Dallo Spallanzani a Cincecittà, il percorso di guerra del governo Conte

            Come le tre ricercatrici all’ospedale Spallanzani di Roma col Coronavirus, facilitando diagnosi e terapia, si spera nel più breve tempo possibile, così i renziani a Cinecittà hanno Spallanzani.jpegisolato, selezionandolo fra i tanti problemi aperti nella maggioranza giallorossa, la questione più urgente e importante su cui il governo si gioca la vita nelle prossime settimane. E’ naturalmente il problema della prescrizione nella versione introdotta dalla precedente maggioranza gialloverde nel codice e targata Bonafede, il ministro grillino della Giustizia, e ora anche capo della delegazione del Movimento 5 Stelle nel governo.

         Il guardasigilli, peraltro reduce dalle cerimonie d’inaugurazione dell’anno giudiziario in cui ha sentito con le proprie orecchie le preoccupazioni e le critiche dei procuratori generali, per  nulla condizionati dalla posizione assunta dall’associazione nazionale dei magistrati, alla sostanziale soppressione della prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio, è stato direttamente e personalmente invitato da Renzi, in apertura e chiusura della prima assemblea nazionale del suo nuovo partito, a cambiare registro. Cioè, ad accettare quanto meno la sospensione per un anno del nuovo sistema per lasciare alla maggioranza il tempo necessario a definire una vera e vincolante riforma del processo penale, che ne specifichi e garantisca al tempo stesso la “ragionevole durata” imposta dall’articolo 111 della Costituzione. Diversamente avremmo processi infiniti, l’ergastolo in tribunale come in cella, senza peraltro una condanna definitiva.

            Incurante anche dei numeri ricordatigli da Renzi, che grazie proprio ai suoi parlamentari diventerebbero insufficienti al Senato per garantire la sopravvivenza algoverno, ma potrebbero riservare sorprese anche alla Camera, Bonafede ha reagito alle solite maniere grilline, in una cBonafede.jpegomposizione improvvisa, almeno nelle apparenze, delle tensioni che lacerano su più fronti il suo movimento. Egli ha liquidato come “ricatti” moniti e richieste dell’alleato di governo, e di quanti nel Pd dovessero decidere di dargli una mano nonostante la scissione renziana subìta nei mesi scorsi. Ed ha allungato sul fondatore e leader di Italia Viva  l’ombra dei vecchi alleati, o quasi, di governo come Angelino Alfano e Denis Verdini, considerati dai grillini il peggio del peggio.

            Nella stessa logica della difesa di Bonafede il giornale che più ne condivide e sostiene la linea, naturalmente Il Fatto.jpegIl Fatto Quotidiano, alle ombre di Alfano e Verdini ha aggiunto quella di Matteo Salvini, in soccorso dei cui interessi e progetti politici, a cominciare da una crisi ministeriale, Renzi si starebbe muovendo, pur essendo stato proprio lui nella scorsa estate non ad aprire ma a spalancare le porte ad un cambiamento di maggioranza per mandare la Lega all’opposizione e sostituirla, in un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, coll’ancòra suo Pd e con la sinistra di Bersani, D’Alema e Grasso, in ordine alfabetico.

            Salvini è stato evocato e rimesso anche sulla prima pagina di Repubblica per un’intervista al vecchio Umberto Bossi nella sua casa, tra le immagini televisive dell’amato basket e i familiari, finalizzata Repubblica.jpegnelle domande e nelle risposte biascicate, ma ben tradotte e stampate in frasi dalla facilissima lettura, contro il  nuovo leader della Lega, troppo estremista, nazionalista, sovranista e quant’altro anche per uno come il “senatur”, con i suoi trascorsi da aspirante secessionista e da procacciatore di fucili e proiettili con cui sbaragliare gli avversari politici, ed anche qualche alleato scomodo. Siamo al solito giornalismo che non racconta, ma fa o partecipa alla politica.  

 

 

 

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Un pò fallimentare la missione di Davigo al Palazzo di Giustizia della “sua” Milano

            Piercamillo Davigo ha dunque ottenuto quello che francamente gli spettava, una volta designato dal comitato di presidenza a rappresentare il Consiglio Superiore della Magistratura all’inaugurazione dell’anno giudiziario nella “sua” Milano. Sua, perché vi ha lavorato per tanti anni guadagnandosi, fra l’altro, negli uffici della Procura della Repubblica all’epoca di Mani pulite la fama di “dottor Sottile”, in concorrenza con l’omonimo della politica che era l’ex braccio destro di Bettino Craxi a Palazzo Chigi Giuliano Amato, destinato pure lui in qualche modo a diventare magistrato, facendo ora parte della Corte Costituzionale. Che di uomini può giudicare solo il presidente della Repubblica, se accusato di alto tradimento della Costituzione, ma di leggi può giudicarle tutte smentendo spesso il Parlamento: cosa che l’allora costituente Palmiro Togliatti, convinto com’era della sacralità parlamentare, e della politica,  aveva previsto maturando il sospetto, quanto meno, che la Corte Costituzionale non fosse un affare per la democrazia, almeno come lui l’intendeva.

            Piercamillo Davigo, dicevo, ha potuto fare quel che doveva, sino a prendere la parola, pur fra le proteste di 120 avvocati che contemporaneamente lasciavano la sala innalzando cartelli inneggianti agli articoli della Costituzione secondo loro minacciati, o addirittura calpestati, dalle frequenti esternazioni dello stesso Davigo. Secondo il quale, per esempio, gli avvocati tirerebbero troppo a lungo i processi per scommettere sulla prescrizione e insieme guadagnare di più, per cui si sono meritati la legge in vigore dal 1° gennaio, che abolisce sostanzialmente la prescrizione con l’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio.

