Che cosa (non) vale più purtroppo una famiglia a Napoli…

Per quanto legatovi da ricordi di famiglia e di studio, ho smesso di andare a Napoli da una ventina d’anni: in particolare da quando, incollonato in auto ad un semaforo sulla strada che costeggia il porto, fui rapinato di un orologio in pieno giorno.

Un ragazzo all’incirca dell’età di quello che è stato ucciso in questi giorni da un carabiniere in borghese non ebbe bisogno di puntarmi un’arma, né vera né finta. S’infilò col busto nel mio finestrino dove avevo appena ritirato il braccio sinistro dopo avere spazientemente raddrizzato lo specchietto laterale che mi era stato spostato per la seconda volta lungo la stessa strada, sempre incolonnato nel traffico di punta. E ingaggiò una lotta selvaggia con le mani di mia moglie che, sedutami accanto, cercava di impedirgli, graffiandone il viso, di sfilarmi l’orologio dal polso, senza il timore di vedersi sfilare pure il suo.

La scena si svolse sotto gli sguardi indifferenti dei conducenti delle altre auto, tutti fermi al semaforo, di lato e di dietro. E si concluse a tutto vantaggio del rapinatore, ladro, o come diavolo andava chiamato in gergo penale. Che mi lasciò sulla portiera impolverata tracce che consentirono di lì a poco al custode del garage d’albergo dov’ero appena arrivato la ricostruzione precisa dell’accaduto, nonchè l’assegnazione del numero d’ordine. Era la decima -dico, decima- rapina di quella giornata, probabilmente eseguita dallo stesso ragazzo e da chi l’aveva aiutato, dall’altra parte della strada, facendolo saltare sul motorino per fuggire.

Durante quel mio ultimo soggiorno a Napoli, in galleria e a due passi dalla sede del Mattino dove tanti anni prima il mitico direttore Giovanni Ansaldo mi aveva paternamente consegnato qualche libro da recensire per soddisfare la mia voglia di giornalismo e mettermi alla prova, ebbi un’illuminante chiacchierata con un amico, ex collega di studi, che aveva intrapreso la carriera di magistrato ed era salito abbastanza in alto, e a rischio, per andare in giro scortato.

Ebbene, ad un certo punto il discorso cadde sulla mia disavventura di rapinato o derubato, sempre come preferite. E mi venne un’idea che non mi sono più tolto dalla testa pensando a Napoli e alla sua non gioventù ma fanciullezza rubata, con tutti quei ragazzi -come l’Ugo che ci ha appena rimesso la vita- abituati, aiutati, incoraggiati, coperti e quant’altro dalle loro ragazzo ucciso.jpegfamiglie a delinquere, scommettendo sulla capacità o padronanza di nervi del malcapitato di turno, disarmato o armato e lucido abbastanza per prendere la mira giusta, sparando alle gambe e non al torace o alla testa, pur avendo di fronte in quel momento solo quegli obiettivi, e non potendosi sporgere più di tanto dal finestrino.

L’idea che mi permisi di esporre – povero e ingenuo giornalista ch’ero, e sono rimasto anche in età molto appetibile, a quanto sembra, ai coronavirus che vagano ormai per tutto il mondo, o quasi- era ed è quella di privare della patria potestà i genitori che non sanno o non vogliono esercitarla. O la esercitano alla rovescia, per insegnare a rubare o a devastare gli ospedali e non a studiare o lavorare, spesso trasmettendo ai figli i loro sciagurati mestieri. A costoro i figlioli andrebbero tolti e affidati -dicevo e penso ancora- a mani più avvedute e davvero soccorrevoli.

Non l’avessi mai pensato e detto. Il mio amico magistrato mi guardò torvo come se non ci fossimo mai conosciuti e frequentati. Poi, calmatosi, cominciò a spiegarmi -secondo lui- le ragioni per le quali non ci si poteva né doveva intromettere negli affari familiari degli altri. Se lo facessimo -mi disse ad un certo punto parlando al plurale, come per nome e per conto di tutti i suoi colleghi di toga- ci sterminerebbero tutti. Non si salverebbe nessuno, aggiunse per rafforzare e al temo spesso chiudere il suo ragionamento.

La Napoli che da bambino, raggiungendola di sera in auto con i miei genitori dalla Puglia, mi sembrava una donna con una collana di luci al collo; la Napoli che avevo scambiato per un santuario quando mia madre mi ci portò piena d’ansia e di speranza quasi miracolosa per farmi guarire da una malattia che nessuno aveva prima di allora saputo diagnosticare; la Napoli che al primo anno di Università mi aveva fatto scoprire e ammirare maestri di diritto come Antonio Guarino e Francesco De Martino, le cui lezioni di storia del diritto romano erano semplicemente un incanto, diversamente dalle prove che poi il suo autore mi avrebbe dato come segretario del Partito Socialista, quello del “mai più al governo con la Dc senza l’appoggio dei comunisti”; la Napoli che mi aveva già tradito con la storia giudiziaria del mio amico Tortora facendo comunque in tempo a rimediarvi con l’assoluzione che Enzo meritava, sia pure troppo tardi perché lui se la potesse godere davvero; quella Napoli mi sembrò in galleria, di fronte alla paura del mio amico magistrato di morirvi nell’uso del buon senso, davvero e definitivamente perduta. E non vi ho più messo piede.

