Il Conte ambivalente fra il suo secondo e terzo governo di questa legislatura

             Per oggi, giorno peraltro di paura e mobilitazione per i grillini, in piazza a Roma contro i progetti più o meno avanzati di “restaurazione” del presunto regime dei privilegi e delle caste da loro piegato con l’aiuto dei leghisti all’epoca della rimpianta -a quanto pare- maggioranza gialloverde, c’è per i lettori dei giornali l’imbarazzo della scelta fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo portavoce Rocco Casalino.

            Conte, tra l’amletico e il sorridente a Gioia Tauro dopo le turbolenze dell’alleato “minore” Matteo Renzi, ininfluente numericamente alla Camera e sostituibile al Senato con un gruppetto di “responsabili” pescati soprattutto tra i berlusconiani più timorosi delle elezioni anticipate, ha mostrato di cadere dalle nuvole quando gli hanno chiesto notizie su un suo nuovo, possibile governo, il terzo della serie di questa legislatura. Che tuttavia, poco prima o poco dopo, non si sa se anche lui a Gioia Tauro o ancora a Roma, Casalino assicurava di essere già sui binari di partenza, o quasi, parlando al telefono con qualcuno poi affrettatosi a diffondere l’audio.

            Per non sbagliare quelli della Repubblica di carta se la sono cavata Schermata 2020-02-15 alle 06.46.15.jpegannunciando con un Repubblica.jpegtitolo che “Renzi frena, Conte no” e mettendo in una vignetta di Altan il pugnale in mano a un Renzi, sempre lui, che offre agli italiani la solita “serenità”, come quella garantita a cavallo tra il 2013 e il 2014 all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta mentre egli si apprestava come nuovo segretario del Pd a licenziarlo e a prenderne il posto.

            La frenata di Renzi -apparentemente pronto a confermare la fiducia giallorossa al governo, se dovesse richiederla in Parlamento, pur in attesa di promuovere fra qualche settimana la sfiducia “individuale” al guardasigilli e capo delegazione grillina Alfonso Bonafede- è stata rappresentata con sarcasmo da due giornali politicamente Il Fatto .jpegopposti ma umoralmente convergenti come Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e La Verità di Maurizio Belpietro. “Poltrona Viva”, al posto della sua Italia Viva, ha titolato Il Fatto Quotidiano legando con una fune Renzi sulla sedia per partecipare alla  spartizione prossima di una lunga serie di nomineLa Verità.jpeg in quello che una volta si chiamava sottogoverno. “L’unica crisi di Renzi è da fame di poltrone”, ha tirato giù pesante da destra Belpietro, che sospetto non abbia mai perdonato né voglia perdonare al senatore di Scandicci di avergli fatto perdere la direzione del quotidiano Libero ai tempi in cui guidava il governo e si accingeva alla sfortunata campagna referendaria su un’ambiziosa riforma costituzionale appena varata con la solita baldanza.

            Un contributo alla rappresentazione di Renzi in frenata, parlandone addirittura al passato sul piano politico, ha voluto darlo con una intervista anche il responsabile in seconda dei problemi Walter Verini.jpegdella giustizia per il Pd Walter Verini, dopo l’ex guardasigilli e ora vice segretario del partito Andrea Orlando. Egli ha peraltro annunciato con aria quasi trionfale l’imminente nomina di una commissione, concessa dal ministro della Giustizia in carica, per “monitorare” in tre mesi l’applicazione della prescrizione entrata in vigore il 1° gennaio scorso: quella che cessa con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio. Ciò significa che il bambino, diciamo così, è nato vivo e viene osservato, in attesa che si riformi davvero il processo penale per dargli tempi certi e “ragionevoli”, come chiede la Costituzione. Tutto insomma è a posto, e nulla in ordine.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it http://www.policymakermag.it

Le affinità più o meno elettive dei due Mattei avversari: Renzi e Salvini

Le affinità più o meno elettive di Renzi e Salvini non derivano solo dal comune nome -Matteo- che si trovano del tutto casualmente, per responsabilità esclusiva dei loro genitori.

Oltre al nome essi hanno in comune alcuni aspetti non secondari del loro carattere. Sono entrambi ambiziosi, spavaldi, imprevedibili, abbastanza impulsivi e insofferenti ai vincoli ereditati o assunti di propria iniziativa lungo le loro strade.

Salvini non ha avuto bisogno di rompere la sua Lega per esserne diventato facilmente il leader assoluto, incontrastato, grazie ai voti che le ha personalmente  procurato dopo averne raccolto quasi le spoglie da Roberto Maroni e, prima ancora, dal pur mitico  fondatore Umberto Bossi. Ma, in compenso, egli ha strappato più volte dal suo schieramento di centrodestra.

Il primo strappo “il capitano” lo eseguì, fresco di arrivo alla guida della Lega, rifiutandosi di seguire il Cavaliere di Arcore nel 2014 sulla strada delle intese sulle riforme con Matteo Renzi, fresco a sua volta di elezione a segretario del Pd e di nomina a capo del governo.