            Questo è anche il trofeo politico del ministro grillino della Giustizia Alfonso Bonafede, strappato agli improvvidi leghisti ai tempi della maggioranza gialloverde e ora difeso dalle pressioni di alcuni partiti della nuova maggioranza giallorossa. Che vorrebbero una rapida e sicura definizione dei tempi del processo penale per renderli davvero e sicuramente “ragionevoli” come stabilito dall’articolo 111 della Costituzione. Diversamente avremmo processi simili ad ergastoli.

            Davigo tuttavia ha pagato a caro prezzo il suo diritto di partecipazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Milano per conto del Consiglio Superiore della Magistratura di cui fa parte. E che, a conti fatti, potrebbe essere perfidamente sospettato nelle sue posizioni Davigo.jpegapicali di avergli voluto fare più un dispetto che un favore. Egli ha dovuto non solo assistere personalmente alla contestazione promessa e attuata nei suoi riguardi dagli avvocati ambrosiani, ma per non esasperare animi e situazioni si è tenuto alla larga, nel suo intervento, dai temi che con tanta sicurezza aveva sollevato rilasciando interviste e frequentando salotti televisivi fra lo sbigottimento appunto degli avvocati, e non solo. Davigo ha preferito occuparsi dei problemi interni alla magistratura parlando del lavoro del Consiglio Superiore e dell’aumento dell’attività di sorveglianza e di sanzione delle toghe.

            Oltre ad accantonare i suoi abituali e urticanti argomenti, l’ultimo dei quali è stata la convenienza teorica dell’uccisione del coniuge rispetto ai tempi della separazione legale, Davigo ha dovuto ascoltare il procuratore generale della Corte d’Appello Roberto Alfonso. Che, dopo avergli espresso “solidale amicizia”, ne ha smontato l’opinione sulla nuova disciplina, diciamo così, della prescrizione denunciandone il contrasto con i principi e le norme della Costituzione. Il ministro Bonafede, presente e dichiaratamente stanco di sentirsi etichettato da altri come un “manettaro”, non ha gradito e lo ha detto. Neppure Davigo deve avere gradito, ma una volta tanto ha dovuto tacere.

            Sul piano mediatico il bilancio della missione, chiamiamola così, di Davigo a Milano è stato ancora più negativo. Sulla prima pagina del Corriere della Sera, per esempio, egli ha dovuto incassare un urticante commento di Aldo Grasso, che gli ha contestato di essere ormai passato dalle sottigliezze ai “paradossi”, tanto da meritare un cambiamento del vecchio soprannome guadagnatosi da semplice sostituto procuratore negli anni Novanta del secolo ormai trascorso.

            Sulla prima pagina del Fatto Quotidiano Davigo si è visto difendere nel peggiore dei modi, con articoli Il Fatto.jpege titoli di dileggio degli avvocati, ambrosiani e non, che hanno disseminato di proteste contro le posizioni davighiane un po’ tutte le cerimonie giudiziarie delle Corti d’Appello, in un caso ammanettandosi in pubblico, Questi avvocati sono stati bollati come quelli “delle cause perse” dal giornale dove Davigo è sostanzialmente di casa per le interviste che gli concede e per gli elogi che gli rivolgono. E il direttore Camere penose.jpegMarco Travaglio, con la mania che ha di storpiare i nomi alle cose e agli uomini quando non gli piacciono, ha fatto diventare “penose” le Camere penali già nel titolo dell’editoriale scritto intingendo più del solito il metaforico pennino nel veleno.   

 

 

 

 

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Cronache di un governo sulla via improvvisamente interrotta della seta

            Anche lui ispirato, condizionato e quant’altro dallo scenario di un Paese nel panico, specie dopo lo stato di emergenza proclamato dal governo per sei mesi di fronte all’interruzione della famosa  e decantata Via della Seta -ricordate?- a causa del coronavirus che la minaccia, il bravo Emilio Giannelli ha confermato ancora una volta quanto e come un vignettista riesca a raccontare, spiegare e commentare la politica italiana meglio non dico di un politico, che è sempre stato il meno indicato a farlo, ma di un politologo di professione e -ahimè- di un giornalista.

            E’ letteralmente impagabile quel reggente del movimento grillino e vice ministro dell’Interno Vito Crimi immaginato sulla prima pagina del Corriere della Sera in un vertice della maggioranza giallorossa di governo che dice ai suoi interlocutori, tutti già protetti dalla mascherina: “Nei cinque stelle  non siamo in salute ma, vi assicuro, niente di contagioso”. Invece il contagio, quello politico naturalmente, c’è e si vede.

            Spostati in aprile e forse anche oltre i cosiddetti e annunciati Stati Generali del movimento ancora maggiormente rappresentato in Parlamento -per quel 33 per cento dei voti conseguiti nel 2018, e passati al 14 con l’ultimo sondaggio, quindi al di sotto anche del 17 cui lo aveva ridotto l’allora alleato Matteo Salvini nelle elezioni europee di fine maggio dell’anno scorso-  si sono allungati anche i tempi della cosiddetta verifica di governo pur avviata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Non mancheranno riunioni, incontri e quant’altro, per carità, ma saranno sempre, giocoforza, interlocutori perché bisognerà attendere di sapere, capire, intuire cosa vorranno fare da grandi i pentastellati, oltre che litigare o scannarsi ogni giorno più di quanto volessero e sapessero fare ai loro peggiori tempi i democristiani, di cui d’altronde i grillini hanno finito per prendere il posto “centrale” con quella smisurata e ormai artificiale presenza nelle Camere.

