Le tensioni politiche sulla prescrizione coinvolgono anche il Quirinale

       E’ bastata la voce di un passo del presidente del Consiglio presso il Quirinale allo scopo di “riferire” al capo dello Stato prima di formalizzare un tentativo di usare il convoglio legislativo delle “mille proroghe”, all’esame della Camera, per sciogliere la matassa della prescrizione, perché si scatenasse una corsa al Colle, finito in qualche modo sotto assedio.

        Si è levata per prima, alta e forte, la voce della capogruppo di Forza Italia, l’ex ministra Mariastella Gelmini, per prenotare un’udienza di protesta al Quirinale nel caso in cui il governo dovesse riuscire a strappare ai presidenti di commissione e dell’assemblea di Montecitorio, il grillino Roberto Fico, l’ammissione di una proposta emendativa alla legge di conversione dell’ormai usuale decreto annuale di proroghe di varie scadenze anche in materia, appunto, di prescrizione. Cui poi potrebbe addirittura seguire l’inserimento del cosiddetto lodo Conte bis, che bloccherebbe l’istituto tanto odiato dai grillini, e dal loro guardasigilli Alfonso Bonafede, non all’emissione di qualsiasi sentenza di primo grado, come è stabilito in una norma in vigore da gennaio, ma alla seconda sentenza di condanna.

         Già sospettato di illegittimità costituzionale da molti giuristi per la disparità di trattamento che verrebbe sancita fra gli imputati -tutti costituzionalmente protetti dalla cosiddetta presunzione di non colpevolezza, o di innocenza, sino a condanna definitiva, teoricamente in Cassazione, cioè al terzo grado di giudizio- il lodo intestatosi dal presidente del Consiglio con il consenso, nella maggioranza giallorossa, dei grillini, del Pd e della sinistra dei liberi e Giannelli.jpeguguali, ma non del partito di Matteo Renzi, avrebbe ben poco a che fare, anzi nulla, con una proroga non si Matteo Renzi.jpegsa poi di che. La stessa semplice sospensione della disciplina in vigore, di qualsiasi durata essa fosse, pur preferita dai renziani nell’offensiva contro Bonafede, sarebbe logicamente e formalmente estranea a una proroga. E’ materia più da vignette che da interventi seri, come ha dimostrato sul Corriere della Sera Emilio Giannelli declassando a “mille proroghe” con la bocca del guardasigilli la sua “riforma della Giustizia”.

        Col tentativo di coinvolgimento del capo dello Stato, per non parlare della riserva confermata dai renziani di promuovere al Senato, dove i loro voti sono decisivi, la sfiducia “individuale” al ministro Bonafede, la matassa si è politicamente e persino istituzionalmente aggrovigliata.

        La posizione di Sergio Mattarella è assai delicata, se non imbarazzante, essendosi lui assunta l’anno scorso la responsabilità di promulgare la prescrizione, destinata ad entrare in vigore successivamente, con la cosiddetta legge spazzacorrotti dove era stata inserita come una supposta. Eppure il Consiglio Superiore della Magistratura, da lui stesso presieduto, aveva criticato un blocco non contestuale con una riforma del processo penale finalizzata a renderne concreta, ben definita, la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione. Chiedere adesso a Mattarella una mediazione dietro le quinte e, o qualcosa di simile, per un’altra soluzione interlocutoria, avveniristica o pasticciata è quanto meno imprudente.

        Tutti i nodi alla fine vengono al pettine, come dice un vecchio proverbio.

 

 

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Il lunedì degli intrighi alla Camera sulla strada scivolosa della prescrizione

            Questo secondo lunedì di febbraio di un 2020 ancora indefinibile, neppure per Giuseppe Conte, che seppe invece prevedere già alla vigilia, o quasi, un 2019 “bellissimo”, diventato in effetti tale per lui essendo riuscito a sopravvivere politicamente ad una crisi promossa in estate dai leghisti per mandarlo via; questo secondo lunedì di febbraio, dicevo, doveva essere per il governo e, più in particolare, per il suo guardasigilli grillino Alfonso Bonafede  il giorno della proposta della tanto attesa riforma del processo penale. In cui finalmente avrebbe potuto e potrebbe essere inserita decentemente una nuova disciplina sostitutiva  della prescrizione in vigore dal 1° gennaio, una volta completato il primo dei tre gradi di giudizio.

