Come le tre ricercatrici all’ospedale Spallanzani di Roma col Coronavirus, facilitando diagnosi e terapia, si spera nel più breve tempo possibile, così i renziani a Cinecittà hanno
isolato, selezionandolo fra i tanti problemi aperti nella maggioranza giallorossa, la questione più urgente e importante su cui il governo si gioca la vita nelle prossime settimane. E’ naturalmente il problema della prescrizione nella versione introdotta dalla precedente maggioranza gialloverde nel codice e targata Bonafede, il ministro grillino della Giustizia, e ora anche capo della delegazione del Movimento 5 Stelle nel governo.
Il guardasigilli, peraltro reduce dalle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario in cui ha sentito con le proprie orecchie le preoccupazioni e le critiche dei procuratori generali, per nulla condizionati dalla posizione assunta dall’associazione nazionale dei magistrati, alla sostanziale soppressione della prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio, è stato direttamente e personalmente invitato da Renzi, in apertura e chiusura della prima assemblea nazionale del suo nuovo partito, a cambiare registro. Cioè, ad accettare quanto meno la sospensione per un anno del nuovo sistema per lasciare alla maggioranza il tempo necessario a definire una vera e vincolante riforma del processo penale, che ne specifichi e garantisca al tempo stesso la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione. Diversamente avremmo processi infiniti, l’ergastolo in tribunale come in cella, senza peraltro una condanna definitiva.
Incurante anche dei numeri ricordatigli da Renzi, che grazie proprio ai suoi parlamentari diventerebbero insufficienti al Senato per garantire la sopravvivenza algoverno, ma potrebbero riservare sorprese anche alla Camera, Bonafede ha reagito alle solite maniere grilline, in una c
omposizione improvvisa, almeno nelle apparenze, delle tensioni che lacerano su più fronti il suo movimento. Egli ha liquidato come “ricatti” moniti e richieste dell’alleato di governo, e di quanti nel Pd dovessero decidere di dargli una mano nonostante la scissione renziana subìta nei mesi scorsi. Ed ha allungato sul fondatore e leader di Italia Viva l’ombra dei vecchi alleati, o quasi, di governo come Angelino Alfano e Denis Verdini, considerati dai grillini il peggio del peggio.
Nella stessa logica della difesa di Bonafede il giornale che più ne condivide e sostiene la linea, naturalmente
Il Fatto Quotidiano, alle ombre di Alfano e Verdini ha aggiunto quella di Matteo Salvini, in soccorso dei cui interessi e progetti politici, a cominciare da una crisi ministeriale, Renzi si starebbe muovendo, pur essendo stato proprio lui nella scorsa estate non ad aprire ma a spalancare le porte ad un cambiamento di maggioranza per mandare la Lega all’opposizione e sostituirla, in un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, coll’ancòra suo Pd e con la sinistra di Bersani, D’Alema e Grasso, in ordine alfabetico.
Salvini è stato evocato e rimesso anche sulla prima pagina di Repubblica per un’intervista al vecchio Umberto Bossi nella sua casa, tra le immagini televisive dell’amato basket e i familiari, finalizzata
nelle domande e nelle risposte biascicate, ma ben tradotte e stampate in frasi dalla facilissima lettura, contro il nuovo leader della Lega, troppo estremista, nazionalista, sovranista e quant’altro anche per uno come il “senatur”, con i suoi trascorsi da aspirante secessionista e da procacciatore di fucili e proiettili con cui sbaragliare gli avversari politici, ed anche qualche alleato scomodo. Siamo al solito giornalismo che non racconta, ma fa o partecipa alla politica.
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apicali di avergli voluto fare più un dispetto che un favore. Egli ha dovuto non solo assistere personalmente alla contestazione promessa e attuata nei suoi riguardi dagli avvocati ambrosiani, ma per non esasperare animi e situazioni si è tenuto alla larga, nel suo intervento, dai temi che con tanta sicurezza aveva sollevato rilasciando interviste e frequentando salotti televisivi fra lo sbigottimento appunto degli avvocati, e non solo. Davigo ha preferito occuparsi dei problemi interni alla magistratura parlando del lavoro del Consiglio Superiore e dell’aumento dell’attività di sorveglianza e di sanzione delle toghe.
e titoli di dileggio degli avvocati, ambrosiani e non, che hanno disseminato di proteste contro le posizioni davighiane un po’ tutte le cerimonie giudiziarie delle Corti d’Appello, in un caso ammanettandosi in pubblico, Questi avvocati sono stati bollati come quelli “delle cause perse” dal giornale dove Davigo è sostanzialmente di casa per le interviste che gli concede e per gli elogi che gli rivolgono. E il direttore
Marco Travaglio, con la mania che ha di storpiare i nomi alle cose e agli uomini quando non gli piacciono, ha fatto diventare “penose” le Camere penali già nel titolo dell’editoriale scritto intingendo più del solito il metaforico pennino nel veleno.