             Vorranno -sempre i grillini- continuare a stare insieme da separati o separarsi davvero? Ma in quanti per trasformare in fatti concreti la nostalgia che sembrano avere dei mesi di collaborazione pur suicida con la Lega di Salvini? E in quanti invece per partecipare al polo dei progressisti, come lo chiama il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che generosamente lo immagina guidato da quel grillino di complemento che è Conte, tanto bravo peraltro da far sognare anche i veterani della Dc desiderosi di un ritorno alla grande alla politica? E in quanti infine  per non stare organicamente da nessuna parte, né a destra né a sinistra, sognando a loro volta di essere in questa legislatura e in quella ancora successiva, sia pure a ranghi ridottissimi, anche per le dimensioni che avrà  il nuovo Parlamento, il cosiddetto ago della bilancia, come capitò a suo tempo  con un massino del 14 per cento dei voti a Bettino Craxi? Il quale per questo fu paragonato da un severissimo Eugenio Scalfari a Ghino di Tacco, che nella roccaforte di Radicofani taglieggiava i pellegrini diretti a Roma, o di ritorno.

            In attesa di poter rispondere a tutte queste domande o curiosità il governo con mascherine incorporate, come Stefano Rolli.jpeglo rappresenta anche Stefano Rolli  sul Secolo XIX, prosegue il suo cammino tortuoso, preoccupato solo di una cosa che non è il contagio da polmonite cinese ma uno scioglimento anticipato delle Camere per qualche incidente scappato al controllo dopo il termine o scadenza che sembra avere messo in sicurezza queste Camere: lo svolgimento, davvero difficile da evitare a questo punto, del referendum del 29 marzo confermativo del taglio di 345 seggi parlamentari su meno di mille.

            Nel frattempo, detto per inciso, il guardasigilli Alfonso Bonafede, diventato anche capo della delegazione grillina al governo al posto del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si terrà stretta la “sua” prescrizione conteggiabile solo sino all’emissione della prima sentenza. E farà spallucce, tra un incontro e l’altro  sulla materia con chi dissente all’interno della maggiorana, anche al rischio appena denunciato dal primo presidente della Corte di Cassazione, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che per effetto della sua presunta riforma maturino 25 mila processi in più l’anno, se non si è capito male: processi che per i reati commessi dal primo gennaio scorso potranno durare all’infinito, magari con qualche sanzionetta disciplinare per i magistrati troppo pigri.

            Senza volergli mancare di rispetto, per carità, maBonafede.jpeg parlando solo in termini politici, per niente personali, quel Bonafede in blu neppure a doppio petto nel cosiddetto Palazzaccio romano, tra gli ermellini della Cassazione alle prese con le temute conseguenze dei suoi progetti, sembrava un marziano più che un ministro della Repubblica.

 

 

 

 

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La guerricciola inutile degli avvocati milanesi a Piercamillo Davigo

            A vent’anni dalla morte di Bettino Craxi, odiato ancora dai suoi vecchi avversari nonostante la pietà animata nelle sale cinematografiche con la rappresentazione dei suoi ultimi anni e giorni di vita lontano dall’Italia,  e a ventotto dal clamoroso lancio di quel missile giudiziario che si sarebbe rivelato l’inchiesta “Mani pulite”, abbattutosi sulla cosiddetta Prima Repubblica incenerendola, può stupire sino ad un certo punto che il Consiglio Superiore della Magistratura abbia delegato la propria rappresentanza all’inaugurazione dell’anno giudiziario ambrosiano a Piercamillo Davigo. Che fu tra i protagonisti -il più “sottile” a attrezzato professionalmente, si dice ancora- di quell’inchiesta, tenutosi poi prudentemente lontano dalla politica, diversamemte dal suo collega Antonio Di Pietro o dal suo superiore Gerardo D’Ambrosio.

            Non può stupire neppure la fretta per niente imbarazzata con la quale sono state liquidate la proteste degli avvocati milanesi, motivate non dal passato ma dal presente. Essi sono rimasti appesi alle loro critiche alle opinioni che Davigo usa esprimere sul lavoro forense come Matteo Salvini a quel disgraziato citofono bolognese che gli è costato probabilmente la “prima” sconfitta elettorale dopo più di un anno di successi.

            La sorpresa maggiore tuttavia è venuta dagli avvocati non milanesi, diciamo così, rimasti sostanzialmente alla finestra nel timore di apparire anch’essi  impegnati a discutere della libertà di Davigo di esprimere le sue pur opinabili opinioni ogni qualvolta gliene capiti l’occasione, davanti ad un microfono o in un salotto televisivo: per esempio, quella di considerare gli innocenti come scampati alla condanna. Che è un’opinione certo, ma un po’ forte, e persino traumatica per uno sfortunato di media cultura che si aspetta francamente altro da un magistrato.

            Forse la scarsa considerazione che Davigo mostra ogni tanto di avere degli avvocati nasce proprio dall’opinione, anch’essa liberissima, che siano troppo bravi a trasformare i colpevoli in innocenti, con tanto di sentenze non di odiata prescrizione ma di assoluzione per non vare commesso il fatto o perché il fatto non sussiste. Non parliamo poi degli avvocati a patrocinio cosiddetto gratuito. Che, già pagati troppo generosamente da uno Stato che si fTitolo su Davigo il 9 gennaio.jpega imbrogliare da falsi non Fatto su Davigo.jpegabbienti, fanno a difesa dell’imputato di turno “più atti possibile per aumentare la parcella”, non perché essi servano sempre, e davvero, ad aiutare o salvare l’imputato. Ma ce n’è -per esempio, in una lunga intervista di Davigo pubblicata il 9 gennaio scorso dal Fatto Quotidiano e raccolta personalmente, con la solita diligenza, dal direttore in persona Marco Travaglio- anche per gli avvocati a patrocinio non gratuito per quella loro mania di appellarsi sempre e comunque ad una sentenza di condanna, tanto per non fare la figura dei “fessi” e per ritardare, male che vada, l’esecuzione della pena detentiva.

