Le sardine sono diventate indigeste ai grillini già gastrosofferenti per il Pd

            Chi ha fatto indigestione di sardine comincia a subirne o temerne gli effetti.

            Luigi Di Maio quando era ancora il capo del Movimento 5 Stelle confessò di essere stato tentato di mescolarsi nella piazza romana di San Giovanni con le sardine che a metà dicembre la riempirono per esportare il loro fenomeno antileghista dall’Emilia-Romagna, dove avevano esordito per cercare di impedire che Matteo Salvini conquistasse la regione più rossa, o fra le più rosse, d’Italia. Il ministro degli Esteri se ne trattenne all’ultimo momento per non creare fra il pubblico più imbarazzo che interesse. E fece bene, anche perché soltanto il giorno dopo dovette dichiararsi sorpreso dalla decisione di Mattia Santori e amici di scambiarsi le idee e preparare altre iniziative in un palazzo occupato, come adepti di un qualsiasi centro sociale come quello storico degli anni Novanta a Milano in via Leoncavallo. Dove peraltro si era fatto le ossa da giovanissimo proprio Salvini, non immaginando evidentemente in quale altra direzione la politica lo avrebbe portato.

            Ora che non è più capo del movimento grillino, e neppure capo della delegazione pentastellata al governo, e si sta forse godendo le difficoltà dei suoi successori alle prese col Pd e gli altri scomodi alleati di sinistra, Di Maio deve essere rimasto silenziosamente esterrefatto di fronte alla seconda foto a sorpresa delle sardine: seconda dopo quella del passaggio romano sotto lo striscione inneggiante alle occupazioni abusive degli stabili.

          Santori e amici, ospiti di Oliviero Toscani, si sono lasciati riprendere stavolta per niente imbarazzati in festosa Oliviero Toscani.jpegcompagnia proprio con quel Benetton al quale i grillini, per vendicare i morti  del crollo del ponte Morandi a Genova, non vedono l’ora di togliere tutte le concessioni autostradali cui partecipa con guadagni secondo loro immeritati e sporchi di sangue. E’ peraltro proprio di questi giorni e di queste ore il timore dei pentastellati  di ricevere dal presidente del Consiglio, nonostante l’aiuto, diciamo così, prestatogli per rimanere a Palazzo Chigi cambiando maggioranza, sorprese su Benetton analoghe a quelle sulla Tap e sulla Tav subite nel precedente governo a partecipazione leghista. Allora essi dovettero ingioiare i rospi, rispettivamente, del gasdotto marino con terminale in Puglia e della linea ferroviaria ad alta velocità per il trasporto delle merci fra l’Italia e la Francia.

            Adesso le sardine sono diventate decisamente e definitivamente indigeste per i grillini di ogni tendenza e venatura, da Di Maio a Roberto Fico.  Che, vista la popolarità da esse guadagnatesi dopo l’esordio in Emilia-Romagna, cominciano a temerle elettoralmente. Da simpatiche sardine possono diventare sanguisughe sul corpo già anemico di un movimento sceso a livello nazionale, secondo i sondaggi più ottimistici, al 14 per cento dei voti dal 32 delle elezioni politiche del 2018.

            Le sardine d’altronde, anche a costo di dividersi come in tutte le comunità politiche, specie dopo l’infortunio della foto con Benetton, non nascondono le loro ambizioni elettorali, forse esordendo direttamente o indirettamente  già nelle prove regionali della primavera prossima. L’unica speranza o consolazione coltivabile a questo punto dai grillini è che a fare le spese delle cresciute ambizioni delle sRepubblica.jpegardine possa essere anche il Pd, dopo e a dispetto dei vantaggi ricavati in Emilia-Romagna: il “pesce grosso” forse al quale ha pensato, sotto sotto, anche il direttore di Repubblica scrivendo dei seimila “pesci piccoli” ai quali qualche giorno aveva voluto dare voce raccomandandoli a Giuseppe Conte e a Nicola Zingaretti.   

