Le affinità più o meno elettive dei due Mattei avversari: Renzi e Salvini

Le affinità più o meno elettive di Renzi e Salvini non derivano solo dal comune nome -Matteo- che si trovano del tutto casualmente, per responsabilità esclusiva dei loro genitori.

Oltre al nome essi hanno in comune alcuni aspetti non secondari del loro carattere. Sono entrambi ambiziosi, spavaldi, imprevedibili, abbastanza impulsivi e insofferenti ai vincoli ereditati o assunti di propria iniziativa lungo le loro strade.

Salvini non ha avuto bisogno di rompere la sua Lega per esserne diventato facilmente il leader assoluto, incontrastato, grazie ai voti che le ha personalmente  procurato dopo averne raccolto quasi le spoglie da Roberto Maroni e, prima ancora, dal pur mitico  fondatore Umberto Bossi. Ma, in compenso, egli ha strappato più volte dal suo schieramento di centrodestra.

Il primo strappo “il capitano” lo eseguì, fresco di arrivo alla guida della Lega, rifiutandosi di seguire il Cavaliere di Arcore nel 2014 sulla strada delle intese sulle riforme con Matteo Renzi, fresco a sua volta di elezione a segretario del Pd e di nomina a capo del governo.

Fu proprio dall’opposizione al governo Renzi, vera e non solo dichiarata, com’era invece quella di Berlusconi, che Salvini cominciò a costruire il suo castello elettorale erodendo voti al Cavaliere, sino a sorpassarlo nelle elezioni politiche del 2018 e a conquistare formalmente la leadership del centrodestra.

Ma, appena dopo essere riuscito nel miracolo sorprendendo un Berlusconi che aveva solo finto di metterlo nel conto, senza mai avervi davvero creduto, Salvini accantonò il centrodestra a livello nazionale per fare il governo con i grillini, che Berlusconi in campagna elettorale aveva paragonato ai nazisti, non bastandogli il paragone con i comunisti degli anni staliniani. D’altronde, Stalin e Hitler per un po’ si erano anche alleati.

Miracolo nel miracolo, Salvini riuscì ad allearsi con i grillini facendosi  persino autorizzare da Berlusconi, al quale aveva concesso nel frattempo, piegando i pentastellati, di portare Renzi e Salvini 2.jpegla fidata e fedele Maria Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato, cioè alla seconda carica dello Stato dopo il presidente della Repubblica. Ma, più ancora che di questo, Berlusconi fu grato a Salvini di risparmiargli le elezioni anticipate, che il Cavaliere per ragioni propagandistiche reclamava non volendole in realtà per la speranza, non dichiarata naturalmente, di vedere Salvini in difficoltà con i grillini e di guadagnare il tempo necessario per rimontare il modesto svantaggio registrato nelle urne dell’8 marzo 2018: un vantaggio destinato invece ad aumentare -eccome- in tutti i successivi turni elettorali, di tipo europeo e regionale.

Renzi, diversamente da Salvini, ha dovuto spaccare il Pd, uscendone qualche mese fa, per non essere mai riuscito a domarlo davvero, nonostante nelle elezioni europee del 2014 lo avesse portato al massimo storico del 40 per cento dei voti, di ricordo e stampo democristiano. Ma fu un successo effimero, svaporato col minimo storico di meno del 19 per cento realizzato dopo quattro anni, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale.

Prima di uscirne, tuttavia, da posizioni pur minoritarie quel diavolo di un ormai semplice “senatore di Scandicci” è riuscito nella scorsa estate a trascinarsi appresso l’esitante o persino contrario segretario del Pd  Nicola Zingaretti nella svolta dell’intesa di governo con i grillini, appena abbandonati da un Salvini smanioso Renzi e Salvini 3 .jpegdi elezioni anticipate da vincere di un soffio. E adesso, dopo essersi goduto, mangiando pop-corn, lo spettacolo del Movimento 5 Stelle logorato politicamente ed elettoralmente dai leghisti, egli si gode dagli spalti della maggioranza lo spettacolo dello stesso movimento e del suo ex Pd che, volenti o nolenti, spesso per effetto proprio delle sue iniziative, dai temi economici a quelli della giustizia, sono impegnati in una reciproca gara, insieme, di logoramento e di mutua assistenza al ribasso.

Di Renzi negli anni delle sue maggiori fortune politiche, prima della sfortunata avventura referendaria sulla riforma costituzionale, o forse della decisione di rompere con Berlusconi sul successore di Giorgio Napolitano al Quirinale, l’immaginifico e un pò devoto Giuliano Ferrara inventò  l’immagine del “royal baby” , inteso come erede del Cavaliere di Arcore. Alla cui cui villa il futuro segretario del Pd e presidente del Consiglio si era recato ancora da sindaco di Firenze guadagnandosi subito l’interesse e la simpatia del padrone di casa.

Salvini è un pò il fratello minore, almeno per età, del “royal baby”: un fratello minore decisamente ostico al fondatore del Foglio, che lo trova “truce” anche nella versione moderata che ogni tanto gli offre sul suo giornale Anna Chirico, ed ha appena riproposto ai lettori del Corriere della Sera Giancarlo Giorgetti escludendo progetti leghisti di uscita dell’Italia dall’Unione Europea e del ritorno alla sua liretta.

I due “figliocci” di Berlusconi sono per ora due carissimi nemici, che ogni tanto peraltro fanno sommare i voti dei loro parlamentari nelle commissioni della Camera e del Senato, e forse presto  e di frequente anche in aula, pur se Renzi perfidamente si è  appena preso il gusto di votare a Palazzo Madama per il processo a Salvini  per l’affare Gregoretti. Non potrebbe stupire, prima o dopo, una loro meno occasionale e tattica convergenza, accomunati come sono già da una comune diffidenza, se non ostilità, verto il presidente del Consiglio in carica, da entrambi considerato troppo camaleontico per i loro gusti.

Quello della politica, del resto, è il mondo dove mai si deve dire mai, come ammise nella Dc Carlo Donat-Cattin, che si opponeva ad un’intesa con i comunisti ma vi si adeguò negli anni della cosiddetta solidarietà nazionale .

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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