Un Conte, se permettete, senza precedenti, nonostante le apparenze

La lodevole franchezza con la quale Giuseppe Conte, accettando con la consueta riserva l’incarico di formare un suo secondo governo, ha confessato di avere avuto “più di un dubbio” prima di prestarsi a cambiare maggioranza per cercare questa volta un’intesa col Pd, dopo quella dell’anno scorso con la Lega, non sarà sicuramente bastata né basterà nei prossimi giorni a placare Matteo Salvini. E tanto meno a convincerlo che il nuovo governo, come ha annunciato o promesso il presidente del Consiglio uscente e rientrante, non nascerà “contro” nessuno, e quindi nemmeno contro l’ormai ex alleato.

Il leader leghista, scaricato -diciamo così- da Conte in Parlamento già prima dell’apertura formale della crisi con un discorso al Senato che sembrava la requisitoria di un pubblico ministero, variante evidentemente della figura di “avvocato del popolo” vantata all’esordio politico, ha liquidato il suo ormai ex presidente del Consiglio come “un Monti bis”. Che sarebbe stato partorito, prima ancora che dal movimento grillino e ora anche dal Pd, piegatosi dopo una breve resistenza, dall’Unione Europea a conduzione franco-tedesca, come sarebbe accaduto appunto a Mario Monti nel 2011 succedendo all’ultimo governo di centrodestra di Silvio Berlusconi.

Meno male -verrebbe da dire- che Salvini si è fermato a Monti, che gli ha ricambiato la scortesia rinfacciandogli in qualche modo, fra le righe di una dichiarazione formalmente polemica solo verso Conte, di essersi guadagnato l’abbandono del presidente americano Donald Trump. Il quale si è insolitamente intromesso nella crisi italiana di governo sponsorizzando la conferma di “Giuseppi”, il presidente uscente del Consiglio, prima ancora che egli ricevesse formalmente l’incarico di succedere a se stesso. A vederlo e sentirlo davanti ai microfoni e alle telecamere nella loggia quirinalizia delle vetrate, dopo il secondo incontro del presidente della Repubblica con la delegazione della Lega, ho pensato ad un certo punto che Salvini volesse ripetere di Conte quello che Bettino Craxi disse del suo ex braccio destro Giuliano Amato dopo averlo mandato a Palazzo Chigi nel 1992, tra i marosi giudiziari e fisici di Tangentopoli: “un professionista a contratto”.

Craxi si sentì tradito dal suo ex sottosegretario tre volte: quando da Palazzo Chigi tardò a tentare la cosiddetta uscita politica da Tangentopoli varando troppo tardi il decreto legge per la depenalizzazione del finanziamento irregolare dei partiti, lasciandoselo peraltro bocciare dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro senza dimettersi e provocare una crisi;  quando ad un convegno di studi a Londra l’allora presidente del Consiglio parlò politicamente al passato del leader socialista, appena raggiunto dagli avvisi di garanzia; quando infine tornò a Palazzo Chigi, nel 2001, raccogliendo la staffetta da Massimo D’Alema.

Naturalmente Conte ha spiegato il superamento degli iniziali dubbi e “perplessità”, ha aggiunto, richiamandosi e mettendosi al servizio degli interessi superiori del Paese, che reclamano “un nuovo progetto politico” e “una nuova stagione riformatrice”, dopo l’infelice epilogo dell’”esperienza” con i leghisti. Ognuno ha naturalmente il diritto di credergli o di diffidarne, non essendosi francamente mai visto un politico, di professione o arrivato da altri mestieri, così eroicamente sincero da confessare l’incidenza non dico di un interesse ma almeno di un’ambizione personale a sostegno di una sua scelta, diciamo così, a sorpresa. Conte, d’altronde, ha il diritto di essere creduto sino a quando i fatti non lo dovessero smentire con una gestione del suo nuovo governo finalizzata solo alla sopravvivenza sino al 2023, per tutta la durata della legislatura cominciata l’anno scorso, o almeno sino al 2022, quando scadrà il mandato dell’attuale capo dello Stato e dovrà esserne eletto il successore. Che potrebbe essere, con i nuovi equilibri che vanno formandosi a chiusura di questa crisi, anche lui. Ma non spingiamoci troppo avanti con la fantasia, cadendo nel tranello delle solite corse al Quirinale cominciate troppo presto, fra retroscena e quant’altro, rispetto alle scadenze istituzionali.

In una cosa tuttavia ritengo che i sostenitori di Conte,  persino a dispetto delle sue attese e dei suoi legittimi interessi politici, facciano male in queste ore di dura fatica per lui, costretto a muoversi tra le solite insidie dei partiti, specie quando essi sono divisi al loro interno, anche dietro la facciata dei voti unanimi, o quasi, della direzione, come nel caso del Pd, e non solo dei grillini. Che hanno il vantaggio o l’inconveniente, come preferite, di non avere organi trasparenti di direzione, consigli nazionali, comitati centrali, congressi e quant’altro ma solo incontri riservatissimi di vertice, messaggi trasversali a distanza e consultazioni elettroniche gestite dall’esternissima piattafforma Rousseau ereditata in casa da Davide Casaleggio.

I sostenitori di Conte fanno male, in particolare, a cercare di coprirlo, proteggerlo, difenderlo confezionandogli a tavolino progenitori politici dai nomi altisonanti come quelli di Giulio Andreotti, Amintore Fanfani, Aldo Moro,  in ordine rigorosamente alfabetico e per restare nei confini della defunta Democrazia Cristiana, o di Romano Prodi spingendosi più avanti e arrivando ai viventi, o ai superstiti della cosiddetta seconda Repubblica.

Di Prodi, francamente, per quanto sia stato prodigo di consigli nei giorni scorsi agli attori e protagonisti di questa crisi, non voglio augurare a Conte di ripetere le due esperienze di governo di cosiddetto centrosinistra, entrambe chiuse anzitempo, e di molto, per fuoco cosiddetto amico, come se fossero stati governicchi, e non i governi delle grandi prospettive e dei grandi propositi inizialmente presentati alle Camere per una fiducia destinata a rivelarsi effimera.

Andreotti, Fanfani e Moro, più volte scomodati nelle loro tombe durante questa crisi come santini per il governo Conte 2, come giustamente Marco Travaglio pretende che sia chiamato  contestando la definizione di Conte bis, sono un po’ troppo lontani dalle condizioni politiche attuali per essere solo immaginati alle prese con un’anomalia come quella del movimento delle cinque stelle. Che essi non potettero neppure immaginare in vita, pur avendo avuto a che fare con fenomeni terribili come quello del terrorismo.

Anche questi, per carità, sono tempi di “odio” da cui uscire, come ha detto il segretario del Pd Nicola Zingaretti. Ma almeno è un odio, almeno sino ad ora, disarmato, fatto di parole e non di pallottole.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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