Conte rischia di essere soffocato dall’abbraccio del “santone” del Pd

            Per qualche tempo, sino a quando le polemiche si consumavano prevalentemente sui temi economici, le difficoltà dell’appena nato governo Conte 2 erano riferibili alle tensioni interne al Movimento 5 Stelle. Di cui lo stesso presidente del Consiglio, dovendo peraltro ai grillini la sua conferma a Palazzo Chigi pur col ribaltamento della maggioranza, sottolineava con comprensione lo stato di sofferente “transizione” seguita alla scoppola delle elezioni europee di fine maggio. Poi sarebbero arrivate anche le scoppole locali, con l’annessa divisione fra i pentastellati sulla natura tattica o strategica del rapporto col Pd: tanto strategica da poter o dover essere estesa, secondo alcuni, nelle amministrazioni regionali e cittadine.

            Quando i contrasti sono esplosi sui temi della giustizia, la cui già forte rilevanza politica è aumentata con la promozione del guardasigilli Alfonso Bonafede a capo della delegazione delle 5 Stelle al governo, il problema più spinoso della maggioranza non è più stato il movimento di cui è ora reggente Vito Crimi. E’ diventato, ma solo in apparenza, il pur piccolo partito di Matteo Renzi, decisivo numericamente al Senato. In realtà, il problema maggiore è diventato invece il Pd. Dove la concorrenza di Renzi su garantismo e dintorni ha fatto saltare i nervi anche al “tranquillo” Zingaretti spingendolo a reclamare una più ferma reazione di Conte, pur insignito dell’allettante indicazione di punto di riferimento dei “progressisti”. Ed è cominciata la ricerca dei dissidenti renziani, capaci di neutralizzare il capo con la vecchia pratica piddina del “fuoco amico”, con tanto di nomi spifferati ai giornali e di portavoce di Conte prodigo di “battute” al telefono sull’allestimento di una terza edizione governativa del professore pugliese, sorretta da “responsabili” interni ed esterni alla maggioranza attuale.

            Appartiene all’obbiettivo dell’annientamento e della demonizzazione di Renzi anche la campagna avviata per descriverlo in segreto e solido rapporto di  collusione, per niente occasionale, con i leghisti e, più in generale, col centrodestra. Da questa campagna Renzi si è difeso ricordando che nella scorsa estate “erano altri quelli che avevano già fatto l’accordo con Salvini”. L’allusione è proprio a Zingaretti, sulla cui linea di rifiuto di un accordo con i grillini prima di un passaggio di elezioni anticipate in effetti il leader leghista aveva fatto affidamento per aprire dalle spiagge romagnole la crisi di governo, non prevedendo di poterne uscire sconfitto per la svolta nel Pd favore delle 5 Stelle.

            Nel grande tramestio fra i piddini contro Renzi, anche a costo di rompere il collo a Conte con una crisi, si è distinto con dichiarazioni, interviste e messaggi telematici -fra le significative Foglio.jpegcritiche, sul Foglio e sul Messaggero, del capogruppo al Senato Andrea Marcucci, rimasto amico di Renzi pur non avendolo seguito nella scissione del partito- l’ex parlamentare Goffredo Bettini, gran consigliere di Zingaretti, come a suo tempo di Walter Veltroni.

            Di provenienza comunista Messaggero.jpege di origini aristocratiche marchigiane, Bettini è persino amichevolmente chiamato da qualche compagno, per note frequentazioni e simpatie asiatiche, e per la sua mole fisica, “il santone”, o “il Budda de ‘no antri”. Da cui Conte rischia, senza neppure accorgersene, di essere travolto o soffocato in un abbraccio sia pure a distanza.  

 

 

 

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Il Carnevale interrotto dalle smentite di Mattarella e Conte sui loro progetti

           Le cronache del Carnevale, cui gli italiani non rinunciano in questa stagione, come a quelle del festival di Sanremo da poco trascorso, si sono mescolate con quelle politiche. Fra le quali hanno prevalso le smentite di sorpresa e irritazione opposte dal Quirinale e da Palazzo Chigi alle ricostruzioni giornalistiche dell’incontro svoltosi sabato scorso fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio sulla turbolenta, a dir poco, situazione del governo e della maggioranza. Eppure si è trattato di ricostruzioni tutte concordi sulla convinzione espressa da Giuseppe Conte al capo dello Stato di essere sicuro del fatto suo, potendo contare sulla tenuta della sua coalizione gialloverde: o a spese della compattezza degli insofferenti renziani, che non ce la farebbero a rimanere uniti e al tempo stesso a far mancare i numeri alla maggioranza nel Senato, o grazie alla disponibilità di alcuni “responsabili”, particolarmente tra le fila berlusconiane, a lasciare l’opposizione per salvare il governo dalla crisi, sulle tracce paradossali dello stesso Berlusconi.

           L’allora presidente del Consiglio affidò nel 2010 alla regìa di Denis Verdini la ricerca di “responsabili” fra le opposizioni per salvare il suo ultimo governo di centrodestra dalla rottura con Gianfranco Fini. L’operazione ha conservato il nome di quello che è rimasto il più famoso ed emblematico dei soccorritori: Domenico Scilipoti, fuoruscito dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.       

