La storia della sinistra italiana scritta o riscritta da Massimo D’Alema in un libro autobiografico intitolato “Eravamo comunisti”, pubblicato da Feltrinelli e riassunto in due pagine del Corriere della Sera ricavate da una intervista ad Aldo Cazzullo. Ne esce, fra l’altro, un racconto equidistante del “conflitto” fra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi da cui “venne la sconfitta della sinistra italiana”, ha ammesso il post-comunista più fortunato, con Giorgio Napolitano, nella storia d’Italia. Lui, D’Alema, arrivato a Palazzo Chigi nel 1998 e Napolitano al Quirinale nel 2006 rimanendovi sino al 2015, quando ne uscì volontariamente interrompendo il secondo mandato settennale ottenuto per primo nella storia della Repubblica da un presidente.
“Più che torti e ragioni -ha detto D’Alema a Cazzullo cercando, ripeto, una equidistanza poi però tradita- c’erano ragioni da entrambe le parti” di quel mortifero conflitto. “Craxi -gli ha riconosciuto- fu senz’altro un modernizzatore. Ma è sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità. Dichiarando finita la spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre, di fatto dichiarava finita anche la storia del Pci. Certo, lui pensava ad un altro comunismo”, non al socialismo garofanato di Craxi. Un “altro comunismo” ispirato alla “questione dell’ambiente, delle donne, del rapporto tra l’innovazione tecno logica e l’umano”: “tutti temi carichi di futuro” cui D’Alema ha riconosciuto a Berlinguer il merito di avere sollevato da segretario dell’ancora Pci col simbolo della falce e del martello.
Dove l’equidistanza tentata da D’Alema, ed estesa da Berlinguer al partito che già aveva preso il posto del vecchio, zoppica è nel passaggio dell’intervista al Corriere in cui egli motiva la ragione per la quale, pure a muro di Berlino già crollato e partito comunista cambiato di nome, fu rifiutata a sinistra l’unità offerta dal leader socialista. Una proposta inaccettabile, secondo D’Alema, perché “Craxi era troppo compromesso con il Caf, il patto di potere con la parte più conservatrice della Dc”.
Caf è notoriamente l’acronimo di Craxi, Andreotti e Forlani. Ma a Giulio Andreotti e a ben due suoi governi interamente democristiani l’ancora Pci di Berlinguer fra il 1976 e il 1978 aveva concesso l’appoggio, prima con la formula dell’astensione e poi col voto di fiducia. E Forlani era stato in quei due governi il non certamente secondario ministro degli Esteri.
In verità, non fu la natura “più conservatrice” della Dc con cui Craxi si era accordato la ragione vera della indisponibilità dei post-comunisti all’unità socialista proposta dal leader del Psi. Fu piuttosto nella primavera del 1992, quando quell’offerta fu avanzata, la possibilità avvertita alle Botteghe Oscure di liberarsi dell’ingombrante Craxi con l’aiuto dei magistrati che indagavano sul finanziamento pur generalmente illegale dei partiti e sulla corruzione che ne sarebbe derivata.
Lo stesso D’Alema, d’altronde, riconosce la debolezza della sua ricostruzione storica e autobiografica con un “però”, sempre nell’intervista al Corriere della Sera. “Però in linea teorica -vi si legge- aveva ragione lui”, cioè Craxi.
Sono passati ormai 34 anni dal 1992 e 26 dalla morte ad Hammamet di Craxi ancora definito “latitante” dai suoi irriducibili avversari e critici. Dargli “ragione”, sia pure “in teoria”, con tanto ritardo, e da parte di un politico come D’Alema, è un altro segno della crisi, se non della fine della sinistra. Che oggi di dimena in un “campo” dove è quanto meno determinante un Conte che di sinistra non vuole essere definito preferendo dichiararsi “progressista autonomo”, a volte persino da se stesso.
Pubblicato sul Dubbio
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