Perché Giuseppe Conte non è Aldo Moro, e Zingaretti non è Berlinguer

Premetto il riconoscimento di tutto il rispetto, anzi l’ammirazione, che merita Eugenio Scalfari per la puntualità con la quale a 95 anni compiuti lo scorso 6 aprile segue la cronaca politica, compresa quella della crisi più pazza del mondo, com’è stata considerata e definita da molti questa che è arrivata alle ultime battute, almeno secondo i propositi del presidente uscente del Consiglio Giuseppe Conte e del capo dello Stato che lo ha incaricato di formare il nuovo governo alleandosi questa volta col Pd, anziché con la Lega dei quattordici mesi precedenti. Ma né il rispetto né l’ammirazione per il decano ormai della nostra professione mi possono dissuadere dal dovere, che ricavo anche dai rapporti avuti col povero Aldo Moro incapace dal 1978 di difendersi da solo per essere stato ammazzato dalle brigate rosse, di contestare la ricostruzione, che Scalfari ha proposto ai lettori della sua Repubblica, dell’intesa raggiunta nel 1976 col Pci di Enrico Berlinguer dall’allora presidente della Dc, e durata per un pò oltre la sua terribile morte.

Sento tanto più il dovere di contestare questa rappresentazione nel momento in cui essa è proposta, o riproposta, a sostegno di ciò che di molto diverso sta accadendo adesso fra Conte e il Pd di Nicola Zingaretti. Il quale ultimo, a dire il vero, avrebbe il diritto di sentirsi più di Conte al posto di Moro per guidare un partito in cui sono confluiti, lungo un percorso abbastanza Diamanti.jpgaccidentato, i resti della Dc morotea, appunto, e del Pci berlingueriano. Già messo così, cioè nelle sue condizioni inconfutabilmente storiche, il paragone di Scalfari fra Conte e Moro è a dir poco spiazzante. D’altronde, anche Ilvo Diamanti, proprio su Repubblica, ha appena  invitato a non confondere con la Dc “i 5Stelle trasversali”, e neppure -aggiungo io- col Pci.

Il problema qui non sarebbe di un “improprio” Conte che come un nuovo Moro dovrebbe fidarsi e aprire un periodo di collaborazione col Pd, essendo stato designato alla guida anche di questo nuovo governo in arrivo, oltre che di quello finito, da un partito in cui pure non si riconosce del tutto, avendo appena precisato, in un collegamento televisivo con la festa del Fatto Quotidiano in Versilia, di non essere iscritto né partecipe delle riunioni dei dirigenti grillini. Il problema sarebbe piuttosto di Zingaretti che, rimanendo fuori dal governo come Moro, ritrattosi nel 1976  a vantaggio del collega di partito Giulio Andreotti per rasserenare nel nuovo scenario politico gli Stati Uniti, la Chiesa e la destra democristiana, dovrebbe fidarsi attraverso Conte del Movimento 5 Stelle.

Superiamo tuttavia queste curiose, improponibili analogie che mettono la Dc al posto del Movimento 5 Stelle come partito di maggioranza relativa, e conseguentemente il Pd al posto del Pci, visto peraltro che Zingaretti proviene dalla storia dei comunisti e non da quella dei democristiani. E accettiamo con molta buona volontà, fantasia e quant’altro che Conte stia oggi davvero al posto di Moro, come lo immaginano Scalfari e altri ancora. Anche un uomo di provenienza democristiana come Pierluigi Castagnetti, molto di casa -si dice- al Quirinale, ha recentemente evocato il 1976 per consigliare a Zingaretti di fidarsi di Conte come Berlinguer si fidò di Andreotti per il realismo suggeritogli  dall’allora presidente della Dc.

Accettiamo, ripeto, queste acrobazie analogiche e storiche, che già si contraddicono e si confondono da sole. E prendiamo per buono un paragone ridotto all’anomalia di due partiti che prima si contrappongono nella campagna elettorale e poi si alleano ugualmente per governare il Paese: nel 1976 la Dc e il Pci, nel 2018 il Movimento 5 Stelle e la Lega di Matteo Salvini, messasi in libera uscita -avrebbe detto Andreotti- dal centrodestra pur avendone assunto la guida nelle urne sorpassando il partito di Silvio Berlusconi, e in questo 2019 il Movimento 5 Stelle e il Pd, contrappostisi non di meno nella campagna elettorale dell’anno scorso per il Parlamento nazionale e in quella dei mesi passati per il Parlamento europeo.

Quello che contesto a Scalfari è il carattere permanente, non momentaneo ed eccezionale, che egli vorrebbe attribuire all’anomalia di due partiti che si contrappongono davanti all’elettorato e si alleano, o comunque collaborano, come fecero la Dc e il Pci una quarantina d’anni fa. Contesto di Scalfari quella “alleanza” attribuita domenica scorsa, nel suo commento alla crisi, fra Moro e Berlinguer progettata per “almeno una legislatura e forse anche due”.

Dc e Pci, o viceversa, “dovevano ricostruire insieme -ha raccontato Scalfari- un Paese dove i contrasti tra ricchi e poveri, nord e sud, giovani e anziani, occupati e disoccupati andavano superati per fare un’Italia moderna, forte, europea. Dopo questo periodo ricostruttivo, che sarebbe durato -ha insistito Scalfari- all’incirca dieci anni, ciascuno dei due partiti avrebbe dovuto riprendere la propria condizione originaria e confrontarsi con l’altro alternandosi nel governo”.

