti con i quali è stata bocciata al Senato la mozione dei grillini contro la linea ferroviaria per il trasporto delle merci dalla Francia all’Italia, nota come Tav, non hanno segnato soltanto la sconfitta del Movimento 5 Stelle.

            Non meno significativa, se non addirittura più decisiva sul piano delle prospettive politiche, è la sconfitta subita all’interno del Pd, in una battaglia svoltasi sotto traccia, dalla componente più aperta ai grillini e disponibile a lavorare per una maggioranza con loro da cui estromettere i leghisti dopo un passaggio elettorale reclamato dal segretario del partito Nicola Zingaretti nella consapevolezza di non poterne disporre per l’esclusiva competenza, in questo campo, del presidente della Repubblica. Un cui rifiuto di sciogliere le Camere, in caso di crisi, comunque motivato, potrebbe rimettere in gioco nel Pd i favorevoli a un’intesa con i pentastellati, ben piantati in Parlamento con la rappresentanza uscita dalle urne del 4 marzo dell’anno scorso, a dispetto del dimezzamento dei voti subito due mesi fa nel rinnovo dell’Europarlamento.  Ma ora una prospettiva del genere si è fatta molto più difficile.

            Costretto dalla coerenza politica a votare contro la mozione grillina anti-Tav, il Pd si è paradossalmente ritrovato in maggioranza non coi i pentastellati ma con i leghisti e, più in generale, col centrodestra. La delusione, il disagio, il fastidio e quant’altro sono chiari nel rammarico espresso dall’ex capogruppo del Pd al Senato Salvini.jpge ora tesoriere del partito Luigi Zanda, un pezzo da novanta della corrente dell’ex ministro ed ex segretario Dario Franceschini. Che avrebbe preferito sottrarre il partito alla votazione sia per distinguersi dagli altri sì alla Tav sia  per cercare addirittura di far prevalere la mozione grillina, scommettendo in questo caso su una crisi di governo promossa dai leghisti.

            Questi ultimi invece sono usciti dal passaggio del Senato doppiamente vincenti. Essi hanno portato a casa -ad alta velocità davvero- sia la conferma del sì alla Tav, o alla versione maschile preferita dal Fatto Quotidiano, che ora Il Fatto.jpgaccusa la Lega di di volere più corpose “poltrone”, sia l’ulteriore ridimensionamento dei grillini all’interno della compagine ministeriale. Di  cui Luigi Di Maio sarà probabilmente costretto anche a subire un rimaneggiamento, o rimpasto, ben più di quanto non avesse immaginato o messo nel conto con la batosta elettorale del 26 maggio.

            Le capriole alle quali hanno dovuto ricorrere i pentastellati nel tentativo davvero disperato, e fallito, di salvare la faccia sono state davvero spettacolari. In particolare, essi hanno reinventato la centralità del Parlamento per affidargli l’ultima parola sulla Tav dopo averlo svuotato, o comunque depotenziato, con una riforma che ne ridurrebbe la consistenza e valorizzerebbe invece la democrazia cosiddetta dei referendum anche propositivi, per non parlare della valanga dei decreti legge di cui hanno sommerso le Camere e delle umilianti procedure sommarie imposte nell’esame del bilancio alla fine dell’anno scorso.

              In secondo luogo i grillini hanno dovuto umiliare, a dir  poco, il “loro” presidente del Consiglio, che si è tenuto fisicamente lontano dall’aula del Senato per non assistere allo spettacolo da “carrozzone”, secondo ilmanifesto.jpgil manifesto, di due sottosegretari che, in rappresentanza dello stesso governo ma per conto dei grillini e dei leghisti, si sono rispettivamente rimessi all’esito della votazione e rivendicato il merito di avere sostenuto l’opera contestata dai grillini e alla fine riconosciuta vantaggiosa da Conte per i maggiori costi che sarebbero derivati dalla rinuncia.

              In terzo luogo i pentastellati hanno paradossalmente aperto, dietro la facciata della ritrovata compattezza contro la Tav un’altra fase interna di recriminazioni di cui potrebbe essere destinato a subire prima o poi le estreme conseguenze il capo ancora formale del movimento, Di Maio. Che non a caso ha dovuto sconvocare all’improvviso una riunione congiunta dei  suoi gruppi parlamentari, così come Conte, dopo un incontro con Salvini, ha dovuto annullare una conferenza stampa già indetta precipitosamente per oggi.

