Occorrerebbero museruole più che mascherine, almeno nei palazzi politici

            Più che di mascherine, approdate anche nell’aula di Montecitorio in questi giorni di paura da coronavirus, si avverte il bisogno di museruole nei cosiddetti palazzi del potere, nazionale e locale. Sono volate troppe parole grosse per essere frettolosamente archiviate e derubricate a intemperanze.

            Anche il presidente della Repubblica sembra che sia rimasto esterrefatto e sia intervenuto con la solita discrezione, almeno sinora, per esortare al senso della misura, dopo essere stato personalmente investito della questione del linguaggio -si è vociferato dalle parti del Quirinale- dal governatore leghista Fontana.jpegdella Lombardia Attilio Fontana. Che pure, spalleggiato dall’assessore forzista alla Sanità Giulio Gallera, aveva appena dato del “cialtrone”, o del “ciarlatano”, al presidente del Consiglio Giuseppe Conte anche per ripagarlo dello scemo che lo stesso Conte aveva dato il giorno prima al leader leghista Matteo Salvini defininendo pubblicamente “scemenze” appunto, davanti a microfoni e telecamere, le critiche dell’ex ministro dell’Interno. Il quale, a sua volta, era stato l’unico, fra gli interlocutori dell’opposizione interpellati dal presidente del Consiglio, a non rispondere alle sue chiamate telefoniche, prima di ripensarci e chiamarlo lui, magari dicendogli, come ha immaginato un vignettista, di non avere il numero del suo rivale nella memoria del telefonino, per cui non si era reso conto di essere stato cercato.

            Più che da politica, e da classe dirigente, diciamo la verità, lo spettacolo è da quello che si chiama comunemente asilo Mariuccia. Cui, senza volergli mancare di rispetto, e pur con le attenuanti del momento difficile, o della sua tenuta fuori ordinanza, in maglioncino anziché in doppiopetto o monopetto blu e pochette, Conte ha quanto meno contribuito sprecando -temo- l’occasione offertagli paradossalmente dal coronavirus di proteggere il suo governo con lo scudo dell’emergenza sanitaria e sociale. Che si è aggiunta a quella economica da lui stesso evocata qualche giorno prima con la prospettazione, peraltro, di una “cura da cavallo”: una emergenza economica destinata ad aggravarsi proprio per gli effetti del coronavirus.

            Un presidente del Consiglio proveniente peraltro dalla docenza universitaria e dalla professione forense non fa una bella figura quando affronta il problema sempre delicatissimo dei rapporti fra lo Stato e le Regioni, con le loro autonomie ordinarie o speciali garantite dalla Costituzione, prima accennando al bisogno di contenerne diritti e competenze e poi Conte in maglioncino.jpegdicendo di essere stato, testualmente, “frainteso” da interlocutori evidentemente non sufficientemente attrezzati per comprenderlo a dovere. Un po’ di umiltà non nuocerebbe neppure a lui, che potrebbe ben ammettere, una volta tanto, di non avere saputo spiegarsi. O, più semplicemente, di essersi sbagliato. Non abbiamo mica Giovanni Pico della Mirandola a Palazzo Chigi.  E neppure -va detto con onestà- il “Contevirus” denunciato La Verità su Cinte.jpegsu tutta la prima pagina, in un impeto oppositorio, del giornale La Verità diretto dal mio pur amico Maurizio Belpietro. Al quale Massimo D’Alema avrebbe dato quanto meno del “menagramo”, come una volta fece con Massimo Cacciari contestandone le critiche sprezzanti e lamentandone la barba troppo folta e quella volta tutta nera, non ancora argentata per l’età.

 

 

 

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Singolare gara fra scienziati e politici a chi si divide di più sul Coronavirus

            Va bene che siamo in pieno panico infettivo, di andata e ritorno anche in Italia, dove a Ischia non è stato accolto nel migliore dei modi chi arrivava dal Nord, dopo che a Mauritius una comitiva di italiani appena sbarcati dall’aereo ha dovuto scegliere fra la quarantena e il rientro immediato in patria, ma fa lo stesso una Libero.jpegcerta, sconsolante impressione la gara che si è aperta fra scienziati, o virologi, e politici su chi si divide di più nella valutazione del Coronavirus. Che si è già guadagnato su un giornale –Libero-  il diminutivo di Corona e l’accusa quasi empatica di averci fatto “perdere la testa”.

            Una volta tanto, a parte la vignetta contro il solito avversario di turno, naturalmenteSalvini sul Fatto.jpeg Matteo Salvini, ritratto con la sua “bava contagiosa”, condivido il sarcasmo di Marco Travaglio sulTravaglio.jpeg Fatto Quotidiano con i virologi che hanno preso il posto dei politici negli studi televisivi, dalla mattina alla sera, assentandosi peraltro dai loro luoghi di lavoro, per distinguersi e litigare a proposito dell’infezione, su come chiamarla e fronteggiarla. E’ uno spettacolo quanto meno penoso, che contribuisce ad aumentare la confusione prodotta, volenti o  nolenti, dalle cosiddette autorità, centrali e locali.

