Indigeste per D’Alema e & le credenziali di Piero Fassino

Piero Fassino, che all’anagrafe si chiama anche Franco Rodolfo, incaricato dal segretario del Pd Matteo Renzi di tentare un’alleanza elettorale con gli scissionisti e quanti altri ne sono attratti, ha inserito anche questo incarico in quelli esercitati in quaranta anni di attività politica “per passione”. Che è poi il titolo del libro autobiografico scritto nel 2003 e pubblicato da Rizzoli, quando lui era già da un anno e mezzo segretario dei Democratici di Sinistra, come si chiamavano i provenienti dal Pci, e forse non immaginava neppure di riuscire davvero a portarli nel 2007 alla fusione con i provenienti dalla sinistra democristiana ed altri nel Partito Democratico, affidatosi alla guida di Walter Veltroni.

Già nella prefazione a quel libro Fassino avvertiva, esattamente il 30 giugno 2003, “di quale stoffa sia fatta la sinistra italiana”: una stoffa “che la può rendere grande e la può perdere”.

Dove sia arrivata questa sinistra quattordici anni dopo il libro di Fassino lo dicono i fatti che hanno indotto Renzi a richiamarne in servizio l’autore per affidargli la missione disperata di ricomporre un po’ le divisioni vecchie e nuove. E ciò per evitare che si ripeta a livello nazionale, fra qualche mese, lo scenario elettorale siciliano del 5 novembre scorso. Che ha circoscritto la contesa politica per il governo del Paese a Silvio Berlusconi e a Beppe Grillo, per chiamare coi nomi dei due protagonisti questo nuovo bipolarismo, per quanto assai curioso. Le due forze che lo compongono sono ben lontane da coprire tutto il terreno di gioco, peraltro disertato da assenteisti ormai cronici, che costituirebbero il vero partito di maggioranza.

C’è tuttavia qualcosa di perfido nella scelta di Fassino da parte di Renzi come missionario nel campo degli scissionisti ed altri avversari. Fra tutti gli ex o post-comunisti rimasti nel partito dell’ex presidente del Consiglio, Fassino è il più anomalo: ancor più di Veltroni, che pure si vanta di avere potuto militare a suo tempo nel Pci senza essere stato o essersi sentito davvero comunista.

Il libro autobiografico di Fassino fu alla sua uscita un pugno nello stomaco a uno come Massimo D’Alema, che avrebbe riconosciuto solo quattordici anni dopo a Bettino Craxi la statura di “statista”, e solo per il gusto di contrapporlo a Renzi. Il quale  dello scomparso leader socialista non vuole neppure sentir parlare come figura nel suo metaforico Pantheon, per quanto Craxi lo avesse preceduto di parecchio nella concezione di una sinistra moderna. A lui Renzi ha sempre e curiosamente preferito  come punto di riferimento Enrico Berlinguer. Cui invece Fassino con onestà intellettuale e coraggio persino fisico, coi tempi che ancora correvano nel 2003, e forse corrono ancora dalle sue parti, rimproverò di essersi lasciato battere da Craxi sul terreno della modernità, sino a morirne prima ancora del segretario socialista, scomparso ad Hammameth nel 2000.

Quello guidato da Berlinguer nel 1984, quando egli morì dopo un drammatico comizio elettorale a Padova di duro attacco al governo Craxi, “è un partito -si legge nel libro di Fassino- che non sa opporsi al richiamo delle sirene del passato. Un partito che si rifugia in una autoconsolatoria riaffermazione di identità, di cui si rivendica la “diversità”: come se la differenza tra noi e gli altri partiti fosse un fatto genetico, e non più semplicemente programmatico. Un partito che si esilia, così, in una malinconica e solitaria navigazione senza bussola”. Che è un po’ quello -diciamo la verità- che hanno improvvisato in questo 2017 Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema uscendo dal Pd e risvegliando la passione non di Fassino ma di quel “ragazzo di sinistra” che il presidente del Senato si è recentemente vantato di sentirsi ancora, emulato dalla più giovane presidente della Camera.

“Mi è capitato spesso di pensare a Berlinguer -si legge ancora nel bel libro autobiografico dell’ex sindaco di Torino, a pagina 161- come a un campione di scacchi che sta giocando la partita più importante della sua vita. La partita dura ormai da molte ore, sta giungendo alle battute finali. E guardando la scacchiera il campione si accorge che, con la prossima mossa, l’avversario gli darà scacco matto. Ha un solo modo per evitarlo: morire un minuto prima che l’altro muova. In fondo, la tragica fine risparmia a Berlinguer l’impatto con la crisi della sua strategia politica”.

Volete che con queste credenziali insieme di militante, di dirigente di partito e di storico il missionario Fassino abbia in questi giorni davvero la possibilità di ricucire per conto di Renzi con gli epigoni di Enrico Berlinguer, quali mi appaiono D’Alema e compagni? Francamente, ne dubito. Non a caso quelli del Fatto Quotidiano hanno esultato in prima pagina perché  Grasso e D’Alema, appunto,  hanno già “snobbato” il loro interlocutore.