 

 

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Conte ha sgominato, diavolo di un uomo, il “governissimo” che lo minacciava

            Per favore, se non l’avete già fatto o se siete ancora tentati di farlo leggendo i giornali e assistendo al chiacchiericcio televisivo, smettetela o rinunciate a dare dello sprovveduto a Giuseppe Conte, in maglione o in mono o doppiopetto che sia, con o senza pochette, perché il professore s’intenderà poco di affari sanitari e malattie, per quanti sforzi facciano medici, virologi e quant’altri di aprirgli gli occhi, ma in politica si è fatto furbissimo. Giù il cappello davanti a questo docente universitario e avvocato sceso dalle cinque stelle di Beppe Grillo fuori stagione, nella primavera di due anni fa, per sedersi a Palazzo Chigi e rimanervi anche cambiando alleati.

            Sottoposto anche al fuoco mediatico da Coronavirus, questa volta al maiuscolo per le dimensioni che ha ormai assunto nei confini di un’Italia pronta a cambiare  nome per chiamarsi Codogna.jpegCodogna, o Codognìa, come preferite, dal paese lombardo nel cui ospedale pare sia accaduto di tutto, anche l’irruzione della solita squadra inviata dalla Procura locale per prelevare carte e quant’altro nel pieno di una emergenza da infezione; sottoposto, dicevo, al fuoco mediatico da Coronavirus, il presidente del Consiglio si è fatto concavo e convesso secondo le circostanze. Altro che il Silvio Berlusconi di tempi passati.

            Volete il “governissimo” ?, ha chiesto il professore alle opposizioni, o almeno a quelle che lo reclamavano più o meno ad alta voce. E, fingendo di non capire che le invocazioni nascevano soprattutto o solo per liberarsi di lui a Palazzo Chigi, ha provato ad immaginarselo e persino a rappresentarlo promuovendo una riunione di ministri e capigruppo parlamentari di maggioranza e di opposizione per fare il punto della situazione, raccogliere proposte, formularne di sue e tentare di abbozzare un provvedimento da far camminare speditamente nelle Camere.

             Non si è riusciti a fare una foto di gruppo perché, con quella distanza di almeno un metro l’uno dall’altro dettato da ragioni di sicurezza sanitaria, non c’era fotografo e macchina capaci di riuscire nell’impresa. Ci siamo pertanto dovuti accontentare di una foto scattata prima dell’incontro a Conte e a pochi altri ministri o simili.

            A riunione plenaria finalmente cominciata, durante la quale qualcuno è uscito ed entrato per brevi incursioni in piazza Colonna davanti alle telecamere e ai microfoni del salotto Giannelli.jpegdi turno in attesa spasmodica di notizie, le cose sono andate avanti per le lunghe, anzi lunghissime, senza approdare ad un risultato degno di questo nome. D’altronde, quali accordi si sarebbero mai potuti sottoscrivere a un metro di distanza l’uno dall’altro invitato, e Il caffè di Gramellini.jpegsenza neppure potersi dare prima la mano, potendosi al massimo concedere ogni coppia “una stretta di piede”, come ha scritto Massimo Gramellini prendendo il caffè mattutino con i lettori del Corriere della Sera?

            Così è sfumata fra le mani e le narici del presidente del Consiglio- diavolo di un professore-  il famoso “governissimo” da cui si sentiva, a torto o a ragione, minacciato. Vedrete che il coronavirus, questa volta al minuscolo, di quelli che vanno in giro portati da chissà chi e da dove, si terrà ben lontano da Conte avendo capito che non c’è partita neppure per un verme come lui.  

 

 

 

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Timori e crisi di nervi fra i grillini per il protagonismo di Zingaretti

            Se non è stata crisi di nervi sotto le cinque stelle grilline, poco c’è mancato dopo la scoppola delle elezioni suppletive a Roma “centro”, dove i 19 mila voti del 4 marzo 2018, pari al 16,79 per cento degli elettori presentatisi allora alle urne, sono diventati l’altro ieri soltanto 1422 – pari al 4,36 per cento dei 32.880 votanti su 186 mila- alla candidata alla Camera Rossella Rendina. Che molto probabilmente non ha potuto contare neppure sul voto del presidente del Consiglio di designazione grillina Giuseppe Conte, sensibile -a dir poco- alla candidatura del suo ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, del Pd di Nicola Zingaretti. Il quale ne ha festeggiato l’elezione come una Pasqua fuori stagione, essendo appena entrati nella Quaresima.

            Forte anche di questo risultato, che per il sollievo procuratogli  è stato per lui un po’ come per il Papa raffreddato l’esito negativo della prova del tampone che gli hanno prudentemente Papa raffreddato.jpegpraticata, Zingaretti ha presieduto con baldanza nella sede del suo partito  il già programmato incontro con le cosiddette parti sociali.  Esso è servito, peraltro con la partecipazione anche di Gualtieri e del capo della delegazione del Pd al governo Dario Franceschini, a fare il punto provvisorio della crisi economica aggravata dagli effetti del coronavirus e a mettere su tappeto gli interventi necessari a fronteggiarla.

