Salvini ringrazia la Madonna per il salvataggio del decreto sulla sicurezza

            Abbronzato, vestito a dovere, con abito scuro, camicia bianca e cravatta, attorniato al Senato dai colleghi di governo e di partito, Matteo Salvini ha ringraziato “la Beata Vergine”, ricordandone peraltro “il compleanno”, per l’approvazione definitiva del suo secondo decreto legge sulla sicurezza. O per il mancato “biscottone” di una crisi, come ha detto la berlusconiana Stefania Craxi, convinta che in tal caso il leader leghista non avrebbe rimediato, né rimedierebbe se si ripresentasse l’occasione, lo scioglimento anticipato delle Camere e le elezioni ma la perdita del Ministero dell’Interno in chissà quale governo di quasi emergenza. Che verrebbe improvvisato dal presidente della Repubblica per mettere prima in sicurezza i conti dello Stato col varo e l’approvazione della cosiddetta legge di stabilità, senza ricorrere all’esercizio provvisorio pur contemplato dalla Costituzione. Ma in cui Sergio Mattarella vede lo spettro di una precarietà dannosa nell’Unione Europea, nei mercati finanziari e dintorni.

            La gratitudine alla Madonna ha esonerato il leader leghista dall’obbligo di ringraziare i numerosi assenti, fra Matteo Renzi.jpgi quali persino l’uomo del Pd che maggiormente l’avversa in pubblico. Che è l’ex segretario del partito ed ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, felicemente in Colorado. Assenti naturalmente anche i cinque grillini irriducibilmente contrari al provvedimento.

            A causa delle assenze, con 238 votanti su 315 senatori, senza contare i cinque a vita, il decreto avrebbe potuto essere convertito in legge con soli 109 voti. Di fronte ai quali i 160 raccolti a favore sono stati più che abbondanti, pur di un punto sotto la teorica maggioranza di un Senato nel pieno delle presenze.

            Allo spettacolo delle apparenze festose ha voluto partecipare anche la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, inutilmente proposta peraltro all’avvio della legislatura da Salvini alla presidenza del Senato, Anna Maria Bernini.jpgvantando la dimostrazione antigovernativa data, secondo lei, dai colleghi di partito rimasti in aula durante la votazione conclusiva per non fare scendere ulteriormente il cosiddetto quorum della maggioranza. Ma assenze ci sono state anche tra i forzisti, attraversati in questo periodo da una crisi più grave del solito, con l’annunciata o minacciata nascita di un nuovo partito guidato dal governatore della Liguria Giovanni Toti, che non muore certo dalla voglia di vedere Salvini in difficoltà.

            La “Beata Vergine” onorata dal leader leghista vigilerà probabilmente anche sull’ultimo passaggio difficile prima delle ferie del Senato: quello voluto dai grillini con una mozione per far credere che il loro Movimento rimane contrario alla Tav -la linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci dalla Francia all’Italia- anche dopo che il governo ne ha confermato e sbloccato la realizzazione. Vale evidentemente anche per loro la celebre “moglie mia, d’agosto non ti conosco”.

 

 

 

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Quel curioso conflitto d’interessi attribuito al Quirinale

Ogni tanto, in questa estate davvero scomposta, oltre che torrida, si leggono segnali e messaggi troppo allusivi contro Sergio Mattarella perché si possa continuare a fare finta di nulla. L’allusione principale è ad una specie di conflitto d’interesse al Quirinale di fronte all’ipotesi delle elezioni anticipate in caso di crisi.

Più che dalla preoccupazione di danneggiare immagine e conti dello Stato, prima di metterli in sicurezza con la nuova legge di cosiddetta stabilità, e relativo bilancio, il presidente della Repubblica sarebbe condizionato dalla voglia di una rielezione, sovente viene attribuita, a torto o a ragione, all’inquilino di turno del Quirinale quando si avvicina la scadenza del suo mandato. Che in questo caso tuttavia non è proprio imminente, mancando tre anni. Ma -si sa anche questo- le corse al Colle più alto di Roma cominciano sempre con largo anticipo, almeno nella fantasia dei cronisti, retroscenisti e quant’altri. Che precedono la partenza dei corridori.

Ciò accadeva già ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica, con la complicità degli uomini soprattutto della Dc che si posizionavano anzitempo dove ritenevano di potersi trovare avvantaggiati al momento opportuno:  per esempio, insediandosi al vertice di Palazzo Madama come nell’anticamera del capo dello Stato, poiché il presidente del Senato diventa supplente al Quirinale in caso di impedimento del titolare. Ma l’espediente non funzionò nel 1971, quando Amintore Fanfani da presidente appunto del Senato si fece candidare dal suo partito per la successione al socialdemocratico Giuseppe Saragat. Che un pensierino per la rielezione lo aveva fatto pure lui, fallendo come Fanfani nella scalata, sconfitto dagli avversari interni allo scudo crociato.

Costoro, vinta da “franchi tiratori” la battaglia contro “il nano maledetto, non sarai mai eletto”, come uno si spinse a scrivere sulla scheda che Sandro Pertini da presidente della Camera evitò di leggere scrutinandola, non ebbero poi la forza numerica di far passare nei gruppi parlamentari la candidatura di Aldo Moro e ripiegarono alla fine, quasi sotto le luci dell’albero di Natale, sul collega di partito Giovanni Leone. Che, defilato dal gioco delle correnti, era stato più volte presidente della Camera e poi anche presidente, sia pure balneare, del Consiglio dei Ministri.

