Conte rischia di essere soffocato dall’abbraccio del “santone” del Pd

            Per qualche tempo, sino a quando le polemiche si consumavano prevalentemente sui temi economici, le difficoltà dell’appena nato governo Conte 2 erano riferibili alle tensioni interne al Movimento 5 Stelle. Di cui lo stesso presidente del Consiglio, dovendo peraltro ai grillini la sua conferma a Palazzo Chigi pur col ribaltamento della maggioranza, sottolineava con comprensione lo stato di sofferente “transizione” seguita alla scoppola delle elezioni europee di fine maggio. Poi sarebbero arrivate anche le scoppole locali, con l’annessa divisione fra i pentastellati sulla natura tattica o strategica del rapporto col Pd: tanto strategica da poter o dover essere estesa, secondo alcuni, nelle amministrazioni regionali e cittadine.

            Quando i contrasti sono esplosi sui temi della giustizia, la cui già forte rilevanza politica è aumentata con la promozione del guardasigilli Alfonso Bonafede a capo della delegazione delle 5 Stelle al governo, il problema più spinoso della maggioranza non è più stato il movimento di cui è ora reggente Vito Crimi. E’ diventato, ma solo in apparenza, il pur piccolo partito di Matteo Renzi, decisivo numericamente al Senato. In realtà, il problema maggiore è diventato invece il Pd. Dove la concorrenza di Renzi su garantismo e dintorni ha fatto saltare i nervi anche al “tranquillo” Zingaretti spingendolo a reclamare una più ferma reazione di Conte, pur insignito dell’allettante indicazione di punto di riferimento dei “progressisti”. Ed è cominciata la ricerca dei dissidenti renziani, capaci di neutralizzare il capo con la vecchia pratica piddina del “fuoco amico”, con tanto di nomi spifferati ai giornali e di portavoce di Conte prodigo di “battute” al telefono sull’allestimento di una terza edizione governativa del professore pugliese, sorretta da “responsabili” interni ed esterni alla maggioranza attuale.

            Appartiene all’obbiettivo dell’annientamento e della demonizzazione di Renzi anche la campagna avviata per descriverlo in segreto e solido rapporto di  collusione, per niente occasionale, con i leghisti e, più in generale, col centrodestra. Da questa campagna Renzi si è difeso ricordando che nella scorsa estate “erano altri quelli che avevano già fatto l’accordo con Salvini”. L’allusione è proprio a Zingaretti, sulla cui linea di rifiuto di un accordo con i grillini prima di un passaggio di elezioni anticipate in effetti il leader leghista aveva fatto affidamento per aprire dalle spiagge romagnole la crisi di governo, non prevedendo di poterne uscire sconfitto per la svolta nel Pd favore delle 5 Stelle.

            Nel grande tramestio fra i piddini contro Renzi, anche a costo di rompere il collo a Conte con una crisi, si è distinto con dichiarazioni, interviste e messaggi telematici -fra le significative Foglio.jpegcritiche, sul Foglio e sul Messaggero, del capogruppo al Senato Andrea Marcucci, rimasto amico di Renzi pur non avendolo seguito nella scissione del partito- l’ex parlamentare Goffredo Bettini, gran consigliere di Zingaretti, come a suo tempo di Walter Veltroni.

            Di provenienza comunista Messaggero.jpege di origini aristocratiche marchigiane, Bettini è persino amichevolmente chiamato da qualche compagno, per note frequentazioni e simpatie asiatiche, e per la sua mole fisica, “il santone”, o “il Budda de ‘no antri”. Da cui Conte rischia, senza neppure accorgersene, di essere travolto o soffocato in un abbraccio sia pure a distanza.  

 

 

 

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