lo rappresenta anche Stefano Rolli sul Secolo XIX, prosegue il suo cammino tortuoso, preoccupato solo di una cosa che non è il contagio da polmonite cinese ma uno scioglimento anticipato delle Camere per qualche incidente scappato al controllo dopo il termine o scadenza che sembra avere messo in sicurezza queste Camere: lo svolgimento, davvero difficile da evitare a questo punto, del referendum del 29 marzo confermativo del taglio di 345 seggi parlamentari su meno di mille.
parlando solo in termini politici, per niente personali, quel Bonafede in blu neppure a doppio petto nel cosiddetto Palazzaccio romano, tra gli ermellini della Cassazione alle prese con le temute conseguenze dei suoi progetti, sembrava un marziano più che un ministro della Repubblica.
a imbrogliare da falsi non
abbienti, fanno a difesa dell’imputato di turno “più atti possibile per aumentare la parcella”, non perché essi servano sempre, e davvero, ad aiutare o salvare l’imputato. Ma ce n’è -per esempio, in una lunga intervista di Davigo pubblicata il 9 gennaio scorso dal Fatto Quotidiano e raccolta personalmente, con la solita diligenza, dal direttore in persona Marco Travaglio- anche per gli avvocati a patrocinio non gratuito per quella loro mania di appellarsi sempre e comunque ad una sentenza di condanna, tanto per non fare la figura dei “fessi” e per ritardare, male che vada, l’esecuzione della pena detentiva.
che ne procura il rinvio finisce per nuocere al suo stesso cliente, ritardandone la guarigione. E ringrazi Dio, questo avvocato, se a nessun procuratore o sostituto procuratore della Repubblica emulo della sensibilità e della scienza di Davigo non sia ancora venuta l’idea, che si sappia, di indagarlo e farlo processare per il danno ingiusto procurato al suo cliente.
scaramanticamente da metà marzo, e dalla memoria delle idi che costarono la vita a Cesare, al succesivo mese di giugno, dopo il referendum confermativo sui tagli alle Camere, seguendo Crimi per quello che ha appena detto ad un giornale di fiducia come Il Fatto Quotidiano. Che non a caso vi ha aperto la sua prima pagina, quasi con l’orgoglio di uno scoop.
Provvidenza per il cammino che attende i grillimi. Già primo capogruppo del movimento al Senato e fra i primi candidati a governatore regionale nella breve storia del quasi partito in cui milita, egli ha immodestamente osservato che “ogni volta che bisogna aprire una strada” tocca a lui.
e altro ancora, Crimi ha spiegato che “individueremo i nostri candidati consiglieri e presidenti in Rete, come sempre”. “Il regolamento -ha spiegato o ricordato il reggente- consente comunque al capo politico di proporre un candidato esterno, ma in questo caso deve essere sottoposto agli iscritti”, secondo un percorso quidi che sembra francamente più di guerra che di pace, per come si sono messe le cose nel movimento grillino, spaccato in almeno tre tronconi, secondo l’immagine offerta al pubblico sempre dal giornale che di ciò che vi accade è il più informato, a prova anche delle smentite di turno destinate a rivelarsi farlocche in pochi giorni.
egli parteciperà con tutti i poteri della sua carica. Quelli che dovessero essere raggiunti tra le forze della maggioranza giallorossa non potrebbero essere chiamati “accordi” ma “progetti, in modo cioè più generico e meno vincolante.
e insospettabile Cacciari a ricordare al presidente del Consiglio anche l’inedita contendibilità della regione più rossa del Paese, o la seconda dopo la Toscana: una cosa inimmaginabile sino a qualche anno fa, a prova addirittura di una disaffezione dalle urne come quella verificatasi nelle precedenti elezioni regionali, cui partecipò soltanto poco più di un terzo dell’elettorato, senza che il Pd si sentisse minimamente in pericolo.
della sua rinuncia, per rendersi conto ch’essa riguardava solo la carica di capo politico, appunto, del movimento e non di capo della delegazione al governo. Dove peraltro come ministro degli Esteri ha la funzione più alta fra tutti i colleghi, anche se il suo arrivo alla Farnesina sembrò, in verità, più un premio di consolazione che una promozione, non essendo egli riuscito ad ottenere né la conferma a vice presidente del Consiglio né la nomina a ministro dell’Interno, al posto dell’autodefenestrato ed ex alleato Matteo Salvini.