Mattarella, a sentire e a leggere chi certamente non ha molte simpatie per lui, vorrebbe salvare ad ogni costo le Camere in caso di crisi perché la sovra-rappresentazione dei grillini, dopo il tonfo elettorale del 26 maggio scorso, gli consentirebbe appunto la rielezione con l’aiuto del Pd. Le cui componenti smaniose di aprire al Movimento delle 5 Stelle per sostituire i leghisti godrebbero non a caso del pur doverosamente silenzioso sostegno del presidente della Repubblica nel braccio quasi quotidiano di ferro con Salvini.

Peccato, almeno per chi la coltiva, che questa storia stia politicamente poco in piedi, ammesso e non concesso che davvero Mattarella, o anche Mattarella, sia stato preso dalla voglia di una conferma. Né fra i grillini né fra i piddini, che fra di loro fanno per ora più rima che altro, la strada di un’intesa di governo, in caso di crisi, per scongiurare le elezioni anticipate e salvare la legislatura fortunosamente uscita dalle urne del 4 marzo del 2018, si vedono francamente le condizioni unitarie necessarie non dico a un matrimonio, ma almeno ad una convivenza.

Ma poi chi l’ha detto che i grillini abbiano la voglia e la capacità di confermare Mattarella al Quirinale, peraltro proprio nell’ultimo anno della legislatura, nel 2022, prenotando una sconfitta elettorale non meno vistosa e rovinosa di quella del 26 maggio scorso? Dei grillini, nei riguardi di Mattarella, personalmente ricordo solo il tentativo compiuto, e abortito, di promuoverne il processo davanti alla Corte Costituzionale l’anno scorso per alto tradimento, avendo osato rifiutare il ruolo di passacarte di fronte alla lista dei ministri portatagli da Giuseppe Conte.

Ricordo inoltre che a quella clamorosa iniziativa annunciata alla Robespierre dal  candidato alla vice presidenza del Consiglio e capo dei pentastellati Luigi Di Maio il primo ad opporsi, procurandosi l’accusa di vigliaccheria politica, o qualcosa del genere, fu il “capitano” leghista Matteo Salvini. Che pure, se avesse voluto, avrebbe potuto contestare al presidente della Repubblica di non avere conferito l’incarico di formare il governo a lui, che sorpassando nelle urne Silvio Berlusconi  aveva assunto la leadership di un centrodestra uscito vincente dalle elezioni, col 5 per cento dei voti in più dei solitari grillini.

Va bene che le cose e anche le idee, gli umori, i sentimenti e i risentimenti cambiano, non essendo notoriamente, e qualche volta per fortuna, dei paracarri. Ma sarebbe pur sempre consigliabile un po’ di memoria e di prudenza nell’approccio a certi problemi, e a certe scadenze che in passato sono costate la faccia a un bel po’ di partiti e di leader, veri o presunti che fossero.

 

 

 

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Il filo diretto di Salvini col Paradiso…e un pò anche con Berlusconi

              Stanco ma non sfinito, forse, dalle vacanze sulla spiaggia di Milano Marittima, con annessi e connessi, Matteo Salvini si è concesso le penultime battute contro i compagni grillini di governo nella festa leghista di Colico. Dove “il capitano” si è riconciliato con le immagini religiose dei suoi comizi elettorali cantando la Madonnina dai riccioli d’oro, “in filo diretto col Paradiso”, come dice il testo in apertura.

            In filo diretto, ma giù dal palco di Colico, e forse già dalla spiaggia romagnola dove aveva adorato ben altro, il leader leghista deve essersi informato in questi giorni con i suoi di Palazzo Madama Schermata 2019-08-05 alle 06.35.15.jpgsulle assenze dei forzisti di Silvio Berlusconi e dei fratelli d’Italia di Giorgia Meloni nel momento in cui si voterà per la conversione finale del decreto sulla sicurezza da lui così fortemente voluto. La cui sorte è minacciata dai soliti mal di pancia sotto le 5 stelle, aggravatisi ultimamente con la rottura fra Di Maio e un fedelissimo di Davide Casaleggio e di Beppe Grillo: Max Bugnai.

            In verità, come ha ricordato Paolo Mieli sul Corriere della Sera, citando per altri motivi un recente sondaggio curato da Roberto D’Alimonte per Il Sole-24 Ore, l’86  per cento di quel che rimane dell’elettorato di Berlusconi smania di essere richiamato alle urne, per quanto esse siano diventate poco divertenti per il Cavaliere, ma ben diverso è lo stato d’animo dei parlamentari forzisti eletti l’anno scorso. Che sanno di poter tornare in pochi al prossimo rinnovo delle Camere, per cui se possono dare una mano a Salvini, loro alleato peraltro in tante amministrazioni locali, per risparmiargli una crisi lo fanno volentieri.