           Giorgio Napolitano, che pur di garantire l’approvazione in tempo utile del bilancio preventivo si era prodigato per rinviare di un paio di mesi la sfiducia promossa dal pur presidente della Camera Fini, dando così tempo all’allora presidente del Consiglio di preparare la sua difesa, registrò l’accaduto dal Colle con una rassegnazione o indifferenza  che sembra non Breda sul Corriere.jpegscontata nel caso di Mattarella.  Al quale lo scrupoloso quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda ha appena attribuito un certo  scetticismo sulla tregua intravista da altri, e quanto meno la tentazione di pensare, in caso di crisi, ad un “governo elettorale” pluristagionale, visto che non si potrebbe votare per varie ragioni prima dell’autunno.

            Delle smentite piovute sui giornali dal Quirinale e da Palazzo Chigi, quella di Conte è stata, diciamo così, la più circostanziata, forse perché gravava sul presidente del Consiglio anche l’incidente del suo portavoce Rocco Casalino. Che si era lasciata scappare in una telefonata, lasciandone una traccia poi  liquidata come “una battuta”, la certezza di un nuovo, terzo governo del professore pugliese in questa legislatura cominciata meno di due anni fa.

            In particolare, Conte ha assicurato di “non cercare altre maggioranze diverse da quella che attualmente sostiene il governo”, comprensiva quindi del partito di Renzi. Che non a caso -ha aggiunto il presidente del Consiglio- partecipa con i suoi rappresentanti agli incontri della cosiddetta verifica per definire la cosiddetta “agenda 2023”, proiettata cioè verso l’epilogo ordinario della legislatura. Tutto a posto allora? Per niente, permanendo l’agitazione dei renziani e del loro capo. Il quale dalle nevi pachistane raggiunte nei giorni scorsi ha mandato attraverso l’ex ministra Maria Elena Boschi ed altri amici segnali per nulla incoraggianti. Egli sente gli esponenti del  suo piccolo ma decisivo gruppo al Senato  assediati, corteggiati e forse persino minacciati per riservargli il famoso “fuoco amico” sperimentato nel Pd quando ne era segretario, e per due anni anche presidente del Consiglio. Non è una comoda condizione politicamente e umanamente per lui, ma neppure per il governo e la maggioranza.

 

 

 

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Conte riattizza il fuoco nella maggioranza e restituisce entusiasmo ai grillini

            Con l’annuncio di un’udienza pur “riservata” -racconta curiosamente il Corriere della Sera, come se gli altri incontri e “dialoghi” fra i presidenti della Repubblica e del Consiglio fossero mai stati o potessero essere pubblici, magari trasmessi in streeming, secondo la formula delle riprese internettiane- Giuseppe Conte ha voluto rialzare nella maggioranza giallorossa una temperatura politica che sembrava essersi abbassata. Almeno questa era l’impressione data dal pur turbolento Matteo Renzi annunciando, prima di assentarsi per qualche giorno, di voler fare confermare dai suoi parlamentari al governo la fiducia che esso intende porre sui prossimi, imminenti passaggi difficili, tra Camera e Senato, per la conversione di decreti legge in scadenza o altro.

            Il fuoco è stato ravvivato dal presidente del Consiglio facendo sapere di avere riferito al capo dello Stato, in qualche modo coinvolgendolo nei suoi calcoli, la certezza di potere sopravvivere politicamente in Parlamento ad ogni attacco, manovra, trabocchetto  e simili con l’appoggio di alcuni “responsabili” oggi all’opposizione, o solo spaccando i gruppi e il partito del suo ormai Scalfari.jpegantagonista in seconda, dopo Matteo Salvini, che sarebbe appunto Renzi: “il giovane che voleva farsi re”, come lo ha definito sulla sua Repubblica di carta il fondatore Eugenio Scalfari. Il quale, alla fine di un editoriale in cui si è consolato, ormai come al solito, pensando e scrivendo del “rivoluzionario” Papa Francesco, ha liquidato l’ex presidente del Consiglio come “impresentabile”.

            Le notizie e voci provenienti dal Quirinale, ma in realtà ancor più da Palazzo Chigi, hanno ridato fiato e speranza ai grillini, che dopo qualche ora hanno potuto scendere in Piazza Santi Apostoli per protestare sì contro la “restaurazione” sempre in agguato, ma incoraggiando Conte ad andare avanti sulla sua strada perché, a questo punto, egli avrebbe tutta la forza per resistere ai progetti renziani di riportare indietro il Paese. “Nessuno deve mettere Il Fatto.jpegbecco sulla prescrizione”, ha gridato il reggente del Movimento 5 Stelle, Vito Crimi, unendosi al sostegno gridato sul palco dall’ex capo  Luigi Di Maio al nuovo capo della delegazione al governo e ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Che naturalmente ha gradito l’incoraggiamento, convinto com’è che la “sua” prescrizione, abolita dal 1° gennaio con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, vada messa sullo stesso piano di tutti gli altri “privilegi” da “casta” combattuti dai pentastellati: dalle pensioni cosiddette d’oro ai vitalizi degli ex parlamentari, prima della sforbiciata praticata un anno fa e sotto ricorso nelle commissioni della giurisdizione interna alle Camere. Oltre a galvanizzare i militanti, il raduno dei grillini nella piazza romana a due passi da Palazzo Venezia e dal fatico balcone sotto il quale Mussolini riusciva a radunare molta più gente, strappando applausi festanti anche alle sue sciagurate dichiarazioni di guerra a mezzo mondo, ha rincuorato sul Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio. “C’è vita nei 5stelle”, ha titolato il giornale sicuramente più letto fra i grillini. Ai quali, visto che si trovava, Travaglio ha regalato anche Cazo mattei .jpeguna vignetta, che penso si commenti da sè, contro i due Mattei, Renzi e Salvini, responsabili evidentemente di togliere il sonno anche a lui.