            Non so se più come effetto o origine dello scontro col già ricordato Salvini, accusato davanti alle telecamere nella sede e dintorni della Protezione Civile di dire “scemenze” attaccando il governo e reclamando più o meno direttamente dimissioni di questo o di quel ministro, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte se l’è presa, per la confusione esistente, con le regioni settentrionali governate dagli uomini del partito dell’ex ministro dell’Interno. Egli è arrivato a prospettare una riduzione dei loro poteri, tradotta in commissariamento da parecchi giornali. Gli ha immediatamente risposto da Milano il governatore leghista Attilio Fontana dichiarandosi “offeso” e invitando praticamente Conte a prendersela piuttosto col suo giovane ministro della Sanità Roberto Speranza, della sinistra dei liberi e uguali, per i ritardi con i quali starebbe rifornendo di mascherine ed altro gli ospedali, che pure mi sembrano, o sembravano, di competenza regionale.

            Divisi fra di loro, ripeto, come i virologi dai quali dovrebbero pur farsi consigliare, i politici in maggiore difficoltà sembrano essere quelli del centrodestra. All’interno del quale si è creata una certa frattura, su cui hanno prontamente investito le forze della maggioranza e lo stesso presidente del Consiglio, fra l’irremovibile Salvini d’attacco e i disponibili alla “responsabilità”. Che sarebbero Silvio Berlusconi, arrivato a smobilitare o quasi nell’occasione dell’emergenza infettiva l’opposizione al decreto legge sulle intercettazioni a rischio di decadenza, ma soprattutto Giorgia Meloni, diventata elettoralmente insidiosa per la Lega dopo avere surclassato Forza Italia.

Eppure è stata proprio una sorella dei Fratelli d’Italia della Meloni, la deputata Maria Teresa Mascherina alla Camera.jpegBaldini, a portare l’allarme dell’infezione nell’aula di Montecitorio presentandosi in mascherina. Nell’altro ramo del Parlamento, il Senato, qualcuno è arrivato a pensare addirittura Senato in serrata.jpegalla sospensione dei lavori parlamentari, tradotta in “serrata” da un giornale, per sbarrare la strada al Coronavirus, o Corona. Ma non è finita. Si parla pure di un rinvio del referendum del 29 marzo sul taglio dei seggi parlamentari per evitare che l’affluenza ai seggi elettori produca focolai d’infezione.

 

 

 

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Che spettacolo la politica in mascherina, sfuggita ai posti di blocco !

            La politica in mascherina, non da Carnevale, interrotto dalla paura, ma da Coronavirus, si sottrae anche ai posti di blocco presidiati da Carabinieri con mitra e mascherina, pure loro, e corre sui giornali come impazzita, in una gara a chi la spara più grossa per stendere l’avversario di turno. Che sul versante più vivace della destra  è rimasto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, asserragliatosi nel fortino della Protezione Messaggero.jpegCivile, e a sinistra è ridiventato Il Fatto sullo sciacallo.jpegMatteo Salvini, procuratosi dello “sciacallo” dal solito Fatto Quotidiano di Marco Travaglio per avere  deciso di cavalcare anche lo sbarco del Coronavirus in Italia, come un carico qualsiasi di migranti, e chiesto al governo di “lasciare”.

            Nella sua foga e voglia di mettere Conte quanto meno nell’angolo, il leader della Lega ha anche rifiutato sprezzantemente, secondo alcune ricostruzioni di stampa, di rispondere alle richieste telefoniche di aiuto o consultazione del presidente del Consiglio, diversamente da quanto invece ha fatto, rispondendo sempre e puntualmente, l’altro Matteo, cioè Renzi. Che si era già messo spontaneamente in “quarantena” all’annuncio del primo morto in Italia per questo maledetto Giachetti contro Conte.jpegvirus che ha interrotto o devastato la Via della Seta -ricordate?- imboccata dal precedente governo gialloverde. Renzi, tuttavia, non è riuscito a trattenere il pur fedele Roberto Giachetti, che facendo un po’ di confusione fra i due Mattei ha seguito stavolta quello sbagliato, secondo lo schema di gioco per squadra, gridando a Conte di non saper fare il presidente del Consiglio.

            Se la situazione non fosse dannatamente seria, visto anche che siamo pur sempre alla vigilia di quello che almeno una volta era il martedì grasso, cioè l’ultimo giorno di Carnevale, si Giornale sul coproifuoco.jpegpotrebbe anche ridere davanti alla rincorsa fra la politica in mascherina e i giornali che le sonoLa Verità su incapaci al governo.jpeg corsi dietro, e persino scavalcata col “coprifuoco” gridato dal Giornale della famiglia Libero su Paese infetto.jpegBerlusconi, gli “incapaci al governo” della Verità di Maurizio Belpietro e il “Conte inetto, Paese infetto” di Libero, emulo dell’Espresso che nel 1955 gridava “Capitale corrotta, Nazione infetta”, per via della speculazione edilizia a Roma.