 

 

 

Pubblicato da ItaliaOggi il 17 novembre 2017

L’attivismo politico di Grasso ricorda quello di Fanfani presidente del Senato

Solo i più anziani tra funzionari, commessi, giornalisti ed ex parlamentari che ne frequentano ancora uffici e corridoi – magari solo per misurare di persona lo stato di pericolo dei loro vitalizi, minacciati dai forti tagli del disegno di legge  del deputato renziano Richetti- ricordano un’intensità di traffico politico al Senato paragonabile a quello di questi giorni  nell’anticamera del presidente Pietro Grasso e dintorni.

Era la primavera del lontano 1973: più di 44 anni fa. Presidente dell’assemblea di Palazzo Madama era Amintore Fanfani, uno dei due “cavalli di razza” della Dc, come Carlo Donat-Cattin chiamava lui e Aldo Moro: entrambi battuti però alla fine del 1971 in una lunghissima corsa al Quirinale vinta per il rotto della cuffia natalizia da Giovanni Leone.

Proprio per effetto di quella corsa al Quirinale, chiusasi con la vantata partecipazione dei missini di Giorgio Almirante all’elezione del nuovo presidente della Repubblica, per quanto contestata dallo stesso Leone in una inusuale e risentita lettera  a Giovanni Galloni, allora direttore del giornale ufficiale del partito “Il Popolo”, si era rotta l’alleanza di centro-sinistra. I socialisti, guidati da Giacomo Mancini, erano tornati all’opposizione. E al loro posto erano stati riportati al governo i liberali di Giovanni Malagodi, in una riedizione del centrismo guidata a Palazzo Chigi da Giulio Andreotti e chiamata “centralità” dal segretario della Dc Arnaldo Forlani. Di cui Ciriaco De Mita era il vice segretario: sofferente proprio per il recupero governativo dei liberali ma legato a Forlani da un patto di rinnovamento generazionale stretto in una località allora ridente delle Marche: San Ginesio, sotto i Monti Sibillini ora tormentati dal terremoto.

Col secondo governo Andreotti felicemente in carica da un anno e Forlani in carica come segretario da quasi quattro, fu convocato per il 6 giugno del 1973 il dodicesimo congresso della Dc.

Più arrivavano dalla periferia i risultati dei precongressi, tendenzialmente favorevoli alla conferma degli equilibri politici esistenti, più il presidente del Senato Fanfani si allarmava, volendo  il ripristino dell’alleanza di governo con i socialisti. E più Fanfani si allarmava, per nulla trattenuto dal suo ruolo istituzionale, né dal fatto che a guidare il partito fosse il suo delfino Forlani, più la sua anticamera si affollava di esponenti della Dc interessati a un suo intervento. I più inquieti erano i “dorotei” di Mariano Rumor e Flaminio Piccoli, i “basisti” di De Mita, soprattutto quelli del Nord guidati da Giovanni Marcora, i “forzanovisti” di Carlo Donat-Cattin e i morotei.

La situazione sembrava definitivamente compromessa, per gli inquieti, con l’avvenuta elezione, a fine maggio, di tutti i delegati al congresso. Ma Fanfani, affiancato nei contatti con gli amici di partito dal fedelissimo Ettore Bernabei, non si diede per vinto. Dopo una lunghissima serie di incontri a due, a tre, a quattro,, il presidente del Senato promosse  il 5 giugno nel suo ufficio di Palazzo Giustiniani, attiguo a Palazzo Madama, un incontro collegiale fra tutti i capi delle correnti del partito. Che concordarono con lui la conclusione politica del congresso che si sarebbe aperto l’indomani con la relazione del segretario uscente Forlani.

Intanto, per tagliare la testa al toro e impedire ulteriori resistenze all’interno della Dc, il leader repubblicano Ugo La Malfa annunciava la fine della partecipazione del suo partito al governo, prenotando quindi la crisi. E usava come ragione, o pretesto, la non condivisione del codice postale elaborato dall’esecutivo.

Gli accordi di Palazzo Giustiniani, cioè del Senato, prevedevano il ritorno di Fanfani personalmente alla segreteria del partito, sostituito a Palazzo Madama dal collega democristiano Giovanni Spagnoli, doroteo, e il ritorno, a sua volta, di Mariano Rumor a Palazzo Chigi per un nuovo governo di centrosinistra.

Per Moro, al quale Fanfani due anni prima non aveva voluto cedere il passo per il Quirinale dopo la propria, inutile scalata al colle più alto di Roma, si pensò alla presidenza della Camera, dove sedeva però il socialista Sandro Pertini. Di cui si  decise di chiedere al presidente della Repubblica Leone la nomina a senatore a vita non appena fosse morto uno dei cinque in carica. Ce n’erano due particolarmente claudicanti.

Ma a Pertini -si chiesero Fanfani e il segretario del Psi  Francesco De Martino prima dell’incontro fra i capicorrente della Dc- chi va a sollecitare le dimissioni spontanee da presidente della Camera ? De Martino, che era tornato alla guida del Psi sostituendo Mancini, non ebbe scampo. Non poteva che toccare a lui.

Quando il segretario socialista, ricevuto già con giustificata diffidenza dal compagno di partito cui erano arrivate voci su ciò che stava bollendo nel pentolone della politica, formulò la sua proposta Pertini per poco non gli scagliò addosso la pipa ben accesa che aveva in mano. Gli risparmiò alla fine il fuoco ma lo mise alla porta chiamando i commessi perché lo accompagnassero all’uscita dal palazzo di Montecitorio e sentissero anche loro il suo monito a non coinvolgerlo in  “questo indegno mercato delle cariche istituzionali”.