            Lo stesso si può dire, in fondo, anche per i senatori del Pd, pur così pugnaci a voce contro il governo e, sempre a voce, smaniosi di tornare alle urne, questa volta con la speranza concreta di ritrovarsi più numerosi di un anno fa, ma anche interessati ad evitare passi falsi. E tale potrebbe rivelarsi una crisi chiusa dall’imprevedibile presidente della Repubblica, ostinato nella difesa dei conti dello Stato, con la formazione di un governo gravato solo del compito di varare una manovra fiscale a dir poco impopolare. Cui i piddini potrebbero essere costretti a contribuire per quello stesso senso di responsabilità e sacrificio chiesto loro dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano all’epoca di Mario Monti a Palazzo Chigi.

            Sarebbe uno scherzo da prete per il partito che anche Nicola Zingaretti peraltro è costretto a guidare Zingaretti.jpgmettendosi le mani fra i capelli che non ha, visto che non passa giorno senza che pure lui, come Matteo Renzi ai suoi tempi, debba registrare mugugni, scricchiolii e  venti di scissione: stavolta soffiati dai renziani dispersisi all’ultimo congresso fra più gruppi ma rimasti uniti nel rifiuto di accordi o inciuci con i grillini, anche adesso che i numeri elettorali dei pentastellati fanno meno paura grazie alla dieta imposta loro da Salvini.

 

 

 

 

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La dannazione marittima del ministro dell’Interno Matteo Salvini

             Il mare è diventato una dannazione per Matteo Salvini: una dannazione sia quando egli cerca di blindare i porti per evitare gli sbarchi dei migranti, almeno quando sono trasportati da navi vistose, perché barchini, gommoni e simili accedono a Lampedusa e altrove fra la generale indifferenza, sia quando vi si reca per bagni e quant’altro, comprese conferenze stampa e improvvisati spettacoli da discoteca, e dintorni. Che hanno procurato al ministro dell’Interno la qualifica onoraria di deejay, o dj nella versione abbreviata e più diffusa.

            La Repubblica, quella di carta, peraltro orgogliosa del colpaccio fatto riprendendone il figlio scorazzato dalla scorta su una moto d’acqua della Polizia, ha deciso di costruire sulle vacanze Salvini.jpgmarine di Salvini una storiaccia a puntate. Mancano solo le rituali dieci domande con le quali cercare di inchiodare il leader leghista alle sue responsabilità, di sapore anche penale, come ai tempi di Silvio Berlusconi accorso da presidente del Consiglio alla festa di compleanno di una ragazza che lo chiamava “papy”, in Campania.

            Il Corriere della Sera, più contenuto, si è limitato a intimare al leader leghista il ritorno al Viminale con una breve nota dove manca, per fortuna e dignità di chi l’ha scritta, solo la parolaccia con la quale un ufficiale della Sarzanini.jpgCapitaneria di Porto di Livorno destinato a diventare senatore del Movimento 5 Stelle, e ad esserne poi espulso, ordinò al comandante Francesco Schettino di risalire a bordo della sua nave da crociera. Dalla quale lo sventurato era sceso, autosoccorrendosi dopo averla fatta sbattere rovinosamente con un “inchino” contro uno scoglio dell’isola del Giglio, e lasciando ancora a bordo incolpevoli viaggiatori ed equipaggio.

            Al Fatto Quotidiano lo spettacolo di Salvini a Milano Marittima ha naturalmente procurato “ribrezzo”, con vignetta Il Fatto.jpgannessa e connessa, per cui il ministro è diventato ancora più “cazzaro” di quanto già non fosse stato definito più volte col consenso della magistratura, vista l’assoluzione guadagnatasi dal direttore Marco Travaglio nel tribunale di Milano non marittima.

            Francamente, non so se siano più stucchevoli gli spettacoli da spiaggia del ministro dell’Interno, che in ogni caso rischia di suo come politico, anche se i sondaggi continuano a registrarne la crescita, o le dimensioni -quanto meno- delle reazioni dei giornali. Dove temo che non si avverta il pericolo di prestarsi al gioco del leader leghista, visti proprio gli andamenti dei sondaggi. Dei quali evidentemente Salvini si accontenta, non avendo voluto tentare con una crisi la strada delle elezioni anticipate, o avendo temuto e temendo di non ottenerle dal presidente della Repubblica. Che vuole prima mettere in sicurezza i conti dello Stato, e i rapporti con l’Unione Europea, facendo preparare e approvare  la cosiddetta legge di stabilità, e relativo bilancio, senza il ricorso all’esercizio provvisorio, pur previsto dalla Costituzione. Ma nella preparazione e nella gestione di questo passaggio politico e istituzionale potremmo assistere, fra l’autunno e l’inverno,  a spettacoli ancora più sorprendenti di quelli estivi di Salvini a Milano Marittima, peraltro depurata, nell’occasione, da rom e vù cumprà.

 

 

 

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L’imbarazzo di Conte con Ursula per le condizioni del governo gialloverde

             Al di là dei sorrisi e delle cortesie davanti ai fotografi, immagino l’imbarazzo in cui non ha potuto non sentirsi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte quando, a quattr’occhi, si è sentito chiedere notizie sulla salute del governo da Ursula Von der Leyen. Che è venuta anche a Roma nella perlustrazione delle Capitali dell’Unione Europea dopo l’elezione a presidente della nuova Commissione di Bruxelles da parte del Parlamento di Strasburgo.