            Ebbene, a causa della “permanente debolezza” efficacemente diagnosticata da Ezio Mauro nell’”anatomia di un governo orfano” di identità e coraggio, come dice il titolo del suo editoriale la Repubblica.jpegsu Repubblica, siamo entrati in questo lunedì come nel nuovo, ennesimo giorno della confusione, diciamo pure dell’intrigo. Che è quello, in corso mentre scrivo, dietro le facciate del palazzo di Montecitorio e dell’attiguo Palazzo Chigi  per infilare non addirittura la riforma del processo penale, per fortuna, ma la piccola parte riguardante la prescrizione, nota ormai come “lodo Conte bis”, nel decreto legge “milleproroghe”  all’esame della Camera: il primo treno, diciamo così, a disposizione del governo nel traffico parlamentare per saltarci sopra e depositarvi il suo pacco. E che pacco, non a torto definito da Carlo Nordio.jpegun magistrato di provata esperienza, ora in pensione, come Carlo Nordio sul Messaggero “il peggior rimedio al processo senza fine”. Questo è il titolo del suo articolo, nel cui testo il compromesso intestato al presidente del Consiglio è considerato “un mostriciattolo peggiore del mostro” in vigore da più di un mese e contestato nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario.

            Nordio ha dimostrato, da par suo, come la soluzione di Conte, che pure è un professore di diritto e un avvocato, sia pure civilista, di esperienza sicuramente maggiore del suo ministro della Giustizia, ed ex allievo o assistente, non starebbe in piedi con la sua distinzione  fra condannato e assolto nei tribunali. Dove le condanne e le assoluzioni in uno stesso processo, ripetibile in appello per disposizione della Corte di Cassazione, potrebbero alternarsi ben più di una volta, per cui l’applicazione del “lodo Conte bis” diventerebbe impossibile.

            Eppure si pretende di infilare una materia così complessa e controversa come una supposta -al pari di quanto giù accaduto, del resto, con la cessazione della prescrizione alla prima sentenza nella cosiddetta “legge spazzacorrotti”, curiosamente promulgata dal capo dello Stato più di un anno fa nonostante il parere contrario del Consiglio  Superiore della Magistratura, da lui stesso presieduto- nella solita salsiccia annuale non a caso chiamata “mille proroghe”. Su cui il governo, una volta strappato il consenso dei presidenti delle commissioni e dell’assemblea ad una procedura del genere, metterebbe la fiducia per vanificare, almeno a Montecitorio, il voto negativo preannunciato dai renziani. I quali tuttavia, ancheIl Giornale.jpeg per non ridurre la loro Italia Viva nell’”Italia vivacchia” rimproveratagli dal Giornale della famiglia Berlusconi,  conserverebbero la propria capacità offensiva, e potenzialmente distruttrice della maggioranza, al Senato. Dove i numeri sono assai diversi dalla Camera.

            Non è un bel vivere, diciamo la verità, né nella forma né nella sostanza, né per il governo né per i cittadini, imputati e non, che dovrebbero risentire delle sue decisioni.  

 

 

 

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Il governo è nudo, ora che è finita la distrazione di massa di Sanremo

            E’ dunque finita per grazia di Dio e del palinsesto della Rai anche la settantesima edizione del festival di Sanremo, di cui credo che rimarranno nella mia memoria solo o soprattutto la Benigni Robertojpeg.jpegmichelangiolesca esplosione della fantasia di Roberto Benigni con quella erotica rilettura della Bibbia, tutto Conte.jpegsommato al modico  prezzo di 300 mila euro, e la resistenza dell’ormai onnipresente e scapigliatello presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla tentazione di affacciarvisi  per annunciare in quella sede, forse più appropriata di quella invece adoperata, di essere agnostico -lui che è professore di diritto e avvocato, sia pure solo civilista, cioè di affari- di fronte ai temi del garantismo e del giustizialismo.

            Ora che è terminata questa stagionale e canora occasione di distrazione di massa d’alto gradimento e di bassa velocità, vistane la durata, sono rimaste solo le cronache del Coronarivus a ridimensionare quelle noiosissime, per carità, della politica ma purtroppo decisive per gli interessi di tanta gente che forse non se rende neppure conto. Sono le cronache delle liti, tensioni interne un pò a tutti i partiti e schieramenti, minacce e rischi di crisi, promesse di resistenza sia a restaurazioni sia a rivoluzioni, secondo le occasioni e le parti in commedia. Sono ricomparsi problemi che sembravano superati, o diventati addirittura trofei per un governo come quello in carica. Che fu improvvisato nella scorsa estate, anche a costo di ribaltare la maggioranza a presidenza del Consiglio invariata, pur di evitare -si disse- l’aumento dell’Iva, prima ancora dello scioglimento anticipato delle Camere e della prevedibile vittoria del temutissimo e pericolosissimo Matteo Salvini, da neve o da spiaggia, indifferentemente. Ora, se non si è capito male, è proprio il nuovo governo che torna a studiare la cosiddetta rimodulazione dell’Iva, aumentandola per esempio nei ristoranti, per ricavare risorse nella rivoluzione fiscale di turno.