            In questa rincorsa sulla strada non so se più del ridicolo o del drammatico la cosa forse più sensata sul terreno della politica, degli schieramenti e delle prospettive di un governo che, francamente, non stava poi così bene neppure prima che fosse investito dal Coronavirus;  la cosa più sensata, dicevo, l’ha forse avvertita l’eterno democristiano Gianfranco Rotondi. Che dall’interno Rotondi.jpegdi Forza Italia, strappando non so se davvero o per finta da Silvio Berlusconi, prontissimo anche lui, come Renzi, a rispondere alle telefonate di Conte in questa contingenza sanitaria, si era dato da fare nelle scorse settimane per organizzare pattuglie di “responsabili”, pronti a salvare in Parlamento il governo dall’assalto del senatore di Scandicci e leader di Italia Viva. “Siamo responsabili ma non fessi”, ha dichiarato Rotondi fermando ogni operazione di soccorso ad un ferito già salvato, a suo modo, proprio dal Coronavirus all’insegna della solita emergenza, già avvertita e annunciata peraltro dallo stesso Conte sul terreno economico. Altri, magari, preferiscono chiamarla ipocrisia, opportunismo, paura, vigliaccheria e quant’altro.

 

 

 

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Se anche Matteo Renzi si mette a sorpresa in quarantena…

             Nonostante le raccomandazioni di Massimo Recalcati su Repubblica, di fronte all’arrivo e allo sviluppo Repubblica.jpegdel Coronavirus in Italia, il panico ha preso, ma per fortuna, anche Matteo Renzi. Che, prima di vedersi accusare di essere anche il “paziente zero”  dell’infezione dai giornali che non sanno vivere ormai senza di lui come preda, ha sentito il bisogno di mettersi in quarantena politica, e di raccomandarla anche agli altri.

             Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, rappresentato sulla prima pagina del manifesto in “terapia intensiva” nella sede il manifesto.jpegdella Protezione Civile, dove ha riunito in e per l’emergenza il governo, avrà tirato un sospiro di sollievo, dopo avere compiuto l’imprudenza, secondo alcuni dei suoi adoratori, di dare appuntamento  proprio a Renzi per un incontro chiarificatore.

            Un po’ di panico invece, per le pieghe che avevano preso le polemiche politiche durante la cosiddetta verifica promossa dal capo del governo per mettere a punto e presentare alle Camere, con tanto di richiesta di fiducia, la cosiddetta “agenda 2023”, deve avere preso anche Eugenio Scalfari. Che per una volta ha messo Papa Francesco in coda al suo appuntamento domenicale con i lettori per riservarne l’apertura, tutta critica ed  allarmata, a Renzi. Cui il fondatore di Repubblica ha rimproverato di avere nominato invano, come bestemmiando, l’ex presidente della Banca Europea e suo amico personale Dario Draghi per le danze di successione a Conte a Palazzo Chigi.

            Ora forse, a editoriale scritto e pubblicato, apprese le ultime sul senatore di Scandicci e leader di Italia Viva, Scalfari potrà mettersi -se lo vorrà- l’anima in pace e tornare alle prioritarie preghiere laiche per il Pontefice “rivoluzionario”, che ha saputo far vacillare il suo ateismo, o volterismo.

            Il panico infine si è affacciato nella temeraria -visti i tempi che corrono, e sconsigliano anche riunioni condominiali- Assemblea Nazionale del Pd, riunitasi nell’auditorium di via della Conciliazione, a due passi da San Pietro, per  eleggere alla presidenza la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, ma soprattutto per annacquare il vino di Goffredo Bettini. Che in prima fila, senza dare segni di fastidio, non solo ha incassato le critiche da sinistra ai suoi ripetuti inviti a liberare finalmente la maggioranza giallorossa e il governo dai renziani per sostituirli con i parlamentari “responsabili” disponibili tra le fila di Silvio Berlusconi e dintorni, dipendendone, ma alla fine ha mostrato pure lui sollievo all’idea di qualche amico stretto del segretario del partito Nicola Zingaretti di “non sostituire, bensì aggiungere” pezzi alla variegata compagnia.

            Buona quarantena a tutti, anche ai vignettisti che vi Rolli.jpegresistono beffeggiando il virus, verrebbe voglia di augurare, favoriti anche dall’ormai imminente fine del Carnevale, il 25 febbraio, salvo la piccola coda ambrosiana, e dall’ingresso dei fedeli nella Quaresima. Cui ricordava spesso nella Dc Amintore Fanfani sarebbe seguita la resurrezione anche di quelli che lui stesso aveva appena deciso di chiudere in qualche sarcofago politico. Ciò capitò nel 1973 persino al suo ormai ex delfino Arnaldo Forlani. Che sarebbe tornato alla segreteria del partito dopo 16 anni, ma avendo fatto nel frattempo il ministro degli Esteri, il presidente del Consiglio, il presidente del partito e il vice presidente del Consiglio, nonchè moderatore, di Bettino Craxi. Non andò peggio all’altra “vittima” del 1973: Giulio Andreotti, tornato a Palazzo Chigi appena tre anni dopo.