            C’è in effetti qualcosa, e qualcuno, che sta peggio di Ursula e della sua costituenda Commissione, vista l’esiguità della maggioranza con cui lei ha passato l’esame dell’Europarlamento: il governo appunto di Conte. Che al Senato non ha una maggioranza numericamente migliore dei 9 voti di scarto della Von der Leyen a Strasburgo. E alla Camera, dove i margini sono abbastanza larghi, le cose stanno messe ugualmente così male che per evitare rischi i deputati sono stati mandati  frettolosamente in ferie per 38 giorni, rinviando a quasi metà settembre la discussione della mozione di sfiducia personale del Pd al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini per il presunto finanziamento russo inutilmente cercato per il suo partito da altrettanto presunti emissari su cui indaga la Procura di Milano. 

            L’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, “stanco di litigare”, come ha titolato il Corriere della Sera una sua intervista, ha curiosamente cercato di smentire le liti, o di Corriere.jpgminimizzarle, mandando a dire a Salvini e, più in generale, ai leghisti: “Adesso prendiamoci i meriti delle cose fatte e continuiamo su questa strada”. Letteralmente: “su questa strada”, quella appunto delle liti quotidiane, dei messaggi e delle minacce trasversali, delle allusioni, degli sgambetti mediatici e parlamentari. Che i giornali riferirebbero con enfasi ingiusta e strumentale, allo scopo di “mettere zizzania” fra i sottoscrittori del famoso contratto di governo del cambiamento, come lo chiamarono l’anno scorso grillini e leghisti consegnandone la prima copia a Conte, professore di diritto e “avvocato del popolo”, secondo la sua stessa definizione. Che, designato in campagna elettorale come ministro della funzione pubblica di un ipotetico governo tutto a 5 stelle, fu promosso dopo le elezioni a presidente del Consiglio del governo bicolore gialloverde, con la partecipazione ingombrante del Carroccio.

            A questo punto, rovesciatisi nel Paese i rapporti di forza fra le due componenti del governo con i risultati delle elezioni europee del 26 maggio scorso, temendo i grillini giustamente le elezioni anticipate, e non gradendole neppure i leghisti per lo stato a dir poco confusionale in cui si trova il centrodestra, che obbligherebbe probabilmente il partito di Salvini a tentare da solo la scalata alla maggioranza assoluta dei seggi nelle nuove Camere, “dobbiamo pensare seriamente -ha detto Di Maio al suo omologo- a fare una cosa: governare”.

            In fondo, anche se molto, ma molto in fondo, “tutti i provvedimenti -ha detto Di Maio, sempre al Corriere della Sera- sono stati condivisi. Si è sempre lavorato con impegno e serietà. Continuiamo a farlo”. E pazienza se i mercati non ne hanno sentore, visto l’andamento del cosiddetto e famoso spread.

            L’eccesso di ottimismo di Di Maio è pari forse solo a quello di Silvio Berlusconi nella capacità di venire a capo della nuova, ennesima crisi della sua Forza Italia e di creare un nuovo contenitore, questa volta tutto di centro, per contrastare l’ormai destra “truce” di Salvini, come la chiamano Il Foglio.jpgal Foglio. Dove il Cavaliere, alla cui generosità Marcenaro.jpgil giornale fondato da Giuliano Ferrara deve la sua nascita ai tempi d’oro del centrodestra, continua ad essere avvertito come “l’amor nostro”, ha appena assicurato nella sua rubrica di prima pagina Andrea Marcenaro. Il quale però ha confessato che a seguire le evoluzioni berlusconiane, o “il sogno” di una destra “popolare senza essere populista”, come ha scritto il direttore Claudio Cerasa, gli è venuta “una botta di sonno”.

 

 

 

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Paradossale soccorso dei grillini a Berlusconi negli attacchi a Salvini

             Nella foga della polemica con i leghisti per la sostanziale bocciatura come “acqua fresca” della riforma della giustizia predisposta dal guardasigilli pentastellato Alfonso Bonafede i grillini sono paradossalmente riusciti a soccorrere l’odiato Silvio Berlusconi proprio nel momento della sua maggiore debolezza, mentre gli esplode fra le mani il partito. Dove la corte si è ulteriormente ristretta e praticamente aumentano, nella solita voglia di saltare sul carro del vincitore, i simpatizzanti di Matteo Salvini.

            Quando Bonafede, spalleggiato dal vice presidente grillino del Consiglio e capo del movimento Luigi Di Maio, alfonso Bonafede.jpgcerca di liquidare le obbiezioni di Salvini, e della ministra leghista Giulia Bongiorno che lo fiancheggia come avvocato sotto tutti i punti di vista, riconducendole alla politica e agli interessi di Berlusconi, appunto, fornisce a quest’ultimo un argomento nella polemica con i dissidenti di Forza Italia, o come altro ha in testa di chiamare il suo partito il Cavaliere alla ricerca di un’Italia diversa da quella attuale. Che pure è nata o cresciuta, come preferite, grazie anche a lui che, bene o male, l’ha governata a più riprese, direttamente o indirettamente, per buona parte della cosiddetta Seconda Repubblica. E ciò senza parlare del sostegno da lui dato ad alcuni protagonisti della Prima Repubblica, quando era “solo” un imprenditore, con tre reti televisive a disposizione e contorni vari.