Fu proprio dall’opposizione al governo Renzi, vera e non solo dichiarata, com’era invece quella di Berlusconi, che Salvini cominciò a costruire il suo castello elettorale erodendo voti al Cavaliere, sino a sorpassarlo nelle elezioni politiche del 2018 e a conquistare formalmente la leadership del centrodestra.

Ma, appena dopo essere riuscito nel miracolo sorprendendo un Berlusconi che aveva solo finto di metterlo nel conto, senza mai avervi davvero creduto, Salvini accantonò il centrodestra a livello nazionale per fare il governo con i grillini, che Berlusconi in campagna elettorale aveva paragonato ai nazisti, non bastandogli il paragone con i comunisti degli anni staliniani. D’altronde, Stalin e Hitler per un po’ si erano anche alleati.

Miracolo nel miracolo, Salvini riuscì ad allearsi con i grillini facendosi  persino autorizzare da Berlusconi, al quale aveva concesso nel frattempo, piegando i pentastellati, di portare Renzi e Salvini 2.jpegla fidata e fedele Maria Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato, cioè alla seconda carica dello Stato dopo il presidente della Repubblica. Ma, più ancora che di questo, Berlusconi fu grato a Salvini di risparmiargli le elezioni anticipate, che il Cavaliere per ragioni propagandistiche reclamava non volendole in realtà per la speranza, non dichiarata naturalmente, di vedere Salvini in difficoltà con i grillini e di guadagnare il tempo necessario per rimontare il modesto svantaggio registrato nelle urne dell’8 marzo 2018: un vantaggio destinato invece ad aumentare -eccome- in tutti i successivi turni elettorali, di tipo europeo e regionale.

Renzi, diversamente da Salvini, ha dovuto spaccare il Pd, uscendone qualche mese fa, per non essere mai riuscito a domarlo davvero, nonostante nelle elezioni europee del 2014 lo avesse portato al massimo storico del 40 per cento dei voti, di ricordo e stampo democristiano. Ma fu un successo effimero, svaporato col minimo storico di meno del 19 per cento realizzato dopo quattro anni, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale.

Prima di uscirne, tuttavia, da posizioni pur minoritarie quel diavolo di un ormai semplice “senatore di Scandicci” è riuscito nella scorsa estate a trascinarsi appresso l’esitante o persino contrario segretario del Pd  Nicola Zingaretti nella svolta dell’intesa di governo con i grillini, appena abbandonati da un Salvini smanioso Renzi e Salvini 3 .jpegdi elezioni anticipate da vincere di un soffio. E adesso, dopo essersi goduto, mangiando pop-corn, lo spettacolo del Movimento 5 Stelle logorato politicamente ed elettoralmente dai leghisti, egli si gode dagli spalti della maggioranza lo spettacolo dello stesso movimento e del suo ex Pd che, volenti o nolenti, spesso per effetto proprio delle sue iniziative, dai temi economici a quelli della giustizia, sono impegnati in una reciproca gara, insieme, di logoramento e di mutua assistenza al ribasso.

Di Renzi negli anni delle sue maggiori fortune politiche, prima della sfortunata avventura referendaria sulla riforma costituzionale, o forse della decisione di rompere con Berlusconi sul successore di Giorgio Napolitano al Quirinale, l’immaginifico e un pò devoto Giuliano Ferrara inventò  l’immagine del “royal baby” , inteso come erede del Cavaliere di Arcore. Alla cui cui villa il futuro segretario del Pd e presidente del Consiglio si era recato ancora da sindaco di Firenze guadagnandosi subito l’interesse e la simpatia del padrone di casa.

Salvini è un pò il fratello minore, almeno per età, del “royal baby”: un fratello minore decisamente ostico al fondatore del Foglio, che lo trova “truce” anche nella versione moderata che ogni tanto gli offre sul suo giornale Anna Chirico, ed ha appena riproposto ai lettori del Corriere della Sera Giancarlo Giorgetti escludendo progetti leghisti di uscita dell’Italia dall’Unione Europea e del ritorno alla sua liretta.

I due “figliocci” di Berlusconi sono per ora due carissimi nemici, che ogni tanto peraltro fanno sommare i voti dei loro parlamentari nelle commissioni della Camera e del Senato, e forse presto  e di frequente anche in aula, pur se Renzi perfidamente si è  appena preso il gusto di votare a Palazzo Madama per il processo a Salvini  per l’affare Gregoretti. Non potrebbe stupire, prima o dopo, una loro meno occasionale e tattica convergenza, accomunati come sono già da una comune diffidenza, se non ostilità, verto il presidente del Consiglio in carica, da entrambi considerato troppo camaleontico per i loro gusti.

Quello della politica, del resto, è il mondo dove mai si deve dire mai, come ammise nella Dc Carlo Donat-Cattin, che si opponeva ad un’intesa con i comunisti ma vi si adeguò negli anni della cosiddetta solidarietà nazionale .

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Blog su WordPress.com.

Su ↑