Timoroso di non essere stato sufficientemente chiaro, Pertini incaricò il suo capo ufficio stampa Marco Guidotti di avvisare i giornalisti presenti nella sala stampa della Camera che il presidente sarebbe sceso di lì a poco alla buvette per prendere un caffè. E alla loro presenza, perché ne riferissero ben bene alle agenzie e ai giornali, volle augurare “lunga vita ai senatori a vita”. Che in effetti sopravvissero tutti, almeno a breve, agli accordi di Palazzo Giustiniani.

Non sopravvissero invece politicamente né Andreotti né Forlani. Il primo s’incurvò un po’ di più. L’altro si prese su Fanfani  solo la rivincita di una replica congressuale sul filo del sarcasmo, che ne fece un leader ormai autonomo. In particolare, Forlani si avventurò nella ricerca del vero, più profondo significato del diavolo. E concluse che diavolo è “colui che si trasforma”.

Fanfani si era ben trasformato, almeno agli occhi del suo ormai ex delfino.  Ed era cambiato neppure con tanta grazia perché nel suo intervento al congresso, nella doppia veste di dirigente di partito e ancòra di presidente del Senato, augurò al segretario uscente una buona Quaresima, sia pure fuori stagione, atmosferica e liturgica: una Quaresima -ricordò- alla quale “ogni buon cristiano deve credere che seguirà la Pasqua”.

La resurrezione di Forlani, almeno come segretario della Dc, sarebbe arrivata solo nel 1989, cioè 16 anni dopo, durante i quali però egli avrebbe avuto le occasioni di fare il ministro degli Esteri, peraltro negli anni della difficile e sotto certi aspetti anche drammatica stagione della “solidarietà nazionale”, contrassegnata dal sequestro e dall’assassinio di Moro, il presidente del Consiglio, il vice presidente con Bettino Craxi e il presidente del partito. Come Quaresima, certo, non fu male.

Fanfani, al contrario, avrebbe vissuto una Pasqua a dir poco difficile. Da segretario democristiano di ritorno, rifiutando la prudenza adottata da Andreotti e da Forlani sulla strada del referendum sul divorzio,  da loro rinviato nel 1972 al 1974 per il timore, rivelatosi fondato, di perderlo e di indebolire fortemente la Dc, l’aretino volle la prova di forza, piuttosto che tentare seriamente un cambiamento della legge in Parlamento. E perse guadagnandosi quella indimenticabile vignetta di Forattini che lo trasformò su Paese Sera in un tappo schizzato via dalla bottiglia di champagne dei divorzisti.

Da buon Rieccolo di conio montanelliano, Fanfani dopo la sconfitta referendaria sul divorzio e la fine anche della sua seconda segreteria di partito, sarebbe riuscito a tornare alla presidenza del Senato, e persino alla guida del governo elettorale, nel 1987, ma ormai senza più lo smalto e la forza di una volta. Egli venne onorato come un “mobile di antiquariato” da De Mita, che da segretario del partito lo mandò a Palazzo Chigi per qualche mese, solo per allontanare il mal tollerato Bettino Craxi.

Non vorrei che questa lunga rievocazione della presidenza del Senato di più di 44 anni fa potesse apparire di conforto, o addirittura di stimolo, a Pietro Grasso per il grande impegno nel quale si sta spendendo in questi giorni da “ragazzo di sinistra”. Sino a procurarsi con la presidente della Camera Laura Boldrini, impegnata pure lei su questo terreno, il ruvido giudizio del decano, ormai, del giornalismo politico italiano Eugenio Scalfari. Il quale ha scritto che i due “prima si dimettono” dalle loro cariche istituzionali “meglio è”. Meno ruvido ma sempre critico è stato un giudizio del guardasigilli Orlando.

A parte la differenza di uomini e di situazioni, vale forse anche per Grasso il famosissimo monito di Karl Marx sulla storia che “si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Dietro i numeri della lotteria televisiva di Giletti

Posso fregarmene delle lacrime e invettive per l’esclusione degli azzurri dai  mondiali di calcio e dissociarmi, senza temere insulti, dai festeggiamenti mediatici per “il successo di Giletti” -titolo del Corriere della Sera di Urbano Cairo su tutta la trentottesima pagina degli spettacoli di martedì 14 novembre- per il suo esordio su La 7, anch’essa di Cairo? Dove l’ex dipendente della Rai ha sfiorato domenica sera il 9 per cento di ascolto con la sua nuova Arena dedicata alla tragedia politica e umana di Gianfranco Fini, ai vitalizi degli ex parlamentari e alle molestie sessuali viste con gli occhi, la sensibilità e quant’altro di Lele Mora. Forse non dovrei e non potrei dissociarmi, ma lo faccio lo stesso.

Pare che l’8,9 per cento di share conquistato dal giornalista, conduttore e quant’altro sceso dal cavallo di viale Mazzini sia stato pari a un milione e 969 mila spettatori. Che sono tanti, d’accordo, ma pur sempre -permettetemi, al di là delle diverse dimensioni dei bacini d’ascolto- inferiori ai tre milioni e 767 mila spettatori del concorrente Fabio Fazio sulla prima rete della Rai, dei quattro milioni e 920 mila della fiction con Rosy Abate su Canale 5 e dei due milioni e 250 mila delle Iene su Italia 1.