            Per la vicenda della prescrizione formalmente cassata nel codice dalla precedente maggioranza gialloverde all’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio, i tre quarti della maggioranza giallorossa hanno trovato un compromesso, lodo e quant’altro che, contestato da Matteo Renzi con quei suoi voti al Senato che bastano e avanzano per far prevalere le opposizioni, il governo non sa ancora come gestirlo in Parlamento, come proporlo e tentare di farlo approvare.

            Impazzano le più diverse e contradditorie ipotesi di lavoro e di viaggio. Fioriscono retroscena  di tutti i colori, ma nessuno ha il coraggio di riferire quello che più frequentemente si dice davvero dietro le quinte, fra i corridoi parlamentari,  dietro le porte degli uffici dei partiti e dei Ministeri, e che riguardano il presidente della Repubblica. Al quale si rimprovera di avere Mattarella.jpegpromulgato l’anno scorso la prescrizione targata Bonafede, dal nome del ministro grillino della Giustizia, pur avendo avuto mille ragioni fornitegli persino dal Consiglio Superiore della Magistratura, di cui è presidente, per rinviarla alle Camere e chiedere quanto meno una “nuova deliberazione”, come dice l’articolo 74 della Costituzione. Sarebbe forse riuscito così a risparmiare a tutti, partiti e cittadini, governo e opposizione, magistrati e avvocati, il tramestio di questi mesi e giorni, non essendosi trovato il tempo o la voglia, o entrambi, di riformare in tempo il processo penale per garantirgli la ragionevole durata richiesta da un altro articolo della Costituzione, il 111.    

 

 

 

 

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La commedia delle frenate e accelerazioni nelle tensioni di governo

            E’, o appare, alquanto prematura la rappresentazione giornalistica, fra titoli e vignette, di un Matteo Renzi spiazzato e di una inedita coppia Alfonso Bonafede-Nicola Zingaretti compiaciuta o addirittura Rolli su Zingaretti.jpegeuforica per avere messo nell’angolo l’ex presidente del Consiglio con l’ultima versione del cosiddetto lodo Conte sulla prescrizione. Che verrebbe stoppata, cioè cancellata, alla seconda sentenza di condanna, anziché alla prima senza distinzione fra condanna ed assoluzione, come il ministro della Giustizia è riuscito a mettere nel codice ai tempi della maggioranza gialloverde con decorrenza dal 1° gennaio di quest’anno. Essa è scattata nonostante nel frattempo non sia intervenuta la promessa riforma del processo penale per fissarne la durata nella misura “ragionevole” garantita dall’articolo 111 della Costituzione.

            Non sembra obiettivamente in ritirata, o col piede sul freno, o indeciso e timoroso sull’uscio Il Fatto su Renzi.jpegdel governo, tentato dall’uscirne e al tempo stesso timoroso di esserne spinto fuori, come lo hanno dipinto in manifesto su Renzi.jpegsintonia titolisti e vignettisti del Fatto Quotidiano e del manifesto, il Renzi che ha baldanzosamente dichiarato al Corriere della Sera, con tanto di titolo in prima pagina, che lui resta contrario anche alla nuova edizione del lodo Conte. E ha sfidato gli alleati a “cacciarlo”, Renzi al Corriere.jpegpiuttosto che concedergli la sospensione della norma in vigore – una sospensione fra un minimo di sei e un massino dodici mesi-  per approvare davvero, non annunciare, una vera e non fumosa riforma del processo penale, a rischio peraltro di illegittimità costituzionale.

            D’altronde, ad un giornale abbastanza importante e generalmente bene informato come La Repubblica, con un titolo bene in vista in prima pagina, risulta che a questo punto della commedia degli Repubblica su Conte.jpegequivoci che si trascina da tempo sul palcoscenico della prescrizione a “frenare” non sia Renzi ma il presidente Gazzetta su Renzi.jpegdel Consiglio Giuseppe Conte in persona, evidentemente preoccupato che la situazione gli sfugga di mano, visto il peso determinante dei renziani al Senato, e sfoci in una crisi nel bel mezzo della verifica da lui avviata per definire la famosa “agenda 2023”. Che avrebbe dovuto o dovrebbe ancora permettergli di restare a Palazzo Chigi fino all’esaurimento ordinario della legislatura, se non addirittura trasferendolo l’anno prima al Quirinale per subentrare a Sergio Mattarella. Cui pure alcuni attribuiscono, a torto o a ragione, benevolmente o maliziosamente, una certa sensibilità all’ipotesi di una rielezione in Parlamento alla scadenza del mandato settennale.