            Ebbene, poiché il carcere – sentite questo sillogismo di Davigo- ha per dettato costituzionale, e per fortuna, una natura rieducativa, redentrice o com’altro volete chiamarla, l’avvocato Davigo su rieducazione.jpegche ne procura il rinvio finisce per nuocere al suo stesso cliente, ritardandone la guarigione. E ringrazi Dio, questo avvocato, se a nessun procuratore o sostituto procuratore della Repubblica emulo della sensibilità e della scienza di Davigo non sia ancora venuta l’idea, che si sappia, di indagarlo e farlo processare per il danno ingiusto procurato al suo cliente.

            E meno male -va detto con un certo sollievo- che a suo tempo Davigo, quando lavorava nel pool di “Mani pulite” sentì il bisogno e l’opportunità di smentire il proposito attribuitogli di scambiare i suoi uffici per una sartoria, lavanderia e qualcosa del genere, dove “rivoltare l’Italia come un calzino”. Che fu una leggenda tradotta da molti elettori – non so dire con franchezza, dopo tanti anni, se fortunatamente o sfortunatamente- nella scelta di affidare quel compito non ai magistrati ma a Silvio Berlusconi, facendogli vincere le elezioni politiche del 1994. E pentendosene già dopo qualche settimana, quando i più informati, almeno, appresero che il Cavaliere da presidente del Consiglio malvolentieri incaricato da Oscar Luigi Scalfaro aveva offerto il Ministero della Giustizia ad Antonio Di Pietro, ancora sostituto procuratore a Milano, e acarezzato l’idea di proporre il Ministero dell’Interno a Davigo, o viceversa se i due avessero voluto.

            Ah, come sono andate le cose, prima ancora di come vanno, in questo nostro stupefacente e imprevedibile Paese.

 

 

 

 

 

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Tra le verifiche del governo Conte e del movimento 5 Stelle affidato a Crimi

            In attesa della verifica del governo e della maggioranza affidata alla mediazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte accontentiamoci di quella avviata sotto le cinque stelle, sempre all’interno della maggioranza, da Vito Crimi, reggente del movimento che, per quanto malmesso da qualche tempo a questa parte nelle urne, continua a disporre dei gruppi parlamentari più grandi e svolge quel ruolo centrale, cioè determinante, che fu una volta della Dc. Non dico che essi continui a disporre della chiave della legislatura, perché questa è affidata dalla Costituzione alle mani del presidente della Repubblica, ma quasi.

            Per non cadere in equivoci seguiamo la verifica fra i grillini, allungatasi nei tempi quasi Crimi al Fatto.jpegscaramanticamente da metà marzo, e dalla memoria delle idi che costarono la vita a Cesare, al succesivo mese di giugno, dopo il referendum confermativo sui tagli alle Camere, seguendo Crimi per quello che ha appena detto ad un giornale di fiducia come Il Fatto Quotidiano. Che non a caso vi ha aperto la sua prima pagina, quasi con l’orgoglio di uno scoop.

            Pur deluso dall’andamento del suo primo incontro, dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo, con i parlamentari del suo movimento per averli sentiti mormorare alla fine che “non c’è dialogo”, Crimi si sente un po’ l’uomo indicato dalla Crimi 1 .jpegProvvidenza per il cammino che attende i grillimi. Già primo capogruppo del movimento al Senato e fra i primi candidati a governatore regionale nella breve storia del quasi partito in cui milita, egli ha immodestamente osservato che “ogni volta che bisogna aprire una strada” tocca a lui.

            Ma qual è la strada che deve imboccare Crimi? Quella della partecipazione al centrosinistra desiderata da Grillo fra le sue apnee notturne, e forse anche diurne, o alla più generica “area vasta dello sviluppo sostenibile”, come l’ha recentemente definita il presidente del Consiglio Conte, corteggiato sempre più insistentemente dal segretario Pd Nicola Zingaretti come l’uomo o il punto di riferimento dei “progressisti” per ora solo italiani?  Non sembra proprio, visto che al reggente Il Fatto Quotidiano fa dire tra virgolette, sin nel sommario del titolo, che “se si colloca in un campo politico il Movimento non esiste più”.

            Mentre continuano a partire dall’interno del Pd, in vista delle elezioni regionali di primavera, richieste, appelli e quant’altro per fare alleanze antisalviniane allo scopo di non dare o confermare al centrodestra non dico la rossissima Toscana ma la Puglia, la Campania, la LiguriaCrimi 4 .jpeg e altro ancora, Crimi ha spiegato che “individueremo i nostri candidati consiglieri e presidenti in Rete, come sempre”. “Il regolamento -ha spiegato o ricordato il reggente- consente comunque al capo politico di proporre un candidato esterno, ma in questo caso deve essere sottoposto agli iscritti”, secondo un percorso quidi che sembra francamente più di guerra che di pace, per come si sono messe le cose nel movimento grillino, spaccato in almeno tre tronconi, secondo l’immagine offerta al pubblico sempre dal giornale che di ciò che vi accade è il più informato, a prova anche delle smentite di turno destinate a rivelarsi farlocche in pochi giorni.

