Il governo è nudo, ora che è finita la distrazione di massa di Sanremo

            E’ dunque finita per grazia di Dio e del palinsesto della Rai anche la settantesima edizione del festival di Sanremo, di cui credo che rimarranno nella mia memoria solo o soprattutto la Benigni Robertojpeg.jpegmichelangiolesca esplosione della fantasia di Roberto Benigni con quella erotica rilettura della Bibbia, tutto Conte.jpegsommato al modico  prezzo di 300 mila euro, e la resistenza dell’ormai onnipresente e scapigliatello presidente del Consiglio Giuseppe Conte alla tentazione di affacciarvisi  per annunciare in quella sede, forse più appropriata di quella invece adoperata, di essere agnostico -lui che è professore di diritto e avvocato, sia pure solo civilista, cioè di affari- di fronte ai temi del garantismo e del giustizialismo.

            Ora che è terminata questa stagionale e canora occasione di distrazione di massa d’alto gradimento e di bassa velocità, vistane la durata, sono rimaste solo le cronache del Coronarivus a ridimensionare quelle noiosissime, per carità, della politica ma purtroppo decisive per gli interessi di tanta gente che forse non se rende neppure conto. Sono le cronache delle liti, tensioni interne un pò a tutti i partiti e schieramenti, minacce e rischi di crisi, promesse di resistenza sia a restaurazioni sia a rivoluzioni, secondo le occasioni e le parti in commedia. Sono ricomparsi problemi che sembravano superati, o diventati addirittura trofei per un governo come quello in carica. Che fu improvvisato nella scorsa estate, anche a costo di ribaltare la maggioranza a presidenza del Consiglio invariata, pur di evitare -si disse- l’aumento dell’Iva, prima ancora dello scioglimento anticipato delle Camere e della prevedibile vittoria del temutissimo e pericolosissimo Matteo Salvini, da neve o da spiaggia, indifferentemente. Ora, se non si è capito male, è proprio il nuovo governo che torna a studiare la cosiddetta rimodulazione dell’Iva, aumentandola per esempio nei ristoranti, per ricavare risorse nella rivoluzione fiscale di turno.

            Per la vicenda della prescrizione formalmente cassata nel codice dalla precedente maggioranza gialloverde all’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio, i tre quarti della maggioranza giallorossa hanno trovato un compromesso, lodo e quant’altro che, contestato da Matteo Renzi con quei suoi voti al Senato che bastano e avanzano per far prevalere le opposizioni, il governo non sa ancora come gestirlo in Parlamento, come proporlo e tentare di farlo approvare.

            Impazzano le più diverse e contradditorie ipotesi di lavoro e di viaggio. Fioriscono retroscena  di tutti i colori, ma nessuno ha il coraggio di riferire quello che più frequentemente si dice davvero dietro le quinte, fra i corridoi parlamentari,  dietro le porte degli uffici dei partiti e dei Ministeri, e che riguardano il presidente della Repubblica. Al quale si rimprovera di avere Mattarella.jpegpromulgato l’anno scorso la prescrizione targata Bonafede, dal nome del ministro grillino della Giustizia, pur avendo avuto mille ragioni fornitegli persino dal Consiglio Superiore della Magistratura, di cui è presidente, per rinviarla alle Camere e chiedere quanto meno una “nuova deliberazione”, come dice l’articolo 74 della Costituzione. Sarebbe forse riuscito così a risparmiare a tutti, partiti e cittadini, governo e opposizione, magistrati e avvocati, il tramestio di questi mesi e giorni, non essendosi trovato il tempo o la voglia, o entrambi, di riformare in tempo il processo penale per garantirgli la ragionevole durata richiesta da un altro articolo della Costituzione, il 111.    

 

 

 

 

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