            Le difficoltà di Conte, che lo indurrebbero a frenare nella corsa contro Renzi, anche se sulla Repubblica si sono scordati di raccontarlo chiaramente,  derivano dal fatto che lo scontro con l’ex presidente del Consiglio, e leader adesso di Italia Viva, avviene su un terreno come quello della giustizia, o del garantismo, su cui sarebbe impossibile sostituire nella maggioranza i renziani con dissidenti, “responsabili” e quant’altri di area di centrodestra, come una parte almeno degli inquieti berlusconiani. Con i quali i contatti di Palazzo Chigi, diretti o indiretti, non si sono mai interrotti, dietro la facciata delle smentite che siano mai cominciati, per carità.

 

 

 

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Il sindacato delle toghe come un partito qualsiasi soffocato dalle correnti

La meticolosa descrizione che ha fatto ai lettori del Dubbio Enrico Novi della situazione interna al sindacato delle toghe dimostra come meglio non si poteva come l’Associazione Nazionale dei Magistrati -questo è il suo aulico nome- faccia ormai concorrenza, per come si sono messe le cose in vista delle elezioni sociali di aprile, all’ormai caotico, turbolento e imprevedibile Movimento 5 Stelle. Le cui tensioni condizionano il governo e la maggioranza obbligando l’uno e l’altra a viaggiare a vista, tra vertici interlocutori e rischi continui di deragliamento di un treno pur a bassa velocità, non certamente paragonabile alla Frecciarossa di sfortunata attualità in questi giorni.

Per numeri e intrecci dell’una e dell’altro -Associazione dei magistrati e Movimento grillino- tornano alla mente, almeno per i più anziani o meno giovani lettori, le vicende interne della Dc, e anche del Psi, dei tempi peggiori, quando ci volevano le carte di navigazione e le macchine utili a decrittare i messaggi per capire, o cercare di capire, come andassero le cose al loro interno, spesso preparando  nuove crisi di governo già all’indomani della soluzione dell’ultima.

Ora è chiaro, condizionato com’è dai rapporti fra le correnti o aree del sindacato, ma soprattutto dal peso cresciuto dell’urticante Piercamillo Davigo anche all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura, perché il presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati Luca Poniz quando parla della prescrizione, come ha appena fatto in una intervista al Corriere della Sera, cade in continua contraddizione.

“Tutti sappiamo -ha detto, per esempio, Poniz convenendo con la posizione del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede prima che questi aprisse a una soluzione più lunga, di due condanne esecutive necessarie per non conteggiare più i tempi di scadenza dei reati- che non c’è l’apocalisse alle porte perché la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado vale solo per i reati commessi dal 1° gennaio 2020, per cui la nuova disciplina non avrà effetti concreti prima di qualche anno. C’è urgenza di intervenire ma anche tempo a disposizione”.

Sarebbero quindi “strepiti” inutili e isolati, come li ha definiti Il Fatto Quotidiano, gli allarmi lanciati da Matteo Renzi e la richiesta di sospendere la nuova disciplina della materia, entrata nel codice con la cosiddetta legge spazzacorrotti approvata dalla precedente maggioranza gialloverde, per contestualizzarla davvero con la riforma del processo penale. Questo della contestualizzazione era, del resto, il progetto concordato fra grillini e leghisti, compromesso dagli stessi leghisti provocando la crisi di governo nella scorsa estate.

Eppure nella medesima intervista Poniz si è trovato d’accordo con “la gran parte dei procuratori generali e dei presidenti di Corte intervenuti alle inaugurazioni dell’anno giudiziario, nella parte in cui non contestano la finalità ma temono l’impatto” del blocco della prescrizione con la gestione della macchina della Giustizia, cioè dei processi. Se questa non è contraddizione, non saprei francamente come altro chiamarla. L’impatto non è cosa irrilevante, da mettere tra parentesi.

Quanto meno curiosa, infine, è la sostanziale diffida ripetuta al ministro della Giustizia e al Parlamento a introdurre “sanzioni disciplinari per i magistrati se non vengono rispettati i tempi contingentati dei processi”: ipotesi -ha detto testualmente Poniz- che “oltre che illusoria, è per noi irricevibile e offensiva”. E come si potrebbero garantire diversamente i tempi “ragionevoli” del processo scritti nell’articolo 111 della Costituzione, una volta che non c’è più la prescrizione per tutelare non solo gli imputati, che non cessano di essere cittadini, ma una sana, direi decente amministrazione della Giustizia?

