Conte si rimette in gioco da Biarritz e complica ulteriormente la crisi

            Più che all’Amazzonia, da cui proviene la foto, le lingue di fuoco sulla prima pagina del manifesto potrebbero essere rapportate dagli occhi e dalla fantasia dei lettori del quotidiano orgogliosamente comunista alla crisi di governo italiana: “la più pazza del mondo”, è stata definita da alcuni osservatori e anche da alcuni dei protagonisti. Che ne contendono la gestione ad un presidente della Repubblica così sfiduciato, secondo qualche retroscena, da essere tentato di rinunciare al secondo giro di consultazioni annunciato troppo ottimisticamente per martedì e procedere allo scioglimento delle Camere con un esecutivo di garanzia, essendo quello uscente e dimissionario il meno adatto allo scopo per la presenza al Viminale del leader leghista Matteo Salvini, il “mostro” di turno del teatro romano della politica.

            A complicare ulteriormente le cose è intervenuto da Barritz, ospite del G7 a presidenza francese, il quasi ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte rilanciando la propria candidatura alla conferma, già posta con qualche problema da Luigi Di Maio sul tavolo della trattativa col segretario del Pd Nicola Zingaretti. Egli ha praticamente rivendicato il merito di avere rotto con i leghisti, di considerare davvero finita l’esperienza gialloverde, di badare solo al programma del nuovo governo e di avere quindi tutti  i requisiti per garantire la “discontinuità” reclamata dal possibile nuovo alleato dei grillini. Fra i quali peraltro la popolarità del presidente uscente, per quanto insidiata dall’”ortodosso” presidente della Camera Roberto Fico, molto apprezzato dalle parti del Pd, è cresciuta perché ritenuto abbastanza credibile per consentire al Movimento così fortemente penalizzato dai risultati delle elezioni europee del 26 maggio, con la perdita di sei milioni di voti in un solo anno, di recuperare terreno dopo avere rotto con Salvini.

            Con un entusiasmo o una fiducia tutta da verificare negli sviluppi della trattativa in corso fra Pd e Di Maio senza la rapidità, la concretezza e la chiarezza reclamate dal presidente della il Fatto.jpgRepubblica, col “forno” leghista  ancora aperto o socchiuso, nonostante le diffide di Zingaretti, nel frattempo rafforzatosi col consenso di Matteo Renzi -però venuto poi a mancare- al veto posto contro la Zingaretti.jpgconferma del premier dimissionario, il Fatto Quotidiano ha annunciato e festeggiato su tutta la sua prima pagina “il ritorno di Conte”. Un cui nuovo governo -ha spiegato con tono quasi da costituzionalista Marco Travaglio nell’editoriale- non meriterebbe di essere chiamato, anzi declassato a “Conte bis”, quale sarebbe se conservasse la stessa maggioranza, ma andrebbe chiamato “Conte 2”, essendo di tutt’altro tipo politico, discontinuo pur nella continuità del pilota. E giù a pescare, da parte del direttore del Fatto Quotidiano, precedenti nella storia politica della Dc, recuperata in questa occasione dall’Inferno cui era stata condannata con la fine della cosiddetta prima Repubblica.

            A dare una mano in qualche modo a Travaglio ha provveduto dalla Repubblica, quella di carta, il fondatore Eugenio Scalfari nel suo appuntamento domenicale con i lettori, e col ceto politico, Scafari.jpgvedendo nel “Conte 2” del Fatto Quotidiano quel “governo forte” di cui avrebbe bisogno “un’Italia nuova”. Esso dovrebbe basarsi sul binomio Conte-Enrico Letta, il presidente piddino del Consiglio detronizzato dall’allora segretario del partito Matteo Renzi, ancora fresco di elezione, dopo un invito a “stare sereno” che è ormai entrato nella letteratura politica come l’espressione emblematica del tradimento, doppio gioco e simili.

            Scalfari non lo ha scritto in modo esplicito, ma ha dato l’impressione di pensare ad una successiva promozione di Conte a presidente della Repubblica, quando scadrà il mandato quirinalizio di Sergio Mattarella, nel 2022, per riportare a Palazzo Chigi Enrico Letta, con le funzioni anche di ministro degli Esteri, avendo alle spalle un Pd nel frattempo maturo per raccogliere nelle urne dell’anno dopo, in combinazione con qualche cespuglio, qualcosa come il 40 per cento dei voti.

           Tuttavia, allo stato delle cose, da un sondaggio del 25 agosto pubblicato sulla prima pagina del Sole-24 Ore, il quotidiano della Confindustria, il Pd è valutato attorno al 24 per cento, il Movimento delle 5 Stelle attorno 24 Ore.jpgal 16,6 per cento e la Lega del pur vituperato Salvini attorno al 33,7 per cento. Che è meno del 38 per cento di qualche giorno fa, prima che si aprisse la crisi e se ne vedesse la complessità, ma sempre pari, o quasi, al 34 per cento raccolto nelle urne, quelle vere, delle elezioni europee di fine maggio.

 

 

 

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