 

 

 

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Polvere di cinque stelle sull’associazione nazionale dei magistrati

Ha giustamente colpito il disagio, direi anche fisico, in cui si è trovato il ministro della Giustizia Adolfo Bonafede nelle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario cui ha assistito sentendo contestare dai procuratori generali la sua cosiddetta riforma della prescrizione in vigore dal 1° gennaio: cosiddetta, perché in realtà si tratta della sua soppressione all’arrivo della prima sentenza, dopo la quale il processo potrà continuare negli altri due gradi di giudizio all’infinito, diventando in qualche modo per l’imputato un surrogato dell’ergastolo.

Ad uno dei procuratori generali critici degli effetti di questa pseudo-riforma, in particolare a quello di Milano, Roberto Alfonso, il guardasigilli ha voluto pubblicamente reagire ribadendo la sua linea e cogliendo significativamente l’occasione per dolersi anche dell’”etichetta di manettaro” che gli viene sempre più di frequente affibbiata nelle polemiche.

Probabilmente il ministro pensava anche a quegli avvocati  che – non a Milano, in verità, dove si erano limitati a innalzare cartelli e ad allontanarsi quando aveva preso la parola Piercamillo Davigo in rappresentanza del Consiglio Superiore della Magistratura- ma in altre sedi avevano protestato contro la politica giudiziaria del governo giallorosso ammanettandosi, appunto, davanti a fotografi e telecamere.

            Ma più ancora forse del ministro Bonafede, del suo movimento politico 5 Stelle che, per quanto lacerato per tantissime ragioni, lo sostiene fortemente in questa partita della prescrizione sventolandola come una bandiera: più ancora di Davigo, che nella “sua” Milano ha dovuto sorbirsi, diciamo così, una relazione del procuratore generale anche contro le sue convinzioni su questo tema, dalle inaugurazioni dell’anno giudiziario è uscita malconcia l’Associazione Nazionale dei Magistrati, con tutte le maiuscole, per carità, che le spettano. La sua rappresentatività, dopo il consenso dato alla cosiddetta o presunta riforma della prescrizione, è uscita maluccio dalle opinioni di segno opposto espresse dai procuratori generali.

Il più sensibile e toccato, diciamo così, da questo scenario è stato sul Fatto Quotidiano, schieratissimo per l’abolizione della prescrizione, l’infaticabile o incontenibile Marco Travaglio. Che in un editoriale in cui ha storpiato già nel titolo, secondo le sue abitudini, il nome delle Camere penali in Camere penose, perché appunto contrarie alla norma che sopprime la prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi giudizio, ha voluto contestare al procuratore generale di Milano la dissonanza dal sindacato, o associazione, di cui fa parte. Questa, in verità, non si era mai vista e sentita, ma c’è sempre una prima volta per le cose alle quali non si è abituati.

Non immaginavo che un procuratore generale di Corte d’Appello, la prima autorità, diciamo così, del distretto giudiziario in cui opera, avrebbe dovuto preoccuparsi in primo luogo, facendo il proprio lavoro, esprimendo le proprie valutazioni e avvertendo dei guasti in arrivo per il funzionamento della giustizia con certe norme decise “per sentito dire”, come ha osservato abrasivamente Luciano Violante in una intervista al Dubbio, dovesse farsi carico della posizione del sindacato o associazione di appartenenza.

In un clima politico, mediatico, e persino culturale, così arroventato si moltiplicano naturalmente le difficoltà del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, appena sollecitato dal segretario del Pd Nicola Zingaretti a farsi carico del problema della prescrizione mediando fra le parti della maggioranza, specie dopo che Matteo Renzi ha praticamente avvertito di essere pronto ad una crisi, se le cose non cambieranno.

Il capo del governo sa che sul tema della prescrizione, per quanto credito si sia guadagnato a Palazzo Chigi riuscendo a trasformare, almeno sino ad ora, in un successo anche la disinvoltura con la quale qualche mese fa ha cambiato alleati e maggioranza, la sua verifica, già mutuata dal poco popolare linguaggio della cosiddetta prima Repubblica, rischia di tradursi non in quella che lui stesso ha chiamato e chiama “agenda 2023”, con l’obiettivo di durare fino alla fine ordinaria della legislatura,  ma in un’agendina di pochi mesi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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