Fra i quasi due milioni di telespettatori di domenica sera intrattenuti da Giletti ci sono stato anch’io, che tuttavia sono rimasto deluso dalla prestazione giornalistica del martire della Rai per quel pasticcio a dir poco sconcertante, per esempio,  fra decreto legge e disegno di legge sul taglio dal quaranta al cinquanta per cento dei vitalizi percepiti dagli ex parlamentari, o vedove, presentati ancora una volta al pubblico come indecenti sanguisughe nazionali. A difesa dei quali è stato ammesso in trasmissione un avvocato, ex parlamentare pure lui, ma per lasciarlo trattare dagli altri ospiti di studio come un mezzo scimunito, frequentatore ritardato di asili infantili. Dove solo si può opporre ai 2500 e rotti ex parlamentari favoriti dal vecchio sistema retributivo, peraltro senza distinzione fra chi vive solo del vitalizio e chi percepisce anche altri redditi, i 400 mila e più   pensionati cosiddetti baby, spesso arrivati al trattamento di quiescenza, al netto dei riscatti di lauree e servizi militari, con meno di dieci anni di servizio.

È da asilo infantile, ma questa volta davvero, anche chi, come Giletti in persona, addita al pubblico ludibrio davanti alle telecamere chi prende “seimila euro al mese per avere fatto il parlamentare un solo giorno”. Che è una cosa materialmente impossibile perché con un solo giorno da deputato o senatore si può solo avere lucrato -indecentemente, certo- su una legislatura, maturando quindi un vitalizio non di seimila, ma di ottocento euro.

Visti i numeri della lotteria televisiva di Giletti, ha forse avuto ragione Goffredo Buccini a scrivere sul Corriere della Sera – peraltro nello stesso giorno del decantato successo della nuova Arena, ma a proposito di “Di Maio, re delle gaffe”- che meno si conoscono i problemi, meno si azzeccano i congiuntivi, meno si collocano uomini e paesi nei posti giusti dell’Atlante, meno si sa fare di conto, più si può diventare popolari perché ci si “avvicina alla gente”. Come è capitato per tanto tempo ad Antonio Di Pietro, ha giustamente ricordato Buccini scherzando, ma non troppo, sulla spavalderia con cui l’allora pubblico ministero attribuiva i suoi congiuntivi a quella curiosa lingua che lui stesso chiamava “dipietrese” fra il compiacimento, anzi il divertimento, del pubblico mai pago abbastanza delle manette che “Tonino” faceva scattare, e sognare alle masse festanti sotto le finestre del suo ufficio milanese.

Lo scontato rifiuto di Bersani alle scontate aperture di Renzi

Al netto dell’esclusione dell’Italia dai campionati mondiali di calcio, si stenta a individuare la notizia della giornata, almeno di quella politica. E’ l’apertura del segretario del Pd Matteo Renzi anche agli scissionisti per un’alleanza elettorale che non lasci solo a Silvio Berlusconi e a Beppe Grillo la corsa allo scudetto di governo nella prossima primavera, com’è appena accaduto in Sicilia per la guida della regione? O è la porta chiusagli in faccia, prima ancora che la direzione del Pd votasse sulla proposta del segretario, da un Pier Luigi Bersani imbaldanzito dalla prospettiva di partecipare ad un cartello elettorale antirenziano capeggiato da una coppia addirittura istituzionale, costituita dai presidenti del Senato Pietro Grasso e della Camera Laura Boldrini?

Le domande tuttavia non finiscono qui. Sarebbe troppo semplice e troppo facile per le abitudini e i gusti degli attori della politica nazionale, e degli spettatori.

All’interno del Pd fa più notizia il consenso espresso alla relazione di Renzi dalla corrente, minoritaria al congresso, del governatore pugliese Michele Emiliano, che ha preso sul serio il segretario del partito, o l’astensione scettica del ministro della Giustizia Andrea Orlando e dei suoi amici, sospettosi – come al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- che l’ex presidente del Consiglio abbia fatto solo “finta” di aprire agli scissionisti, avendo rifiutato l’abiura di tutte le scelte da lui compiute sinora, al governo o al partito, o in entrambi? O la notizia vera è quella dell’adesione immediata e compiaciuta alla relazione di Renzi alla direzione del partito annunciata dal ministro Dario Franceschini? Di cui nessuno, ma proprio nessuno, nei giornali e dintorni smette di attendere invece la rottura con l’ex presidente del Consiglio.

Potrebbero seguire altre domande ancora, alle quali però preferisco -stando sempre sul piano delle notizie- la segnalazione dello scrupolo avvertito da Eugenio Scalfari di sottrarsi ai tempi del suo appuntamento domenicale con i lettori per commentare a botta calda la riunione della direzione del Pd. Egli ha promosso a pieni voti Renzi, dopo averlo criticato più volte negli ultimi tempi. E ciò sino ad attribuirgli la proposta non solo di un’alleanza elettorale con gli scissionisti, ma di un loro ritorno nel partito, avvertendo e denunciando come ostacolo ad una simile salvifica prospettiva della sinistra l’impegno politico nel quale si stanno spendendo contro Renzi i presidenti delle Camere. Ai quali il fondatore della Repubblica, sia pure di carta, ha detto con franchezza, anche ricordando la propria esperienza di deputato di tanti anni fa, che “prima di dimettono” dalle loro cariche istituzionali “meglio è”, avendo essi ormai perduto la credibilità necessaria alla neutralità dei loro ruoli.