            Per quanto -ripeto- già programmata in anticipo rispetto ad un incontro analogo preventivato a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio, l’iniziativa di Zingaretti non è per niente piaciuta al Movimento 5 Stelle. Dove l’hanno esplicitamente paragonata alle riunioni che soleva promuovere al Viminale l’allora vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Matteo Salvini procurandosi le riserve o proteste dei grillini, appunto, e di Conte in persona. Che poi le rinfacciò nell’aula del Senato, con altre cose ancora, a Salvini in persona quando lo trattò, da ministro ancora in carica, come imputato in una specie di  processo per indisciplina e slealtà propedeutico alla crisi di governo e al cambiamento di maggioranza.

            Questa volta, a dire la verità, e diversamente dai grillini, Conte non se l’è presa per niente con Zingaretti. Se n’è sentito anzi aiutato, piuttosto che scavalcato, deludendo e insospettendo i pentastellati, o almeno il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ed ex capo del movimento e della relativa delegazione al governo. Che sembra essersene personalmente doluto col reggente Vito Il Fatto su Zingaretti.jpegCrimi condividendo -credo- la rappresentazione dell’incontro di Zingaretti con le parti sociali offerta dal  Fatto Quotidiano ai lettori con questo titolo: “L’attivismo di Zinga per guidare il governo”.

            Oltre che il malumore per il crescente peso del Pd e del suo segretario in una coalizione  la cui componente maggiore rimane per consistenza parlamentare quella delle 5 Stelle, è cresciuta fra i grillini dopo la miserevole figura nelle elezioni suppletive di Roma e il crescente protagonismo di Zingaretti la preoccupazione per la sempre più indefinita scadenza chiarificatrice dei cosiddetti Stati Generali. Che dovrebbero essere quello che per gli altri partiti è un congresso, già programmato per metà marzo, come le infauste idi di Giulio Cesare del 44 avanti Cristo, e rinviato non si sa ancora a quando per la sopraggiunta scadenza, anch’essa peraltro suscettibile di slittamento, del referendum confermativo sul taglio di 345 seggi parlamentari, fra Camera e Senato.  

 

 

 

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La Sardine arretrano e rischiano adesso di fine davvero sott’olio

Ilvo Diamanti ci ha appena informati, con i dati di un sondaggio Demos effettuato per Repubblica, che in due mesi di tempo le Sardine, con la maiuscola, seimila o no che siano, hanno perduto terreno, o acqua, come preferite. Il “sicuramente no” opposto alla richiesta di un interessamento ad un loro eventuale impegno elettorale è salito dal 39 al 47 per cento delle risposte, il “probabilmente sì” è sceso dal 23 al 21, il “sicuramente sì” è rimasto fermo ad un modestissimo 4 per cento e la “non partecipazione o disaccordo” dalle loro iniziative è aumentata dal 43 al 53 per cento.

Le “opinioni” sul movimento dal nome ittico esploso nelle piazze a ridosso delle elezioni regionali in Emilia-Romagna, e poi estesosi altrove, sono diventate “pìù tiepide” secondo il sociologo e Sardine 3 .jpegpolitologo. Che tuttavia non è arrivato a considerarlo  o immaginarlo sott’olio, come invece è apparso ad altri. Ma non è detto che non arrivi anche lui, prima o poi, a questa sensazione.

Ciò sta accadendo non tanto per le frequentazioni fotografiche e televisive -da Oliviero Toscani e Benetton a Maria De Filippi, definita “l’isititutrice” da Aldo Grasso sul Corriere della Sera- in cui sono incorsi leader e leaderini delle Sardine così entusiasticamente salutate a suo tempo da quel furbacchione del segretario del Pd Nicola Zingaretti, e viste con un certo interesse anche dall’allora capo delle 5 Stelle Luigi Di Maio, quanto per certi altri appuntamenti cui sono mancate nel loro complesso.

A grillini e piddini, per ragioni diverse ma infine concorrenti, non è piaciuta l’indifferenza mostrata dalle Sardine  con quel rifiuto di leader e leaderini  di rispondere a chi ne sollecitava usardine 4 .jpegn giudizio sotto sotto di apprezzamento di fronte a temi come la prescrizione praticamente zero del guardasigilli Alfonso Bonafede, che è riuscito a sopprimerla nel codice all’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, o la riduzione tanto sostanziosa quanto monca dei seggi parlamentari. Su cui gli elettori prima o dopo, viste le complicazioni da coronavirus, dovranno pronunciarsi nel cosiddetto referendum confermativo senza avere la minima idea di se e come saranno aggiornate leggi e regolamenti per rendere compatibili quattrocento deputati e duecento senatori, contro i quasi mille ereditati dalla Costituzione approvata alla fine del 1947, con un grado serio o decente di rappresentatività.