            Un’ultima postilla va segnalata dell’intervista a cuore aperto di Crimi al Fatto Quotidiano sulle prospettive della verifica di governo, alla quale progetti, non accordi.jpegegli parteciperà con tutti i poteri della sua carica. Quelli che dovessero essere raggiunti tra le forze della maggioranza giallorossa non potrebbero essere chiamati “accordi” ma “progetti, in modo cioè più generico e meno vincolante.       

L’antisalvinismo ormai esistenziale di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi

A Giuseppe Conte, nonostante l’ermetismo facciale impostosi nello studio televisivo di Lilli Gruber per proteggersi dalle allusioni, curiosità, malizie professionali e quant’altro della conduttrice sui suoi progetti politici dopo avere festeggiato in piazza, davanti a Palazzo Chigi in una specie di conferenza stampa improvvisata, la sconfitta di Matteo Salvini in Emilia-Romagna, non è sfuggito un sorriso imbarazzato quando, collegato dall’esterno, Massimo Cacciari gli ha ricordato che i leghisti governano le regioni di tutto il resto del Nord produttivo del Paese. E ciò senza parlare di quelle conquistate nel Centro e nel Sud d’Italia, ultima la Calabria, nelle elezioni successive a quelle politiche del 4 marzo 2018.

L’antisalvinismo, cominciato il 20 agosto dell’anno scorso nell’aula del Senato con l’attacco mosso al suo ancòra ministro dell’Interno e vice presidente del Consiglio tenendogli una mano sulla spalla, è ormai diventato una corazza per il presidente del Consiglio. Che pensa probabilmente di essere così al sicuro un po’ dall’oggettivo marasma interno al movimento grillino -che lo ha portato a Palazzo Chigi, adesso in caduta libera di voti e diviso in tre tronconi, come ha raccontato all’insospettabile Fatto Quotidiano l’altrettanto insospettabile senatore pentastellato Massimo Bugani- e un po’,  ma forse ancor di più, dal cambiamento di passo, dalla svolta e persino dalla “modifica dell’asse politico del governo” chiestogli dal Pd, per ripetere l’espressione del vice segretario Andrea Orlando.

“Grande” sarà stata, come dice Conte, la sconfitta di Salvini ma altrettanto grande, se non ancora di più, è stata la paura della sinistra di perdere la partita, per cui non ha avuto torto il già citatoMassimo Cacciari.jpeg e insospettabile Cacciari a ricordare al presidente del Consiglio anche l’inedita contendibilità della regione più rossa del Paese, o la seconda dopo la Toscana: una cosa inimmaginabile sino a qualche anno fa, a prova addirittura di una disaffezione dalle urne come quella verificatasi nelle precedenti elezioni regionali, cui partecipò soltanto poco più di un terzo dell’elettorato, senza che il Pd si sentisse minimamente in pericolo.

Questa volta “i rossi” hanno dovuto mobilitarsi davvero, portando con le buone o le cattive, come si dice di solito, tra salsicce e sardine, il loro elettorato alle urne e salvandosi non dico per il rotto della cuffia -visti gli otto punti finali di distacco fra il governatore vincente e l’antagonista diretta-  ma quasi. Penso agli errori di Salvini, il più clamoroso dei quali resta quell’incredibile ricorso al citofono del tunisino sospettato di spaccio di droga, il cui video  hanno dovuto rimuovere anche quelli di Facebook, e al cosiddetto voto disgiunto di quel che è rimasto dell’elettorato grillino, in parte accorso in aiuto del governatore piddino uscente e rientrato.

            Un altro momento della prestazione politica di Conte nel salotto televisivo della Gruber che non mi ha francamente convinto -e credo non abbia convinto neppure la conduttrice, pur notoriamente critica verso Salvini- è quello in cui il presidente del Consiglio ha cercato di liquidare il problema delle distanze ormai assunte fra la geografia politica del Parlamento e quella del Paese dopo i rovesci grillini, l’espansione del centrodestra e la ripresa del Pd, nonostante la scissione subìta di recente ad opera di Matteo Renzi. “Non si può votare per le Camere ogni mese, come si fa con i sondaggi”, ha detto pressappoco, e pradossalmente, il presidente del Consiglio. Che avrà dalla sua, per carità, la Costituzione con la durata quinquennale della legislatura, durante la quale sono teoricamente possibili tutti i cambiamenti di maggioranza, persino a guida del governo invariata, com’è accaduto appunto con lui qualche mese fa, ma converrà pure che la stessa Costituzione contempla il ricorso anticipato alle urne.

            Si dice, a sostegno della durata quasi ad ogni costo della legislatura cominciata nel 2018, che queste Camere hanno il diritto di eleggere fra due anni il presidente della Repubblica, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, e che sarebbe improprio, pericoloso e quant’altro lasciarne il compito a nuove Camere a maggioranza prevedibilmente di centrodestra, per giunta a trazione leghista.

Ebbene, è improprio anche il tentativo di buttare nella polvere o nel polverone della lotta politica l’elezione del presidente della Repubblica, mettendo peraltro a disagio quello in carica perché lo si espone addirittura al sospetto che possa ambire alla rielezione e si tenga perciò stretto il Parlamento in carica. Inoltre, sinora da Salvini è uscita per il Quirinale solo la disponibilità a votare per un’eccellenza come Mario Draghi, fra le proteste peraltro della sua alleata Giorgia Meloni. Ma, a parte tutto questo, mi chiedo se sono proprio sicuri i custodi ad oltranza di questa legislatura che con la forte riduzione dei seggi parlamentari, in via di ratifica col referendum appena indetto per il 29 marzo, le Camere attuali non siano state a tal punto superate, se non delegittimate, da mettere in imbarazzo qualsiasi presidente della Repubblica dovessero eleggere nel 2022, e destinato a rimanere in carica sino al lontano 2029. Sarebbe più logico e virtuoso farlo eleggere dal Parlamento nelle sue nuove dimensioni, e non solo dimensioni.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

La quasi rimozione di Di Maio da capo della delegazione grillina al governo

             L’ascesa del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a capo della delegazione del suo movimento al governo è avvenuta in circostanze e modalità più importanti o significative dello stesso fatto in sé. Esse aiutano a capirne le ragioni, o a intravvederne gli effetti.