            La vignetta, firmata da Riccardo Mannelli, unisce l’ex presidente del Consiglio e l’ex ministro dell’Interno in una rappresentazione fallica, assegnando all’uno e all’altro il posto e la funzione dei testicoli. Questo sarebbe, pensate un po’, addirittura giornalismo.

 

 

 

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Il Conte ambivalente fra il suo secondo e terzo governo di questa legislatura

             Per oggi, giorno peraltro di paura e mobilitazione per i grillini, in piazza a Roma contro i progetti più o meno avanzati di “restaurazione” del presunto regime dei privilegi e delle caste da loro piegato con l’aiuto dei leghisti all’epoca della rimpianta -a quanto pare- maggioranza gialloverde, c’è per i lettori dei giornali l’imbarazzo della scelta fra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il suo portavoce Rocco Casalino.

            Conte, tra l’amletico e il sorridente a Gioia Tauro dopo le turbolenze dell’alleato “minore” Matteo Renzi, ininfluente numericamente alla Camera e sostituibile al Senato con un gruppetto di “responsabili” pescati soprattutto tra i berlusconiani più timorosi delle elezioni anticipate, ha mostrato di cadere dalle nuvole quando gli hanno chiesto notizie su un suo nuovo, possibile governo, il terzo della serie di questa legislatura. Che tuttavia, poco prima o poco dopo, non si sa se anche lui a Gioia Tauro o ancora a Roma, Casalino assicurava di essere già sui binari di partenza, o quasi, parlando al telefono con qualcuno poi affrettatosi a diffondere l’audio.

            Per non sbagliare quelli della Repubblica di carta se la sono cavata Schermata 2020-02-15 alle 06.46.15.jpegannunciando con un Repubblica.jpegtitolo che “Renzi frena, Conte no” e mettendo in una vignetta di Altan il pugnale in mano a un Renzi, sempre lui, che offre agli italiani la solita “serenità”, come quella garantita a cavallo tra il 2013 e il 2014 all’allora presidente del Consiglio Enrico Letta mentre egli si apprestava come nuovo segretario del Pd a licenziarlo e a prenderne il posto.

            La frenata di Renzi -apparentemente pronto a confermare la fiducia giallorossa al governo, se dovesse richiederla in Parlamento, pur in attesa di promuovere fra qualche settimana la sfiducia “individuale” al guardasigilli e capo delegazione grillina Alfonso Bonafede- è stata rappresentata con sarcasmo da due giornali politicamente Il Fatto .jpegopposti ma umoralmente convergenti come Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e La Verità di Maurizio Belpietro. “Poltrona Viva”, al posto della sua Italia Viva, ha titolato Il Fatto Quotidiano legando con una fune Renzi sulla sedia per partecipare alla  spartizione prossima di una lunga serie di nomineLa Verità.jpeg in quello che una volta si chiamava sottogoverno. “L’unica crisi di Renzi è da fame di poltrone”, ha tirato giù pesante da destra Belpietro, che sospetto non abbia mai perdonato né voglia perdonare al senatore di Scandicci di avergli fatto perdere la direzione del quotidiano Libero ai tempi in cui guidava il governo e si accingeva alla sfortunata campagna referendaria su un’ambiziosa riforma costituzionale appena varata con la solita baldanza.

            Un contributo alla rappresentazione di Renzi in frenata, parlandone addirittura al passato sul piano politico, ha voluto darlo con una intervista anche il responsabile in seconda dei problemi Walter Verini.jpegdella giustizia per il Pd Walter Verini, dopo l’ex guardasigilli e ora vice segretario del partito Andrea Orlando. Egli ha peraltro annunciato con aria quasi trionfale l’imminente nomina di una commissione, concessa dal ministro della Giustizia in carica, per “monitorare” in tre mesi l’applicazione della prescrizione entrata in vigore il 1° gennaio scorso: quella che cessa con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio. Ciò significa che il bambino, diciamo così, è nato vivo e viene osservato, in attesa che si riformi davvero il processo penale per dargli tempi certi e “ragionevoli”, come chiede la Costituzione. Tutto insomma è a posto, e nulla in ordine.

 

 

 

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Le affinità più o meno elettive dei due Mattei avversari: Renzi e Salvini

Le affinità più o meno elettive di Renzi e Salvini non derivano solo dal comune nome -Matteo- che si trovano del tutto casualmente, per responsabilità esclusiva dei loro genitori.

Oltre al nome essi hanno in comune alcuni aspetti non secondari del loro carattere. Sono entrambi ambiziosi, spavaldi, imprevedibili, abbastanza impulsivi e insofferenti ai vincoli ereditati o assunti di propria iniziativa lungo le loro strade.

Salvini non ha avuto bisogno di rompere la sua Lega per esserne diventato facilmente il leader assoluto, incontrastato, grazie ai voti che le ha personalmente  procurato dopo averne raccolto quasi le spoglie da Roberto Maroni e, prima ancora, dal pur mitico  fondatore Umberto Bossi. Ma, in compenso, egli ha strappato più volte dal suo schieramento di centrodestra.