 

 

 

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Silvio Berlusconi da consumatore a grande produttore di “responsabili”

         Abituato a fare le cose alla grande, e curarle anche nei dettagli, Silvio Berlusconi in meno di dieci anni è diventato dal più grande consumatore -o “fruitore finale”, direbbe il suo avvocato e qualcosa in più Niccolò Ghedini-  al più grande produttore di “responsabili “. Che non sono cioccolatini o biscotti, ma parlamentari di pronto soccorso, che rispondono dai banchi dell’opposizione alle necessità della maggioranza di turno per evitarne la caduta, e con essa magari anche le elezioni anticipate.

          La prima, vera operazione di “responsabili” risale alla fine del 2010, quando Berlusconi da Palazzo Chigi ebbe bisogno di Domenico Scilipoti,  Antonio Razzi, Salvatore Moffa ed altri per scampare alla sfiducia promossa contro di lui addirittura dal presidente della Camera e ormai ex alleato Gianfranco Fini. Ma la crisi arrivò  ugualmente meno di un anno dopo con lo zampino dell’Unione Europea, non più di Fini.

          La seconda operazione dei “responsabili” nacque nell’autunno del 2013, quando lo stesso delfino berlusconiano del momento, Angelino Alfano, e tutti gli altri ministri azzurri del governo di Enrico Letta, nato all’insegna delle larghe intese, rimasero al loro posto nonostante il passaggio ALFANO.jpegdel Cavaliere all’opposizione per la sua estromissione dal Senato, essendo stato condannato in via definitiva per frode fiscale. Oltre che “responsabili”, i ribelli si definirono con una certa comicità, che non dispiacque all’interessato, “diversamente berlusconiani”. E rimasero nel governo anche quando ad Enrico Letta subentrò dopo qualche mese Matteo Renzi, confortati peraltro da un’intesa sulle riforme VERDINI.jpegstipulata dallo stesso Renzi con Berlusconi, pur fermo all’opposizione con quel che restava di Forza Italia. Dalla quale tuttavia un’altra parte sarebbe uscita per iniziativa di Denis Verdini quando l’intesa sulle riforme saltò, con l’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale, e Berlusconi si irrigidì all’opposizione.

          Ora che Verdini si è ritirato e opera dietro le quinte come suocero virtuale di Matteo Salvini, i “responsabili” di cui Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, i grillini, i piddini e la sinistra dei liberi e uguali hanno bisogno per sottrarsi alla crisi inseguita da Renzi vengono selezionati PAOLO ROMANI.jpege organizzati fra i berlusconiani dall’ex ministro ed ex capogruppo al Senato Paolo Romani. Che non  perdona a Berlusconi di avere subìto il veto posto contro di lui alla presidenza del Senato all’inizio di questa legislatura per un peculato in cui era incorso da assessore di Monza, lasciando usare al figliolo il telefonino di servizio del Comune.

          La cosa curiosa tuttavia è che non si capisce bene se l’operazione Romani, chiamiamola Il Fatto.jpegcosì, sia davvero sgradita a Berlusconi, come dice pubblicamente, o no: un mistero che si aggiunge a quello appena sparato dal Fatto Quotidiano sulla sua assenza dalla scena da qualche giorno, forse distratto addirittura da una mezza fuga d’amore.

          Il salvataggio di Conte o una sua sostituzione all’interno di una maggioranza allargata appunto ai “responsabili” in sostituzione dei renziani, tutto sommato, si tradurrebbe in un logoramento, all’interno del centrodestra, di un Salvini cresciuto troppo per le abitudini e i gusti del Cavaliere. Che di Conte peraltro apprezza quanto meno il sarto.

 

 

 

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Bonafede finisce tra due fuochi: i magistrati e gli ormai nemici renziani

Non so, francamente, se a questo punto delle trattative, consultazioni e quant’altro sulla riforma del processo penale -necessaria per evitare che la prescrizione bloccata attualmente col primo grado di giudizio, si trasformi nell’’ergastolo esistenziale dell’imputato, per quanto a piede libero nella maggior parte dei casi- siano più sfortunati i vertici dell’associazione nazionale, cioè del sindacato, dei magistrati o il guardasigilli Alfonso Bonafede, peraltro sotto minaccia di sfiducia individuale al Senato. Dove i numeri della maggioranza sono per lui estremamente pericolosi e i potenziali “responsabili” sensibili alla sorte del governo, e ancor più della legislatura, tra le fila berlusconiane ben difficilmente potrebbero salvare il capo della delegazione pentastellata nell’esecutivo, anche se volessero, dato il terreno assai sensibile -quello delle giustizia- su cui si gioca  la partita aperta nello schieramento giallorosso da Matteo Renzi.