Grasso e Boldrini faranno probabilmemte spallucce, magari consolandosi e incoraggiandosi reciprocamente al telefono, come hanno già fatto quando l’uno e l’altra sono intervenuti in circostanze diverse a gamba tesa nel dibattito politico. Ma sarebbero spallucce amare per un Parlamento già troppo delegittimato di suo per le regole incostituzionali con le quali furono elette cinque anni fa le Camere che Grasso e Boldrini presiedono: incostituzionali, non per qualche capriccioso giudizio di un passante ma per verdetto dei giudici a ciò preposti.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto le ultime democratiche baruffe fra Bersani e Renzi

La masochistica corsa della sinistra al suicidio

Se lo dicono pure al Fatto Quotidiano, che ha commentato la domenica di Giuliano Pisapia e compagni impegnati a costruire un’”alternativa” al Pd di Renzi con un titolo sulla sinistra che parte “col piede sbagliato”, c’è da credervi.

Il giornale di Travaglio tuttavia se la prende soprattutto con ciò che accade dietro le quinte dei raduni dei critici e degli avversari dell’ex presidente del Consiglio, dove col “manuale Cencelli” di  memoria democristiana in mano si distribuiscono posti e candidature ai soliti noti, non a gente nuova.

Ma l’aspetto più inquietante di ciò che accade a sinistra del Pd è quello istituzionale, giocandosi su quel terreno una concorrenza sempre più evidente fra i presidenti delle Camere. Che già prima della conclusione della legislatura hanno clamorosamente rinunciato alla neutralità imposta loro dal ruolo che ricoprono.

Il presidente del Senato, e potenziale supplente del capo dello Stato, dopo essersi dimesso dal Pd conservando però la carica istituzionale, non si lascia scappare occasione per mandare all’inferno il suo ex partito. Che sarebbe politicamente morto o degenerato con l’abbandono di Pier Luigi Bersani,  cui Pietro Grasso -guarda caso- deve la candidatura nel 2012 a senatore e l’elezione, nel 2013, al vertice di Palazzo Madama.

La presidente della Camera Laura Boldrini, risparmiatasi l’uscita dal Pd solo per non esservi mai entrata, essendo stata eletta a Montecitorio nelle liste del partito allora guidato da Nichi Vendola, è appena salita sulla tribuna del popolo, diciamo così, dell’ex sindaco di Milano Pisapia per sostenere che col partito di Renzi non si possono ormai fare più accordi, qualsiasi cosa voglia o possa offrire l’ex presidente del Consiglio. E pazienza se così rifiutando, anche nelle elezioni politiche nazionali si ripeterà lo scenario delle elezioni regionali siciliane appena svoltesi, cioè con una partita giocata fra gli eserciti -si fa per dire- di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo, o delle loro controfigure.

Il povero Walter Veltroni si sta sprecando in appelli, richiami e quant’altro evocando le tragedie politiche e umane del secolo scorso, quando le divisioni della sinistra spianarono la strada alle tirannidi di destra e della stessa sinistra. Ma non sarà l’ex sindaco di Roma -temo- a fermare  la corsa dei suoi compagni al suicidio.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Che cosa combinano Pietro Grasso e Laura Boldrini a Matteo Renzi ?

Pubblicato su ItaliaOggi del 14 novembre 2017

Se Massimo Giletti studiasse di più prima di scendere nell’Arena

Ho cercato di dare una mano a Massimo Giletti come collega, cioè come giornalista, quale lui si vanta sempre di essere rimproverando alla sua ex azienda -la Rai- di averlo voluto trattare solo come uomo di spettacolo, negandogli spazi e temi di stringente attualità politica e sociale. L’unico modo in cui potevo aiutarlo era di preferirlo a Fabio Fazio e di sincronizzarmi su la 7 per assecondare la sua sfida professionale, purtroppo pomposamente paragonata a quella fra Davide e Golia.

L’ho seguito con interesse compiaciuto nella parte iniziale dedicata alla penosa vicenda umana, oltre che politica, dell’ex presidente della Camera Gianfranco Fini e della sua seconda famiglia. E’ stato un bel misto di inchiesta giornalistica e spettacolo, tra i lussi di Dubai, la stupidaggine sfrontata del cognato di Fini, la registrazione della telefonata dell’ex presidente della Camera “coglione” confesso, l’assordante silenzio del suo amico Corallo inseguito dal cronista, le immagini della casa di Montecarlo imprudentemente donata col testamento da una nobile militante al partito spentosi poi con la stessa fiamma che lo aveva acceso, la sua svendita a prezzi di saldo e tutto il resto. Cui curiosamente è mancata la registrazione di quel messaggio televisivo in cui l’ancora presidente della Camera si impegnava a dimettersi se fosse stata provato, come poi avvenne senza che lui lasciasse la terza carica dello Stato, il ruolo del cognato nell’affare monegasco.