Il primo strappo “il capitano” lo eseguì, fresco di arrivo alla guida della Lega, rifiutandosi di seguire il Cavaliere di Arcore nel 2014 sulla strada delle intese sulle riforme con Matteo Renzi, fresco a sua volta di elezione a segretario del Pd e di nomina a capo del governo.

Fu proprio dall’opposizione al governo Renzi, vera e non solo dichiarata, com’era invece quella di Berlusconi, che Salvini cominciò a costruire il suo castello elettorale erodendo voti al Cavaliere, sino a sorpassarlo nelle elezioni politiche del 2018 e a conquistare formalmente la leadership del centrodestra.

Ma, appena dopo essere riuscito nel miracolo sorprendendo un Berlusconi che aveva solo finto di metterlo nel conto, senza mai avervi davvero creduto, Salvini accantonò il centrodestra a livello nazionale per fare il governo con i grillini, che Berlusconi in campagna elettorale aveva paragonato ai nazisti, non bastandogli il paragone con i comunisti degli anni staliniani. D’altronde, Stalin e Hitler per un po’ si erano anche alleati.

Miracolo nel miracolo, Salvini riuscì ad allearsi con i grillini facendosi  persino autorizzare da Berlusconi, al quale aveva concesso nel frattempo, piegando i pentastellati, di portare Renzi e Salvini 2.jpegla fidata e fedele Maria Elisabetta Alberti Casellati alla presidenza del Senato, cioè alla seconda carica dello Stato dopo il presidente della Repubblica. Ma, più ancora che di questo, Berlusconi fu grato a Salvini di risparmiargli le elezioni anticipate, che il Cavaliere per ragioni propagandistiche reclamava non volendole in realtà per la speranza, non dichiarata naturalmente, di vedere Salvini in difficoltà con i grillini e di guadagnare il tempo necessario per rimontare il modesto svantaggio registrato nelle urne dell’8 marzo 2018: un vantaggio destinato invece ad aumentare -eccome- in tutti i successivi turni elettorali, di tipo europeo e regionale.

Renzi, diversamente da Salvini, ha dovuto spaccare il Pd, uscendone qualche mese fa, per non essere mai riuscito a domarlo davvero, nonostante nelle elezioni europee del 2014 lo avesse portato al massimo storico del 40 per cento dei voti, di ricordo e stampo democristiano. Ma fu un successo effimero, svaporato col minimo storico di meno del 19 per cento realizzato dopo quattro anni, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale.

Prima di uscirne, tuttavia, da posizioni pur minoritarie quel diavolo di un ormai semplice “senatore di Scandicci” è riuscito nella scorsa estate a trascinarsi appresso l’esitante o persino contrario segretario del Pd  Nicola Zingaretti nella svolta dell’intesa di governo con i grillini, appena abbandonati da un Salvini smanioso Renzi e Salvini 3 .jpegdi elezioni anticipate da vincere di un soffio. E adesso, dopo essersi goduto, mangiando pop-corn, lo spettacolo del Movimento 5 Stelle logorato politicamente ed elettoralmente dai leghisti, egli si gode dagli spalti della maggioranza lo spettacolo dello stesso movimento e del suo ex Pd che, volenti o nolenti, spesso per effetto proprio delle sue iniziative, dai temi economici a quelli della giustizia, sono impegnati in una reciproca gara, insieme, di logoramento e di mutua assistenza al ribasso.

Di Renzi negli anni delle sue maggiori fortune politiche, prima della sfortunata avventura referendaria sulla riforma costituzionale, o forse della decisione di rompere con Berlusconi sul successore di Giorgio Napolitano al Quirinale, l’immaginifico e un pò devoto Giuliano Ferrara inventò  l’immagine del “royal baby” , inteso come erede del Cavaliere di Arcore. Alla cui cui villa il futuro segretario del Pd e presidente del Consiglio si era recato ancora da sindaco di Firenze guadagnandosi subito l’interesse e la simpatia del padrone di casa.

Salvini è un pò il fratello minore, almeno per età, del “royal baby”: un fratello minore decisamente ostico al fondatore del Foglio, che lo trova “truce” anche nella versione moderata che ogni tanto gli offre sul suo giornale Anna Chirico, ed ha appena riproposto ai lettori del Corriere della Sera Giancarlo Giorgetti escludendo progetti leghisti di uscita dell’Italia dall’Unione Europea e del ritorno alla sua liretta.

I due “figliocci” di Berlusconi sono per ora due carissimi nemici, che ogni tanto peraltro fanno sommare i voti dei loro parlamentari nelle commissioni della Camera e del Senato, e forse presto  e di frequente anche in aula, pur se Renzi perfidamente si è  appena preso il gusto di votare a Palazzo Madama per il processo a Salvini  per l’affare Gregoretti. Non potrebbe stupire, prima o dopo, una loro meno occasionale e tattica convergenza, accomunati come sono già da una comune diffidenza, se non ostilità, verto il presidente del Consiglio in carica, da entrambi considerato troppo camaleontico per i loro gusti.

Quello della politica, del resto, è il mondo dove mai si deve dire mai, come ammise nella Dc Carlo Donat-Cattin, che si opponeva ad un’intesa con i comunisti ma vi si adeguò negli anni della cosiddetta solidarietà nazionale .