            Innanzitutto il reggente delle 5 Stelle Vito Crimi, dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da “capo politico”, ha voluto incontrarsi prima a Milano con Davide Casaleggio e poi a Roma con i ministri e i sottosegretari del movimento per la soluzione del problema posto, in verità, più da lui stesso che dal suo predecessore alla testa dellla formazione grillina. Basta rileggersi bene e risentire la registrazione dell’intervento di Di Maio al tempio di Adriano, con l’annuncio Di Maio.jpegdella sua rinuncia, per rendersi conto ch’essa riguardava solo la carica di capo politico, appunto, del movimento e non di capo della delegazione al governo. Dove peraltro come ministro degli Esteri ha la funzione più alta fra tutti i colleghi, anche se il suo arrivo alla Farnesina sembrò, in verità, più un premio di consolazione che una promozione, non essendo egli riuscito ad ottenere né la conferma a vice presidente del Consiglio né la nomina a ministro dell’Interno, al posto dell’autodefenestrato ed ex alleato Matteo Salvini.

            Alla riunione dei ministri e dei sottosegretari convocata dal reggente Crimi, peraltro vice ministro dell’Interno, non ha partecipato Di Maio, formalmente preso dai suoi impegni internazionali e dall’emergenza della polmonite cinese che ha coinvolto anche la Farnesina per le competenze delle misure di prevenzione e di assistenza, protezione e quant’altro degli italiani presenti nel paese dove è scoppiata l’epidemia.

            L’elezione del nuovo capo della delegazione è infine avvenuta per acclamazione, con tutti gli inconvenienti interpretativi cui una simile modalità si presta, a cominciare da quella dose così troppo grande di trasparenza da nascondere l’opposto, cioè il massimo della nebbia. Credo che sia una novità assoluta una sostanziale rimozione, sia pure indiretta, avvenuta per acclamazione.

            Tra le circostanze, diciamo così, curiose dell’ascesa di Bonafede a capo della delegazione grillina al governo va messa anche l’ufficializzazione, in qualche modo, della divisione in tre filoni del Movimento delle 5 Stelle sul giornale che ne riflette maggiormente gli umori, ne fotografa più da vicino gli aspetti e spesso ne anticipa anche gli indirizzi, o indirizza direttamente gli interessati, com’è avvenuto nelle elezioni regionali in Emilia-Romagna. In occasione delle quali il direttore in persona del giornale ha promosso il cosiddetto voto disgiunto a favore della conferma del governatore piddino uscente.  Si era spinto, poveretto, a raccomandare il voto disgiunto anche in Calabria prima di essere avvertito che lì non si poteva fare per legge e di scusarsi con franchezza per l’errore. Sto scrivendo naturalmente del Fatto Quotidiano, che ha appena intestato su tutta la sua prima pagina i tre “tronconi” grillini anticipati genericamente il giorno prima sullo stesso giornale con una intervista dal senatore pentastellato Massimo Bugani.

            “Parte la corsa tra Contiani, Dibba e Dimaiani”, ha titolato il giornale diretto da Marco Travaglio. Per contiani debbono essere ovviamente considerati i fans del presidente del Consiglio Il Fatto.jpegGiuseppe Conte, per Dibba l’apparentemente turista, per ora, Alessandro Di Battista e per Dimaiani i tifosi del giovane e adesso semplice ministro degli Esteri, cui molti attribuiscono, a torto o a ragione, progetti di ritorno alla guida del movimento su posizioni né di destra né di sinistra, e quindi contrarie all’appartenenza organica ad uno dei due poli comunque definibili -progressisti e conservatori, centrosinistra e centrodestra- immaginati, perseguiti e quant’altro da Conte e dal segretario del Pd Nicola Zingaretti.

            Bonafede ha sempre non dichiarato ma ostentato la sua amicizia con Di Maio, ma ancora prima di lui egli aveva conosciuto, frequentato, apprezzato e introdotto nel movimento grillino l’allora suo professore di diritto Giuseppe Conte. Alla cui mediazione il guardasigilli si è appena rimesso nella partita delicatissima della prescrizione, in cui potrebbe inciampare il governo giallorosso, dove cresce giustamente la paura che la riforma sostanzialmente soppressiva della  prescrizione introdotta proprio da Bonafede come una supposta , a suo tempo con la guardia abbassata degli allora alleati leghisti, nella legge nota come “spazzacorrotti”, si traduca nei processi a vita, una volta emessa la sentenza di primo grado.

            Ebbene, Bonafede è l’unico al quale Conte potrebbe fare ingoiare come guardasigilli e capo della delegazione grillina al governo il rospo di una sostanziale riscrittura della sua riforma sventolata come una bandiera rivoluzionaria indovinate da chi? Dal Fatto Quotidiano, naturalmente.              