Il nodo delle sanzioni disciplinari per i magistrati nelle mani dei quali si allungano troppo i tempi processuali previsti dalla riforma predisposta da Bonafede è arrivato al pettine, con il “tavolo” predisposto per il 26 febbraio, che il sindacato delle toghe ha deciso di disertare per protesta, nel momento più infelice per entrambe le parti.

Anche se volessero, i vertici dell’associazione dei magistrati non potrebbero mollare sulla strada della resistenza o contrarietà perché la pagherebbero troppo cara nelle elezioni interne del 22 marzo, come ha spiegato bene Errico Novi descrivendo la geografia molto complicata del sindacato delle toghe, analoga per correnti e quant’altro a quella dei partiti più variegati e sofferenti.

Pure il ministro Bonafede, d’altronde, anche se volesse andare maggiormente incontro alle attese, richieste e quant’altro dell’associazione dei magistrati, mobilitatitisi per respingere l’immagine che si potrebbe avere di loro come di “fannulloni”, che fanno marcire i fascicoli giudiziari come frutti sugli alberi,  non potrebbe perché esporrebbe il fianco a Renzi e alle opposizioni di centrodestra ancora più di quanto non abbia già fatto rifiutando la sospensione della sua disciplina della prescrizione, in vigore dal 1° gennaio scorso. E’ una sospensione giustamente reclamata per modificarla e contestualizzarla con la riforma del processo penale, finalizzata a garantirne la ragionevole durata imposta dall’articolo 111 della Costituzione.

La sfortuna dei vertici associativi delle toghe e del ministro della Giustizia è aggravata dalla coincidenza della crisi dei loro rapporti con la notizia fresca di stampa di una decisione presa da un giudice delle indagini preliminari a Roma sulle indagini che portano la sigla della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, dopo più di un anno -sedici mesi, a quanto pare- dalle richieste avanzategli dalla Procura della Repubblica.

Ancora più lungo fu il tempo trascorso in passato, nello stesso ufficio, per gli sviluppi di un’altra clamorosa vicenda processuale: quella sui guadagni di borsa effettuati con le azioni delle banche popolari fatte acquistare da un imprenditore informato della loro imminente riforma dal presidente del Consiglio in carica in quei tempi.

Non faccio nomi, né del giudice né degli indagati, e della loro rilevanza politica, mediatica o d’altro tipo ancora, perché  ritengo -magari ingenuamente, da ricovero in qualche struttura sanitaria, o da soccorso con qualche ambulanza lanciata a sirene spiegate per le strade di Roma- che il problema travalichi gli aspetti personali e riguardi, più generalmente, il funzionamento degli uffici e della macchina giudiziaria nel suo complesso.

Chi giustamente reclama, specie sul sensibile e appropriato fronte forense, indagini e decisioni più accurate che affrettate, a garanzia degli imputati e della Giustizia, con la maiuscola, converrà che più di un anno per esaminare un fascicolo, per quanto voluminoso, è un tempo troppo lungo per fare spallucce e passare ad un altro argomento. E tanto meno per liquidare il garantismo, che inorridisce sia per la giustizia affrettata sia per quella a tempo sostanzialmente indeterminato, come un vizio che il lupo, buono o cattivo che sia, non perde neppure cambiando pelo.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

La prova di fare i conti in testa a Renzi senza chiamare l’ambulanza

            Come con i conti in tasca, si può provare, vivaddio, a fare i conti in testa a Matteo Renzi, senza insultarlo e chiamare necessariamente l’ambulanza, per la vertenza che ha aperto nel governo Conferenza Reni 2 .jpege nella maggioranza giallorossa. E che si è sviluppata ieri con una serie di proposte in una conferenza stampa rivelatasi utile al promotore anche per non partecipare nell’aula del Senato alla votazione di fiducia sul tema sempre controverso delle  intercettazioni.

            Specie dopo l’iniziativa presa dallo stesso Renzi di chiedere un appuntamento chiarificatore Conte.jpega Giuseppe Conte, che glielo ha promesso per la prossima settimana, di ritorno dai suoi impegni internazionali, si può ben convenire col professore Alessandro Campi. Che, in un editoriale del Messaggero e altri giornali di Francesco Gaetano Caltagirone, come Polonio con Amleto ha  trovato “del metodo nella follia” dell’ex presidente del Consiglio ed ora leader di Italia Viva.