             Pur di evitare una crisi e ancor di più le elezioni anticipate, Di Maio -si vedrà se anche Conte- ha tradotto il tanto declamato “cambiamento” sotto le stelle  in un personale salto indietro, ai tempi Gazzetta.jpge ai costumi della parte più disinvolta della buonanima della Dc: quella che si riconosceva nella massima andreottiana del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Ma ciò -va detto- senza avere della buonanima di Andreotti la conoscenza della macchina dello Stato, la proverbiale arguzia, che ne faceva un monumento, e le relazioni internazionali, ben oltre il Tevere più o meno largo di spadoliniana memoria: un Tevere che in un Paese cattolico come l’Italia, dove Salvini ostenta crocifissi e rosari nei comizi, è decisamente più importante del Po venerato dalla Lega di Umberto Bossi.   

 

 

 

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Gli allenamenti di Matteo Salvini alla Presidenza del Consiglio

             E’ inutile negarlo o fingere di non capire girandovi intorno con pretesti, e non con ragionamenti sensati. Quelle che un giorno sì e l’altro pure fa Matteo Salvini, dai comizi sui palchi a quelli sulle spiagge, dalle interviste ai messaggi elettronici, dai viaggi all’estero agli incontri con le cosiddette parti sociali nella sede del “suo” Ministero dell’Interno, specie dopo l’ultrasorpasso sui grillini eseguito nelle urne del 26 maggio per il rinnovo del Parlamento europeo, sono allenamenti da presidente del Consiglio.

            Gli stessi capi dei due sindacati maggiori, la Cgil e la Cisl, che per riguardo al capo del governo in carica, Giuseppe Conte, hanno evitato di presentarsi al Viminale per il secondo incontro con ben 46 sigle Aalvini e sindacati 2 .jpgassociative in vista della manovra fiscale d’autunno annessa al bilancio, alla fine hanno convalidato la prova di forza, la sfida e quant’altro al presidente del Consiglio, se non vi piace l’immagine dell’allenamento, mandando all’appuntamento le loro brave delegazioni.

            Il problema, a questo punto, non è di Salvini, del contenuto delle sue proposte, dei suoi incontri, affiancato da ministri, sottosegretari ed esperti, della disponibilità a modificare leggi volute dai grillini, e votate anche dai leghisti, di fronte ai risultati contestati dalle parti sociali, e neppure dei minacciosi avvertimenti su una crisi che potrebbe scoppiare anche prima di settembre per “mandare tutti a casa”, o qualcosa del genere, dell’intenzione di “trattare” lui personalmente con l’Unione Europea la “flessibilità” necessaria ai suoi progetti, e persino delle sue assenze mai casuali dal Consiglio dei Ministri  Il problema è di Conte e dei grillini, che subiscono il gioco del leader leghista senza anticiparlo o contrastarlo davvero.

            A Conte Il Foglio non a torto ha rinfacciato, con una finestrella gialla in fondo alla prima pagina, i “67 giorni”  inutilmente Il Foglio.jpgtrascorsi dal 2 giugno, quando prima di volare per un viaggio in estremo Oriente egli minacciò le dimissioni se al ritorno non avesse trovato i suoi due vice, Luigi Di Maio e Salvini, in ordine alfabetico, finalmente d’accordo ad assumere le loro “responsabilità” adottando i “comportamenti conseguenti”.

            Ai grillini l’editorialista ed ex direttore di Repubblica Ezio Mauro altrettanto giustamente ha Repubblica.jpgrinfacciato la posizione o il ruolo di “prigionieri di se stessi” dopo avere deciso di evitare praticamente ad ogni costo il rischio delle elezioni anticipate rimanendo ai loro posti di governo, o aprendo ad un generoso rimpasto a favore dei leghisti, dopo avere perduto il 26 maggio metà dell’elettorato del 4 marzo dell’anno precedente.

            Ora, grazie alla…lungimirante decisione presa dalla sindaca grillina di Roma Virginia Raggi, non si può neppure Trinità dei Monti.jpgchiedere a Salvini di andarsi a sedere tranquillamente sulla scalinata di Piazza di Spagna per attendere il suo turno a Palazzo Chigi come presidente del Consiglio. Egli rischierebbe la multa, come chi soccorre i migranti in mare, specie dopo il secondo decreto legge sulla sicurezza appena convertito definitivamente in legge dal Senato.

 

 

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