 

 

 

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Conte e Renzi ai materassi. Mattarella al Quirinale con le mani nei capelli

            Sono ormai ai materassi, direttamente o a mezzo stampa, tra indiscrezioni, retroscena e altro, Matteo Renzi e Giuseppe Conte. Il quale peraltro è sorpreso sempre più di frequente dai fotografi, com’è accaduto nella cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario alla Corte dei Conti, con lo sguardo obliquo, come se volesse proteggersi da chissà cosa o chi, o solo aspettasse da qualcuno segnali informativi sugli ultimi sviluppi delle polemiche che scuotono il suo governo e la maggioranza.

            Sempre più lontano dal modello moroteo, che pure si era dato all’inizio della sua avventura politica per ragioni non foss’altro di conterraneità, essendo il primo pugliese approdato a Palazzo Chigi dopo lo statista democristiano ucciso dalle brigate rosse nel 1978, Conte ha lamentato pubblicamente la “maleducazione” di Renzi e delle sue due ministre, rifiutatesi di partecipare alla riunione del governo per l’approvazione del cosiddetto lodo sulla prescrizione, non essendo stato concordato col loro partito.

            Articolato in una complessa distinzione tra assolti e condannati nei primi due gradi di giudizio, questo lodo è stato varato dal Consiglio dei Ministri e inserito, ma solo per ora, nel provvedimento più generale della riforma del processo penale, resa ancora più urgente dopo che è entrata il vigore il 1° gennaio scorso la sostanziale abolizione della prescrizione con l’arrivo della prima sentenza. Ma il pacco, diciamo così, potrebbe essere aperto in qualsiasi momento per estrapolarvi il lodo noto come “Conte bis” e caricarlo su un altro dei tanti convogli parlamentari in transito, fra Camera e Senato, su specifici problemi della giustizia: convogli nei quali i renziani viaggiano votando spesso con l’opposizione.

            Se Renzi e i suoi sono “maleducati”, o “molestatori”, come li ha definiti il guardasigilli grillino Alfonso Bonafede senza spingersi tuttavia a qualche denuncia, visto che la molestia è pur sempre un reato, come gli ha sarcasticamente ricordato la capogruppo renziana alla Camera Maria Elena Boschi, l’ex presidente del Consiglio e ora leader di Italia Viva ha preso in giro Conte parlandone come del “genio della lampada”. E lo sfida continuamente a cercarsi davvero un altro socio della maggioranza fra i disponibili, “responsabili” e quant’altri del partito di Silvio Berlusconi. Che però, anche se ne avessero la voglia, peraltro smentita pubblicamente, avrebbero difficoltà serie a compiere un’operazione del genere lasciando a Renzi il monopolio -sia pure opaco, visto il suo sì al processo a Salvini per la vicenda della nave Gregoretti- della linea garantista minacciata dal giustizialismo dei grillini e da un Pd almeno a tratti subalterno.  

            In questa situazione è facilmente immaginabile il povero presidente della Repubblica con le mani nei capelli, di cui è ancora abbondantemente fornito, anche se i vignettisti non ancora lo hanno rappresentato così, essendosi Stefano Rolli.jpegper adesso limitati a scherzare -come ha fatto Stefano Rolli sul Secolo XIX- con Renzi che scopre il gusto del “mojto” con Salvini, accomunati come sono dai grattacapi che riescono a procurano a Conte. Credo che Mattarella non sia rimasto molto rinfrancato dalla telefonata col presidente del Consiglio di cui è stata data notizia per sottolineare le preoccupazioni, non certo infondate, del capo dello Stato.

            Siamo al deterioramento progressivo  e forse inarrestabile di una maggioranza, quella giallorossa, che pure aveva l’ambizione di durare sino al 2023 e di gestire, peraltro, l’anno prima la successione a Mattarella al Quirinale, o la sua conferma.

 

 

 

 

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I paradossi di Renzi nella partita del processo a Salvini per la nave Gregoretti

Applicherei anche o soprattutto alla posizione assunta sulla vicenda Gregoretti da Matteo Renzi la “involontaria comicità” efficacemente avvertita da Paolo Armaroli nella gestione parlamentare della richiesta del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania di lasciare processare per sequestro di persona l’”altro Matteo”, cioè l’ex ministro dell’Interno Salvini. Che nella scorsa estate, prima di innescare la crisi di governo, vietò per quattro giorni lo sbarco di 131 migranti dalla nave della Guardia Costiera Gregoretti, appunto, in attesa che venissero collocati, cioè distribuiti, nell’area europea.

 Per una volta, in questa stagione alquanto turbolenta della maggioranza giallorossa, da lui stesso promossa in agosto e poi sottoposta a strappi e tensioni, prima sulla legge di bilancio e poi sul tema della prescrizione, Renzi si è fatto carico della sua compattezza partecipando disciplinatamente alla linea adottata dai partiti alleati contro Salvini. Lui e gli altri senatori della sua Italia Viva hanno votato con i grillini, il Pd e la sinistra dei “liberi e uguali” per il processo, pur dichiarando di “non vedere un reato” in quelli che ha definito “gli errori politici” compiuti dal leader leghista al Viminale.

