Più che di mascherine, approdate anche nell’aula di Montecitorio in questi giorni di paura da coronavirus, si avverte il bisogno di museruole nei cosiddetti palazzi del potere, nazionale e locale. Sono volate troppe parole grosse per essere frettolosamente archiviate e derubricate a intemperanze.
Anche il presidente della Repubblica sembra che sia rimasto esterrefatto e sia intervenuto con la solita discrezione, almeno sinora, per esortare al senso della misura, dopo essere stato personalmente investito della questione del linguaggio -si è vociferato dalle parti del Quirinale- dal governatore leghista
della Lombardia Attilio Fontana. Che pure, spalleggiato dall’assessore forzista alla Sanità Giulio Gallera, aveva appena dato del “cialtrone”, o del “ciarlatano”, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte anche per ripagarlo dello scemo che lo stesso Conte aveva dato il giorno prima al leader leghista Matteo Salvini defininendo pubblicamente “scemenze” appunto, davanti a microfoni e telecamere, le critiche dell’ex ministro dell’Interno. Il quale, a sua volta, era stato l’unico, fra gli interlocutori dell’opposizione interpellati dal presidente del Consiglio, a non rispondere alle sue chiamate telefoniche, prima di ripensarci e chiamarlo lui, magari dicendogli, come ha immaginato un vignettista, di non avere il numero del suo rivale nella memoria del telefonino, per cui non si era reso conto di essere stato cercato.
Più che da politica, e da classe dirigente, diciamo la verità, lo spettacolo è da quello che si chiama comunemente asilo Mariuccia. Cui, senza volergli mancare di rispetto, e pur con le attenuanti del momento difficile, o della sua tenuta fuori ordinanza, in maglioncino anziché in doppiopetto o monopetto blu e pochette, Conte ha quanto meno contribuito sprecando -temo- l’occasione offertagli paradossalmente dal coronavirus di proteggere il suo governo con lo scudo dell’emergenza sanitaria e sociale. Che si è aggiunta a quella economica da lui stesso evocata qualche giorno prima con la prospettazione, peraltro, di una “cura da cavallo”: una emergenza economica destinata ad aggravarsi proprio per gli effetti del coronavirus.
Un presidente del Consiglio proveniente peraltro dalla docenza universitaria e dalla professione forense non fa una bella figura quando affronta il problema sempre delicatissimo dei rapporti fra lo Stato e le Regioni, con le loro autonomie ordinarie o speciali garantite dalla Costituzione, prima accennando al bisogno di contenerne diritti e competenze e poi
dicendo di essere stato, testualmente, “frainteso” da interlocutori evidentemente non sufficientemente attrezzati per comprenderlo a dovere. Un po’ di umiltà non nuocerebbe neppure a lui, che potrebbe ben ammettere, una volta tanto, di non avere saputo spiegarsi. O, più semplicemente, di essersi sbagliato. Non abbiamo mica Giovanni Pico della Mirandola a Palazzo Chigi. E neppure -va detto con onestà- il “Contevirus” denunciato
su tutta la prima pagina, in un impeto oppositorio, del giornale La Verità diretto dal mio pur amico Maurizio Belpietro. Al quale Massimo D’Alema avrebbe dato quanto meno del “menagramo”, come una volta fece con Massimo Cacciari contestandone le critiche sprezzanti e lamentandone la barba troppo folta e quella volta tutta nera, non ancora argentata per l’età.
Ripreso da http://www.startmag.it e http://www.policymakermag.it
certa, sconsolante impressione la gara che si è aperta fra scienziati, o virologi, e politici su chi si divide di più nella valutazione del Coronavirus. Che si è già guadagnato su un giornale –Libero- il diminutivo di Corona e l’accusa quasi empatica di averci fatto “perdere la testa”.
Matteo Salvini, ritratto con la sua “bava contagiosa”, condivido il sarcasmo di Marco Travaglio sul
Fatto Quotidiano con i virologi che hanno preso il posto dei politici negli studi televisivi, dalla mattina alla sera, assentandosi peraltro dai loro luoghi di lavoro, per distinguersi e litigare a proposito dell’infezione, su come chiamarla e fronteggiarla. E’ uno spettacolo quanto meno penoso, che contribuisce ad aumentare la confusione prodotta, volenti o nolenti, dalle cosiddette autorità, centrali e locali.
Baldini, a portare l’allarme dell’infezione nell’aula di Montecitorio presentandosi in mascherina. Nell’altro ramo del Parlamento, il Senato, qualcuno è arrivato a pensare addirittura
alla sospensione dei lavori parlamentari, tradotta in “serrata” da un giornale, per sbarrare la strada al Coronavirus, o Corona. Ma non è finita. Si parla pure di un rinvio del referendum del 29 marzo sul taglio dei seggi parlamentari per evitare che l’affluenza ai seggi elettori produca focolai d’infezione.