I grillini volevano rendere più saporiti col gusto delle Sardine appena pescate sia la prescrizione zero, o quasi, sia le Camere smilze partorite dalle loro campagna anti-casta, quasi come il taglio dei vitalizi ancora a rischio di sorprese per i ricorsi pendenti. Quelli del Pd, specie dopo la petulante resistenza, secondo loro, dell’ex segretario Matteo Renzi e del suo nuovo movimento, volevano usare l’odore e il sapore delle Sardine per nascondere meglio l’obiettivo disagio in cui si trovano dopo avere ceduto al Movimento 5 Stelle nel momento non della sua maggiore forza, com’era quella iniziale di questa legislatura, ma della sua maggiore debolezza di natura non solo identitaria, dopo tutti i voti perduti governando prima con i leghisti e poi con la sinistra. A Roma, nelle elezioni suppletive per la sostituzione di Gentiloni con Gualtieri alla Camera, i grillini sono precipitati addirittura al 4,4 per cento, pur con l’attenuante di un’affluenza alle urne inferiore al 20 per cento.

La delusione procurata fra i grillini dalle Sardine si è avvertita con la solita chiarezza sul giornale che ne riflette maggiormente gli umori – il Fatto Quotidiano- fra gli insulti, o quasi, di Marco Travaglio e i più educati e sottili ragionamenti di Antonio Padellaro, che le Sardine 2.jpegha avvertite “senz’acqua” dopo l’annuncio di Mattia Santori che “la stagione delle piazze come l’abbiamo conosciuta a novembre forse passerà, e forse è già finita”. “Senza l’acqua delle piazze le sardine moriranno”, ha previsto il fondatore del giornale diretto adesso da Travaglio.

Altrettanto comprensibile, e condivisibile, è in questo quadro l’acqua che il mio amico Valter Vecellio dalle sponde irriducibilmente radicali dei suoi sentimenti, e proprio qui, sul Dubbio, ha cercato di dare o restituire alle Sardine immaginando con simpatica e vivace fantasia il compianto Marco Pannella fra di loro, ed esortando a sentirne le domande, più che ad attenderne le risposte.

Ma Pannella era Pannella, carissimo Valter, non solo per le domande che sapeva porre incalzando, imbarazzando e incuriosendo tutti, persino il Papa di turno, ma anche e forse ancor più con le risposte che sapeva dare all’occorrenza, con le proposte che formulava, e persino con ilsardine 5 .jpeg bavaglio che sarcasticamente si applicava per protesta, per non parlare dei referendum che sapeva proporre, sino ad abusarne qualche volta. E non si faceva certamente ed encomiabilmente trattenere lungo la sua strada dal rischio, dalla paura e quant’altro di trovarsi in compagnia, o quasi, del diavolo di turno. Che poteva essere il Cavaliere ancora rampante di Arcore o il Gianfranco Fini non ancora perduto nella sua smania di liberarsi di chi, come appunto Silvio Berlusconi, lo aveva “sdoganato”, come si disse all’epoca delle elezioni amministrative del 1993, incoraggiando il leader dell’ancora Movimento Sociale nel pur fallito tentativo di  scalare il Campidoglio conquistato infine da Francesco Rutelli.

 

 

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I grillini precipitano a Roma al 4,4 per cento ma il governo si sente “più forte”

            “Il governo ora è più forte”, hanno appena annunciato, all’unisono, il segretario del Pd Nicola Zingaretti e il superministro dell’Economia Roberto Gualtieri commentando non la cintura di sicurezza fornita in qualche modo all’esecutivo dall’emergenza targata Coronavirus, ma i risultati delle elezioni suppletive svoltesi a Roma per sostituire alla Camera l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, ora commissario europeo.

            E’ proprio Gualtieri il deputato eletto dagli elettori di una vasta zona di Roma comunemente chiamata centrale, estesa da Testaccio alla Balduina e parte del Trionfale attraversando il centro vero e proprio della Capitale: eletto “alla grande”, secondo amici e compagni, avendo fatto salire al 62 per cento il 42 ottenuto meno di due anni fa  da Gentiloni da solo, non con la coalizione di centrosinistra ritrovatasi adesso attorno al ministro che condensa nelle sue mani poteri e competenze che furono dei titolari del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio.

            Va detto tuttavia che a votare per le suppletive, in una domenica peraltro condizionata anche a Roma, pur estranea alle aree infette del Nord, dalla poca voglia di andare in giro e mettersi in fila per una qualsiasi ragione, sono andati alle urne solo 32.880 dei 186 mila e rotti elettori che ne avevano diritto, con una percentuale di affluenza pari quindi al 17,6 per cento. Che è quasi il doppio, per carità, del 9,50 registrato nella domenica precedente a Napoli per analoghe suppletive riguardanti il Senato, dove c’era da sostituire un grillino defunto, cui è subentrato il giornalista Sandro Ruotolo candidato dal centrosinistra. Ma è pur sempre e soltanto, ripeto, il 17,6 per cento, di gran lunga inferiore alla media, generalmente bassa, di questo tipo di elezioni, che si svolgono generalmente o prevalentemente all’insaputa degli elettori che pure dovrebbero esservi interessati.

            Mi spiace per Gualtieri e per Zingaretti, il quale ultimo ha anche vantato il fatto che “l’alleanza funziona”, alludendo evidentemente a quella in corso a livello nazionale con il Movimento 5 Stelle, ma mi sembra francamente forzato il loro giudizio sul governo rafforzato di fronte al 4,4 per cento di voti cui sono precipitati i grillini dal 17 per cento e rotti, nella stessa zona, di meno di due anni fa. L’alleanza funzionerà, per ripetere parole e concetti del segretario del Pd, ma non certo per il maggiore partito della coalizione di governo. Che in Parlamento non è il Pd ma il movimento appunto dei grillini, di cui pertanto esce dalle urne rafforzata solo la profonda crisi elettorale e di identità che l’attraversa, con inevitabili ripercussioni sulla salute, diciamo così, dell’intero governo.

            Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha tenuto a farsi vedere solerte, e spensierato senza la solita cravatta al collo, nella sezione romana dove è iscritto come elettore. Ma, per quanto Schermata 2020-03-02 alle 05.28.31.jpegarrivato e confermato nella scorsa estate a Palazzo Chigi per designazione e impuntatura dei pentastellati, contro la richiesta iniziale di cosiddetta “discontinuità” avanzata dal Pd subentrando ai leghisti, dubito assai che egli abbia votato ieri per la candidata grillina Rossella Rendina. Non ci crederei neppure se qualcuno mi mostrasse la foto della scheda appena compilata dal presidente del Consiglio e non ancora chiusa per essere infilata nell’urna. Sospetto, fortemente sospetto, che Conte abbia votato per il “suo” ministro dell’Economia. E penso che questa sia anche la convinzione più diffusa anche  fra i grillini.

 

 

 

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Benvenuti al campionato inedito e tutto politico del coronavirus

            Il tiro al coronavirus come al pallone, attribuitogli da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina del  Corriere della Sera, non ha cambiato di molto il rapporto del presidente del Consiglio Giuseppe Conte col pubblico, almeno secondo l’ultimo sondaggio Ipsos. Da cui risulta che il professore abbia perduto dopo un mese di guerra al nemico solo due punti di gradimento, fermandosi a un 48 per cento pur ragguardevole, almeno per i tempi che corrono. Ha perso di più – tre punti anziché due- il governo nel suo complesso scendendo al 42 per cento, per colpa di chi più esattamente non si riesce bene a capire scorrendo i dati.

            Il giovane ed esordiente ministro della Salute Roberto Speranza, in prima linea sul fronte per ragioni di competenza, è sceso in un mese da 22 a 21 punti, che sono sempre tanti di più dell’1,8 per cento delle intenzioni di voto attribuite al suo partito dei liberi e uguali, che un mese fa disponeva del 2,6 per cento.

            E’ invece salito da 29 a 31 punti il gradimento del capo della delegazione del Pd al governo, il ministro dei beni Franceschini.jpegculturali Dario Franceschini, peraltro reduce da un incontro con alcuni parlamentari del centrodestra candidati a un passaggio alla maggioranza, trattenuti tuttavia nel suo ufficio solo per parlare della Necropoli di Cerveteri. Lo ha precisato lo stesso Franceschini quando la notizia dell’incontro si è diffusa nel mercato politico.

            Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, già capo del Movimento 5 Stelle e della relativa delegazione al governo, si è tolta la soddisfazione di registrare 19 punti contro un punto -dico uno, salvo errori- del successore e reggente Vito Crimi.

            Sul fronte dell’opposizione hanno perduto qualche punto di gradimento sia Matteo Salvini che Giorgia Meloni, i cui partiti invece si inseguono in testa alla classifica, ma relativamente perché la Lega col suo 32 per cento, sia pure perdendo lo 0,4 per cento, è più del doppio del 13,3 cui sono saliti dal 12 per cento i Fratelli d’Italia. Il partito di Silvio Berlusconi resta al palo di poco più del 6 per cento.

            Sul fronte della maggioranza invece resta al palo, col 14 per cento, il movimento grillino, mentre il Pd è sceso dal 20,3 al 19,6 consolandosi comunque con la curva dell’Italia Viva di Matteo Renzi, calata dal 4.3 al 3,5 per cento, sempre delle intenzioni di voto. Che sono, nel complesso, in calo essendo salito al 40 per cento la tendenza all’astensionismo: segno -ha scritto Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera– che la vicenda del coronavirus “ha aumentato il disorientamento, anziché il discernimento”.

            Per sua fortuna, almeno, Conte in una intervista “a tutto campo” rilasciata al Fatto Quotidiano ha dettoIl Fatto.jpeg di disporre di sondaggi migliori per sè e per il governo, pur non precisando di quanto e di come. Egli ha anche annunciato, o confermato, come un successo che il coronavirus gli permetterà di aumentare la spesa in deficit con l’autorizzazione dell’Unione Europea. Ed ha liquidato come fumo più o meno irresponsabile l’arrosto vantato da altri parlando dei governi che potrebbero prendere il posto del suo non appena si sarà quanto meno ridotta Formidabile 3 .jpegl’emergenza da infezione. Che ha bloccato, per esempio, le tentazioni crisaiole di Renzi, al punto da ordinare al “suo” sottosegretario agli Esteri Ivan Scalfarotto di congelare le dimissioni annunciate per protesta contro il mancato conferimento delle deleghe concordate a suo tempo col ministro Di Maio, e fra i partiti della maggioranza giallorossa. Chi vivrà vedrà, senza scendere dall’autobus di Roma che naviga in internet con la mascherina.