Non vedere il sequestro di persona contestato dal tribunale catanese dei ministri né altri reati nella gestione della vicenda Gregoretti e, ciò nonostante, votare a favore del processo, come se fosse solo una passeggiata a Villa Borghese, è alquanto curioso, a dir poco. Eppure c’è un articolo non di giornale ma della Costituzione, il numero 96, che obbliga la magistratura a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a procedere quando essa ravvisa un reato nell’azione di un ministro, facendo dei senatori e dei deputati, a seconda dei casi, altrettanti giudici, a tutti gli effetti. Lo ha inutilmente ricordato all’assemblea di Palazzo Madama, nel suo intervento a difesa di Salvini, l’ex ministra leghista ma soprattutto l’avvocato di meritatissimo grido Giulia Bongiorno.

Renzi non ha visto in quei quattro giorni di blocco della nave Gregoretti, sulla quale i 131 migranti non stavano certamente comodi ma erano pur sempre assistiti dopo essere stati soccorsi in acque maltesi, né un reato né le condizioni previste dalla Costituzione per mettere un presidente del Consiglio o un ministro al riparo da iniziative giudiziarie nella sua azione d governo.

Può darsi, per carità, che Salvini esageri quando si richiama retoricamente alla difesa della Patria e dei suoi confini, poco credibilmente minacciati da una nave militare italiana e da 131 migranti tenuti comunque sotto controllo; può darsi che egli esageri anche schierando in qualche modo  i suoi bambini a propria difesa per solleticare l’emozione non tanto dei senatori quanto dei suoi elettori; ma mi pare  francamente innegabile che nella richiesta di una distribuzione dei migranti in area europea, troppo a lungo e di frequente lasciati dagli altri paesi a carico solo dell’Italia per la sua scomoda posizione geografica, ci fosse il perseguimento di quel “preminente interesse pubblico” previsto dalla legge attuativa dell’articolo 96 della Costituzione per sostenere il comportamento di un ministro anche in violazione di qualche norma. Via, cerchiamo di essere seri, pur  se la lotta politica riesce a diventare tragica anche quando non è più seria.

Forse consapevole della debolezza del suo ragionamento, il senatore Renzi ha cercato di cavarsela, diciamo così, con una battuta: quella di volere “accontentare” Salvini, viso il petto offerto dal leader leghista come imputato e “cavia” ai suoi avversari, e giudici. Ma qui il senatore di Scandicci è caduto in un’altra involontaria comicità, per restare nell’immagine di Armaroli.

Renzi ha praticamente applicato a Salvini, come se fosse una ritorsione a scoppio ritardato, la logica con la quale gli elettori, anche quelli leghisti, oltre che di casa propria, che era allora il Pd, reagirono nel 2016 alla sfida che da presidente del Consiglio e segretario del partito lui lanciò nella presunzione di vincere più facilmente il referendum cosiddetto confermativo sulla riforma costituzionale che portava la targa del suo governo. Egli disse, in particolare, che se avesse perduto quel referendum, si sarebbe ritirato dalla politica. Gli elettori gli risposero, nella misura del 60 contro il 40 per cento, bocciandogli la riforma e offrendogli l’occasione, appunto, del ritiro.  Così lui ora ha fatto offrendo a Salvini l’occasione del processo, salvo ripensamenti del tribunale di Catania, dove teoricamente sarebbe ancora possibile evitare il rinvio a giudizio.  Spiazzato dalla risposta degli elettori, Renzi nel 2016 pagò il suo debito solo in parte, rinunciando a Palazzo Chigi ma conservando il Nazareno, cioè la segreteria del Pd. Seguirono una scissione -quella di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni- e nelle elezioni del 2018 un’altra sconfitta, ancora più cocente, a beneficio dei grillini.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Se il futuro del “capitano” Matteo Salvini è da imputato serial…

            Quello che il Senato ha appena autorizzato rinunciando – ha detto la senatrice leghista, avvocato ed ex ministra Giulia Bongiorno- alla sovranità parlamentare garantita per i cosiddetti Salvini 4 .jpegreati ministeriali dall’articolo 96 della Costituzione, o più in generale al primato della politica, ha tutta l’aria di essere il primo dei processi che aspettano il leader leghista ed ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che per ora deve rispondere, salvo un improbabile ripensamento nel tribunale di Catania, cui il fascicolo è stato restituito, “solo” di avere tenuto sotto sequestro nella scorsa estate sulla nave militare Gregoretti 131 naufraghi soccorsi in acque maltesi e trattenuti a bordo per quattro giorni in acque siciliane, in attesa della loro distribuzione in area europea. Di cui l’Italia ha la sfortuna naturale di tenere i confini acquatici meridionali.

            Sventato un analogo processo per i migranti soccorsi in precedenza dalla nave Diciotti perché ancora Salvini 2 .jpegministro e componente quindi di una maggioranza schierata a suo favore, Salvini ha già messo nel conto un altro rinvio a giudizio per la vicenda della nave Open Arms, la cui richiesta è pervenuta alla competente giunta senatoriale.

            Ma fioriscono iniziative giudiziarie contro il leader leghista e dintorni un po’ dappertutto per le più svariate ragioni. Solo grazie al fatto di essere nato nel 1973 egli eviterà probabilmente in qualche rinnovata indagine sul terrorismo e sul sequestro di Aldo Moro, avvenuto nel 1978, di  esserne coinvolto.