            La follia deriverebbe dal fatto che Renzi con le sue iniziative, i suoi messaggi, i voti dei suoi nelle commissioni parlamentari con le opposizioni sui temi, in particolare, della giustizia e con le sue minacce di sfiducia Rolli su Conte.jpegindividuale al Senato, dove i numeri della maggioranza sono assai precari, contro il guardasigilli e capo della delegazione delle 5 Stelle nell’esecutivo Alfonso Bonafede, ha messo quanto meno in pericolo “il governo che proprio lui ha fatto nascere” nella scorsa estate, ha osservato Campi. Che ricorda bene l’improvvisa rinuncia di Renzi a godersi mangiando pop corn, come al cinema o allo stadio, i rapporti in crisi fra grillini e leghisti per proporre all’esitante o contrario segretario dell’ancòra suo partito Nicola Zingaretti di sostituirsi al Carroccio e di fare un nuovo governo, per giunta a direzione invariata di Conte.

            Ciò che Campi e molti altri con lui mostrano di avere dimenticato, o quanto meno sottovalutato, è che Renzi propose il nuovo governo con una prospettiva non superiore ai nove mesi, pressappoco: il tempo necessario per evitare elezioni anticipate in quel momento di sicuro successo per il centrodestra a trazione salviniana, approvare la legge di bilancio senza aumentare l’Iva e vedere poi come proseguire verso il traguardo della fine ordinaria della legislatura, scavalcando anche la scadenza del mandato di Sergio Mattarella al Quirinale, nel 2012. Quasi per garantirsi questo percorso e mettersi in mano la chiave della maggioranza, almeno al Senato, egli si affrettò a uscire dal Pd, a mettersi in proprio con un nuovo partito e a rendere quindi più frastagliata la maggioranza giallorossa. Conte, pur sorpreso in privato e in pubblico, stette al gioco rimanendo al suo posto, non riaprendo certo la crisi appena chiusa così faticosamente e acrobaticamente.

            Fu poi il Pd, sempre col suo segretario Zingaretti, a cambiare, o cercare di cambiare, le prospettive o lo scenario del nuovo governo indicando come destinazione la fine ordinaria della legislatura e proponendo l’alleanza con i grillini in modo così strategico, in funzione di un “nuovo bipolarismo” rispetto al centrodestra, da diffonderla anche in sede locale. Il progetto fu sperimentato subito, ma in modo fallimentare, con il voto regionale in Umbria, passata al centrodestra con un bel distacco.

            Renzi con questo tipo di prospettiva e di scenario non si è mai -dico mai- voluto riconoscere, sino a ribadire nei giorni scorsi di non voler “morire grillino”, come una volta si diceva  a sinistra dei democristiani, fra i quali lui era di casa, sia pure con i calzoni corti, o quasi.

 

 

 

 

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Renzi prenota la crisi di governo e propone l’elezione diretta del “sindaco d’Italia”

             A fermare o solo “frenare” davvero Matteo Renzi sulla strada della crisi, com’è invece apparso a Massimo Franco nell’editoriale del Corriere della Sera dopo l’atteso appuntamento M. Franco.jpegdel senatore di Scandicci con Bruno Vespa a Porta a Porta, non sono bastate né “l’emergenza” economica improvvisamente annunciata o scoperta dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, né la conseguente “cura da cavallo” cui il governo dovrebbe ricorrere, né la difesa che del suo ormai avversario ha fatto lo stesso Conte dal tentativo di una giornalista di liquidarlo come “quello”. Renzi -l’ha interrotta Conte- “non è quello là, ma il leader Bettini al Corriere.jpegdi Italia Viva e una parte della maggioranza”, per quanto Goffredo Bettini sia appena tornato a incitare i compagni del Pd, in una intervista al Corriere della Sera, a liberarsene per sostituirlo con i cosiddetti “responsabili” dell’opposizione disposti a salvare la legislatura nuovamente minacciata da elezioni più o meno anticipate.

            Lo stesso Bettini tuttavia ha dovuto dichiarare, forse anche per le divisioni interne al suo partito, di non essere “affatto certo che siano mature le condizioni” per  la sua operazione. Della quale peraltro diffidano in molti anche fra i grillini, per quanta paura essi abbiano tutti insieme di affrontare un turno elettorale anticipato, destinato a falcidiarne la rappresentanza in un Parlamento già ridotto molto di suo per i 345 seggi tagliati, fra Camera e Senato, dalla riforma targata 5 Stelle.

            Renzi a Porta a Porta ha colto proprio l’occasione dell’emergenza economica e della cura da cavallo offertagli poche ore prima da Conte per rimettere nel pacchetto delle sue proposte l’abolizione o profonda revisione del cosiddetto reddito di cittadinanza così fortemente sostenuto dai grillini, e alla fine riconosciuto anche dal Pd, una volta contrario, come uno strumento utile a combattere la povertà per nulla sconfitta, come annunciò invece nell’autunno del 2018 l’allora vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio affacciandosi dal balcone di Palazzo Chigi.