Una simile ricostruzione o rappresentazione della maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale formatasi attorno a due monocolori democristiani guidati da Andreotti e durata Berlinguer e Scalfari.jpgsino a gennaio del 1979, quando Berlinguer se ne sfilò volontariamente per tornare all’opposizione piuttosto che impegnarsi nel processo d’integrazione europea e nel riarmo missilistico della Nato in arrivo, ha il torto, fra l’altro, volente o nolente, di offendere la memoria di Moro. Che, se fossero state vere le cose immaginate e riferite ora da Scalfari, avrebbe mentito ai parlamentari democristiani nel suo ultimo, testamentario discorso politico prima del sequestro e della morte.

In quell’intervento, pronunciato a braccio e febbricitante, il presidente della Dc disse esplicitamente ai senatori e ai deputati del suo partito di non sapere e potere prevedere quanto avrebbe potuto o dovuto durare l’intesa col Pci, appena rinnovata  con un programma concordato per consentire ai comunisti di partecipare più chiaramente alla maggioranza passando dall’astensione a un voto vero e proprio di fiducia al monocolore democristiano. Che si sarebbe peraltro rivelato tale e quale a quello precedente, nonostante le teste dei ministri Antonio Bisaglia e Carlo Donat-Cattin reclamate dal Pci e salvate proprio da Moro nell’ultimo vertice democristiano da lui presieduto alla Camilluccia.

Moro spiegò ai parlamentari del suo partito -il testo di quel discorso è largamente disponibile negli archivi- che quell’intesa serviva solo ad attraversare il deserto creatosi con la indisponibilità dei socialisti a tornare alla collaborazione con la Dc senza i comunisti, e ad evitare elezioni anticipate “di testimonianza”. Che si sarebbero risolte in un danno ulteriore ai vecchi alleati dello scudo crociato, compreso il Psi nel frattempo passato dalla guida del vecchio Francesco De Martino a quella di un giovane autonomista dichiarato come Bettino Craxi, da cui era possibile aspettarsi un cambiamento di linea.

Moro concluse spingendosi al massimo sino alla scadenza istituzionale più vicina, che era quella di fine 1978, quando sarebbe scaduto il mandato di Giovanni Leone al Quirinale e se ne sarebbe eletto il successore. Che sarebbe stato probabilmente proprio lui se non fosse morto per mano brigatista.

Questa è la vera storia dell’intesa di Moro con Berlinguer, non altra, desunta da interpretazioni o addirittura da una intervista dello stesso Moro a Scalfari che ebbe -ed ha conservato- l’inconveniente insuperabile di essere uscita postuma, senza alcuna registrazione della sua voce e senza alcuna testimonianza, neppure quella del portavoce Corrado Guerzoni. Che riferì di essersi limitato ad accompagnare Scalfari nello studio romano del presidente della Dc, in via Savoia, allontanandosene subito per lasciarli soli.

Curiosamente, con un’analogia questa volta più concreta e visibile, anche in questa intesa anomala in arrivo fra grillini e piddini, dopo le loro tante contrapposizioni elettorali, ha fatto capolino una scadenza istituzionale: quella, di nuovo, del Quirinale nel  non vicino 2022, quando scadrà il mandato di Sergio Mattarella. Il più esplicito è stato, a questo proposito, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, in odore di ulteriore carriera nel Pd, che in una intervista al Corriere della Sera ha testualmente dichiarato, a proposito dell’intesa fra Conte e Zingaretti: “Mi auguro che duri tutto il tempo utile per eleggere il presidente della Repubblica, che è più importante di qualsiasi premier. Sottolineo: qualsiasi premier”.

In un eccesso di sincerità o franchezza, in quanto tale lodevole, per carità, il sindaco di Milano ha portato allo scoperto una parte forse non secondaria del sommerso di questa crisi e mescolato due cose -Governo e Presidenza della Repubblica- che non dovrebbero essere confuse e neppure intrecciate, se non casualmente. Ma sono il primo ad ammettere che non è la prima volta, e non sarà probabilmente neppure l’ultima, che questo inconveniente accade per il sistema parlamentare di elezione del presidente della Repubblica. Cui non a caso una larga dottrina ormai, oltre che una larga sensibilità democratica, preferisce l’elezione diretta del capo dello Stato.

Moro probabilmente non vi avrebbe mai aderito. Egli inorridì, appena eletto segretario della Dc, quando un consulente del predecessore, il professore Gianfranco Miglio, gli prospettò il cosiddetto presidenzialismo. Ma di acqua ne sarebbe poi passata sotto i ponti. E al Quirinale sarebbe Cossiga.jpgarrivato nel 1985 un presidente, il democristiano Francesco Cossiga, per niente contrario ad una simile evoluzione del sistema costituzionale, sino a prospettarla in un messaggio al Parlamento e a proporsi implicitamente come il traghettatore tra il vecchio e il nuovo. Ma non se ne fece nulla per la sopraggiunta tempesta di Tangentopoli e la fine della cosiddetta prima Repubblica.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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