Non credo che abbia torto, a questo punto, l’ex capogruppo al Senato e ora tesoriere del Pd Luigi Zanda, non Luigi Zanda.jpeglo scissionista Renzi, a dire -come ha fatto alla Stampa parlando anche della riduzione dei seggi parlamentari in via di ratifica referendaria- che “alla ricerca del consenso il Parlamento sta disimparando a legiferare: si fanno le leggi e delle conseguenze ci si lava le mani”. “Per inseguire i voti -ha aggiunto Zanda- siamo caduti prigionieri dell’analfabetismo giuridico-parlamentare”.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

La maggioranza ancora impantanata nella palude della prescrizione

              Il carattere interlocutorio, cioè inutile, dell’ottavo vertice della maggioranza sulla prescrizione, che Giuseppe Conte non poteva più rinviare di fronte alle insistenze del Pd, tallonato su questo tema dal partito del suo ex segretario Matteo Renzi, era scontato dopo il marasma aumentato fra i grillini con l’appello alla piazza del ministro degli Esteri ed ex capo del movimento pentastellato Luigi Di Maio. Cui si è affrettato ad aggiungersi, o adeguarsi, il reggente Vito Crimi.

             Figuratevi se in queste condizioni Alfonso Bonafede nella doppia veste di ministro della Giustizia e di capo della delegazione grillina al governo poteva fare concessioni agli alleati, a tutti gli alleati, compresi i renziani, che “strepitano” secondo Il Fatto.jpegla versione del Fatto Quotidiano. Essi non vogliono lasciare nel codice il blocco, o soppressione, della prescrizione a conclusione del primo o anche del secondo  dei tre gradi di giudizio senza compensarlo con una vera, solida, garantita e approvata riforma del processo penale. Diversamente, anche con la prescrizione bloccata a parole all’emissione della seconda condanna, secondo il compromesso emerso dal vertice di ieri, il sistema rimarrebbe appeso al nulla sul baratro di quello che è stato efficacemente definito l’ergastolo processuale, alla faccia della “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione, non da un discorso di Renzi concordato, secondo la rappresentazione fattane da Bonafede, con Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e altri demoni ancora operativi nel mercato politico.

            Il guardasigilli ha dovuto arroccarsi contro una pausa della sua cosiddetta riforma, anche se fosse stato tentato da un compromesso in un momento di debolezza, o di apnea notturna. Si è arroccato smentendo di fatto la smentita -scusate il bisticcio verbale- opposta dal presidente del Consiglio alla notizia della minaccia delle dimissioni rivoltagli dal ministro in caso di sospensione appunto, anche per soli sei mesi, della prescrizione che porta ormai il suo nome. Eppure la notizia era stata diffusa dalla Stampa attingendola “in ambienti vicini all’avvocato Guido Alpa”, amico, maestro e almeno qualche volta anche socio di affari legali di Conte prima che diventasse presidente del Consiglio. Significherà d’altronde pure qualcosa il fatto che l’avvocato Alpa, almeno sino al momento in cui scrivo, non abbia smentito nulla.

            La situazione insomma resta a rischio di crisi, come ha titolato Repubblica in apertura della primaRepubblica.jpeg pagina. La maggioranza rimane avvolta nella nebbia del viaggio parlamentare del disegno di legge che dovesse uscire dal Consiglio dei Ministri senza il consenso dei renziani, determinanti al Senato per la sopravvivenza del governo. Il treno giallorosso non corre certo alla velocità della “Frecciarossa” sinistramente approdata sulle prime pagine dei giornali, ma non per questo non rischia anch’esso di deragliare sullo scambio della prescrizione inserito nella cosiddetta legge spazzacorrotti. Che fu approvata -non dimentichiamolo- da un governo e da una maggioranza gialloverde, composta cioè dai grillini e dai leghisti. I quali ultimi si erano illusi di poter imporre in tempo utile la riforma del processo penale, vanificando peraltro con la crisi d’agosto dell’anno scorso le già scarse e residue possibilità di farcela.

 

 

 

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Di Maio si appella alla piazza contro la “restaurazione” alzando la tensione nel governo

            Due titoli della Repubblica di carta -uno grande, a caratteri di scatola, e un altro piccolo ma, credo, di voluto complemento- riflettono come meglio non si potrebbe la paradossale e caotica situazione del governo e della maggioranza giallorossa che dovrebbe sostenerlo ma, in realtà, lo trascina al fondo.

            “Ora per questo governo l’odio è un’emergenza”, è il titolo grande, fatto con le parole della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, intervistata anche per commentare lettere ed altro di minacceRepubblica.jpeg pervenute al giornale fondato da Eugenio Scalfari e ora diretto da Carlo Verdelli. “Se Di Maio va in piazza”, è il titolo sottostante di un editoriale sull’iniziativa assunta dal Repubblichina.jpegministro degli Esteri ed ex capo politico del Movimento grillino e della relativa delegazione al governo. Che si è affacciato a Facebook, in stile Salvini, per promuovere e motivare una manifestazione di piazza il 15 febbraio contro gli “osceni” tentativi di “restaurazione” in corso, dopo le realizzazioni del precedente governo a partecipazione leghista, di cui lui era vice presidente: carica non a caso negatagli, evidentemente, nel successivo presieduto dallo stesso uomo, Giuseppe Conte, ma con alleati diversi e tuttora in carica fra tensioni continue.