            Che bisogno c’è di cambiare e di pensionarmi -potrebbe dire Berlusconi ai malpancisti del suo partito- se siamo ancora protagonisti e facciamo tanta paura ai nostri vecchi e nuovi avversari? E così anche il governatore della Liguria Giovanni Toti, inventato politicamente dal Cavaliere selezionandolo fra i giornalisti delle sue televisioni, può essere rimosso da un giorno all’altro da “coordinatore” di Forza Italia e praticamente costretto all’uscita, sulle orme di Gianfranco Fini prima e di Angelino Alfano poi, ai tempi del Pdl.

            Toti può ben considerarsi, a dispetto delle ambizioni che nutre, come quelli che lo hanno preceduto nella pratica del dissenso e infine della rottura col Cavaliere, il trentacinquesimo delfino spiaggiato dopo i 34 cetacei morti da gennaio nelle acque del Tirreno, di cui gli ultimi tre in soli tre giorni. In una cosa Berlusconi non sbaglia, neppure nelle dimensioni elettorali via via più ridotte del suo partito, e nella sonnolenza che ogni tanto lo prende per comprensibilissime ragioni di età: nel prevedere scarsa fortuna per chi lo abbandona condannandosi o alla marginalità o al cambiamento di mestiere, o ritorno a quello originario.

            D’altronde, anche chi soffre, nella corte che gli è rimasta accanto, della continua crescita di Salvini ha poco da recriminare contro il Cavaliere, avendone condiviso l’anno scorso il permesso accordato al leader del Carroccio di fare il governo con i grillini, pur di non andare alle elezioni anticipate e di non certificare ulteriormente la realtà del centrodestra a trazione leghista uscita dalle urne del 4 marzo col sorpasso del Carroccio su Forza Italia.

            Oltre al paradosso del soccorso a un Berlusconi mai così in difficoltà come adesso, i grillini compiono un falso storico quando ne evocano il fantasma dietro la separazione, per esempio, delle carriere fra giovnni falcone.jpgpubblici ministeri e giudici reclamata dai leghisti. Prima ancora che Berlusconi scendesse in politica, o vi salisse, come lui preferisce dire, la separazione delle carriere era stata condivisa da un magistrato come Giovanni Falcone. Non dico altro.

            Falso, sul piano della lotta alla prescrizione condotta dal guardasigilli, sino a inserirne la fine con la prima sentenza in una legge dall’enfatico titolo di “spazzacorrotti”, è anche l’argomento usato da Bonafede della correzione garantista, o garantistica, costituita dalla durata del processo penale fissata dalla riforma in sei anni, peraltro rispetto ai nove originariamente proposta dal ministro della Giustizia. Non ha la dignità, diciamo così, di una garanzia qualsiasi limite, di nove, sei e anche meno anni ancora, a violare il quale -e per manifesta negligenza affidata al giudizio dei suoi colleghi- un magistrato rischia solo una misura disciplinare. Che non può essere certo una sufficiente consolazione per l’imputato a vita, una volta che la prescrizione è cessata con la prima sentenza di condanna.  giulia bongiorno.jpgDi questo la ministra Bongiorno ha sicuramente maggiore esperienza di Bonafede come avvocato. E le è facile anche difendersi dall’accusa di volere boicottare le intercettazioni, limitandone la diffusione, dopo gli scontri avuti su questo terreno nelle scorse legislatura da esponente finiana del centrodestra proprio con l’odiato Berlusconi.

            Ci vuole obiettivamente del coraggio a chiamare riforma della giustizia quella proposta dai grillini e a liquidarne le critiche imprecando contro gli errori comportamentali e d’altro tipo che il leader leghista compie nelle funzioni di governo e di papà, a proposito del figlio scorazzato dalla scorta -scusate il bisticcio delle parole- su una moto d’acqua della Polizia.

 

 

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Si avvicina la fine della prescrizione e si allontana la riforma del processo penale

            Chissà se le nove ore di tensione nel Consiglio dei Ministri e dintorni -tante ne hanno contate i cronisti- sulla cosiddetta riforma della giustizia predisposta dal guardasigilli Alfonso Bonafede, un po’  sfottuto da Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera come un Giustiniano mancato, hanno indotto il presidente della Repubblica a pentirsi del troppo ottimismo mostrato nella promulgazione della legge nota come “spazzacorrotti”. Dove c’è, quasi come un inciso, fortemente voluto dai grillini nonostante le resistenze e le riserve non solo e non tanto dei leghisti quanto del Consiglio Superiore della Magistratura presieduto dallo stesso capo dello Stato, la norma che dal 1° gennaio prossimo spazzerà via, con la sentenza di primo grado, la prescrizione. E affiderà anche agli assolti, in caso di ricorso da parte dell’accusa, a un processo praticamente a vita. Dalla “fine pena mai” dell’ergastolo si rischierà di passare al “fine processo mai” del rito antiprescrittivo.