            A difesa, fra gli altri, dei “1.028 innocenti arrestati ogni anno” e risarciti a spese del pubblico, non dei magistrati che li mandano ingiustamente in galera, Renzi è tornato a porre con forza i temi della Bonafede.jpeggiustizia e della prescrizione abolita con l’esaurimento del primo grado di giudizio dal guardasigilli grillino Alfonso Bonafede. Di cui si è riservato di promuovere la sfiducia individuale al Senato, vista la sua ostinazione a non sospendere la decantata nuova disciplina della prescrizione prima di una vera e sicura riforma del processo penale per garantirne “la ragionevole durata” imposta dalla Costituzione.

            Anche in previsione di una crisi che potrebbe derivarne, essendo nel frattempo Bonafede diventato pure capo della delegazione pentastellata al governo, Renzi ha proposto Zigaretti.jpega tutti, ma proprio a tutti, comprese le attuali opposizioni, un governo che si proponga un’altra riforma costituzionale per l’elezione diretta del presidente del Consiglio con le modalità dei sindaci, essendo l’inquilino di Palazzo Chigi  “il sindaco d’Italia”. Roba “di destra”, ha Il Fatto.jpegsubito commentato il segretario del Pd Zingaretti dopo avere liquidato allegramente come “chiacchiericcio” quello di Renzi, degno da “ambulanza”, secondo la rappresentazione La Verità.jpegdel Fatto Quotidiano, analoga ancora una volta a quella del giornale di destra La Verità col titolo su tutta la prima pagina “La bomba a salve del Bomba”.

 

 

 

 

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La presidente del Senato si smarca dall’anticraxismo militante d’aula

La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha trovato il modo di riparare a un torto alla memoria di Bettino Craxi, a vent’anni dalla morte in terra tunisina, impostole dalla conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama col recente, quasi unanime no alla richiesta di commemorarlo in aula avanzata dal senatore socialista Riccardo Nencini.  Grazie al quale peraltro Matteo Renzi ha potuto costituire un gruppo autonomo uscendo dal Pd.

Craxi è stato ricordato, in compenso, dalla stessa Casellati  introducendo ieri sera a Palazzo Giustiniani un convegno promosso dalla Fondazione intestata al leader socialista, e ospitato Craxi e Casaroli.jpeg nel palazzo attiguo a quello principale del Senato, su “Accordi di libertà”. Tali sono stati definiti nel titolo del convegno le intese realizzate nel 1984 dall’allora presidente del Consiglio con la Chiesa Cattolica -modificando il Concordato mussoliniano del 1929- e altre confessioni religiose, in particolare quelle valdese ed ebraica.

I tempi non erano ancora maturi, si è ricordato nel convegno, per estendere gli accordi, come sarebbe oggi opportuno, ai mussulmani così copiosamente presenti in Italia, per quanto sia facile immaginare quanti ostacoli incontrerebbe un presidente del Consiglio che volesse tentare questa strada nel clima avvelenato dalle polemiche sui migranti e dalle troppe guerre aperte e tuttora in corso sventolando le bandiere dell’integralismo e del fanatismo islamico. Ma penso che Craxi, cui certamente non mancava il coraggio, ci avrebbe comunque tentato, e forse persino riuscito, caparbio com’era.

La presidente del Senato, rimasta silenziosa in occasione della conferenza dei capigruppo contraria alla celebrazione di Craxi, evidentemente sapendo dell’appuntamento già dato all’omonima FondazioneCraxi e Casaroli 2.jpeg voluta dalla figlia senatrice Stefania e ora presieduta dall’ex senatrice Margherita Boniver, ha definito “gli accordi di libertà” del compianto leader socialista il lascito più significativo, più importante della cosiddetta prima Repubblica.

Ciò fu possibile –ha poi ricordato come moderatore del convegno l’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco, che di Craxi si è occupato pure da scrittore- anche a causa del fatto che quegli accordi furono tra i più condivisi, o meno divisivi, degli anni di governo e, più in generale, dell’azione politica del leader socialista. Che era subentrato nel 1976 come segretario a Francesco De Martino col proposito dichiarato, e realizzato, di restituire il Psi ad una forte autonomia dal Pci, già compromessa in verità da Pietro Nenni nel dopoguerra col “fronte popolare” sconfitto nelle urne del 18 aprile 1948 dalla Dc di Alcide Gasperi. Che non per questo si lasciò poi tentare dalla rinuncia all’alleanza con i liberali, i repubblicani e i socialdemocratici, staccatisi nel 1947 dai socialisti in funzione anticomunista.

La riparazione sapientemente compiuta dalla presidente del Senato con l’ospitalità alla Fondazione Craxi e la partecipazione al ricordo dell’iniziativa “istituzionalmente” più importante dell’esperienza di governo craxiana  -più ancora, evidentemente, dell’intervento sulla scala mobile, per salvare i salari da un’inflazione a due cifre, e della famosa notte di Sigonella, con i Marines di Ronald Reagan costretti a rispettare la sovranità italiana- attenua certamente ma non cancella la brutta prova data dall’anticraxismo militante fattosi sentire nella conferenza dei capigruppo già ricordata, e subìta per forza dalla presidente.