            E’ proprio a queste tensioni, con l’uso di aggettivi non certo pacifici e pacificanti come “osceni” agli occhi di di chi è invitato a scendere in piazza, che Di Maio ha deciso di dare il suo contributo dismettendo feluca.jpegmetaforicamente questa volta non solo la cravatta, come fece annunciando la rinuncia alla guida del movimento grillino, ma anche la feluca che gli spetterebbe come ministro degli esteri e capo quindi della diplomazia italiana.

            I tentativi “osceni” di restaurazione in corso sarebbero, fra gli altri, quelli della competente commissione del Senato per ripristinare la consistenza dei vitalizi parlamentari, decurtati l’anno scorso stappando bottiglie di champagne in piazza, e quelli in atto con operazioni più o meno combinate, secondo i pentastellati, fra renziani, leghisti, berlusconiani e parti consistenti del Pd, dove pure c’è una certa insofferenza per l’ex segretario scissionista, per ripristinare la prescrizione. Che è stata abolita nei tribunali oltre il primo grado di giudizio dal 1° gennaio scorso, per i reati compiuti da quella data,  senza la promessa e compensativa riforma del processo penale, necessaria a fissarne davvero, non a parole, la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione.

            Di Maio, anche a costo di compromettere l’esito dell’intervento operatorio annunciato di recente da Beppe Grillo per risparmiarsi le pericolose apnee notturne di cui soffriva, con effetti anche sul lavoro, di spettacolo e non, da svolgere durante il giorno, è sceso in campo tutto Belpietro.jpegsommato anche contro Conte, come gli attribuisce sulla Verità Maurizio Belpietro.  Il presidente del Consiglio sta infatti cercando silenziosamente da giorni di fare breccia fra i grillini per ammorbidire le resistenze del guardasigilli Alfonso Bonafede, peraltro nuovo capo della delegazione pentastellata al governo, a sospendere almeno per sei mesi la nuova disciplina della prescrizione, in attesa di una riforma del processo penale pienamente condivisa dai partiti della maggioranza, e possibilmente anche messa al sicuro con un voto parlamentare.

            Di Maio ricorre alla piazza perché non si fida evidentemente né di Conte né dei suoi compagni di partito, che non a caso del resto hanno rinviato i cosiddetti Stati Generali, cioè congressuali, del movimento da lui annunciati per le pur infauste idi di marzo, pagate da Cesare ai suoi tempi con la vita.

 

 

 

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Le sardine sono diventate indigeste ai grillini già gastrosofferenti per il Pd

            Chi ha fatto indigestione di sardine comincia a subirne o temerne gli effetti.

            Luigi Di Maio quando era ancora il capo del Movimento 5 Stelle confessò di essere stato tentato di mescolarsi nella piazza romana di San Giovanni con le sardine che a metà dicembre la riempirono per esportare il loro fenomeno antileghista dall’Emilia-Romagna, dove avevano esordito per cercare di impedire che Matteo Salvini conquistasse la regione più rossa, o fra le più rosse, d’Italia. Il ministro degli Esteri se ne trattenne all’ultimo momento per non creare fra il pubblico più imbarazzo che interesse. E fece bene, anche perché soltanto il giorno dopo dovette dichiararsi sorpreso dalla decisione di Mattia Santori e amici di scambiarsi le idee e preparare altre iniziative in un palazzo occupato, come adepti di un qualsiasi centro sociale come quello storico degli anni Novanta a Milano in via Leoncavallo. Dove peraltro si era fatto le ossa da giovanissimo proprio Salvini, non immaginando evidentemente in quale altra direzione la politica lo avrebbe portato.

            Ora che non è più capo del movimento grillino, e neppure capo della delegazione pentastellata al governo, e si sta forse godendo le difficoltà dei suoi successori alle prese col Pd e gli altri scomodi alleati di sinistra, Di Maio deve essere rimasto silenziosamente esterrefatto di fronte alla seconda foto a sorpresa delle sardine: seconda dopo quella del passaggio romano sotto lo striscione inneggiante alle occupazioni abusive degli stabili.

          Santori e amici, ospiti di Oliviero Toscani, si sono lasciati riprendere stavolta per niente imbarazzati in festosa Oliviero Toscani.jpegcompagnia proprio con quel Benetton al quale i grillini, per vendicare i morti  del crollo del ponte Morandi a Genova, non vedono l’ora di togliere tutte le concessioni autostradali cui partecipa con guadagni secondo loro immeritati e sporchi di sangue. E’ peraltro proprio di questi giorni e di queste ore il timore dei pentastellati  di ricevere dal presidente del Consiglio, nonostante l’aiuto, diciamo così, prestatogli per rimanere a Palazzo Chigi cambiando maggioranza, sorprese su Benetton analoghe a quelle sulla Tap e sulla Tav subite nel precedente governo a partecipazione leghista. Allora essi dovettero ingioiare i rospi, rispettivamente, del gasdotto marino con terminale in Puglia e della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci fra l’Italia e la Francia.