            Ebbene, a cinque mesi dalla fine dell’attuale regime della prescrizione, modellato secondo la gravità dei reati e delle pene, la riforma del processo penale reclamata dai leghisti, e promessa dai grillini, per evitare di consegnare alle Procure le chiavi del processo come ai carcerieri quelle delle celle degli ergastolani, non si è avvicinata ma allontanata.  “Stallo sulla giustizia”, ha titolato La Stampa. Quella finta approvazione, con la formula ormai tristemente abusata del “salvo intese”, del disegno di legge predisposto come “acqua fresca”, secondo le parole del vice presidente leghista del Consiglio e La Stampa.jpgministro dell’Interno Matteo Salvini, negli uffici del Ministero della Giustizia permette tutti i dubbi. E tutte le paure, viste anche le condizioni di precarietà, quanto meno, in cui si trascina il governo, fra minacce, annunci e rinvii di una crisi sullo sfondo di elezioni anticipate. Che potrebbero diventare funeste per chi le invoca per mostrare forza dai banchi delle opposizioni -a cominciare da Silvio Berlusconi, ora impegnato a trasferire la sua Forza Italia in un nuovo involucro chiamato L’Altra Italia– ma in realtà è il primo a sperare che vengano evitate con qualsiasi stratagemma.

            Quella legge con la supposta incorporata della fine della prescrizione, una volta arrivata al Quirinale per la controfirma del presidente della Repubblica e la promulgazione, sembrava destinata- nella migliore delle ipotesi, per i suoi sostenitori- ad uscirne solo all’ultimo momento utile, al limite dei trenta giorni concessi dall’articolo 73 della Costituzione. Sarebbe stato un modo per fare avvertire le perplessità di Mattarella. Ma all’improvviso, chissà per quale motivo, forse temendo di contribuire all’aumento della temperatura politica che aveva cominciato a salire per la campagna elettorale in alcune regioni e infine in tutta Italia per il rinnovo del Parlamento Europeo, il capo dello Stato si decise ad anticipare la firma, sorprendendo persino qualche collaboratore.  

 

 

 

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Nella galleria di Conte i ritratti di Andreotti, Monti e Moro

Luigi di Maio, il vice presidente del Consiglio e capo tuttora del movimento delle cinque stelle, già sofferente per il disagio attribuitogli,  a torto o a ragione, dai retroscenisti di fronte alla crescente autonomia di Giuseppe Conte, ha perduto anche quella specie di aureola di andreottismo generosamente conferitagli l’anno scorso in un saggio non dall’ultimo arrivato del giornalismo ma addirittura dal direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana.

Francamente, trovai un po’ precipitoso, diciamo così, quel paragone fra Di Maio e Andreotti.  Di cui immaginai le Di Maio.jpgossa rivoltate nella tomba. Stentavo davvero a immaginare, per esempio, un Andreotti capace di minacciare su due piedi l’impeachment del presidente della Repubblica, come aveva fatto Di Maio da candidato alla vice presidenza del Consiglio e capo del suo partito con Sergio Mattarella per un ostacolo da questi frapposto alla lista dei ministri sottopostagli da Conte dopo il famoso contratto “del cambiamento” per il governo gialloverde.

Andreotti si sarebbe morso la lingua piuttosto che contrastare così un capo dello Stato, per quanti ne avesse incontrati di ombrosi e di cattivo carattere nella sua esperienza politica. Ricordo ancora la smorfia di fastidio che mi oppose quando cercai di farlo parlare, dopo qualche anno, dell’incidente verificatosi nell’estate del 1964 al Quirinale, dove l’allora ministro degli Esteri Giuseppe Saragat, presente il presidente del Consiglio Aldo Moro, affrontò così duramente il capo dello Stato da contribuire, quanto meno, a fargli venire un ictus.

“Ne sarei morto”, mi disse Andreotti risparmiandosi con quelle poche parole il commento alle reazioni di Moro e di Saragat, che si erano invece limitati a chiedere il soccorso del corazziere schierato fuori dalla porta. Dopo alcuni mesi di supplenza esercitata dall’allora presidente del Senato Cesare Merzagora, il povero Segni fu peraltro sostituito al Quirinale proprio da Saragat, con l’appoggio decisivo, nella Dc, di Moro.

A vendicare in qualche modo il mio sgomento di fronte allo spericolato paragone di Luciano Fontana fra Di Maio e Andreotti è stato inconsapevolmente, proprio qui, sul Dubbio, pur senza menzionare né Fontana né Di Maio, il mio amico Paolo Armaroli. Di cui non so se invidiare di più la competenza del costituzionalista, la brillantezza e l’arguzia dello scrittore e la memoria del politico, essendogli capitato di vivere il Parlamento, e dintorni, anche da parlamentare.

Ebbene, con dovizia di argomenti a commento, fra l’altro, della cosiddetta informativa fatta al Senato sul pasticciaccio, a dir poco, di Mosca, o Moscopoli, come la chiamano quelli di RepubblicaAndreotti.jpg avendo sentito più di altri puzza di tangenti nei movimenti di alcuni leghisti nello scorso anno nella Capitale russa, al seguito o quasi del ministro italiano dell’Interno, Armaroli ha visto e indicato in Conte “un Andreotti spiccicato”, “in persona”, “pur nel suo piccolo”, anche “con le sue gocce d’arsenico”. Che il presidente del Consiglio avrebbe versato fra una distanza e l’altra dal suo vice e titolare del Viminale, Matteo Salvini, senza tuttavia ritirargli la fiducia, ma solo estendendo anche a lui l’esortazione a tutti i ministri a scegliersi meglio collaboratori, consulenti, amici e quant’altri. Si era dimenticato di raccomandargli anche un uso più appropriato delle moto d’acqua della Polizia, visto quello che è accaduto poi col figlio sulla riviera adriatica.