Giuseppe Conte, per Dibba l’apparentemente turista, per ora, Alessandro Di Battista e per Dimaiani i tifosi del giovane e adesso semplice ministro degli Esteri, cui molti attribuiscono, a torto o a ragione, progetti di ritorno alla guida del movimento su posizioni né di destra né di sinistra, e quindi contrarie all’appartenenza organica ad uno dei due poli comunque definibili -progressisti e conservatori, centrosinistra e centrodestra- immaginati, perseguiti e quant’altro da Conte e dal segretario del Pd Nicola Zingaretti.
in Emilia-Romagna ha provveduto il vice segretario del Pd Andrea Orlando. Il quale -più esplicitamente del segretario Nicola Zingaretti, secondo cui “non cambiano gli equilibri” ma occorre “una nuova fase” nell’azione dell’esecutivo- ha detto che il risultato elettorale nella regione più rossa d’Italia, analogo a quello di colore pur opposto della Calabria nella parte riguardante il crollo dei grillini, “modifica l’asse politico del governo su molte questioni”. Fra cui primeggiano nelle competenze dell’ex guardasigilli Orlando quelle naturalmente della giustizia, a cominciare dalla durata dei processi da definire con rigore ora che la prescrizione scompare con la sentenza di primo grado.
sostenendo che “i rapporti di forza” fra le componenti del governo “non cambiano”, non essendosi votato per il rinnovo del Parlamento, dove pertanto i grillini continuano a disporre della maggioranza relativa. Sarebbe pertanto
irrilevante anche la spaccatura ormai del Movimento in tre parti, come ha appena raccontato all’insospettabile Fatto Quotidiano un personaggio non certo di secondo piano come Massimo Bugani, Max per gli amici, eletto senatore nelle liste pentastellate.
Manlio Di Stefano. Che ha definito quelle di Andrea Orlando “bislacche fughe in avanti”, inaccettabili pur considerando “la giusta esultanza” del Pd per la scampata sconfitta in una regione così profondamente legata alla storia della sinistra come l’Emilia-Romagna.
organico alla politica, ma il rispetto degli impegni evidentemente presi nel momento della risoluzione della crisi di governo provocata nella scorsa estate da Salvini. Allora il Movimento 5 Stelle alleandosi col Pd ne rifiutò la richiesta di “discontinuità” a Palazzo Chigi e impose la conferma del premier uscente a tutela della posizione del partito ancòra di maggioranza.
l’arrivo al pettine di un nodo indicato di recente dall’amico e maestro di Conte, l’avvocato Guido Alpa, sulla scelta che prima o poi aspetta il suo allievo: fra il Pd e il movimento che lo ha portato politicamente così in alto.
che il quotidiano La Repubblica, anch’esso con grande sollievo, ha chiamato su tutta la sua prima pagina “la prima sconfitta”. Che non equivale però alla prima, tonda vittoria del Pd, salvatosi sì dall’assalto leghista alla regione storicamente più di sinistra in Italia, ma non
col “soccorso rosso” vantato sulla prima pagina del manifesto, quotidiano dichiaratamente, orgogliosamente, irriducibilmente comunista, bensì col soccorso giallo. E’ quello naturalmente dei grillini, precipitati ormai elettoralmente a una sola cifra, tanto in Emilia-Romagna quanto in Calabria, ma nella prima regione molto più che nella seconda. “Un colpo mortale” ha definito questo crollo il sindaco di Parma ex grillino Federico Pizzarotti, convinto che i suoi ex compagni di movimento non abbiano “più nulla da dire”, ridotti ad essere una ruota di scorta, più che alleati, del Pd.
all’aiuto fornito dalle cosiddette sardine al partito guidato da Nicola Zingaretti. Che in effetti se n’è mostrato tanto consapevolmente compiaciuto da ringraziarle sin dalle prime dichiarazioni rilasciate a commento dei risultati elettorali nella regione strappata all’assalto di un Salvini comunque soddisfatto -c’è da dire- di averlo tentato, obbligando il Pd-ex Pci in quelle terre a giocare la prima vera partita “dopo 70 anni” di passeggiate. L’affluenza alle urne, quasi raddoppiata rispetto alle elezioni regionali precedenti, è oggettivamente motivo di orgoglio sia per chi ha vinto sia per chi ha perduto.
di riposare e di lavorare bene, per cui il comico ha deciso di farsi operare e di rinviare i suoi nuovi spettacoli “terrapiattisti” programmati per febbraio. Ne conseguirà una pausa, un rallentamento e quant’altro anche come garante elevato del suo movimento politico, anch’esso afflitto peraltro da apnee, di natura stavolta elettorale già prima del voto europeo di fine maggio dell’anno scorso ma da allora aggravatesi in ogni tipo di appuntamento con le urne, per esempio in Umbria.
più prudente attribuendo
a Conte “un passato da burattino”, che Moro non fu mai, “un futuro da burattinaio e un presente senza personaggi in teatro salvo Arlecchino”. A Di Maio invece, non so se lasciandogli apposta la carica di ministro degli Esteri o immaginandolo dimissionario anche da quella, Scalfari ha consigliato di “girare il mondo per un paio d’anni per capirne la qualità”.