I guai della nuova Arena di Giletti sono arrivati col secondo tema della serata domenicale: quello dei vitalizi degli ex parlamentari, che una legge già approvata alla Camera e ferma al Senato per i contrasti esistenti nel Pd vorrebbe ridurre dal 40 al 50 per cento ricalcolandoli col sistema cosiddetto contributivo adottato per quelli che matureranno i parlamentari in carica. Che non si chiameranno perciò più vitalizi e non potranno in ogni caso essere percepiti prima dei 65 anni di età, già inferiori ai 67 chiesti per i comuni cittadini.

Giletti ha cominciato a spararla grossa, senza che nessuno nello studio televisivo di ben mille metri quadrati messigli a disposizione osasse correggerlo, promuovendo a decreto legge, già in vigore quindi, il disegno di legge fermo al Senato. Che porta il nome del deputato del Pd Matteo Richetti, renziano come la consigliera regionale ed ex deputata Alessandra Moretti, ospite della trasmissione e spintasi a sostenere che, per quanto di dubbia costituzionalità, come lo stesso Giletti ha ammesso, debba essere approvato lo stesso. E guai se la Corte Costituzionale dovesse azzardarsi a bocciare la nuova legge per tutelare i cosiddetti e mai abbastanza disprezzati diritti acquisiti: monito condiviso dalla deputata forzista ed ex ministra alfaniana Nunzia De Girolamo, pure lei presa da sacro furore.

Il povero avvocato Maurizio Paniz, ex deputato e forzista anche lui, pur accolto persino con simpatia dal conduttore, è stato rapidamente trattato come un povero attore di commedia, e accusato di infantilismo dal giornalista Massimo Giannini di Repubblica, quando ha osato ricordare che in Italia esistono non poche centinaia o migliaia ma centinaia di migliaia di pensionati cosiddetti baby. Di cui nessuno contesta i milleduecento e persino  milleottocento euro mensili percepiti da una vita per avere lavorato a volte soltanto sette o otto anni, al netto del riscatto di laurea, servizio militare e quant’altro.  Costoro costano al bilancio dello Stato qualcosa come nove miliardi di euro.

A nessuno, dico nessuno, è venuto in testa di sostenere -chessò ?- l’opportunità di stabilire almeno dei criteri di equità sociale nell’intervenire sul migliaio o poco più di vecchi vitalizi in corso, distinguendo per esempio fra chi vive solo di questi e chi percepisce altre pensioni e/o altri redditi. No, niente da fare. Gli ex parlamentari o congiunti  sopravvissuti sarebbero la vergogna di questo Paese, e basta.

Se questa è la nuova Arena, nonostante il titolo della trasmissione dica il contrario, e Giletti si sente esonerato dall’obbligo di informarsi meglio, facendo quindi confusione non una ma più volte tra decreti legge e disegni di legge, e domani fra decreti legislativi e chissà che altro, o fra mozioni e interpellanze o interrogazioni, pago solo di offrire la sua tribuna alle peggiori pulsioni sociali, sono costretto a dare ragione a quelli che gli hanno impedito di continuare a fare tutto questo alla Rai, peraltro offrendogli così l’occasione di guadagnare di più altrove: cosa che gli dovrebbe sconsigliare, quanto meno, la parte del martire.

Bocciatura psicanalitica, non ancora politica, di Renzi da parte di Scalfari

Il pendolo domenicale di Eugenio Scalfari questa volta ha colpito pesantemente quel discolo troppo solitario di Matteo Renzi, refrattario ai suoi preziosi consigli. Lo ha colpito con citazioni di Freud e di Massimo Recalcati, psicanalista pur estimatore del segretario del Pd e stimato, a sua volta, dal fondatore de La Repubblica.

Cominciamo da Freud, preso anche lui in prestito da Recalcati per altre circostanze, non riguardanti articoli o discorsi sull’ex presidente toscano del Consiglio: “L’uomo non è padrone neppure a casa sua”. Figuriamoci quindi quando quest’uomo vuole fare il padrone in un partito di cui è il segretario ma non il proprietario, come potrebbe essere invece considerato Silvio Berlusconi nel movimento da lui creato e chiamato Forza Italia.  Che tuttavia Scalfari non ha menzionato  in questo passaggio del suo lungo articolo settimanale.

Veniamo ora al Recalcati direttamente citato dal fondatore di Repubblica per dare al problema Renzi una dimensione non più politica ma psicanalitica: “L’accanimento nella volontà di governo che pretende di sopprimere il disordine tende sempre a rovesciarsi nel suo contrario. Un ordine ottenuto con l’applicazione crudele del potere è peggiore del male che vorrebbe curare”.

Con queste premesse psicanalitiche Scalfari si è messo a scrivere di Renzi al passato: “Era un uomo capace di buon governo ma aveva un grande difetto caratteriale. Voleva a tutti i costi comandare da solo: sistema incompatibile con una democrazia, soprattutto di sinistra (quella non più comunista dopo Enrico Berlinguer)”, ha precisato chi lo votò ripetutamente e orgogliosamente nei primi anni Ottanta, piangendolo nel vero senso della parola alla morte.

Tutto finito, quindi, con Renzi, pur sostenuto da Scalfari nella campagna referendaria dell’anno scorso  sulla riforma costituzionale, nonostante i limiti e le contraddizioni di quel progetto bocciato dagli elettori? No, neppure dopo la ramanzina psicanalitica. Qualcosa rimane ancora appeso, per i successivi movimenti, al pendolo di Barpapà, che ha raccontato di una telefonata recente conclusasi col “riconoscimento” da parte di Renzi degli errori che può avere commesso facendo praticamente finta di consultarsi con altri nel Pd, fra i quali Fassino, Franceschini, Andrea Orlando e Walter Veltroni, sicuro evidentemente di ottenerne il consenso o un dissenso aggirabile.