            Adesso le sardine sono diventate decisamente e definitivamente indigeste per i grillini di ogni tendenza e venatura, da Di Maio a Roberto Fico.  Che, vista la popolarità da esse guadagnatesi dopo l’esordio in Emilia-Romagna, cominciano a temerle elettoralmente. Da simpatiche sardine possono diventare sanguisughe sul corpo già anemico di un movimento sceso a livello nazionale, secondo i sondaggi più ottimistici, al 14 per cento dei voti dal 32 delle elezioni politiche del 2018.

            Le sardine d’altronde, anche a costo di dividersi come in tutte le comunità politiche, specie dopo l’infortunio della foto con Benetton, non nascondono le loro ambizioni elettorali, forse esordendo direttamente o indirettamente  già nelle prove regionali della primavera prossima. L’unica speranza o consolazione coltivabile a questo punto dai grillini è che a fare le spese delle cresciute ambizioni delle sRepubblica.jpegardine possa essere anche il Pd, dopo e a dispetto dei vantaggi ricavati in Emilia-Romagna: il “pesce grosso” forse al quale ha pensato, sotto sotto, anche il direttore di Repubblica scrivendo dei seimila “pesci piccoli” ai quali qualche giorno aveva voluto dare voce raccomandandoli a Giuseppe Conte e a Nicola Zingaretti.   

 

 

 

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Polvere di cinque stelle sull’associazione nazionale dei magistrati

Ha giustamente colpito il disagio, direi anche fisico, in cui si è trovato il ministro della Giustizia Adolfo Bonafede nelle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario cui ha assistito sentendo contestare dai procuratori generali la sua cosiddetta riforma della prescrizione in vigore dal 1° gennaio: cosiddetta, perché in realtà si tratta della sua soppressione all’arrivo della prima sentenza, dopo la quale il processo potrà continuare negli altri due gradi di giudizio all’infinito, diventando in qualche modo per l’imputato un surrogato dell’ergastolo.

Ad uno dei procuratori generali critici degli effetti di questa pseudo-riforma, in particolare a quello di Milano, Roberto Alfonso, il guardasigilli ha voluto pubblicamente reagire ribadendo la sua linea e cogliendo significativamente l’occasione per dolersi anche dell’”etichetta di manettaro” che gli viene sempre più di frequente affibbiata nelle polemiche.

Probabilmente il ministro pensava anche a quegli avvocati  che – non a Milano, in verità, dove si erano limitati a innalzare cartelli e ad allontanarsi quando aveva preso la parola Piercamillo Davigo in rappresentanza del Consiglio Superiore della Magistratura- ma in altre sedi avevano protestato contro la politica giudiziaria del governo giallorosso ammanettandosi, appunto, davanti a fotografi e telecamere.

            Ma più ancora forse del ministro Bonafede, del suo movimento politico 5 Stelle che, per quanto lacerato per tantissime ragioni, lo sostiene fortemente in questa partita della prescrizione sventolandola come una bandiera: più ancora di Davigo, che nella “sua” Milano ha dovuto sorbirsi, diciamo così, una relazione del procuratore generale anche contro le sue convinzioni su questo tema, dalle inaugurazioni dell’anno giudiziario è uscita malconcia l’Associazione Nazionale dei Magistrati, con tutte le maiuscole, per carità, che le spettano. La sua rappresentatività, dopo il consenso dato alla cosiddetta o presunta riforma della prescrizione, è uscita maluccio dalle opinioni di segno opposto espresse dai procuratori generali.

Il più sensibile e toccato, diciamo così, da questo scenario è stato sul Fatto Quotidiano, schieratissimo per l’abolizione della prescrizione, l’infaticabile o incontenibile Marco Travaglio. Che in un editoriale in cui ha storpiato già nel titolo, secondo le sue abitudini, il nome delle Camere penali in Camere penose, perché appunto contrarie alla norma che sopprime la prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi giudizio, ha voluto contestare al procuratore generale di Milano la dissonanza dal sindacato, o associazione, di cui fa parte. Questa, in verità, non si era mai vista e sentita, ma c’è sempre una prima volta per le cose alle quali non si è abituati.