Primi e immediati avvisi a Conte dal Pd, ma un pò anche dal Quirinale

            A smentire o contraddire la sicurezza ostentata dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte godendosi “la grande sconfitta” dell’ex alleato e ora rivale assoluto Matteo Salvini nelle elezioni Andrea Orlando.jpegin Emilia-Romagna ha provveduto il vice segretario del Pd Andrea Orlando. Il quale -più esplicitamente del segretario Nicola Zingaretti, secondo cui “non cambiano gli equilibri” ma occorre “una nuova fase” nell’azione dell’esecutivo- ha detto che il risultato elettorale nella regione più rossa d’Italia, analogo a quello di colore pur opposto della Calabria nella parte riguardante il crollo dei grillini, “modifica l’asse politico del governo su molte questioni”. Fra cui primeggiano nelle competenze dell’ex guardasigilli Orlando quelle naturalmente della giustizia, a cominciare dalla durata dei processi da definire con rigore ora che la prescrizione scompare con la sentenza di primo grado.

            All’uscita del vice di Nicola Zingaretti il reggente del Movimento 5 Stelle Vito Crimi ha reagito seccamente Vito Crimi.jpegsostenendo che “i rapporti di forza” fra le componenti del governo “non cambiano”, non essendosi votato per il rinnovo del Parlamento, dove pertanto i grillini continuano a disporre della maggioranza relativa. Sarebbe pertanto il Fatto.jpegirrilevante anche la spaccatura ormai del Movimento in tre parti, come ha appena raccontato all’insospettabile  Fatto Quotidiano un personaggio non certo di secondo piano come Massimo Bugani, Max per gli amici,  eletto senatore nelle liste pentastellate.

            Più loquace di Crimi è stato per i grillini il sottosegretario dell’ex capo del movimento Luigi Di Maio al Ministero degli Esteri Manlio Di Stefano.jpegManlio Di Stefano. Che ha definito quelle di Andrea Orlando “bislacche fughe in avanti”, inaccettabili pur considerando “la giusta esultanza” del Pd per la scampata sconfitta in una regione così profondamente legata alla storia della sinistra come l’Emilia-Romagna.

            Oltre che ad Orlando e al Pd, o ancor più che all’uno e all’altro, i messaggi di Crimi e Di Stefano sono ovviamente rivolti a Conte in persona perché, magari distratto dalla sardina messagli nel taschino della giacca dal vignettista Stefano Rolli, non dimentichi di essere a Palazzo Chigi su designazione e per volontà dei grillini. Che si aspettano da lui non dico riconoscenza, perché questo è un sentimento non molto Rolli.jpegorganico alla politica, ma il rispetto degli impegni evidentemente presi nel momento della risoluzione della crisi di governo provocata nella scorsa estate da Salvini. Allora il Movimento 5 Stelle alleandosi col Pd ne rifiutò la richiesta di “discontinuità” a Palazzo Chigi e impose la conferma del premier uscente a tutela della posizione del partito ancòra di maggioranza.

            Dietro la disputa aperta dal vice di Zingaretti sulla conferma o modifica dell’”asse politico” s’intravvede Guido Alpa.jpegl’arrivo al pettine di un nodo indicato di recente dall’amico e maestro di Conte, l’avvocato Guido Alpa, sulla scelta che prima o poi aspetta il suo allievo: fra il Pd e il movimento che lo ha portato politicamente così in alto.

            Alla realtà delle cose, come all’invito rivolto dal capo dello Stato Sergio Mattarella tramite  il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda a “non galleggiare”, non si riesce a scampare a lungo limitandosi a cavalcare l’antisalvinismo.  

 

 

 

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Matteo Salvini ha perduto in Emilia-Romagna, ma l’Italia si è sgrillinizzata

            Le cronache riferiscono di un presidente del Consiglio in festa incontenibile per i risultati elettorali in Emilia-Romagna, che lo avrebbero ripagato delle brutte notizie, ma largamente previste, anzi scontate, giunte dalla Calabria. Dove il centrodestra con una candidata forzista alla presidenza non ha vinto ma stravinto con ben più di venti punti di distacco dal candidato del centrosinistra, nel contesto tuttavia di una modesta affluenza alle urne.

            In Emilia-Romagna invece l’uomo che dall’estate scorsa ha tolto il sonno, diciamo così, al capo del governo e ne è  diventato il più accanito avversario, Matteo Salvini, ha dovuto subire quella Repubblica.jpegche il quotidiano La Repubblica, anch’esso con grande sollievo, ha chiamato su tutta la sua prima pagina “la prima sconfitta”. Che non equivale però  alla prima, tonda vittoria del Pd, salvatosi sì dall’assalto leghista alla regione storicamente più di sinistra in Italia, ma non il manifesto.jpegcol “soccorso rosso” vantato sulla prima pagina del manifesto, quotidiano dichiaratamente, orgogliosamente, irriducibilmente comunista, bensì col soccorso giallo. E’  quello naturalmente dei grillini, precipitati ormai elettoralmente a una sola cifra, tanto in Emilia-Romagna quanto in Calabria, ma nella prima regione molto più che nella seconda. “Un colpo mortale” ha definito questo crollo il sindaco di Parma ex grillino Federico Pizzarotti, convinto che i suoi ex compagni di movimento non abbiano “più nulla da dire”, ridotti ad essere una ruota di scorta, più che alleati, del Pd.

            A questa musica funeraria di Pizzarotti si è aggiunta quella del senatore Gianluigi Paragone, recentemente espulso dal movimento e convinto che ormai i pentastellati siano politicamente “morti, soffocati in una scatoletta di tonno”, per ripetere l’immagine da essi usata a proposito del Parlamento prima che vi arrivassero in forza, forniti delle più taglienti apriscatole disponibili sul mercato.

