L’aggressione politica di Trump a Zelensky, seguita e aggiunta a quella militare di Putin cominciata più di quattro anni fa, deve aver fatto gonfiare il petto in Italia a Conte. O a Giuseppi, come lo chiamò Trump quando il presidente del Consiglio riuscì a sopravvivere alla crisi del suo primo governo rimanendo a Palazzo Chigi con un’altra maggioranza di segno opposto, sostituendo la Lega di Matteo Salvini col Pd di Nicola Zingaretti.
Il presidente ucraino indebolito dalla delegittimazione del presidente statunitense, che ne ha auspicato la bocciatura elettorale quando si potrà o si dovrà votare, non credo sotto i bombardamenti russi, o ancora prima con un colpo di Stato, è la ciliegia che mancava alla torta di Conte contrario agli aiuti militari italiani a Zelensky. Una contrarietà non condivisa nel campo largo dell’alternativa al centrodestra dalla segretaria del Pd Elly Schlein, ma non per questo indebolita perché Conte ha avvertito che se dovesse capitargli di tornare a Palazzo Chigi si sentirà libero di disattendere qualsiasi compromesso raggiunto con la stessa Schlein su questo tema in un programma comune.
La stessa Schlein, d’altronde, non sembra avere molta voglia di irrigidirsi, visto che ha appena contestato moderati e quant’altri nel campo largo convinti che da sinistra si possono vincere le elezioni solo dando più spazio al centro. Contestare questa visione e insieme i veti ricorrenti di Conte contro la partecipazione di Matteo Renzi al campo largo è quanto meno contraddittorio. E finisce per fornire a Conte un altro vantaggio dialettico nella polemica. Che è traducibile in questa domanda: che senso ha aprire il campo largo al centro per disattenderne la posizione sostenendo che non si vince al centro, appunto, ma a sinistra? Dove peraltro Conte non vuole sentirsi collocare sentendosi solo un progressista indipendente.
Più che un campo largo, è un rompicapo.
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