Non immaginavo che un procuratore generale di Corte d’Appello, la prima autorità, diciamo così, del distretto giudiziario in cui opera, avrebbe dovuto preoccuparsi in primo luogo, facendo il proprio lavoro, esprimendo le proprie valutazioni e avvertendo dei guasti in arrivo per il funzionamento della giustizia con certe norme decise “per sentito dire”, come ha osservato abrasivamente Luciano Violante in una intervista al Dubbio, dovesse farsi carico della posizione del sindacato o associazione di appartenenza.

In un clima politico, mediatico, e persino culturale, così arroventato si moltiplicano naturalmente le difficoltà del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, appena sollecitato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti a farsi carico del problema della prescrizione mediando fra le parti della maggioranza, specie dopo che Matteo Renzi ha praticamente avvertito di essere pronto ad una crisi, se le cose non cambieranno.

Il capo del governo sa che sul tema della prescrizione, per quanto credito si sia guadagnato a Palazzo Chigi riuscendo a trasformare, almeno sino ad ora, in un successo anche la disinvoltura con la quale qualche mese fa ha cambiato alleati e maggioranza, la sua verifica, già mutuata dal poco popolare linguaggio della cosiddetta prima Repubblica, rischia di tradursi non in quella che lui stesso ha chiamato e chiama “agenda 2023”, con l’obiettivo di durare fino alla fine ordinaria della legislatura,  ma in un’agendina di pochi mesi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La sempre più rischiosa partita di Conte sul terreno della prescrizione

            Nonostante il combinato disposto del Coronavirus e del festival canoro di Sanremo, che in questi giorni fanno notizia più di ogni altra cosa, sarà difficile a Giuseppe Conte, nella sua doppia veste di presidente del Consiglio e di professore di diritto, sottrarsi alle sollecitazioni a “prendere la palla” della prescrizione, comeAvvenire.jpeg dice un titolo di Avvenire, il giornale dei vescovi italiani. E a giocarsela lui per evitare che finisca nel peggiore dei modi lo scontro già latente da tempo ma alla fine esploso a Cinecittà, nell’assemblea nazionale di Italia Viva, fra Matteo Renzi e il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. Che, sostenuto anche come nuovo capo della delegazione pentastellata al governo dal reggente del movimento Vito Crimi, non vuole saperne, almeno sinora, di ripristinare il conteggio della prescrizione dopo il primo grado di giudizio in attesa della riforma del processo penale, necessaria a garantirne concretamente, e non solo a parole, la “ragionevole durata” stabilita dall’articolo 111 della Costituzione.

            Conte, sollecitato a gran voce ad occuparsene anche dal segretario del Pd Nicola  Zingaretti, peraltro infastidito dalla concorrenza di Renzi sul terreno del garantismo, se dovesse continuare a prendere o perdere tempo rischierebbe di concludere la verifica di governo, formalmente già cominciata dopo le elezioni regionali del 26 gennaio, non con la desiderata “agenda 2023”, per durare sino alla fine ordinaria della legislatura, ma con una più modesta agendina di non so quanti altri mesi o settimane di questo 2020.

            Le difficoltà del presidente del Consiglio sul terreno della prescrizione nascono dal marasma in cui si trova il principale partito di riferimento personale e di governo, quello delle cinque stelle, dove si vive fra il terrore delle elezioni anticipate e la paura di sembrare a rimorchio anche dei nuovi alleati di governo, dopo l’esperienza dimagrante con i leghisti, e dalla modestia, a dir poco, del primo tentativo di mediazione non si sa se più compiuto davvero da lui o soltanto attribuitogli.

            Si è scoperto, strada facendo, che il cosiddetto lodo Conte, offerto a Bonafede per limitare alle sole sentenze di condanna la sostanziale soppressione della prescrizione con una norma in vigore dal 1° gennaio, in modo da lasciare le cose come stavano per le sentenze di assoluzione, era né più né meno che una proposta già formulata da un omonimo del presidente del Consiglio: il deputato Federico Conte, del gruppo di Liberi e uguali, in prevalenza provenienti con Pier Luigi Bersani dal Pd.

            La praticabilità di questa soluzione è stata ridotta a zero da un intervento recentissimo dell’ex Flick.jpegministro della Giustizia e presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick. Il quale ha ricordato, in particolare, la sentenza da lui stesso redatta con la quale i giudici del Palazzo della Consulta bocciarono a suo tempo la legge approvata dall’allora maggioranza di centrodestra per rendere inappellabili le sentenze di assoluzione.

            Quella legge, per Flick analoga in linea di principio al cosiddettoAmadeus.jpeg lodo Conte, aveva il torto di violare la parità di trattamento garantita dalla Costituzione a tutti i cittadini, compresi gli imputati condannati, sino a sentenza definitiva di condanna. Neppure Amadeus, dal palco di Sanremo, riuscirebbe a convincere del contrario Flick e gli attuali giudici costituzionali. 

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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