Civile, e a sinistra è ridiventato
Matteo Salvini, procuratosi dello “sciacallo” dal solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio per avere deciso di cavalcare anche lo sbarco del Coronavirus in Italia, come un carico qualsiasi di migranti, e chiesto al governo di “lasciare”.
virus che ha interrotto o devastato la Via della Seta -ricordate?- imboccata dal precedente governo gialloverde. Renzi, tuttavia, non è riuscito a trattenere il pur fedele Roberto Giachetti, che facendo un po’ di confusione fra i due Mattei ha seguito stavolta quello sbagliato, secondo lo schema di gioco per squadra, gridando a Conte di non saper fare il presidente del Consiglio.
potrebbe anche ridere davanti alla rincorsa fra la politica in mascherina e i giornali che le sono
corsi dietro, e persino scavalcata col “coprifuoco” gridato dal Giornale della famiglia
Berlusconi, gli “incapaci al governo” della Verità di Maurizio Belpietro e il “Conte inetto, Paese infetto” di Libero, emulo dell’Espresso che nel 1955 gridava “Capitale corrotta, Nazione infetta”, per via della speculazione edilizia a Roma.
di Forza Italia, strappando non so se davvero o per finta da Silvio Berlusconi, prontissimo anche lui, come Renzi, a rispondere alle telefonate di Conte in questa contingenza sanitaria, si era dato da fare nelle scorse settimane per organizzare pattuglie di “responsabili”, pronti a salvare in Parlamento il governo dall’assalto del senatore di Scandicci e leader di Italia Viva. “Siamo responsabili ma non fessi”, ha dichiarato Rotondi fermando ogni operazione di soccorso ad un ferito già salvato, a suo modo, proprio dal Coronavirus all’insegna della solita emergenza, già avvertita e annunciata peraltro dallo stesso Conte sul terreno economico. Altri, magari, preferiscono chiamarla ipocrisia, opportunismo, paura, vigliaccheria e quant’altro.
del Coronavirus in Italia, il panico ha preso, ma per fortuna, anche Matteo Renzi. Che, prima di vedersi accusare di essere anche il “paziente zero” dell’infezione dai giornali che non sanno vivere ormai senza di lui come preda, ha sentito il bisogno di mettersi in quarantena politica, e di raccomandarla anche agli altri.
della Protezione Civile, dove ha riunito in e per l’emergenza il governo, avrà tirato un sospiro di sollievo, dopo avere compiuto l’imprudenza, secondo alcuni dei suoi adoratori, di dare appuntamento proprio a Renzi per un incontro chiarificatore.
resistono beffeggiando il virus, verrebbe voglia di augurare, favoriti anche dall’ormai imminente fine del Carnevale, il 25 febbraio, salvo la piccola coda ambrosiana, e dall’ingresso dei fedeli nella Quaresima. Cui ricordava spesso nella Dc Amintore Fanfani sarebbe seguita la resurrezione anche di quelli che lui stesso aveva appena deciso di chiudere in qualche sarcofago politico. Ciò capitò nel 1973 persino al suo ormai ex delfino Arnaldo Forlani. Che sarebbe tornato alla segreteria del partito dopo 16 anni, ma avendo fatto nel frattempo il ministro degli Esteri, il presidente del Consiglio, il presidente del partito e il vice presidente del Consiglio, nonchè moderatore, di Bettino Craxi. Non andò peggio all’altra “vittima” del 1973: Giulio Andreotti, tornato a Palazzo Chigi appena tre anni dopo.
del Cavaliere all’opposizione per la sua estromissione dal Senato, essendo stato condannato in via definitiva per frode fiscale. Oltre che “responsabili”, i ribelli si definirono con una certa comicità, che non dispiacque all’interessato, “diversamente berlusconiani”. E rimasero nel governo anche quando ad Enrico Letta subentrò dopo qualche mese Matteo Renzi, confortati peraltro da un’intesa sulle riforme
stipulata dallo stesso Renzi con Berlusconi, pur fermo all’opposizione con quel che restava di Forza Italia. Dalla quale tuttavia un’altra parte sarebbe uscita per iniziativa di Denis Verdini quando l’intesa sulle riforme saltò, con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, e Berlusconi si irrigidì all’opposizione.
