L’imbarazzo di Conte con Ursula per le condizioni del governo gialloverde

             Al di là dei sorrisi e delle cortesie davanti ai fotografi, immagino l’imbarazzo in cui non ha potuto non sentirsi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte quando, a quattr’occhi, si è sentito chiedere notizie sulla salute del governo da Ursula Von der Leyen. Che è venuta anche a Roma nella perlustrazione delle Capitali dell’Unione Europea dopo l’elezione a presidente della nuova Commissione di Bruxelles da parte del Parlamento di Strasburgo.

            C’è in effetti qualcosa, e qualcuno, che sta peggio di Ursula e della sua costituenda Commissione, vista l’esiguità della maggioranza con cui lei ha passato l’esame dell’Europarlamento: il governo appunto di Conte. Che al Senato non ha una maggioranza numericamente migliore dei 9 voti di scarto della Von der Leyen a Strasburgo. E alla Camera, dove i margini sono abbastanza larghi, le cose stanno messe ugualmente così male che per evitare rischi i deputati sono stati mandati  frettolosamente in ferie per 38 giorni, rinviando a quasi metà settembre la discussione della mozione di sfiducia personale del Pd al vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini per il presunto finanziamento russo inutilmente cercato per il suo partito da altrettanto presunti emissari su cui indaga la Procura di Milano. 

            L’altro vice presidente del Consiglio, il grillino Luigi Di Maio, “stanco di litigare”, come ha titolato il Corriere della Sera una sua intervista, ha curiosamente cercato di smentire le liti, o di Corriere.jpgminimizzarle, mandando a dire a Salvini e, più in generale, ai leghisti: “Adesso prendiamoci i meriti delle cose fatte e continuiamo su questa strada”. Letteralmente: “su questa strada”, quella appunto delle liti quotidiane, dei messaggi e delle minacce trasversali, delle allusioni, degli sgambetti mediatici e parlamentari. Che i giornali riferirebbero con enfasi ingiusta e strumentale, allo scopo di “mettere zizzania” fra i sottoscrittori del famoso contratto di governo del cambiamento, come lo chiamarono l’anno scorso grillini e leghisti consegnandone la prima copia a Conte, professore di diritto e “avvocato del popolo”, secondo la sua stessa definizione. Che, designato in campagna elettorale come ministro della funzione pubblica di un ipotetico governo tutto a 5 stelle, fu promosso dopo le elezioni a presidente del Consiglio del governo bicolore gialloverde, con la partecipazione ingombrante del Carroccio.

            A questo punto, rovesciatisi nel Paese i rapporti di forza fra le due componenti del governo con i risultati delle elezioni europee del 26 maggio scorso, temendo i grillini giustamente le elezioni anticipate, e non gradendole neppure i leghisti per lo stato a dir poco confusionale in cui si trova il centrodestra, che obbligherebbe probabilmente il partito di Salvini a tentare da solo la scalata alla maggioranza assoluta dei seggi nelle nuove Camere, “dobbiamo pensare seriamente -ha detto Di Maio al suo omologo- a fare una cosa: governare”.

            In fondo, anche se molto, ma molto in fondo, “tutti i provvedimenti -ha detto Di Maio, sempre al Corriere della Sera- sono stati condivisi. Si è sempre lavorato con impegno e serietà. Continuiamo a farlo”. E pazienza se i mercati non ne hanno sentore, visto l’andamento del cosiddetto e famoso spread.

            L’eccesso di ottimismo di Di Maio è pari forse solo a quello di Silvio Berlusconi nella capacità di venire a capo della nuova, ennesima crisi della sua Forza Italia e di creare un nuovo contenitore, questa volta tutto di centro, per contrastare l’ormai destra “truce” di Salvini, come la chiamano Il Foglio.jpgal Foglio. Dove il Cavaliere, alla cui generosità Marcenaro.jpgil giornale fondato da Giuliano Ferrara deve la sua nascita ai tempi d’oro del centrodestra, continua ad essere avvertito come “l’amor nostro”, ha appena assicurato nella sua rubrica di prima pagina Andrea Marcenaro. Il quale però ha confessato che a seguire le evoluzioni berlusconiane, o “il sogno” di una destra “popolare senza essere populista”, come ha scritto il direttore Claudio Cerasa, gli è venuta “una botta di sonno”.

 

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

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