E così Scalfari, pago o quasi di questo ennesimo “riconoscimento”, si è rimesso in attesa di vederne gli effetti. Che secondo lui dovrebbero tradursi nella creazione al vertice del partito di un vero e proprio “Stato Maggiore”, al posto evidentemente del cosiddetto giglio magico contestato a Renzi dagli avversari, a cominciare naturalmente dagli scissionisti. Dei quali -a dire il vero- Scalfari evita sempre di prendere una difesa vera e propria.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Matteo Renzi, Eugenio Scalfari e i misurizzi democratici

Quel “renziano” del Giornale al regista accusato di molestie

Non credevo francamente ai  miei occhi vedendo il titolo dedicato in prima pagina dal Giornale della famiglia Berlusconi -dove ho lavorato per una decina d’anni dalla fondazione con Indro Montanelli- alla vicenda del regista Fausto Brizzi, anonimamente accusato di molestie, insorto con   smentite e minacce di querele, messosi in disparte sul lavoro per lo stress procuratogli dalla vicenda e insolentito da Asia Argento. Che è diventata  ormai una certificatrice di presunte violenze altrui dopo avere denunciato quelle procuratele tanti anni fa da Harvey Weinstein.

Più leggevo “Il regista renziano nei guai per molestie”, che è appunto il titolo dedicato a Fausto Brizzi dal quotidiano fondato da Montanelli nel lontano 1974 con Enzo Bettiza, Guido Piovene, Gianni Granzotto e altri ancora, più mi stropicciavo gli occhi e mi chiedevo se stessi proprio davanti alla prima pagina del Giornale. Sì, purtroppo era proprio il Giornale, non il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che non è arrivato a usare le simpatie politiche del regista, e la sua partecipazione a non solo quali e quante edizioni del raduno dei renziani alla Leopolda fiorentina, per farlo riconoscere dai lettori.

Controprova della vergogna.jpg

“Weinstein all’italiana- Molestie, Brizzi nei guai- “Bugie”. Ma molla tutto”, ha titolato sobriamente sul regista il giornale -credo- più antirenziano sulla piazza.  Tanto antirenziano, il quotidiano di Travaglio, da riproporre nella stessa giornata sulla prima pagina in una vignetta di Mannelli il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio in posa da defunto per far dire al presidente dellostesso Pd Matteo Orfini, a spiegazione della mancata partecipazione al corteo antimafioso promosso da grillini

Il sogno di Travaglio.jpg e compagni ad Ostia: “Meglio un morto in casa che un grillino all’uscio”.    

Ma torno al Giornale per dire semplicemente, da ex editorialista, tornato per un po’ a collaborarvi nella pagina dei commenti all’epoca della direzione di Maurizio Belpietro su proposta personale di Silvio Berlusconi, fattami davanti alla tomba di Bettino Craxi fresca ancora della terra rovesciata sulla bara, che per quel titolo sul regista “renziano” Brizzi gli editori dovrebbero sentirsi a disagio per primi.

La Madonna protettrice di Cateno De Luca ne spiazza gli avversari

Solo la Madonna a questo punto potrà davvero salvare dall’attenzione dei magistrati siciliani, a Messina, il deputato regionale Cateno De Luca. Che è finito agli arresti domiciliari per evasione fiscale prima ancora della proclamazione della sua elezione. Ma al secondo giorno della sua detenzione a casa, scortato dai Carabinieri, egli ha potuto andare a godersi in tribunale lo spettacolo della propria assoluzione dalle accuse di tentata concussione, abuso d’ufficio e falso in atto pubblico nel quindicesimo dei processi subiti in soli sette anni, e tutti conclusi a proprio favore.

Curiosamente, direi pure scandalosamente, questa notizia è stata allontanata dalle prime pagine di tutti i giornaloni, spesisi al solito in titoloni di sarcasmo e di condanna all’annuncio dell’arresto del malcapitato dopo l’elezione a deputato regionale nelle liste dell’Udc, e nella coalizione di centrodestra guidata dal neo governatore regionale Nello Musumeci.

Eppure questa storia di Cateno De Luca dovrebbe bastare e avanzare per farsi ancora una volta l’idea di che cosa sia ormai l’amministrazione della giustizia, con la minuscola, in questo sventurato Paese. Essa potrebbe e dovrebbe anche aiutare a capire perché, al netto della solerzia dei gazzettieri delle Procure, che o per sadismo o per uso politico della cronaca giudiziaria scommettono sempre sulle manette, mai sull’assoluzione o solo sul dubbio, i magistrati hanno perduto progressivamente la fiducia dei cittadini. E, più in particolare, degli elettori. Che nelle urne, a parte gli spettatori di Beppe Grillo, non si lasciano incantare da avvisi di garanzia, arresti, condanne e quant’altro.