Ecco, quindi, la reincarnazione, secondo Armaroli, del “divo Giulio”: Giuseppe Conte, Giuseppi per l’amico Donald Trump e non so cos’altro per gli amici italiani.

Debbo confessare che per una certa freddezza nell’eloquio e il sapiente uso di battute al momento opportuno mi capitò qualche anno fa di intravvedere Andreotti nell’allora presidente del Consiglio ancora fresco di nomina Mario Monti, mandando in visibilio un ammiratore che mi era seduto accanto nel cosiddetto Transatlantico di Montecitorio. E, anche a costo deludereMonti.jpg il mio amico Armaroli, continuo a vedere ancora molto di Andreotti in Monti e ora un po’ di Monti in Conte. Che non a caso si è guadagnato negli ultimi tempi l’attenzione pur distillata del senatore a vita per il modo in cui ha imparato a muoversi nei palazzi dell’Unione Europea, cercando di deviare i colpi sferrati da Salvini.

Conte non sarà probabilmente soddisfatto né di me né di Armaroli, essendosi dichiaratamente proposto sin dall’inizio della sua imprevista avventura politica di assomigliare al conterraneo Aldo Moro. Di cui pure, come per Andreotti col richiamo di Luciano Fontana a Di Maio, immaginai le ossa rivoltate nella tomba.

Al di là della facciata spesso addirittura triste, per non parlare della sua tragica fine, Moro era un uomo spiritoso, che si divertiva anche ad imitare i suoi colleghi e concorrenti di partito. Ma dubito che si sarebbe divertito agli spettacoli di Beppe Grillo e alle sue parolacce, e infine alla Moro.jpgsua creatura politica. Eppure da qualche settimana a questa parte non c’è domenica che passi senza che il pur esigente Eugenio Scalfari, dall’alto delle sue ricostruzioni storiche e filosofiche, non cerchi di coronare Conte di un certo moroteismo, sperando che lui tenda dalle sponde paradossalmente post-democristiane dei grillini le braccia verso i post-comunisti del Pd. Mah, se sono stelle o lucciole si vedrà.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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Matteo Salvini forse dimentica che per un punto Martin perse la cappa…

             Le foto, o fermi d’immagine, hanno ormai preso nei nostri tempi il posto del famoso, proverbiale punto che nel sedicesimo secolo costò la cappa a Martin, rimosso da abate nel Monastero di Asello per averne involontariamente sbarrato le porte con un cartello studiato invece per tenerle aperte. Da “porta aperta. A nessuno si chiuda” il suo cartello, per un punto sbagliato, divenne “porta aperta a nessuno. Si chiuda”.

            Prima abbiamo avuto, in questi giorni, l’infelice foto, che è già costato il trasferimento a un carabiniere ma ancor piò potrebbe costare ad altri, del giovane americano ammanettato La benda.jpge bendato in caserma prima dell’interrogatorio, svoltosi per fortuna in piena regola, sulla complicità nell’assassinio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, pugnalato a Roma per strada undici volte da un altro americano.

            Quella foto, si sa, è servita ai giornali americani, ma anche a qualche sprovveduto in Italia, per cercare di rovesciare i fatti, collocando quelle manette e quella benda sopra l’orribile delitto.

            Poi sono arrivate, grazie ad uno scoop di Repubblica, le foto, o i fermi d’immagine, di una moto d’acqua Moto d'acqua 2 .jpgdella Polizia condotta per fortuna da un agente, ma su cui “scorazzava” come ospite, sulle acque della riviera adriatica, il figlio sedicenne del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il quale ultimo, a polemiche ormai cominciate, ha cercato di assumersi per Repubblica.jpgintero come “papà” la responsabilità dell’accaduto e di scagionare gli agenti finiti sotto indagine, peraltro anche per avere cercato di bloccare il “videomaker” di un giornale che casualmente, per carità, tiene sotto tiro -diciamo così- un Salvini che sembra fatto apposta per attirare tanta non benevola attenzione.

            Sull’affare della moto d’acqua usata per divertire il figlio del ministro dell’Interno, nonché vice presidente del Consiglio e leader di una Lega diventata nelle urne del 16 maggio scorso il partito più Il Fatto.jpgvotato d’Italia, il solito Fatto Quotidiano, che non si lascia scappare occasione per proporsi come la Procura della Repubblica più vigile del Paese, ha già allungato Cattiveria.jpgl’ombra del “peculato” in un titolo di prima pagina. Dove tuttavia ha sentito anche il bisogno di farci ridere sopra un po’ tutti con la “cattiveria” di giornata che dice. “Il figlio di Salvini al mare sulla moto d’acqua della Polizia: tentava di speronare Carola sul materassino”.