            Ormai, una volta rotto l’argine della separazione dei poteri, quando Salvini aveva appena raggiunto la maggioreSalvini 3 .jpeg età e non sognava neppure di diventare un leader, e in politica si è presa l’abitudine di combattere gli avversari sul piano giudiziario se non si riesce a fermarlo sul piano elettorale, in Italia le cose andranno avanti così chissà per quanto tempo. E ciò anche perché i magistrati – a torto o a ragione, e nonostante la fiducia mostrata nei loro riguardi dallo stesso Salvini offrendosi come “cavia”- hanno mostrato di avere preso il gusto, oltre che l’abitudine, di fornire armi alla politica per fare questo brutto gioco.

            E’ francamente difficile sottrarsi alla tentazione, quanto meno, di questo sospetto di fronte alla richiesta di archiviazione dell’inchiesta sull’affare Gregoretti avanzata dalla Procura della Repubblica di Catania con motivazioni argomentate e respinta dal cosiddetto tribunale dei ministri, cioè l’organo collegiale e temporaneo del giudice delle indagini preliminari.

            Adesso resta solo la curiosità di vedere -nei tempi processuali italiani, che dovrebbero essere “ragionevoli”, secondo l’articolo 111 della Costituzione, ma tali notoriamente e generalmente non sono, né saranno prima che verrà davvero riformato il processo penale- a chi spetterà di rimettere di più, con la faccia e anche con qualcosa d’altro, nell’avventura appena “autorizzata” dal Senato. Se capiterà a Salvini davvero, come sperano quelli che gli hanno votato contro, fra i quali l’assai curioso Matteo Renzi augurandogli l’assoluzione Vauro .jpegperché “si stenta a vedere un reato” nei suoi semplici “errori politici”, o capiterà agli avversari. Che in caso di assoluzione potrebbero ritrovarsi un Salvini più forte di prima, già rappresentato sulla prima pagina dell’insospettabile  Fatto Quotidiano “a culo parato”. E, in caso di condanna e inagibilità, di fronte ad un successore di Salvini più insidioso nella stessa area del centrodestra. Dove si sta allenando da qualche tempo la giovane Giorgia Meloni, come prima si è allenato il leader leghista mentre arretrava Silvio Berlusconi, anche lui condannato a frequentare uffici e aule dei tribunali.

 

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it

           

La farsa, ormai, del processo a Salvini tra il Senato e il tribunale ordinario

            E’ sbagliato solo nella destinazione il “fuoribordo” del solitamente e felicemente immaginifico titolo dedicato dal manifesto all’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini per la vicenda della nave Gregoretti. Che -salvo sorprese- costerà al leader leghista il processo in un tribunale ordinario per sequestro addirittura aggravato di persone, per quanto regolarmente soccorse in mare nella scorsa estate e assistite in attesa di distribuzione fra vari paesi europei.

            Più che al leader leghista, il quale ha deciso peraltro di investire anche questo caso nella sua ormai interminabile campagna elettorale, fra una regione e l’altra in attesa della fine anticipata o ordinaria della legislatura, il titolo del manifesto dovrebbe essere dedicato all’articolo 96 della Costituzione, Che può ben considerarsi trasformato in un fuoribordo per l’uso che se ne sta facendo.

            La garanzia della “previa autorizzazione” parlamentare per i processi riguardanti i presunti reati commessi dal presidente del Consiglio e dai ministri “nell’esercizio delle loro funzioni” -come prescrive appunto quell’articolo della Costituzione, introdotto nel suo nuovo testo nel 1989 per sottrarre questo tipo di giudizi alla Corte Costituzionale, che non vedeva l’ora di liberarsene- è diventata ormai una mera finzione. Siamo arrivati ad un travestimento giurisdizionale, o para-giurisdizionale, come si dice in gergo tecnico, della lotta politica.

            Il cosiddetto tribunale dei ministri, che è un organo ordinario e collegiale che sostituisce per i reati ministeriali il giudice per le indagini preliminari, o dell’udienza preliminare, ai fini del rinvio a giudizio, chiesto o non chiesto dalla Procura della Repubblica, in questo caso non chiesto, potrebbe risparmiarsi ogni fatica, ogni sforzo, e fare risparmiare tempo e denaro allo Stato, evitando di avviare le sue procedure quando l’indagato, chiamiamolo così, è un esponente della maggioranza politica in piedi in quel momento. A meno che il collegio di magistrati non scommetta che la maggioranza stia per cambiare e scorga quindi la possibilità di trovare l’interessato all’opposizione. In quel caso l’autorizzazione al processo è scontata perché la maggioranza di turno manderà l’indagato a processo praticamente per partito preso, cioè per scelte e direttive politiche.

             Non a caso -direi, senza ritegno alcuno agli occhi di una persona dotata di buon senso, o di senso comune nell’accezione perversa del romano manzoniano dei Promessi Sposi- gli interventi nella discussione in aula sulla vicenda processuale, quando vi approda dalla competente giunta, sono svolti a nome e per conto dei rispettivi gruppi parlamentari, salvo quelli, sempre rari, a titolo personale per dissenso dalla propria parte politica.

            Che razza di garanzia costituzionale sia questa, Dio solo lo sa. E solo lui sa anche come potrà finire un processo impostato in questo modo quando approderà in tribunale. Dove, come dice giustamente l’avvocato e professore Franco Coppi, citato in questi giorni dall’ex allieva ed ex ministra leghista Giulia Bongiorno, è uguale per tutti la legge ma non il giudice.