Una sommessa preghiera a Sua Santità perché non ci faccia scherzi…

            No, Santità, con la pausa sanitaria che si è data, almeno negli impegni esterni, non ci faccia scherzi: né da prete, né da gesuita, né da Papa, con la maiuscola. Si ristabilisca presto e torni a farci sobbalzare o sognare o sospirare, secondo i gusti di chi L’ascolta e di chi La vede e inevitabilmente Indisposizione 3 .jpegparagona le Sue parole e il Suo stile col predecessore ancora in vita e per nulla dimenticato. Di cui sono bastate due o tremila battute trascritte digitalmente da qualche collaboratore per un libro in uscita di un cardinale africano per provocare il finimondo, al di là e al di qua delle mura vaticane, e -temo- anche per farLe perdere la pazienza. Che, in verità,  si è rivelata inferiore a tutte le attese, almeno di chi non La conosceva bene, sin da quando si è liberato con poco garbo, francamente, da una stretta di mano troppo insistente, per quanto inoffensiva, di una fedele. E poi ha in qualche modo allontanato un monsignore dal nome troppo complicato per scriverlo di getto, come sto facendo. Il cui torto a molti è sembrato, a torto o a ragione, solo o soprattutto di essere quello di ricordare più il Papa emerito che quello felicemente regnante.

            Non ci faccia scherzi. Santità, specie con quel nome impegnativo che si è dato, unico tra tutti i Papi succedutisi dopo la morte e la rapida santificazione di Francesco d’Assisi. Che da lassù ci rimarrebbe malissimo ad accoglierLa così prestoIndisposizione 2 .jpeg rispetto a quella sera di quasi sette anni fa soltanto in cui ci annunciò simpaticamente di essere salito sul trono di Pietro “quasi dalla fine del mondo”, per quanto di Roma conoscesse già abbastanza bene la lingua ereditata da Mario Bergoglio, il papà piemontese emigrato nel 1929 in Argentina.

            Non ci faccia scherzi, Santità, in un momento peraltro già così denso di preoccupazioni di salute per tutti in questo mondo tanto più globalizzato quanto più esposto ai pericoli di un qualsiasi virus sconosciuto.

            Non ne faccia, di scherzi, in particolare, al Suo devotissimo, per quanto laico e forse neppure credente, Eugenio Scalfari. Al quale Sua Santità ha fatto la grazia, con le telefonate e le udienze qualche Indisposizione 1 .jpegvolta trasformate in interviste con una imprudenza generosamente perdonata, di distrarlo per un po’ dalle vicende politiche di questa nostra povera Italia, diventate spesso solo degli incisi nei suoi appuntamenti con gli elettori, prevalentemente domenicali come le messe e le prediche.  

            Al prossimo Angelus, Santità.   

 

 

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Tanto rumore per nulla con l’udienza di Matteo Salvini al Quirinale

            Pur ridotta nel sito del Quirinale a un rigo e poco più in testa ai comunicati di giornata per Comunicato Quirinale.jpegriferire che “il Presidente Mattarella ha ricevuto il senatore Salvini”, l’udienza ottenuta sul Colle dal leader della Lega ed ex ministro dell’Interno ha fatto un rumore della Madonna – scusate l’espressione- sui quotidiani. Dove  notisti, retroscenisti e quant’altri hanno tratto lo spunto per descrivere nuovi scenari politici immaginati o proposti dall’interlocutore del capo dello Stato, che invece nei venti minuti d’incontro non si sono neppure Corriere.jpegaffacciati. Lo ha precisato il quirinalista principe del giornalismo italiano, che è Marzio Breda, abituato sul Corriere della Sera a non scrivere o attribuire al presidente della Repubblica di turno umori e pensieri che non abbia personalmente raccolto dall’interessato e dai suoi uffici.

            Era stato stabilito già prima dell’udienza, forse addirittura come condizione per inserire peraltro l’incontro nel contesto di una giornata destinata a concludersi con la partecipazioneBreda 1 .jpeg del capo dello Stato al vertice governativo bilaterale italo-francese, che fossero “esclusi in partenza -ha scritto Breda- gli scenari di inconcepibili disegni Il Fatto.jpego di insostenibili governissimi su cui qualcuno si è esercitato per stressare Palazzo Chigi”. E che sul Fatto Quotidiano sono stati riproposti come “inciucione Renzi-Salvini” e “Poltronavirus”, dato il La Stampa.jpegpretesto colto nelle cronache sanitarie per liquidare “un governo arrivato al capolinea”, secondo l’analisi Libero.jpegdi Giovanni Orsina sulla Stampa o “il presidente dimezzato” affisso in arancione sulla prima pagina di Libero.

            Niente di tutto questo passa lontanamente per la testa di Mattarella, “concentrato -per ripetere le parole di Breda- solo su quel che c’è adesso”, al massimo disposto a ripensarci nel caso in cui le opposizioni dovessero Breda 2 .jpegriuscire a sfiduciare il governo in Parlamento con numeri che prefigurino da sé una maggioranza alternativa. Che è la formula della cosiddetta “sfiducia costruttiva”, peraltro prevista nella Costituzione tedesca ma non in quella italiana, o non ancora, per quanto auspicata da più parti.