A quell’anticraxismo militante è ben difficile perdonare tuttavia l’ipocrisia, quanto meno, dietro alla quale ha cercato di nascondersi sostenendo la mancanza di precedenti commemorazioni al Senato di un presidente del Consiglio che non ne avesse mai fatto, neppure per un giorno. In effetti Craxi aveva preferito farsi eleggere sempre alla Camera. Gli spettavano perciò, per uno dei paradossi di cui solo la politica è capace, funerali di Stato, rifiutati orgogliosamente dai familiari vent’anni fa al governo che li aveva deliberati, pur nel clima avvelenato dalla “latitanza” contestata dagli avversari al nemico ormai morto, ma non poteva mai spettargli un ricordo, neppure dopo vent’anni, nell’aula del Senato della Repubblica. La presidente dell’assemblea ha avuto il buon senso e il buon gusto di metterci una pezza nella prestigiosa Sala Zuccari.

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Bettini divide il Pd con la sua terapia antirenziana e allarma Franceschini

            Il capogruppo al Senato Andrea Marcucci, il più alto in grado dei renziani rimasti nel Pd dopo la scissione compiuta dall’ex presidente del Consiglio creando Italia Viva, è stato il più esplicito e duro, ma non il solo a rivoltarsi contro il “santone” Goffredo Bettini, consigliere del  segretario Nicola Zingaretti, per le sue incitazioni a spingere fuori dalla maggioranza di governo quel rompiscatole che è considerato Matteo Renzi. A sostituire il quale dovrebbero essere pezzi dell’opposizione di centrodestra promossi a “responsabili” della salvezza della legislatura di nuovo in pericolo di scioglimento anticipato delle Camere, sia pure differito di qualche mese. E’ infatti praticamente impossibile predisporre prima dell’autunno le condizioni di agibilità delle urne per rinnovare il Parlamento nella sua nuova dimensione, ridotta a 400 deputati e 200 senatori, salvo una clamorosa bocciatura referendaria della riforma il 29 marzo.

         In verità, forse su sollecitazione dello stesso, imbarazzato Zingaretti, il “santone” Bertini ha cercato di correggersi precisando di pensare ai “responsabili” esterni come aggiuntivi e non sostitutivi dei renziani, dei quali al Senato basterebbero pochissimi dissidenti a far tornare i conti alla maggioranza giallorossa. Ma la pezza si è rivelata peggiore del buco perché ha confermato il progetto dei piani alti, o bassi, del Nazareno di lavorare ai fianchi di Renzi per sottrargli parlamentari, con la conseguente reazione dell’ex presidente del Consiglio di alzare il livello dello scontro e dell’agitazione, non foss’altro per non apparire intimidito. Egli peraltro è riuscito nelle ultime ore a ingrossare i suoi gruppi di altri due arrivi.

         Oltre e più ancora di Marcucci, arrivato a definire “scandalosa” la strada trasformistica e contrattualistica tracciata da Bettini, risultano negative le reazioni, dietro le quinte, del ministro dei beni culturali e capo delegazione del Pd al governo Dario Franceschini. Che prima ancora dello stesso Renzi nell’estate scorsa, anche a costo di procurarsene il dileggio per un incidente elettorale occorsogli nella sua Ferrara a vantaggio dei leghisti, aveva proposto dalla primavera un’intesa di governo con i grillini in crescenti difficoltà di rapporti con Matteo Salvini.

           Il fatto di averci personalmente e maggiormente messo la faccia nella svolta con le 5 Stelle, ben prima -ripeto- che a Renzi passasse la voglia di godersi la crisi della maggioranza gialloverde mangiando pop corn, ha fatto Mauro.jpegscattare in Franceschini il rifiuto di concorrere in qualche modo alla liquidazione della sua linea come di una banale, ennesima avventura dai quattro cantoni in un Paese peraltro “in apnea”, secondo l’editoriale di Repubblica.

           D’altronde, anche dai grillini sono arrivate a Franceschini voci allarmate sui progetti targati Bettini. Se n’è fatto interprete Gianluca Perilli.jpegil capogruppo al Senato Gianluca Perilli dichiarando al Foglio che mai e poi mai transfughi di Forza Italia potrebbero essere considerati parte effettiva della maggioranza, partecipi di riunioni, cariche e quant’altro.

           Sono cresciute pertanto le resistenze di Franceschini alla gestione di una vicenda che ha già permesso rovinosamente al portavoce del presidente del Consiglio Rocco Casalino di giocare con “battute” al telefono sulla partenza di un nuovo treno di governo con lo stesso, insonne, instancabile conducente. E così sotto la cenere del Pd è ricomparsa la brace di una situazione per nulla tranquilla e scontata. Aumenta anche al suo interno la tentazione elettorale, perché -ha spiegato il tesoriere Luigi Zanda- “la maionese ormai è impazzita e non si può più mangiare”.

 

 

 

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