            Salvini pensa, ripeto, di lucrarci elettoralmente, nonostante le preoccupazioni espressegli dalla Bongiorno per ragioni non foss’altro di durata dei processi in Italia. Lo stesso pensano, ma in tutt’altra direzione, i suoi avversari smaniosi di liberarsene, ma che cosa c’entri tutto questo con la Giustizia, scritta con la maiuscola, anche questo lo sa solo Dio. Che si starà mettendo le mani fra i capelli vedendo come vanno le cose in questo Paese sfuggito pure al suo controllo.  

 

 

 

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Conte e Franceschini steccano ispirandosi addirittura ad Aldo Moro

Mi rendo conto che con il tempo sono cambiati anche gli uomini, le abitudini, gli stili e le mode, ma dubito che il mio amico e compianto Aldo Moro, al quale pure il corregionale Giuseppe Conte ha più volte detto di ispirarsi, per quanto sia arrivato alla politica attraverso un movimento non proprio moroteo, si sarebbe lasciato scappare a proposito dei suoi alleati di governo, per quanto scomodi, le parole e le immagini attribuite dai giornali, non so se a torto o a ragione, al presidente del Consiglio in carica.

“Ricatto” o “provocazione”, per esempio, sono termini che mai Moro avrebbe adoperato a carico di un socialista o di un socialdemocratico, che ai suoi    tempi nel centro-sinistra, con o senza il trattino, stavano praticamente come adesso un piddino e un renziano, alle prese con un loro scontro su un tema controverso, come è diventato con particolare asprezza in questi giorni il problema della prescrizione. Col quale peraltro penso anche che Moro avrebbe avuto, da professore di diritto quale anche lui era, con predilezione però per il penale rispetto al civile più caro a Conte, un approccio più prudente di quello scelto dall’attuale presidente del Consiglio.

Matteo Renzi ha molti buoni motivi, per carità, per meritarsi almeno una parte della diffidenza o dell’antipatia riservatagli dagli avversari, data la sua innaturata esuberanza, o spavalderia. Persino un amico ed estimatore dichiarato come Claudio Velardi, già collaboratore peraltro di Massimo D’Alema, ha contestato in un salotto televisivo l’immagine della “mossa del cavallo” appena adoperata da Renzi, prima di riunirsi con i suoi parlamentari, a proposito di una eventuale mozione di sfiducia “individuale” al Senato contro il guardasigilli grillino Bonafede. Che è contrario a sospendere il blocco della prescrizione in vigore dal 1° gennaio, all’arrivo della prima sentenza di giudizio, sino a quando non sarà adottata una riforma vera e garantita del processo penale. La cui “ragionevole durata” genericamente imposta dall’articolo 111 della Costituzione dovrà tradursi in tempi certi e definiti, non rimanere più appesa alle parole.

I contrasti esplosi sulla materia dentro il governo e la maggioranza -provocati dalla dabbenaggine con la quale i leghisti alla fine del 2018 consentirono agli alleati grillini di mettere nel codice la prescrizione targata Bonafede senza l’esplicita contestualità con la promessa riforma del processo penale- sono troppo seri per essere liquidati alla stregua di una lite da cortile, di una partita strumentale, cioè propedeutica o funzionale a chissà quali e quanti altri giochi politici.

Renzi ha dalla sua parte, nel braccio di ferro che sta conducendo con le altre parti di una maggioranza peraltro da lui voluta, promossa Renzi.jpege quant’altro in funzione antisalviniana nella scorsa estate, procuratori generali, il primo presidente della Cassazione, presidenti di Corte d’Appello, presidenti emeriti della Corte Costituzionale, avvocati e persino una parte del sindacato delle toghe pur schieratosi nei suoi vertici con Bonafede. Non mi sembra francamente poco, come non è sembrato poco sul Corriere della Sera ad Angelo Panebianco qualche giorno fa.

Anche l’ipotesi, certamente clamorosa in sé, chiamiamola pure esplosiva, di una ritorsiva mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia al Senato, dove i renziani sono numericamente decisivi per la tenuta della maggioranza, non può essere liquidata, come ha fatto il capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini, come una iniziativa bislacca, contestabile per il solo fatto di minacciare la sopravvivenza del governo. Dove Bonafede in effetti non è solo il ministro della Giustizia ma da qualche settimana anche il capo della delegazione grillina, al posto dell’ormai ex capo del movimento, e ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.

Franceschini, peraltro di Franceschini.jpegispirazione morotea pure lui come Conte, non può ignorare che fu proprio al Senato, e per iniziativa del partito in qualche modo all’origine del Pd, che decollò nell’autunno del 1995 contro l’allora Mancuso.jpegguardasigilli Filippo Mancuso l’istituto della sfiducia “individuale”. Che, respingendo un ricorso successivo dello stesso Mancuso, la Corte Costituzionale sancì con un suo verdetto di legittimità, separando sul piano istituzionale la sorte di un ministro da quella del governo, allora presieduto da Lamberto Dini.

Sarebbe quindi il caso che tutti, ma proprio tutti, si dessero una calmata in questo scontro all’arma bianca sulla prescrizione. Che rischia di diventare la classica buccia di banana su cui scivola tutto, anche la legislatura così avventurosamente -diciamo la verità- salvata in occasione dell’ultima crisi, con un acrobatico cambiamento, o capovolgimento, di maggioranza a guida ineditamente invariata.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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