            Al Fatto Quotidiano, giornale da vedere sempre per capire gli umori sotto le cinque stelle, hanno parlato del soccorso giallo con soddisfazione, e attesa gratitudine da parte del Pd, accostandolo tuttavia Il Fatto.jpegall’aiuto fornito dalle cosiddette sardine al partito guidato da Nicola Zingaretti. Che in effetti se n’è mostrato tanto consapevolmente compiaciuto da ringraziarle sin dalle prime dichiarazioni rilasciate a commento dei risultati elettorali nella regione strappata all’assalto di un Salvini comunque soddisfatto -c’è da dire- di averlo tentato, obbligando il Pd-ex Pci in quelle terre a giocare la prima vera partita “dopo 70 anni” di passeggiate.  L’affluenza alle urne, quasi raddoppiata rispetto alle elezioni regionali precedenti, è oggettivamente motivo di orgoglio sia per  chi ha vinto sia per chi ha perduto.

            Per tornare al Fatto Quotidiano e al suo titolo di grande sollievo e orgoglio – “Sardine e 5S spingono Bonaccini”- c’è da osservare che il confermato e apprezzato, per carità, governatore dell’Emilia-Romagna avrà pure vinto con quasi sei punti di vantaggio sulla concorrente leghista, almeno sino al momento in cui scrivo, ma ora il conto ai grillini, che vi hanno quanto meno contribuito, dovrà pagarlo a Roma il suo partito, dove peraltro pare che lo vogliano premiare affidandogli la carica di presidente lasciata dal nuovo commissario europeo Paolo Gentiloni. E lì, o qui, a Roma, saranno dolori non solo e non tanto per Zingaretti quanto per Conte. Che dovrà difendere il suo governo dagli effetti del marasma già da tempo esistenti e ora aggravato fra i grillini in marcia verso i cosiddetti Stati Generali, o idi, di marzo.

            Ho la sensazione, con una esperienza di cronaca politica un po’ più consolidata -immodestamente- di quella accumulata come presidente del Consiglio dal pur professore e avvocato in carica a Palazzo Chigi, che ne vedremo e sentiremo di belle nei prossimi giorni, settimane e mesi. Abbiamo peraltro un Parlamento in cui, nonostante le apnee dello stesso Grillo, i pentastellati conservano bene o male i numeri delle elezioni ormai preistoriche del 4 marzo 2018: un Parlamento in via di ulteriore delegittimazione col referendum in arrivo, confermativo della non piccola riduzione dei seggi sia della Camera sia del Senato. Ci sarà da divertirsi, o da mettersi le mani fra i capelli, per chi li ha, e secondo i gusti.

 

 

 

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Le apnee che affliggono Beppe Grillo e il suo movimento pentastellato

            Sembra una barzelletta ma non lo è. E’ un annuncio vero quello che ha fatto sul suo blog personale e ufficiale Beppe Grillo di essere affetto da apnee notturne. Che gli impediscono blog Grillo .jpegdi riposare e di lavorare bene, per cui il comico ha deciso di farsi operare e di rinviare i suoi nuovi spettacoli “terrapiattisti” programmati per febbraio. Ne conseguirà una pausa, un rallentamento e quant’altro anche come garante elevato del suo movimento politico, anch’esso afflitto peraltro da apnee, di natura stavolta elettorale già prima del voto europeo di fine maggio dell’anno scorso ma da allora aggravatesi in ogni tipo di appuntamento con le urne, per esempio in Umbria.

            Come l’annuncio delle dimissioni di Luigi Di Maio da “capo politico”, anche quello del malanno respiratorio di Grillo è arrivato alla immediata vigilia di un turno elettorale delicatissimo per le cinque stelle: in Emilia-Romagna, ma anche in Calabria. Dove i grillini si sono ritagliati, con tanto di referendum digitale gestito dal solito Davide Casaleggio, lo spazio delle comparse, più che degli attori: in Emilia-Romagna delle comparse addirittura in negativo, nel senso che la loro recita potrebbe risultare decisiva per la sconfitta dei loro nuovi alleati di governo a Roma – Pd e altre sinistre- o ininfluente per la loro vittoria.

              Fra le due alternative è francamente difficile dire quale sia la peggiore per le sorti del partito, o quasi partito, che meno di due anni fa uscì dalle urne, a sorpresa, nelle dimensioni e nel ruolo cosiddetto centrale che era stato per tanti anni della Democrazia Cristiana, all’epoca della cosiddetta prima Repubblica. Per cui ci è toccato assistere dal 4 marzo 2018 ai più rocamboleschi tentativi di paragonare il già citato Di Maio a Giulio Andreotti, con la penna addirittura del direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, e l’improvvisato -in senso tecnico della parola- presidente del Consiglio Giuseppe Conte, prima designato e poi imposto dai grillini, ad Aldo Moro con la penna di un veterano del giornalismo politico come Eugenio Scalfari, tra una telefonata e l’altra, o incontro-udienza,  con Papa Francesco. Ma nelle ultime ore, in verità, il fondatore della Repubblica di carta è apparso Scalfari di Conte.jpegpiù prudente attribuendo Scalfari su Di Maio.jpega Conte “un passato da burattino”, che Moro non fu mai, “un futuro da burattinaio e un presente senza personaggi in teatro salvo Arlecchino”. A Di Maio invece, non so se lasciandogli apposta la carica di ministro degli Esteri o immaginandolo dimissionario anche da quella, Scalfari ha consigliato di “girare il mondo per un paio d’anni per capirne la qualità”.

            Queste sembrano a prima vista cronache stellari, dal nome stesso del movimento nato da una risata in piazza di Grillo a Bologna una decina d’ anni fa, ma sono state e sono cronache politiche vere, in apnee non notturne ma alla luce e al calore del sole. Dio mio, verrebbe da dire, come siamo messi male.      

 

 

 

 

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