Giorgetti, il Richelieu della Lega, frena sulla transumanza in Abruzzo

Va bene che l’Abruzzo è terra di transumanza, tradotta in famosissimi versi per i suoi pastori da Gabriele d’Annunzio, ma Silvio Berlusconi dalla sua vacanza in Sardegna, inutilmente consolato dall’amico Flavio Briatore, ha preso male lo stesso l’annuncio della corsa solitaria che i leghisti abruzzesi, appunto, intendono fare nelle elezioni regionali previste entro dicembre. Una corsa che potrebbe sancire la sconfitta del centrodestra a beneficio forse dei grillini, vista la crisi del centrosinistra.

E’ proprio un patto segreto  di Matteo Salvini con i grillini, per consentire loro la conquista della prima regione della penisola, che sono molti a sospettare dentro Forza Italia. E ciò come anticipo di un’operazione più vasta, finalizzata alla costruzione di un nuovo bipolarismo attorno ai due partiti momentaneamente al governo. Che poi potrebbero giocarsela da soli, l’uno contro l’altro, sulle ceneri della cosiddetta seconda Repubblica a lungo dominata dall’alternanza fra centrodestra e centrosinistra.

Debbono essere suonate di ulteriore allarme ai berlusconiani le parole pronunciate da Luigi Di Maio in una intervista al Corriere della Sera appena pubblicata: “Salvini e io ci capiamo a volo e mediamo tra noi. Con la Lega possiamo lavorare cinque anni in piena lealtà. Vedo che i rapporti tra i sedicenti alleati” (di centrodestra) “sono a un punto critico”.

L’annuncio abruzzese, seguito a quello personale di Matteo Salvini di non volere più trattenere a livello locale e nazionale i forzisti attratti dalla Lega, dopo l’incidente della mancata presidenza della Rai al suo candidato Marcello Foa, ha rafforzato quanto meno sul piano emotivo gli amici del giro più o meno ristretto che rimproverano a Berlusconi troppa pazienza nei riguardi del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Cui il Cavaliere sarebbe stato sul punto di cedere sulla vicenda Foa, a furia di ricevere anche in ospedale telefonate e visite di un Salvini non abituato a sentirsi di no, e sorpreso sino alla rabbia dal rifiuto dei commissari forzisti della Vigilanza parlamentare sulla Rai di convalidare con la necessaria maggioranza dei due terzi il nuovo assetto al vertice dell’azienda concordato fra lui e il suo omologo grillino Luigi Di Maio.

E’ stato forse in considerazione di questo rafforzamento- ripeto, per ora solo emotivo- dell’ala più intransigente di Forza Italia, refrattaria all’espediente polemico di Salvini di accusarla di appiattirsi sull’opposizione del Pd, che il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti si è praticamente intestato un tentativo di mediazione proprio sulla questione abruzzese.

Intervistato da Libero, pur declassando il centrodestra a “una categoria dello spirito” Giorgetti ha circoscritto ad un’aspirazione dei dirigenti “locali”, comune a tante altre in Italia, la corsa solitaria nelle elezioni regionali e, più in generale, amministrative. “La decisione finale -ha detto il sottosegretario strizzando praticamente l’occhio a Berlusconi- spetta a Salvini”, che “per esigenze superiori” potrebbe “costringere” i leghisti abruzzesi – e poi, chissà, anche quelli della Basilicata e del Trentino-Alto Adige, dove sono imminenti le elezioni regionali- a confermare l’alleanza di centrodestra.

Va detto che Giorgetti, forse a sua insaputa, è riuscito a fare il miracolo di una triangolazione inedita fra Salvini, Berlusconi e Di Maio. Lo ha fatto denunciando più volte il pericolo di uno scatenamento dei soliti speculatori nei mercati finanziari contro i titoli di Stato italiani tra la fine di agosto e i primi giorni di settembre, quando fra Roma e Bruxelles si dovrà davvero passare dalle parole ai fatti nel cantiere -come lo ha definito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte- della legge di bilancio. E verranno al pettine tutti i nodi dei costi delle riforme concordate per sommi capi nel contratto di governo fra leghisti e grillini, e della loro compatibilità con i parametri europei.

All’ultimo degli avvertimenti o timori del sottosegretario Giorgetti ha voluto reagire, smentendolo o quasi, il vice presidente grillino del Consiglio. Che ha trovato le previsioni di Giorgetti conformi solo alle “speranze delle opposizioni” ed ha ostentato sicurezza perché di fronte alle manovre di mercato o d’altro tipo il governo in carica potrebbe resistere ad oltranza non essendo “ricattabile”. Come invece lo fu nell’estate del 2011 l’ultimo governo di centrodestra presieduto da Berlusconi, costretto ad arrendersi e a lasciare il posto a Mario Monti per tutelare gli interessi delle sue aziende, minacciate dagli effetti della crisi speculativa guidata da mister Spread.

Di Maio, così abituato a crocifiggere Berlusconi al “conflitto d’interessi”, tanto da avere reclamato un’altra legge per disciplinarlo durante le trattative con i leghisti per la formazione del governo gialloverde, si è trovato ad ammettere, pur di polemizzare con Giorgetti, che furono proprio i suoi interessi a giocare contro Berlusconi sette anni fa. Quante sorprese può riservare la politica, o la logica delle polemiche o delle lotte che la segnano.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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