Solo qualche giorno fa, in un inciso del suo solito, lungo editoriale quotidiano di stampo giustizialista Marco Travaglio si meravigliava di come e perché Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale e perciò decaduto da senatore nel 2013, fosse “ancora a piede libero”, e per giunta impegnato a far vincere la sua parte politica nelle elezioni politiche dell’anno prossimo. Ecco il perché, caro direttore del Fatto Quotidiano: perché la gente non si fida né dei sospetti e delle accuse delle Procure, né delle sentenze dei tribunali.

Quasi preveggenti, i genitori del deputato regionale siciliano De Luca, da non confondere con l’omonimo governatore della Campania, pure lui di casa comunque nelle Procure della sua regione, chiamarono 45 anni fa  all’anagrafe il loro figliolo Cateno, che è la variante maschile di Catena: nome diffuso in Sicilia per devozione a Maria Santissima della Catena, appunto, protettrice degli schiavi e dei prigionieri. Con la quale sembrano destinati a fare i conti  per fortuna anche i magistrati facili ai processi e alle manette.

I presidenti delle Camere blindano Bankitalia col calendario dell’inchiesta

Nella curiosa indifferenza, a dir poco, dei giornaloni, che hanno allontanato la notizia dalle loro prime pagine, i presidenti delle Camere hanno concordato di blindare la Banca d’Italia e il governatore Ignazio Visco. Questo almeno è l’effetto l’effetto della  decisione di Pietro Grasso e di Laura Bordini di tagliare i tempi della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario disponendone la fine con quella della legislatura, cioè col decreto quirinalizio di scioglimento delle Camere, previsto fra l’ultima settimana dell’anno in corso e le primissime del nuovo.

Per quanto incassata con molta diplomazia dal presidente della commissione Pier Ferdinando Casini, che l’ha definita “ineccepibile” in riferimento ai precedenti, la scelta di Grasso e Boldrini limita l’agibilità degli inquirenti e potrebbe avere sorpreso l’opinione pubblica, che si sarebbe aspettata qualcosa di diverso di fronte alla gravità della questione bancaria.

In verità, anche quando sono state sciolte, le Camere continuano a vivere e ad operare per gli adempimenti urgenti, come l’approvazione dei decreti legge entro la loro scadenza costituzionale di sessanta giorni. Esse cessano davvero di esistere e lavorare con l’insediamento delle nuove.

Se avessero quindi voluto, i presidenti della Camere avrebbero potuto autorizzare la commissione d’inchiesta sulle banche ad andare avanti, magari raccomandando una maggiore blindatura dei loro lavori per evitare un intreccio fra le solite fughe di notizie e la campagna elettorale. Che aggraverebbe, anziché risolvere, i problemi del sistema bancario.

Evidentemente convinti della impossibilità di questa blindatura dell’inchiesta, conoscendo i loro polli, non dissimili da certi magistrati i cui archivi sono spesso colabrodo, i presidenti delle Camere hanno finito, volenti o nolenti, per proteggere la Banca d’Italia dai possibili sviluppi di un’indagine che ha già fatto affiorare situazioni inquietanti: per esempio, la grossa discrepanza fra quanto è stato riferito separatamente, sulla vigilanza effettuata a carico degli istituti praticamente falliti, i rappresentanti della stessa Banca d’Italia e della Consob. Che non a caso il presidente della commissione ha convocato per un confronto giovedì prossimo.

In previsione anche di questo appuntamento ha fatto notizia e sollevato polemiche, diversamente dalla decisione presa dai presidenti delle Camere sui tempi della commissione, un incontro avuto a Firenze dallo stesso Casini, per quanto già programmato e svoltosi alla luce del sole, col segretario del Pd Matteo Renzi. Che aveva peraltro appena finito di riproporre con pubbliche dichiarazioni la necessità di svelare e perseguire le responsabilità della mancata o difettosa vigilanza sulle banche in crisi.

“Renzi e Casini si fanno l’indagine tet-a-tet. In privato”, ha titolato sul suo Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio, in simbiosi culturale, diciamo così, con i soliti grillini. Ai quali il giornale di Travaglio ha fornito ulteriori stimoli protestatari raccogliendo e rilanciando voci di una candidatura blindata per il ritorno al Senato o alla Camera promessa per le prossime elezioni a Casini da Renzi. Ma dicano piuttosto i grillini, e quelli del Fatto Quotidiano, se sono interessati pure loro o no all’accertamento di quel che è accaduto fra Banca d’Italia, Consob e banche saltate in aria con i depositi e gli investimenti dei risparmiatori. O se sono interessati alla blindatura dell’ex istituto di emissione dopo avere chiesto in Parlamento la testa del governatore allora uscente, e poi confermato a dispetto anche della posizione critica assunta pure dal Pd renziano.

In questo groviglio di situazioni e di ruoli non può purtroppo ritenersi di secondaria importanza una circostanza tutta politica riguardante entrambi i presidenti delle Camere.

Pietro Grasso e Laura Boldrini sono partecipi o addirittura protagonisti -secondo alcune cronache non smentite- dello schieramento di sinistra in allestimento per fare concorrenza prima, durante e dopo le elezioni al Pd, cioè in funzione antirenziana. Grasso è dato in vantaggio rispetto alla Boldrini, tanto che ne è stata da qualche parte annunciata l’incoronazione di leader antirenziano in un raduno degli scissionisti del Pd ed altri in programma il 2 dicembre.

 

Pubblicato da ItaliaOggi il 7 novembre 2017

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