e organizzati fra i berlusconiani dall’ex ministro ed ex capogruppo al Senato Paolo Romani. Che non perdona a Berlusconi di avere subìto il veto posto contro di lui alla presidenza del Senato all’inizio di questa legislatura per un peculato in cui era incorso da assessore di Monza, lasciando usare al figliolo il telefonino di servizio del Comune.
così, sia davvero sgradita a Berlusconi, come dice pubblicamente, o no: un mistero che si aggiunge a quello appena sparato dal Fatto Quotidiano sulla sua assenza dalla scena da qualche giorno, forse distratto addirittura da una mezza fuga d’amore.
e nella maggioranza giallorossa. E che si è sviluppata ieri con una serie di proposte in una conferenza stampa rivelatasi utile al promotore anche per non partecipare nell’aula del Senato alla votazione di fiducia sul tema sempre controverso delle intercettazioni.
a Giuseppe Conte, che glielo ha promesso per la prossima settimana, di ritorno dai suoi impegni internazionali, si può ben convenire col professore Alessandro Campi. Che, in un editoriale del Messaggero e altri giornali di Francesco Gaetano Caltagirone, come Polonio con Amleto ha trovato “del metodo nella follia” dell’ex presidente del Consiglio ed ora leader di Italia Viva.
individuale al Senato, dove i numeri della maggioranza sono assai precari, contro il guardasigilli e capo della delegazione delle 5 Stelle nell’esecutivo Alfonso Bonafede, ha messo quanto meno in pericolo “il governo che proprio lui ha fatto nascere” nella scorsa estate, ha osservato Campi. Che ricorda bene l’improvvisa rinuncia di Renzi a godersi mangiando pop corn, come al cinema o allo stadio, i rapporti in crisi fra grillini e leghisti per proporre all’esitante o contrario segretario dell’ancòra suo partito Nicola Zingaretti di sostituirsi al Carroccio e di fare un nuovo governo, per giunta a direzione invariata di Conte.
del senatore di Scandicci con Bruno Vespa a Porta a Porta, non sono bastate né “l’emergenza” economica improvvisamente annunciata o scoperta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, né la conseguente “cura da cavallo” cui il governo dovrebbe ricorrere, né la difesa che del suo ormai avversario ha fatto lo stesso Conte dal tentativo di una giornalista di liquidarlo come “quello”. Renzi -l’ha interrotta Conte- “non è quello là, ma il leader
di Italia Viva e una parte della maggioranza”, per quanto Goffredo Bettini sia appena tornato a incitare i compagni del Pd, in una intervista al Corriere della Sera, a liberarsene per sostituirlo con i cosiddetti “responsabili” dell’opposizione disposti a salvare la legislatura nuovamente minacciata da elezioni più o meno anticipate.
giustizia e della prescrizione abolita con l’esaurimento del primo grado di giudizio dal guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. Di cui si è riservato di promuovere la sfiducia individuale al Senato, vista la sua ostinazione a non sospendere la decantata nuova disciplina della prescrizione prima di una vera e sicura riforma del processo penale per garantirne “la ragionevole durata” imposta dalla Costituzione.
a tutti, ma proprio a tutti, comprese le attuali opposizioni, un governo che si proponga un’altra riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente del Consiglio con le modalità dei sindaci, essendo l’inquilino di Palazzo Chigi “il sindaco d’Italia”. Roba “di destra”, ha
subito commentato il segretario del Pd Zingaretti dopo avere liquidato allegramente come “chiacchiericcio” quello di Renzi, degno da “ambulanza”, secondo la rappresentazione
del Fatto Quotidiano, analoga ancora una volta a quella del giornale di destra La Verità col titolo su tutta la prima pagina “La bomba a salve del Bomba”.
nel palazzo attiguo a quello principale del Senato, su “Accordi di libertà”. Tali sono stati definiti nel titolo del convegno le intese realizzate nel 1984 dall’allora presidente del Consiglio con la Chiesa Cattolica -modificando il Concordato mussoliniano del 1929- e altre confessioni religiose, in particolare quelle valdese ed ebraica.
voluta dalla figlia senatrice Stefania e ora presieduta dall’ex senatrice Margherita Boniver, ha definito “gli accordi di libertà” del compianto leader socialista il lascito più significativo, più importante della cosiddetta prima Repubblica.
scattare in Franceschini il rifiuto di concorrere in qualche modo alla liquidazione della sua linea come di una banale, ennesima avventura dai quattro cantoni in un Paese peraltro “in apnea”, secondo l’editoriale di Repubblica.
il capogruppo al Senato Gianluca Perilli dichiarando al Foglio che mai e poi mai transfughi di Forza Italia potrebbero essere considerati parte effettiva della maggioranza, partecipi di riunioni, cariche e quant’altro.