            Tutto pertanto si è risolto, durante i venti minuti d’incontro al Quirinale, nella impazienza di Salvini -ha sempre raccontato Breda- di “riaprire il Nord” chiuso dalle ordinanze e quant’altro del governo Conte e nella illustrazione delle “proposte economiche” leghiste per uscire da un’ emergenza ammessa d’altronde dallo stesso presidente del Consiglio nei giorni scorsi preannunciando “cure da cavallo”.

            Tanto rumore quindi per nulla, sempre a proposito del quarto d’ora e poco più di Salvini al Quirinale? Pare proprio di sì. E viene da chiedersi se valesse la pena concedere quell’udienza, nel contesto -ripeto- di una giornata d’impegni anche internazionali del capo dello Stato.  Di cui diamo pure per certo l’obiettivo o il risultato attribuitogli dal quirinalista del Corriere della Sera di “una ripresa dei rapporti” con Salvini  “dopo mesi di gelo e incomunicabilità”, risalenti forse ad una data anche anteriore all’apertura dell’ultima crisi di governo e al passaggio della Lega all’opposizione. 

 

 

 

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La maledizione di vivere nell’Italia “normalizzata” dalle 5 Stelle

E’ apprezzabile quanto meno la schiettezza con la quale la presidente grillina della Commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo, ha voluto difendere e spiegare il controverso provvedimento sulle intercettazioni. Il cui cammino parlamentare, sino a qualche settimana fa di incerto epilogo per le forti resistenze dell’opposizione e le divisioni createsi nella maggiorana giallorossa, è stato in qualche modo sbloccato anch’esso, come quello delle cosiddette mille proroghe, dal mezzo disarmo politico provocato dalla diffusione della forma di polmonite importata dalla Cina.

            In particolare, l’onorevole Businarolo, quasi con voce dal sen fuggita,, ha spiegato ai lettori del Dubbio che l’equiparazione dei reati contro la pubblica amministrazione a quelli di mafia e di terrorismo, con la conseguente applicazione dell’assai invasivo metodo Trojan nelle intercettazioni, deriva dalla specialità dell’Italia. Che non è per niente un paese “normale” per la diffusione che ha nei suoi confini il fenomeno della corruzione, reale o percepito che sia. Questa almeno è l’opinione fattasi dell’Italia dai grillini, che in forza dei voti, dei seggi parlamentari e delle alleanze politiche realizzate in meno di due anni di questa legislatura uscita dalle urne del 4 marzo 2018, sono riusciti ad imporla sul piano legislativo. E ciò, peraltro, nel momento non della loro maggiore forza ma della loro maggiore debolezza, vista la crisi interna al loro movimento, guidato da un reggente -Vito Crimi- dopo le dimissioni di Luigi Di Maio da capo.

Della crisi del Movimento 5 Stelle sono espressioni di una evidenza disarmante anche il defilamento del fondatore, garante, “elevato” e quant’altro  Beppe Grillo, preso dalle sue dichiarate apnee notturne; il rinvio a tempo sostanzialmente indeterminato dei cosiddetti Stati Generali, indetti originariamente ai fini di un chiarimento per metà marzo; le sconfitta accumulate in tutte le elezioni, di vario livello, seguite a quelle del 2018 e infine quel misero, anzi miserrimo 9,52 per cento di affluenza alle urne cui hanno concorso domenica scorsa nelle elezioni suppletive a Napoli per la sostituzione di un loro senatore defunto. Il cui seggio è andato alla fine al terrestre, diciamo così, Sandro Ruotolo col 48 per cento di quel 9,52 di votanti contro il 23,3, sempre di quel 9,52, del candidato a 5 stelle Luigi Napolitano.

            Secondo un sondaggio Swg ancora fresco di stampa quel che resta della militanza e dell’elettorato grillino pone le sue maggiori speranze, per cercare di uscire dalla crisi d’identità e di ogni altro tipo sopraggiunta alla vittoria elettorale di due anni fa, in Alessandro Di Battista. Che anche per questo forse sta tornando dall’Iran, dove si era avventurato per vacanza e studio, in groppa al 36 per cento delle simpatie attribuitegli, fra i grillini, contro il 26 per cento dell’ex capo ma pur sempre ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Agli altri restano le briciole: il 9 per cento al pur presidente della Camera Roberto Fico, contestato nella sua Napoli quando ha proposto come strategico il rapporto col Pd, il 6 per cento alla vice presidente del Senato Paola Taverna, che non nasconde di certo la sua ambizione o “disponibilità” a scalare il movimento, il 5 per cento alla sindaca di Torino Chiara Appendino e l’1 per cento appena al reggente Crimi.

Di Battista, Dibba per gli amici, non la pensa di certo diversamente dall’onorevole Businarolo sulla specialità, diciamo così, dell’Italia.  Che, non essendo un paese “normale”, meriterebbe leggi e trattamenti speciali non per diventare finalmente normale, evidentemente, ma per diventarlo sempre meno, in un inseguimento del paradosso che fa drizzare i capelli, almeno a chi li ha.

