Le tensioni politiche sulla prescrizione coinvolgono anche il Quirinale

       E’ bastata la voce di un passo del presidente del Consiglio presso il Quirinale allo scopo di “riferire” al capo dello Stato prima di formalizzare un tentativo di usare il convoglio legislativo delle “mille proroghe”, all’esame della Camera, per sciogliere la matassa della prescrizione, perché si scatenasse una corsa al Colle, finito in qualche modo sotto assedio.

        Si è levata per prima, alta e forte, la voce della capogruppo di Forza Italia, l’ex ministra Mariastella Gelmini, per prenotare un’udienza di protesta al Quirinale nel caso in cui il governo dovesse riuscire a strappare ai presidenti di commissione e dell’assemblea di Montecitorio, il grillino Roberto Fico, l’ammissione di una proposta emendativa alla legge di conversione dell’ormai usuale decreto annuale di proroghe di varie scadenze anche in materia, appunto, di prescrizione. Cui poi potrebbe addirittura seguire l’inserimento del cosiddetto lodo Conte bis, che bloccherebbe l’istituto tanto odiato dai grillini, e dal loro guardasigilli Alfonso Bonafede, non all’emissione di qualsiasi sentenza di primo grado, come è stabilito in una norma in vigore da gennaio, ma alla seconda sentenza di condanna.

         Già sospettato di illegittimità costituzionale da molti giuristi per la disparità di trattamento che verrebbe sancita fra gli imputati -tutti costituzionalmente protetti dalla cosiddetta presunzione di non colpevolezza, o di innocenza, sino a condanna definitiva, teoricamente in Cassazione, cioè al terzo grado di giudizio- il lodo intestatosi dal presidente del Consiglio con il consenso, nella maggioranza giallorossa, dei grillini, del Pd e della sinistra dei liberi e Giannelli.jpeguguali, ma non del partito di Matteo Renzi, avrebbe ben poco a che fare, anzi nulla, con una proroga non si Matteo Renzi.jpegsa poi di che. La stessa semplice sospensione della disciplina in vigore, di qualsiasi durata essa fosse, pur preferita dai renziani nell’offensiva contro Bonafede, sarebbe logicamente e formalmente estranea a una proroga. E’ materia più da vignette che da interventi seri, come ha dimostrato sul Corriere della Sera Emilio Giannelli declassando a “mille proroghe” con la bocca del guardasigilli la sua “riforma della Giustizia”.

        Col tentativo di coinvolgimento del capo dello Stato, per non parlare della riserva confermata dai renziani di promuovere al Senato, dove i loro voti sono decisivi, la sfiducia “individuale” al ministro Bonafede, la matassa si è politicamente e persino istituzionalmente aggrovigliata.

        La posizione di Sergio Mattarella è assai delicata, se non imbarazzante, essendosi lui assunta l’anno scorso la responsabilità di promulgare la prescrizione, destinata ad entrare in vigore successivamente, con la cosiddetta legge spazzacorrotti dove era stata inserita come una supposta. Eppure il Consiglio Superiore della Magistratura, da lui stesso presieduto, aveva criticato un blocco non contestuale con una riforma del processo penale finalizzata a renderne concreta, ben definita, la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione. Chiedere adesso a Mattarella una mediazione dietro le quinte e, o qualcosa di simile, per un’altra soluzione interlocutoria, avveniristica o pasticciata è quanto meno imprudente.

        Tutti i nodi alla fine vengono al pettine, come dice un vecchio proverbio.

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

             

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