Quando i ribaltoni, anche rispetto ai risultati elettorali, erano una cosa seria

Se alla fine sarà davvero ribaltone, come ha promesso l’alba di questa crisi con le votazioni sul suo calendario al Senato, dove i grillini si sono trovati col Pd contro i leghisti, non si potrà neppure dire che sarà il primo di questa diciottesima legislatura. Che fu aperta l’anno scorso proprio con un ribaltone rispetto alla campagna per il rinnovo delle Camere e ai risultati elettorali del 4 marzo, avendo finito per trovarsi al governo due partiti -il Movimento delle 5 Stelle e la Lega- che se l’erano dette e date nelle piazze mediatiche di santa ragione: l’uno puntando addirittura ad un monocolore in cui Giuseppe Conte avrebbe dovuto fare solo il ministro della funzione pubblica, e l’altra proponendosi -e mancando per poco- l’obiettivo di un esecutivo di centrodestra a trazione non più berlusconiana ma salviniana.

Fu un ribaltone, quello dell’anno scorso, neppure con la scusa, o la ragione, della eccezionalità e provvisorietà, ma con l’ambizione dichiarata sin dal primo momento da entrambi gli attori di far durare la loro esperienza contrattuale per tutta la durata della legislatura. Anche nel 1976, all’epoca della cosiddetta prima Repubblica, con una classe politica ben oleata e, francamente, molto più autorevole di questa della terza Repubblica, fu un ribaltone rispetto alla campagna elettorale e ai risultati del rinnovo delle Camere la maggioranza emergenziale di cosiddetta solidarietà nazionale. Che si formò attorno ad un governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti col contributo decisivo del Pci di Enrico Berlinguer, la cui “alternatività” allo scudo crociato era stata dichiarata anche da Aldo Moro. Che pure fu poi l’artefice o regista dell’intesa parlamentare con i comunisti di fronte all’anomalia di un risultato elettorale con “due vincitori”, nessuno dei quali era in grado di costituire una maggioranza contro l’altro.

Diversamente dagli improvvisati-permettetemi di dirlo- statisti di oggi, quelli di allora fecero le cose così  tanto con la testa sulle spalle che – senza neppure bisogno di stringere un contratto scritto e di mettervelo dentro come una clausola- concordarono da galantuomini non solo il carattere provvisorio della loro convergenza, senza la pretesa di tirarla per le lunghe per cinque anni, ma anche la dissoluzione della legislatura nel momento in cui uno dei due maggiori partiti avesse abbandonato la maggioranza. Per cui, quando Berlinguer annunciò, all’inizio del 1979, il ritorno all’opposizione nessuno fece storie e il presidente della Repubblica Sandro Pertini sciolse le Camere come due caramelle in bocca.

Adesso è tutt’altra storia, con tutt’altri protagonisti, ripeto, e in tutt’altro quadro. In cui spicca, almeno per quanto riguarda le mie personali riflessioni, la eccessiva esposizione alla quale protagonisti e semplici attori della crisi stanno sottoponendo l’incolpevole presidente della Repubblica. Dal quale una nuova e ribaltosa maggioranza fra Movimento 5 Stelle e Pd, con cespugli vari, vorrebbe essere aiutata a nascere, incurante dell’obbligo avvertito dal capo dello Stato -e fatto conoscere attraverso il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- di non sostituirsi ai partiti e di valutare poi, con le sue prerogative costituzionali, il risultato delle loro capacità, se ne avranno, di accordarsi su un serio programma.

Della posizione e del ruolo del capo dello Stato si è avuto poco riguardo anche nel momento in cui dai partiti, o loro correnti, aspiranti al ribaltone, e non certo dalla sola fantasia dei retroscenisti di turno, si è fatto notare, diciamo così, che evitando le elezioni anticipate e portando la legislatura al suo ordinario epilogo, nel 2023, la nuova maggioranza sarebbe in condizione di eleggere l’anno prima il successore di Mattarella, o di confermarlo al Quirinale.

Così il presidente della Repubblica si troverebbe esposto, suo malgrado, al sospetto di muoversi in un potenziale conflitto d’interessi se e quando gli toccherà di giudicare un’intesa fra grillini e piddini: una cosa francamente mai vista nelle tante storie di crisi di governo e di ribaltoni cui mi è capitato di assistere in quasi sessant’anni ormai di mestiere giornalistico.

Pensavo di avere visto il massimo dell’anomalia fra l’estate e l’autunno del 1994, quando l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, non incautamente spinto verso gli intrighi da altri e giustamente infastidito, come adesso Mattarella, ma di sua volontà incoraggiò l’insofferente Umberto Bossi, che lo avrebbe poi raccontato personalmente, a far saltare il primo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi. Cui seguì, preparato dai pranzi a Gallipoli fra Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione e gli spuntini con panini e alici fra lo stesso D’Alema e Bossi nella casa di quest’ultimo a Roma, il ribaltone del governo Dini. Che, in verità, Scalfaro cercò ad un certo punto di rendere meno vistoso del possibile, sia mandando a Palazzo Chigi lo stesso Dini, ministro del Tesoro nel governo Berlusconi, sia promettendo al Cavaliere elezioni anticipate entro maggio-giugno del 1995.

Poi le cose presero un po’ la mano a tutti, compreso Berlusconi. Che compromise i rapporti con Dini reclamando la conferma del suo fidato Gianni Letta a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Dini, dal canto suo, si prestò a ritardare le elezioni di un anno e fondò un suo partito contribuendo alla vittoria del centrosinistra ulivista, Nei cui governi avrebbe fatto ininterrottamente il ministro degli Esteri, fra il 1996 e il 2001.

Il ribaltone di Bossi  ancor più di Berlusconi, che poi lo avrebbe recuperato come alleato per non perderlo più sino a quando la Lega sarebbe rimasta nelle sue mani, scandalizzò in modo particolare Gianfranco Fini. Che giurò di non prendere più neppure un caffè col capo del Carroccio. Eppure sarebbe stato proprio Fini nel 2010 a tentare il ribaltone più clamoroso della seconda Repubblica, rompendo con Berlusconi e cercando di rovesciarne il governo con una mozione di sfiducia preparata nel proprio ufficio di presidente della Camera. L’operazione fallì per i tempi imposti a quella mozione dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, deciso a mettere prima in sicurezza i conti dello Stato -già allora- con l’approvazione della legge finanziaria e del bilancio annesso, e per i voti giunti al Cavaliere dalle impreviste sponde dipietriste e di sinistra: i sì alla fiducia, o no alla sfiducia, del famoso Domenico Scilipoti ed altri “responsabili”. Ma il governo rimase ugualmente ammaccato, cadendo meno di un anno dopo.

Fu in qualche modo ribaltone anche quello del 1998 compiuto da D’Alema contro Prodi subentrandogli a Palazzo Chigi con l’appoggio dei transfughi del centrodestra arruolati apposta dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che tuttavia se ne sarebbe pentito l’anno dopo, senza tuttavia riuscire a cambiare prima delle elezioni ordinarie del 2001, e della rivincita di Berlusconi, il quadro da lui improvvisato con l’approdo -si era compiaciuto- del “primo comunista”, o post-comunista, e sinora unico, a Palazzo Chigi.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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