La normalità targata 5 Stelle è quella delle leggi penali retroattive, e delle proteste contro la Corte Costituzionale quando si permette di censurarle. E’ quella della prescrizione bloccata, cioè eliminata, con l’epilogo del primo dei tre gradi di giudizio, in modo che per gli altri due i processi possono durare quanto l’ergastolo. E’ quella dei diritti acquisiti bollati per principio come privilegi da ghigliottinare, magari in attesa di riservare la stessa sorte alle persone che ne hanno potuto beneficiare, in una riedizione della Rivoluzione francese del 1789, con gli spettacoli del patibolo in piazza. E’ quella degli organi giurisdizionali, come quelli per la cosiddetta autodichia parlamentare, validi solo se emettono verdetti di un certo tipo, gradito alle 5 Stelle. Altrimenti diventano organi odiosi di casta, da abolire o ricomporre daccapo facendo dimettere chi ne fa parte, com’è accaduto praticamente al Senato per la commissione chiamata a pronunciarsi sulla riduzione dei cosiddetti vitalizi, anche a novantenni con un piede già nella fossa e l’altro già senza scarpa.

Mi chiedo, a questo punto, se non ha ragione Andrea Marcenaro a scrivere sul Foglio, nella sua rubrichetta di prima pagina che ne porta un pò il nome, se “questo nostro trojan di Paese”, per niente normale come dice la Businarolo, non sia “in quarantena minimo dal 1992”, col bambino buttato da certa magistratura insieme con l’acqua sporca.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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Gli indesiderati effetti indotti del coronavirus nelle aule parlamentari

            Chiamiamoli pure effetti indotti del coronavirus. Sono quei fatti politici che hanno potuto maturare e in qualche modo nascondersi dietro o fra le pieghe delle cronache sui focolai dell’infezione di origine cinese scoperti in Italia. Sono fatti tuttavia destinati a far sentire le loro conseguenze concretamente quando del coronavirus si potrà finalmente parlare di meno per il suo auspicabile esaurimento o contenimento.

            Il fatto più rilevante è l’accresciuta sproporzione fra il peso reale del maggiore partito della coalizione giallorossa, il Movimento 5 Stelle, e quello esercitato in Parlamento, dove La cenere.jpegsono passati o stanno Travaglio.jpegpassando in questi giorni provvedimenti che sembravano assai controversi, come quelli sulle intercettazioni e sulle cosiddette mille proroghe. Che cadono sulle nostre teste come la cenere quaresimale appena depositata sul capo di Papa Francesco, e fra la compiaciuta ironia di Marco Travaglio sul suo Fatto Quotidiano.

            Con Matteo Renzi costretto a retrocedere dalle circostanze sanitarie, diciamo così, sino a mettersi spontaneamente in quarantena politica, uscendo dal tiro a segno diversamente dall’altro Matteo, Salvini, che vi è rimasto procurandosi problemi anche nel “suo” centrodestra, i grillini l’hanno spuntata con una nuova disciplina delle intercettazioni che dal 1° maggio, festa ancora del lavoro, ne garantirà di più solo ai pubblici ministeri e a chi potrà spiare troianamente -da Trojan- all’incirca chiunque e ovunque.

             I grillini l’hanno spuntata anche lasciando in vigore del 1° gennaio scorso la prescrizione targata Bonafede, che scompare con l’esaurimento del primo dei tre gradi di giudizio. Resta invece incerto e indefinito il percorso della riforma del processo penale per stabilirne davvero la “ragionevole durata” incisa a parole nella Costituzione. Se ne accorgeranno, ben prima dei quattro o cinque anni di attesa che gli amici ottimisti del guardasigilli sbandierano nelle dichiarazioni e interviste, gli imputati nei processi per direttissima.

             La potenza di fuoco dei grillini, per via della loro rappresentanza parlamentare conquistata nelle elezioni politiche di meno di due anni fa e tuttavia smentita negli appuntamenti successivi con le urne a vario livello, stride -a dir poco- con l’impossibilità da essi stessi riconosciuta di arrivare ad un chiarimento interno con i cosiddetti Stati Generali, annunciati per metà marzo e rinviati a tempo praticamente indeterminato.

             Vito Crimi, il reggente subentrato al dimissionario Luigi Di Maio, rimasto “semplice” ministro Crimi.jpegdegli Esteri, pur in questi tempi eccezionali per un titolare della Farnesina, è sempre più chiaramente contestato per la precarietà del suo mandato e per la incapacità di sciogliere i nodi che via via arrivano al pettine del movimento, come il modo, per esempio, in cui partecipare alle elezioni regionali di primavera: con o contro il maggiore partito alleato di governo.

               La base delle 5 Stelle è così incerta e sbandata che nelle elezioni suppletive appena svoltesi a Napoli per la successione a un senatore grillino defunto ha potuto solo contribuire ad un’affluenza alle urne inferiore, nel suo complesso, al 10 per cento: roba legale, legittima, per carità, ma anche ridicola, senza volereRuotolo.jpeg con ciò mancare di rispetto a chi si è aggiudicato il seggio. E’ il giornalista Sandro Ruotolo, sostenuto soprattutto dal Pd e votato dal 48 per cento del 9,52 per cento degli elettori recatisi alle urne, contro il 23,23 per cento, sempre del 9,52, del candidato pentastellato Luigi Napolitano. Che per fortuna è solo parzialmente omonimo del napoletanissimo Giorgio, presidente emerito della Repubblica.

 

 

 

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