            Carola è naturalmente è “la zecca” tedesca Rackete, arrestata, poi liberata e infine tornata liberamente a casa, o dintorni, nel suo Paese dopo avere sfidato, alla guida di una nave battente bandiera olandese, non solo e non tanto il ministro dell’Interno quanto l’’intero governo italiano scaricando a Lampedusa i migranti soccorsi nelle acque libiche, anche a costo di schiacciare nella manovra d’attracco una motovedetta della Guardia di Finanza.

            Non so, francamente, se alla fine gli avversari di Salvini riusciranno a fare di lui il nuovo abate, o ex abate, Martin. So però che il tipo di opposizione praticatagli, fuori e spesso dentro lo stesso governo, dove i grillini lo chiamano ormai “quello là”, a cominciare dal vice presidente del Consiglio e capo del movimento Luigi Di Maio, non è meno discutibile e perniciosa degli errori che lui commette.  

 

 

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Lettera immaginaria di Conte a Trump sull’orribile affare Cerciello Rega

            Sono probabilmente fra i molti, anzi moltissimi italiani -non dico tutti perché questi non sono tempi di tanta ragionevolezza- che si sarebbero aspettati e si aspetterebbero questo tipo di lettera del presidente del Consiglio al presidente degli Stati Uniti, con la confidenza permessagli da quel pur storpiato Giuseppi che gli dà negli incontri e gli ripete anche al telefono, quando le circostanze li obbligano a sentirsi. Ed una di queste, peraltro, potrebbe ben essere l’orrendo crimine appena commesso da un giovane americano persino confesso, con la complicità di un  connazionale, uccidendo il vice brigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello Rega con 11 coltellate in una strada romana trasformata o scambiata per un mattatoio.

            “Caro Donald, mi permetto di disturbare le tue vacanze, se vi ci trovi già, e come io non posso ancora permettermi di fare con tutti i problemi che mi procurano i miei ministri, o che io procuro loro, perché ce ne sono di convinti che sia io appunto a metterli in croce con la smania che mi sarebbe venuta all’improvviso di esercitare le prerogative assegnatemi dalla Costituzione col sospetto incoraggiamento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ti pregherei peraltro di non chiamare più confidenzialmente, come hai fatto di recente, Sergey, perché quello pensa che tu lo voglia sfottere coinvolgendolo nelle simpatie del mio vice presidente e ministro dell’Interno Matteo Salvini per il governo russo.

Ti disturbo -dicevo- per l’eco che hanno avuto non solo e non tanto sui giornali e altri mezzi americani di comunicazione, di cui mi guarderei bene di considerarti responsabile, visto il modo in cui trattano pure te, anche quando forse non lo meriti del tutto, quanto nel Dipartimento Conte su Cerciello.jpgdi Stato per gli affari esteri le notizie giunte dall’Italia sul barbaro assassinio del vice brigadiere dei Carabinieri. Sul cui feretro ho appoggiato le mie mani con dolore e insieme con orgoglio per l’adempimento del suo dovere a così alto prezzo, inversamente proporzionale a quello che egli percepiva, al pari dei suoi colleghi, come stipendio.

Il tuo Dipartimento di Stato per gli affari esteri, caro Donald, pur tenuto, per carità, a condividere l’assistenza fornita dall’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia ai due cittadini americani responsabili, in vario grado, di pur così orribile delitto, ha espresso riserve da sciogliere non so quando e in che modo sulle indagini della magistratura italiana. La cui regolarità era stata appena garantita dal competente Procuratore Generale della Corte d’Appello, pur in presenza di un trattamento non ortodosso, diciamo così, riservato prima dell’interrogatorio al tuo giovane connazionale che ha condiviso almeno una parte dell’avventura di un omicida, ripeto, confesso.

Mi aspetto, caro Donald, dal tuo governo e da te personalmente, se mi permetti con la confidenza che hai voluto accordarmi sin dal nostro primo incontro, non riserve o qualcosa  di simile ma le scuse  per una così orribile prova data da due cittadini provvisti di passaporto americano, peraltro in un Paese amicoChristian bendato.jpg come l’Italia. Essi sono in attesa di giudizio per l’entità della condanna ma non per quello che hanno sicuramente commesso, molto più grave di quelle manette e di quella benda con cui uno di loro è stato trattenuto e incredibilmente pure fotografato prima dell’interrogatorio, fra le proteste cui ho partecipato anch’io e cui sono già seguite misure e procedure disciplinari.

Cerchiamo, caro Donald, di ristabilire almeno le proporzioni dei fatti accaduti, come dalle rassegne stampa vedo peraltro che hanno avvertito e avvertono alcuni dei lettori degli stessi giornali che hanno deciso di sovrapporre al delitto quelle manette e quella benda, come se l’interessato fosse in attesa dell’esecuzione di quella pena capitale che tu hai appena inverdito nel tuo Paese,  chiudendo così una moratoria che personalmente, per quello che può valere per te la mia sensibilità umana e professionale di docente di diritto e di avvocato, speravo anticipatrice di una riforma del sistema giudiziario degli Stati Uniti d’America.

Un caro saluto dal tuo amico Giuseppe Conte”.

            Il compianto Luigi Einaudi definiva le sue “prediche inutili”. Questa lettera di Conte, da Palazzo Chigi, prima ancora che inutile, è purtroppo soltanto immaginaria.

 

 

 

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