E’ stata una domenica bestiale quella ultima del primo governo Conte

            Fra Papa Francesco che viene soccorso dai pompieri nell’ascensore bloccato dell’appartamento da cui si affaccia nei giorni di festa; il presidente del Consiglio uscente e rientrante Giuseppe Conte che, collegato senza cravatta e pochette al raduno versiliese del Fatto Quotidiano, si sente “inappropriato” nei panni pentastellati che pure gli hanno permesso il reincarico nella crisi più pazza del mondo, azionata da un Matteo Salvini che non crede a ciò che Salvini.jpgvedono i suoi occhi; un Beppe Grillo attivissimo che, dichiaratamente assistito dal suo neurologo, scrive a Marco Travaglio per aggiungere Grillo al Fatto.jpgai soliti elogi il monito a Conte a ricordarsi di essere “l’unico che ha una casa dove andare”, naturalmente sotto le cinque stelle; un Luigi Di Maio che si sente chiuso in una gabbia dalla quale spera in cuor suo che lo liberino gli elettori elettronici della “piattaforma Rousseau” bocciando “il governo col Pd”, papale papale, su cui voteranno domani; fra tutto questo, dicevo, è stata francamente bestiale la domenica appena trascorsa in apertura del mese di settembre.

            Bestiale è anche l’aggettivo che ancora manca ai soprannomi che si sta guadagnando il secondo governo Conte prima ancora che nasca, partorito formalmente dalla penna con la quale il presidente della Repubblica Sergio Mattarella firmerà al momento giusto, salvo sorprese, i decreti di nomina dello stesso Conte e dei ministri. E’ il governo “del ribaltone” secondo i leghisti, che se ne intendono per averne promosso il primo nella cosiddetta seconda Repubblica rovesciando quello di Silvio Berlusconi, dove si erano appena imbarcati, e spianando la strada al primo e unico Gabinetto di Lamberto Dini. E’ il governo “giallorosa” secondo Travaglio, che lo difende dal rosso, antico o moderno che sia ma ugualmente troppo compromettente anche per lui. E’ il governo “dei Malavoglia”, secondo Antonio Padellaro, fondatore del Fatto Quotidiano e predecessore di Travaglio alla direzione. E’ il governo “del coraggio”, secondo il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che di coraggio in effetti ne ha avuto a cavalcarlo dopo avere reclamato anche lui le elezioni anticipate in caso di crisi, prima di scoprire che in politica non bisogna “mai dire mai”.

            Proliferano anche i soprannomi di Grillo, il più entusiasta di tutti, convinto come Travaglio che l’accordo col Pd fosse “nel destino” dopo il suo inutile tentativo, tanti anni fa, di iscriversi alla sezione piddina di Arzachena, respinto non ricordo più da quale dei segretari di turno del partito nato dalla fusione fra gli eredi del Pci e della sinistra democristiana. Promossosi “elevato”, garante e altro ancora dopo la promozione del “poppante” Luigi Di Maio, come ora lo liquida allusivamente sul suo blog personale, a capo politico del movimento delle 5 stelle, ora Grillo si è guadagnato i gradi, la funzione, il ruolo, come preferite, del “generatore”, o “rigeneratore”, per la spinta che sta dando al secondo governo Conte ancora in cantiere.

            C’è fantasia, bisogna ammetterlo, sotto le cinque stelle, magari alimentata dalla paura di ricontarsi nelle urne dopo la scoppola delle elezioni europee del 26 maggio scorso e la giustamente avvertita irripetibilità della loro attuale rappresentanza nel Parlamento nazionale. Di cui pertanto è diventata Mattarella.jpgsacra e inviolabile la scadenza ordinaria nel 2023: l’anno dopo, peraltro, la fine del mandato di Mattarella al Quirinale, per cui i grillini contano di potere svolgere un ruolo di protagonisti nella scelta del successore, o nella conferma -semmai vi fosse interessato- del presidente uscente.

 

 

 

 

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